Borse, navigazione tranquilla. In attesa del sell in May
Lo storno si fa ancora attendere: il trading range delle Borse, con tendenza al rialzo, prosegue il suo andamento. Milano guida ancora i listini europei, spinta dai titoli bancari ringalluzziti dalle aspettative ridotte sul taglio dei tassi. L'incognita è ora rappresentata dall'arrivo di maggio, mese tradizionalmente improntato alle vendite
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati non ne vogliono sapere di scendere. Alla fine della scorsa settimana, le Borse hanno chiuso in guadagno, recuperando quello che avevano lasciato per strada in precedenza e confermando un andamento all'insegna del trading range al rialzo. Mentre tutti i target rivisti sono stati mediamente raggiunti.
Piazza Affari detta (ancora) la linea
Maglia rosa europea è stata, ancora una volta, Piazza Affari, trainata dai titoli finanziari. Il fenomeno, a cui ultimamente abbiamo fatto l'abitudine, dipende dalle aspettative ridotte sui tagli dei tassi, che favoriscono le azioni bancarie massicciamente presenti nell'indice milanese. Ci si chiede ora se il mese di maggio sarà improntato alle vendite, come molto spesso accade. Difficile fare previsioni, anche perché gli utili brillano e le valutazioni non sono care. In un simile contesto, la tradizione del sell in May potrebbe anche non essere rispettata (il condizionale è d'obbligo). Finora, in ogni caso, le azioni sono ancora più convenienti delle obbligazioni che, soprattutto a livello internazionale, stanno offrendo rendimenti mediocri.
Strategia di transizione
In uno scenario di così difficile interpretazione, l'approccio all'azionario non cambia. In questo periodo di transizione non sembra conveniente acquistare i titoli finanziari, che potrebbero essere abbastanza vicini al picco; chi li ha potrebbe però mantenerli, scommettendo magari su nuovi balzi fino al definitivo avvio del taglio dei tassi. Chi vuole acquistare, potrebbe puntare qualche fiche sugli energetici, che attualmente hanno valutazioni più basse del loro valore ma offrono un buon flusso di dividendi, e forse sull'automotive. Per il resto, meglio una strategia di mantenimento o alleggerimento moderato.
Verso le elezioni europee
A proposito di auto, sembra che la transizione energetica e l'agenda "verde" – che insieme all'intelligenza artificiale sono tra i temi centrali del G7 italiano – stiano rallentando. Perché ciò che ispira questa operazione è senza dubbio un obiettivo nobile, ma la sua applicazione è difficile: le tempistiche reali sono più lunghe di quanto si dice e i progetti realizzativi hanno bisogno di molti investimenti. Mentre gli Stati membri di soldi non ne hanno, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha intaccato persino la proverbiale solidità dell'economia tedesca. Anche per questo motivo, l'attuale ritmo imposto alla transizione energetica non potrà che rallentare, anche nel caso in cui Ursula von der Leyen in Europa e Joe Biden negli Stati Uniti fossero confermati dal voto popolare. Se poi dalle scadenze elettorali uscissero una nuova leadership a Palazzo Berlaymont e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'elettrico subirebbe un ulteriore calo di ritmo sulle due sponde dell'Atlantico.
Unione del mercato dei capitali: la ricetta Lagarde
Messo in stand by (per ora) l'argomento tassi, con la mezza promessa di iniziare la discesa a giugno, Christine Lagarde parla d'altro. Più precisamente di un suo vecchio pallino: l'unione del mercato dei capitali, obiettivo per cui ha invocato un cambio di marcia. E di prospettiva. Più nel dettaglio, la presidente Bce ha affermato che per raggiungere l'intento occorre abbandonare l'approccio "dal basso"per passare a quello "dall'alto". Finora, ha affermato Christine Lagarde, si è puntato sui mercati locali e regionali per lasciarsi dietro le spalle le limitazioni tipiche dei contesti nazionali. Ma questa politica "dal basso" ha lasciato settori scoperti a macchia di leopardo e non ha creato l'armonizzazione necessaria nei comparti decisivi – come per esempio la classificazione dei crediti o l’avvio delle procedure di insolvenza, per cui manca una normativa comune. La ricetta Lagarde non è, però, del tutto convincente. Perché spesso gli interventi "dall'alto" hanno dimostrato di non funzionare. Oggi ci troviamo di fronte un'Europa di burocrati – in parte non eletti - che decidono le regole proprio in modalità top down, con un processo di accentramento dei poteri a Bruxelles su cui gli organi democratici degli Stati membri hanno poco da dire. Quanto al mercato unico dei capitali, è fondato il timore è che vada a convogliare il risparmio dei Paesi membri su arene internazionali.
