Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”

Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.

Nuovo rischio dal petrolio

L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.

La Cina è vicina

C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.

Le obbligazioni spingono il pil

Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.

Inflazione Usa, dati non del tutto positivi

Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6%  e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.

Londra, la crisi continua

Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.

Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico

Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.

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2023, la riscossa dei bond?

Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...

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L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.

Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.

Obbligazionario vs azionario

Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.

La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.

La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.

Il mix di partenza

Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.

Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.

Materie prime

Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.

Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.

Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.

Tassi: nessuna schiarita in vista

E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.

Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.

L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.

Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.

Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.

Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.

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Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.

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Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.

Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.

Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.

Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.

Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.

Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

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