Tassi: è gara di inseguimento tra Fed e Bce

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi. Ma l’intervento americano è stato più incisivo: negli Stati Uniti, il valore di riferimento è calato di 50 punti base, attestandosi nella forchetta tra il 4,75% e il 5%. La decisione ha destato una certa sorpresa, anche per la quasi unanimità che ha accompagnato l’intervento – soltanto uno fra i membri del consiglio ha votato per una riduzione di soli 25 punti. Entro fine anno, la banca centrale americana potrebbe effettuare nuove correzioni verso il basso, per poi proseguire la discesa nel 2025.

Lettura difficile

Se il taglio era dato per probabile, la sua entità – come già ricordato – ha stupito più di un osservatore. Anche per la difficile lettura di un passo deciso dopo una così lunga attesa. Il maxi-taglio indica probabilmente timori per un rallentamento economico americano intravisto dalla maggioranza dei componenti del board Fed. Segnali di una crisi già in atto arrivano dai dati non positivi sul mercato del lavoro e dal calo del petrolio, che ha provato una puntata anche sotto i 70 dollari al barile. Gli occhi sono ora puntati sul dollaro: se il biglietto verde dovesse rompere la fascia di oscillazione compresa tra 1,08 e 1,12, ci troveremmo di fronte a un altro sintomo di preoccupazione per l’economia americana. Negli Stati Uniti, a differenza di ciò che accade in Europa, in caso di congiuntura economica negativa si procede infatti a una svalutazione della moneta. Una possibilità che occorre contemplare, visto il lento ma costante spostamento della valuta americana di questi ultimi giorni.

Palla alla Bce

Ora, la palla passa alla Bce, in attesa del prossimo intervento. Che potrebbe avvenire presto. Ne ha parlato Fabio Panetta nel corso di un convegno svoltosi a Catania. Il governatore della Banca d’Italia ha rivelato che il trend di discesa dei tassi potrebbe “accelerare nei mesi”, influenzato sia dalla Fed, sia dalla debolezza dell’economia europea. Un quadro, quest’ultimo, che è molto preoccupante e che è aggravato dalla situazione tedesca. Esemplificativo un raffronto fra la crescita della produzione industriale della Germania e quella della vicina Svizzera dal 2008 in avanti: fino al 2017, i due Paesi sono appaiati; dopo, la linea di Berlino scende, quella di Berna continua a salire. Questo grafico riflette quanto possano influire sull’economia domestica alcune caratteristiche dell’Ue (come la burocratizzazione, la linea anti-industriale e un piano ecologista troppo radicale) che nella Confederazione sono meno presenti. L’organizzazione farraginosa dell’Unione Europea è mostrata molto bene dai tempi lunghi per formare la nuova Commissione che, se va bene, entrerà in carica a fine ottobre. Sul momento “no” dell’economia Ue, l’ex presidente Bce Mario Draghi ha tracciato uno scenario molto chiaro, ricordando che i paesi europei, da soli, non possono più rispondere alle grandi sfide globali, e che c’è bisogno di effettuare investimenti, per cui è necessario anche formare un debito comune – soluzione che però non trova l’accordo dei Paesi del Nord Europa.

Niente tagli, siamo inglesi

Tornando ai tagli, mentre la Fed parla di nuovi interventi entro fine anno e la Bce a quanto si prevede, ammorbidirà la stretta monetaria dello 0,75% entro la prossima primavera, la Bank of England resta ferma. Threadneedle Street non si è infatti mossa dal 5%, anche a causa degli ultimi dati sull’inflazione, a 2,2% e quindi sopra il target del 2%. Bisogna però ricordare che la Boe ha da poco tagliato i tassi di 25 punti base: comprensibile quindi che a questo giro abbia saltato il turno. Probabilmente, la banca centrale inglese riavvierà il rilassamento della politica monetaria in coincidenza con la prossima sforbiciata della Bce o della Fed.