Acquisizione Ita, Lufthansa prova a sbloccare il dossier
Nuovo capitolo nel percorso di acquisizione di Ita Airways da parte di Lufthansa, messo in pausa dalle richieste dell'Antitrust europea. A quanto rivelato dal Corriere della Sera, che si riferisce a fonti Ue, per sbloccare il dossier e ricevere l'agognato via libera dall'autorità di vigilanza la compagnia di bandiera tedesca si dice disposta a cedere 11 coppie di slot da Milano Linate. Una mossa che verrebbe incontro a una delle tre richieste da parte dell'Antitrust europea, che ha puntato il faro proprio sul city airport milanese (oltre che sui voli brevi e su quelli intercontinentali – operazione, quest'ultima, che coinvolgerebbe anche United Airlines e altri partner di Star Alliance).
Evidentemente, Lufthansa e Ita Airways ritengono che la rinuncia ai 22 voli dall'aeroporto Forlanini possa rappresentare un buon compromesso per trovare un punto di incontro con l'authority. E decisamente sembra davvero esserlo. Dopo l'avvio della linea metropolitana 4, che ora lo collega in pochi minuti al centro di Milano, Linate è diventato l'aeroporto più gettonato d'Europa, proprio per la vicinanza alla città. Per questo motivo, la proposta è un grande sacrificio accettato dalle due compagnie di bandiera pur di riavviare il percorso verso l'aggregazione ed evitare la bocciatura del progetto. Il match tra la compagnia tedesca e l'Antitrust europeo dà comunque l'impressione di doversi concludere senza vincitori. Il piano di fusione non può essere fermato: per questo motivo, le due parti finiranno di trovare un compromesso. Se ne saprà di più il prossimo 13 giugno, data in cui è stata rinviata la decisione delle autorità europee, curiosamente poco dopo la scadenza elettorale.
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Calo dei tassi: la Fed inizia a organizzarsi
Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha prefigurato una possibile diminuzione, nel corso del 2024, di 75 punti base. E i mercati si aspettano un decremento quasi doppio. Nessun segnale dalla Banca Centrale Europea. Anche se...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Quest'anno, come è stato detto più volte in questi giorni, il Babbo Natale dei mercati ha assunto le sembianze di Jerome Powell. Annunciando che nel 2024, negli Stati Uniti, sarà possibile una riduzione dei tassi di interesse pari a 75 punti, il presidente della Federal Reserve ha contribuito a innescare un'atmosfera di ottimismo, che ha ingenerato grandi aspettative. Non per niente, dopo l'esternazione del numero uno della Fed, i mercati si sono spinti ben più in là, arrivando a prevedere un calo dei tassi fino a 145-150 punti.
Strategie divergenti
L'annuncio di Powell ha portato benefici soprattutto ai listini americani, che la scorsa settimana hanno ottenuto una performance superiore rispetto a quelli europei. Anche per l'atteggiamento dell'Eurotower. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha infatti affermato che a Francoforte non si è parlato di tagli. Dov'è la sorpresa? - verrebbe da dire. Le strategie della Banca Centrale Europea – almeno dalla fine dell'era Draghi – si sono rivelate discutibili. In prima battuta non è stata prevista l'inflazione, con un ritardo nel rialzo dei tassi; poi si è scelta la strada di un riaggiustamento troppo incalzante e decisamente esagerato. Ora si insiste sui livelli di inflazione, che sarebbero ancora troppo alti, mentre la situazione è in via di miglioramento e l'obiettivo del 2% è a portata di mano. All'Eurotower ci sono fior di analisti, che conoscono la situazione: non si comprende quindi questa resistenza a oltranza, che impedisce di “ascoltare” i cambiamenti. I mercati, che solitamente anticipano i tempi, hanno invece un atteggiamento diverso: non credono all'attendismo espresso da Christine Lagarde e puntano sul calo dei tassi anche in Eurolandia. Lo dimostra l'asta dei Btp annuali, che ha decretato un valore del 3,75%, con uno spread sotto 170 punti base. Ciò, appunto, evidenzia l'ottimismo diffuso su un taglio del costo del denaro. Magari non a marzo (mese in cui i mercati si aspettano i primi movimenti verso il basso da parte della Fed), ma comunque a stretto giro.