Borse, condizioni stazionarie

In una bagarre di questo tipo, le Borse sono andate avanti per la loro strada. Tranquille. Stabili. Migliori le performance dei listini americani, anche se il taglio Fed c’entra fino a un certo punto: a spingere Wall Street sono stati, ancora una volta i titoli tecnologici, mentre la Germania è zavorrata dal settore automobilistico, con un -10% di un colosso come la Daimler. La responsabilità (lo ripetiamo a costo di apparire monotoni) è in buona parte dell’accanimento comunitario contro le auto tradizionali. Tutto questo mentre le macchine elettriche non sono mai state così impopolari. Un sondaggio mostra che il 30% di chi già utilizza le e-cars è insoddisfatto di questo acquisto, e che non ripeterebbe la scelta. Tra i motivi dell’insoddisfazione, la paura di rimanere per strada senza la possibilità di rifornirsi, problema davvero difficile da risolvere.

San Siro, nuovi sviluppi

Sul fronte stadi,c’è un nuovo capitolo nella telenovela San Siro. Emanuela Carpani, soprintendente per Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, ha infatti affermato che nel caso in cui privati (leggi Inter e Milan) acquistassero lo stadio, andrebbe a decadere la proibizione di intervenire sul secondo anello. Sarebbe rimosso così un ostacolo (tra l’altro discutibile, dato che è stato permesso l’abbattimento delle stalle del galoppo) sulla via di un mantenimento del Meazza come casa delle due squadre milanesi. Un piano presentato da Webuild prevede la possibilità di ristrutturare lo stadio pezzo dopo pezzo, come è accaduto a Udine e a Bergamo, sfruttando in buona parte le pause estive e creando il minor disagio possibile agli sportivi. L’ostacolo al recupero di San Siro è, come già ricordato, la recente cementificazione dell’area circostante, che ridurrebbe le aree concesse alle due squadre per avviare business paralleli a quello sportivo. Ma i pareri favorevoli alla ristrutturazione sono molto insistenti: a favore della “Scala del Calcio” (e contro un nuovo impianto da edificare nella stessa zona) sono storicamente impegnati gli abitanti del quartiere, che vogliono organizzare una catena umana di 10.000 persone per “abbracciare” il vecchio stadio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Meno praticabile, invece, la soluzione alternativa che vorrebbe le due squadre milanesi costruire ognuna il proprio stadio nell’hinterland (Rozzano e San Donato): l’assenza di infrastrutture di quelle aree, soprattutto nella viabilità, rimanderebbe l’inaugurazione dei due impianti a data da destinarsi, mandando a monte il progetto dei due club.Inoltre, uno stadio per squadra significherebbe raddoppiare gli investimenti, il che potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile. Lo hanno capito anche Genoa e Sampdoria, che hanno formato una società compartecipata al 50% per acquistare il “Luigi Ferraris”. L’avvio della srl, denominata “Genova Stadium”, mette la parola fine ai lunghi chiacchiericci sulla migrazione della Sampdoria in un nuovo stadio di proprietà esclusiva, cercando – se il tentativo andrà a buon fine – di mettere a fattor comune gli investimenti su Marassi e di ammortizzare le spese in tempi non troppo lunghi. Tornando a San Siro, il tira e molla ha fatto la sua prima vittima: la finale di Champions League 2027, programmata proprio al Meazza. La Uefa ha deciso di spostare la sede della partita, per l’insicurezza sulle condizioni dello stadio milanese di qui a tre anni.

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Arriva giugno. E si apre il balletto dei tassi

Alla prossima riunione del board Bce sarà quasi sicuramente avviato l'allentamento della stretta monetaria, che potrebbe offrire un clamoroso bis a luglio. La Fed, invece, non ci pensa neanche, almeno per il momento. E la Bank of England cerca di prendere tempo. Per tutti e tre gli istituti centrali sarà comunque decisivo l'esito delle rispettive elezioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue l'andamento ondivago ma tranquillo delle Borse europee. La scorsa settimana, Milano ha recuperato dai minimi e chiuso in negativo, per poi rialzarsi alla riapertura, con un ritrovato interesse sui finanziari. Lo zig zag della Borsa è fisiologico, soprattutto in un periodo contraddistinto da utili e dividendi che Piazza Affari ha superato indenne. Non c'è stato spazio neppure per il tradizionale sell in May, anche per l'imminente appuntamento elettorale.