2024, prime indicazioni
Queste aspettative influenzano, e non di poco, le previsioni sul 2024 dei mercati. A iniziare dalle obbligazioni. Per sei mesi abbiamo consigliato di rimanere lunghi di duration: ora la discesa del Btp sotto il 4% conferma la nostra visione. Una volta che il costo del denaro inizierà a scendere, il lungo termine si confermerà sempre più la strategia obbligazionaria migliore. Chi si posizionerà con duration lunga potrà assicurarsi per cinque anni rendimenti intorno al 5%, dotandosi di un hedging contro eventuali storni dei mercati azionari. Chi invece insisterà a rimanere corto (o non potrà fare altrimenti) rischierà di scendere sotto il 2%. L'azionario, invece, dovrebbe veleggiare abbastanza tranquillo, o con lievi perdite o con guadagni moderati. Le economie, come ricordato, sono in rallentamento e i rendimenti in doppia cifra di quest'anno si riveleranno irrealizzabili. Il 2023 ha restituito performance eccezionali: chi è rimasto fuori, ha perso un'opportunità molto forte. Se ci sarà una crescita, presumibilmente sarà moderata. Stesso discorso si può fare per eventuali flessioni: a meno di un “cigno nero”, o comunque di un evento esterno molto problematico, non è ipotizzabile una discesa dei mercati oltre il 5%.
India batte Cina
Sull'inflazione, come detto, c'è ottimismo. E questo nonostante la ripresa dell'alluminio e di altre materie prime dopo 20 mesi di calo. Una risalita di questi asset non è sufficiente a mettere a rischio i prezzi (più pericolosa potrebbe invece rivelarsi una lettura integrale dell'Agenda 2030, soprattutto sul versante dell'elettrico). Più che l'inflazione, a preoccupare è il rallentamento dell'economia europea (con la crisi industriale tedesca che fa tremare l'intero continente) e americana. E soprattutto cinese. Pechino mostra una situazione davvero preoccupante: le aziende lavorano ormai un solo turno, mentre molta gente inizia a tornare nelle campagne, provocando uno svuotamento delle case in città e uno squilibrio sul fronte immobiliare. Mentre a crescere è l'economia indiana. Nuova Delhi ha avviato investimenti molto forti, soprattutto su infrastrutture, e aprirà 30 centrali a carbone per supportare l'industrializzazione – scelta che ha fatto storcere il naso a molti Paesi partecipanti alla recente Cop28. Il mercato azionario indiano, da parte sua, viaggia già a multipli molto elevati. Mentre la popolazione del Paese ha superato quella cinese.
Giappone, ancora immobilismo sui tassi. Per ora
Se la Bce, almeno ufficialmente, non parla ancora di taglio dei tassi, si allineano a questo approccio anche Banca d'Inghilterra e Banca Nazionale Svizzera (quest'ultima, però, con percentuali decisamente più basse). La Banca del Giappone, da parte sua, ha confermato che per ora i tassi restano in territorio negativo. Nel 2024, tuttavia, Tokyo potrebbe decidere una piccola sortita in controtendenza, con un rialzo contenuto che avrebbe l'obiettivo di rafforzare lo yen. Se questa evenienza si realizzasse, si potrebbe concretizzare una situazione paradossale, con le banche centrali europee e americana intente ad allentare la stretta e quella giapponese, tradizionalmente refrattaria ad aumenti del costo del denaro, impegnata ad abbandonare il territorio negativo e ad alzare i tassi. Una simile mossa – che, se decisa, sarebbe comunque sporadica e probabilmente limitata nel tempo – costringerebbe gli investitori che hanno scelto posizioni lunghe yen contro euro (o dollaro) a smontarle frettolosamente. Restituendo una certa forza alla valuta nipponica.
Il turismo salva l'economia italiana
Banca d'Italia ha ridotto a +0,6% le stime del Pil nazionale 2024. Il fenomeno, che dipende soprattutto dalla politica monetaria, i cui effetti si fanno sentire sempre a scoppio ritardato, non deve comunque preoccupare più di tanto, dato che discutiamo di pochi decimali. Se l'economia italiana sta comunque a galla, si legge invece sui dati Confindustria, grande merito deve essere attribuito al turismo internazionale. Effettivamente, i numeri da record registrati nel 2023 (a settembre +11,8% sullo stesso periodo dell'anno precedente, a prezzi correnti) hanno portato più benefici che problemi (l'inflazione sui prezzi degli alberghi). Si potrebbe fare ancora di più? Sì e no. Perché il turismo è un settore che può crescere, ma non in maniera esponenziale, dato che i posti disponibili non si possono aumentare di molto. Detto questo, a penalizzarci sono l'insufficienza delle infrastrutture e la burocrazia farraginosa, che rende difficili gli investimenti. Al pari, naturalmente, dei limiti di spesa imposti dall'Unione Europea.
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Rating, nessuna sorpresa: S&P conferma valutazione e outlook
Come ampiamente previsto, l'agenzia ha ribadito il “voto” assegnato all'Italia e le previsioni sulla nostra economia nei prossimi mesi. Mentre la Borsa, in linea con gli altri listini europei, flette ma tiene, nonostante la situazione geopolitica, i tassi elevati e i costi della transizione energetica
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo primo esame post-manovra, S&P ha confermato il rating dell'Italia (BBB/A-2) e l'outlook stabile del Paese. Le preoccupazioni che avevano creato nervosismo in Borsa si sono dunque rivelate esagerate, mentre le tensioni sullo spread si sono temporaneamente allentate, portando il valore sotto quota 200. Unica nota stonata, le previsioni negative di crescita, che però erano ampiamente nei numeri, anticipati dal Def del governo.
L'idra a tre teste
Nessuna sorpresa, dunque. Che ci sia un rallentamento in atto dell'economia italiana (e non solo) è ampiamente sotto gli occhi di tutti, così come i timori che i numeri possano peggiorare ulteriormente a causa di una specie di “idra a tre teste” che incombe implacabilmente: il combinato disposto tra i conflitti in atto, i tassi di interesse ancora elevati e le strategie discutibili con cui viene condotta la transizione energetica, che possono distruggere il sistema industriale europeo. In presenza di questi rischi, questi, una crisi finanziaria sarebbe molto pericolosa. S&P ha quindi tracciato una linea per molti versi già scritta, dotandosi di un sano buon senso. D'altra parte, a fine anno l'Italia chiuderà con un deficit pari a quello francese e minore rispetto a quello americano. Piu preoccupante sembra il rifinanziamento del debito pubblico, che con i tassi di interesse così alti, provocherà costi supplementari per 10 miliardi di euro. Occorrerà ovviamente tenere sotto controllo la situazione economica europea, che peggiora abbastanza velocemente, con il calo peggiore del Pmi Flash da tre anni a questa parte (da 47,2 punti a 46,5). D'altra parte, però, scende altrettanto rapidamente anche l'inflazione, pari al 5% se calcoliamo gli ultimi 12 mesi, ma nel breve è molto più bassa - forse già al 3%.
La Borsa tiene. Nonostante tutto
E la Borsa? La Borsa, tutto sommato, tiene. Nonostante il nervosismo dovuto all'attesa dei rating (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – verrebbe da dire) e ai tre elementi appena citati che rischiano di destabilizzare l'economia, le flessioni degli indici denotano ancora una situazione di trading range. Milano ha quindi chiuso la settimana a -1,40%, in linea con gli altri listini europei, ma ha poi recuperato lunedì e ora sta attendendo con un certo nervosismo la comunicazione dei risultati delle bigtech Usa. I movimenti sono dunque marginali, in un contesto leggermente ribassista – il che, vogliamo ribadirlo, evidenzia una tenuta non scontata, dato il quadro internazionale che conosciamo fin troppo bene. A preoccupare, invece, sono le obbligazioni, il cui mercato nell'ultimo mese ha perso moltissimo. Già a settembre le azioni hanno sovraperformato i bond e, in questo particolare periodo, l'equity offre più protezione rispetto al mercato obbligazionario. Detto questo, la discesa dei tassi (che, se lo augurano tutti, potrebbe partire già nel corso del primo trimestre 2024) tornerà a restituire qualche rendimento agli investitori.
Banche centrali a un bivio
I tassi potrebbero quindi scendere entro sei mesi. Ma prima di calare, devono fermare la loro avanzata. Quali sono le posizioni delle banche centrali su questo tema? In Europa, i gestori scommettono almeno su una pausa ai rialzi, mentre Christine Lagarde si produce in dichiarazioni scontate stile maestrina (“se ognuno svolgerà il suo compito, la situazione migliorerà”: ma dai?). Il suo “collega” americano Jerome Powell torna invece a pronunciare dichiarazioni da “falco”, non escludendo nuovi aumenti dei tassi. Eppure, negli Stati Uniti, l'inflazione è abbastanza sotto controllo, e soprattutto è molto più determinata da condizioni interne rispetto a quella europea. L'eccesso di spesa pubblica su cui ha puntato l'amministrazione Biden rischia di far esplodere il debito pubblico, e per rifinanziarlo ed evitare il blocco di tutte le attività ci sono voluti interventi in extremis del Congresso. E' lecito ritenere che, se le agenzie di rating utilizzassero per gli Stati Uniti lo stesso metro di giudizio utilizzato per i Paesi europei, ne vedremmo delle belle, poiché (un dato su tutti) gli squilibri della bilancia commerciale Usa pongono Washington al di sotto del livello italiano. Una peculiarità dell'inflazione americana è anche la sua diversificazione a macchia di leopardo: negli Stati a più bassi impatti fiscali (soprattutto a guida repubblicana, ma non solo) l'afflusso di aziende provenienti dalla California o da New York rendono la situazione economica più florida. E l'inflazione più bassa.
Petrolio, su l'asticella
In questa situazione, il petrolio ha fatto il salto: se, fino alla scorsa estate, il valore di riferimento era compreso nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile, ora si è spostato sull'intervallo 80-90, con puntate oltre questa quota. Il (voluto) taglio della produzione, spinto da Arabia Saudita e Russia prima, e le (inattese) conseguenze della guerra in Medio Oriente poi hanno reso inevitabile il salto. Tuttavia, questa settimana il valore del greggio ha subìto una contrazione rispetto a quella da poco trascorsa. I Paesi produttori sanno bene che non si può tirare troppo la corda, altrimenti si spezza: non è interesse di nessuno sfondare il muro dei 95 dollari in un periodo contraddistinto dalla recessione mondiale. Si rischierebbe un calo drastico della domanda e, alla fine, ci perderebbero anche i Paesi Opec+. Soprattutto in un periodo di innalzamento del prezzo del gas, ormai abbastanza stabile su quota 50 euro al Ttf di Amsterdam. Inspiegabilmente, considerata l'attuale forza del dollaro, è salito anche l'oro, tornato ad abbattere la soglia psicologica dei 2.000 dollari. La performance, che fa il paio con il raid oltre 32.000 dollari del bitcoin, si spiega forse con la ricerca di investimenti alternativi in presenza di un'inflazione ancora problematica: quando il costo del denaro tornerà a livelli di guardia, per il metallo giallo ci saranno probabilmente pochi margini.
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Investimenti: maneggiare con cura
L'aggravarsi della crisi russo-ucraina ha provocato ulteriore tensione sui mercati europei. Ma, se si ha la pazienza di attendere, le azioni sono ancora la scelta migliore.
Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
Lunedì sera la crisi russo-ucraina ha subito un’ulteriore escalation con il riconoscimento da parte della Russia delle due repubbliche del Donbass. Indipendentemente dai suoi sviluppi a breve termine, una cosa è certa: eventuali sanzioni proposte dagli Stati Uniti e accolte dall'Ue non faranno che danneggiare l'Europa. I maggiori problemi economici si verificheranno infatti nel nostro continente. dove i provvedimenti metterebbero a rischio varie nostre imprese.
Per non parlare del gas: Italia e Germania dipendono da Mosca per il 40% circa delle loro forniture
Sembra lecito porsi questa domanda: fermare il Nord Stream 2 è una “sanzione” rivolta contro la Russia o contro la Germania?
Anche le ritorsioni decise ieri sera dalla Casa Bianca sembrano essere molto più punitive per gli interessi europeri piuttosto che per quelli americani.
L’Europa è il classico vaso di coccio messo fra due vasi di ferro: deve lealtà agli Stati Uniti, ma non ha potere di interdizione quando i suoi interessi vengono lesi. E la sua miopia le impedisce di vedere, per esempio, che la Russia – come già aveva fatto la Cina – sta tornando a giocare un ruolo strategico in Africa.
Anche gli americani hanno i loro problemi: di fatto hanno favorito in tutti i modi il ritorno dell'alleanza fra Mosca e Pechino, mai così vicine dai tempi della rottura fra Chruščëv e Mao.
Va da sé una considerazione: promuovere, pur con altri obiettivi, un riavvicinamento tra le due potenze è un atteggiamento autodistruttivo – e puntualizzarlo non significa certo essere filo-russi o filo-cinesi, ma solo osservare i fatti con occhio distaccato e non ideologico.
Promesse non mantenute
Se la politica europea sembra non vedere a un palmo dal proprio naso, la società civile (cioè chi materialmente dovrà pagare le bollette del gas in drammatico rialzo) si fa alcune domande. E dai giornali iniziano a partire vari distinguo.
Ne è la prova un recente articolo di Der Spiegel, che ha pubblicato i verbali di un vertice fra i direttori politici dei ministeri degli esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avvenuto a Bonn nel marzo 1991. Bene: durante la riunione, i quattro definirono "inaccettabile" un'eventuale espansione della Nato a est della Germania Ovest. Questo, ricorda lo Spiegel, fu anche formalmente assicurato a Michail Gorbačëv e all'Unione Sovietica.
Invece, ça va sans dire, la promessa non è stata rispettata, l'Alleanza Atlantica ha varcato il fiume Elba, si è allargata e ora vuole affiliare l'Ucraina. La crisi attuale, o il suo pretesto – ricordiamolo - parte di qui.
Impatto (per ora) limitato
L'acuirsi delle tensioni – prima con il riconoscimento russo delle repubbliche secessioniste, poi con l'ingresso dei blindati di Mosca nel loro territorio – ha naturalmente influito sui mercati.
Che cosa accadrà ora all'economia mondiale? Difficile prevederlo. Per ora, gli impatti sulle aziende sono ancora limitati.
Non c’è dubbio che, nel momento in cui scriviamo, la vicenda russo-ucraina rappresenti il principale catalyst di mercato, ma, come crediamo sia chiaro a tutti, nessuno può ragionevolmente prendere una posizione prevedendo e anticipando le eventuali mosse dei protagonisti. Vendere ora o comprare ora, scommettendo su un‘invasione o su una risoluzione diplomatica della crisi, rappresenterebbe una mera scommessa senza alcun tipo di fondamento economico finanziario.
Ovviamente la situazione potrebbe anche precipitare, ma non è detto che i prezzi non inglobino già parte delle conseguenze della crisi in atto: gli eventi geopolitici sono infatti spesso enfatizzati nel breve termine ma non hanno conseguenze di lungo periodo così importanti.
Molto più decisivo sarà comprendere, nelle prossime settimane o mesi, che tipo di scenario macroeconomico si dipanerà.
Il vero nodo è rappresentato da due aspetti: i tassi di interesse e gli effetti che un eventuale errore di politica monetaria da parte delle Banche centrali potrebbero avere sulla crescita economica, portando eventualmente a un rallentamento che, in alcuni casi, potrebbe addirittura trasformarsi in una recessione.
Oggi è ancora troppo presto per scommettere su un'economia in contrazione e quindi, nonostante il quadro di breve presenti tutti gli elementi di incertezza e difficoltà che abbiamo descritto, riteniamo opportuno non prendere posizioni drastiche.
Non possiamo escludere che vi possano essere giornate di difficoltà, soprattutto nel momento in cui si verificassero scontri armati e tensioni sul confine tra Russia e Ucraina, ma
Per chi è più propenso al rischio, in ottica di medio termine, gli investimenti in azioni o bond russi potrebbero rivelarsi molto interessanti. Come del resto era avvenuto nel 2014 dopo l'annessione della Crimea: in un primo tempo Mosca aveva sofferto ribassi, ma nei cinque anni successivi il rendimento dei suoi strumenti aveva sfiorato il 200%.
Tornano i beni rifugio?
In questa situazione, si è parlato di un ritorno dei beni rifugio, anche dopo il leggero rialzo di oro e franco svizzero in corrispondenza dell'aggravarsi della crisi russo-ucraina. Tuttavia è probabile che si tratti di un fenomeno assolutamente contingente.
L'oro ha raggiunto un valore alto, ma non eccessivo. Il franco è una moneta stabile, ma le banche elvetiche applicano tassi negativi dell'1% ai depositanti.
E ancora: le obbligazioni hanno recuperato solo il 10% di ciò che hanno perso da agosto. E le criptovalute registrano alti e bassi: il bitcoin è fra 30mila e 45mila dollari di trading range.
Insomma, l'unica vera ricetta contro l'inflazione sembrano rimanere solo le azioni.
In ottica di portafoglio complessivo, l'oro può essere considerato una sorta di polizza assicurativa: se i titoli vanno male, protegge un po' di più. Ma la sua quota non dovrebbe superare il 3%-4%, perché non produce alcun tipo di reddito.
Come diceva Warren Buffett: "don‘t buy gold, buy stocks". Una massima che rimane valida in ogni scenario.