Bce, volo di colombe

Quasi insignificante, invece, il nervosismo sui tassi. Anzi: le recenti dichiarazioni di esponenti Bce sui tagli di giugno (e sulla clamorosa possibilità di una replica a luglio) hanno influenzato il rialzo di Piazza Affari. Anche perché le esternazioni iniziano a essere numerose. Aveva servito un bell'assist Piero Cipollone, membro italiano del board Bce, nel corso di un intervento al Festival dell'Economia di Trento. "Il 6 giugno avremo il consiglio e mi aspetto che ci sia una prima mossa di riduzione dei tassi. Poi, bisognerà discutere, vedere". In funzione dei dati che emergeranno. Era poi stata la volta di Philip Lane, capo-economista della Banca Centrale Europea, che in un'intervista al Financial Times aveva confermato la quasi sicurezza della prima sforbiciata: “a meno di grosse sorprese, quello che vediamo in questo momento è sufficiente per rimuovere il livello massimo di restrizione”. Con la possibilità di proseguire su questa strada se l'inflazione si avvicinerà chiaramente all'obiettivo del 2%, pur con una politica monetaria che "deve rimanere in territorio restrittivo". Il che non significa certo limitarsi a un solo ritocco. Lo ha chiaramente fatto capire François Villeroy de Galhau, governatore della banca di Francia. "A volte leggo che dovremmo tagliare i tassi soltanto una volta ogni trimestre", ha dichiarato in un'intervista a Börsen Zeitung, "e quindi escludere luglio", per aspettare volta per volta i dati. Strategia che non lo trova completamente d'accordo. "Non dico che dovremmo impegnarci già a luglio, ma manteniamo la nostra libertà su tempi e ritmi". Vale a dire: a giugno si taglia, a luglio non è escluso a priori. Bundesbank permettendo: l'istituto centrale tedesco sembra favorevole al taglio di giugno, ma abbastanza scettico su un bis a luglio. Naturalmente, le decisioni in materia saranno influenzate anche dalla scadenza elettorale dell'8 e 9 giugno.

La Boe attende le elezioni

Stessa storia per la Bank of England, che alla prossima scadenza, a quanto ci si attende, non taglierà. L'inflazione è pur scesa per il terzo mese di fila, anche grazie al calo dei prezzi dell'energia, mentre sui beni il trend è addirittura in deflazione. Ma evidentemente questi dati non sono sufficienti, anche perché resta alta l'inflazione nei servizi (5,9%). E' molto probabile che l'istituto centrale inglese preferisca attendere le elezioni generali, che il premier Rishi Sunak (un po' a sorpresa) ha fissato per il prossimo 4 luglio. In questo caso, la Boe avrà anche la possibilità e il tempo di osservare le mosse della Bce, cercando di valutare se è possibile uniformarsi, anche in parte, alla "consorella" di Francoforte.

Fed, attesa a pié fermo

Chi invece resta come un soldato sull'attenti è la Federal Reserve. Sfumato un taglio a giugno e forse uno a settembre, i mercati scommettono sulla sforbiciata di dicembre. Anche se aumentano le voci che vedrebbero addirittura un trend di segno opposto, e cioè un rialzo dei tassi. Questa possibilità sembra emergere dalle minute dello scorso aprile, che esprimono preoccupazioni sul fronte inflattivo. Mentre l'economia e i dati sul lavoro vanno bene, rendendo sopportabile l'impatto dei tassi alti. A dare credito a questi rumors anche l'opinione di Jamie Dimon: secondo l'amministratore delegato di Jp Morgan, i tassi potrebbero salire ancora un poco. Tuttavia, questa ipotesi resta molto improbabile. Il prossimo novembre si svolgeranno le presidenziali americane e la scadenza obbliga i banchieri centrali a lasciare il più tranquillo possibile l'elettorato. Anche perché le preoccupazioni attuali sull'inflazione potrebbero rivelarsi troppo pessimistiche: secondo Jim Cramer, giornalista economico e conduttore Cnbc, i segnali di ribasso ci sono tutti. E prima di fine giugno è possibile che gli incubi della Fed  appaiano infondati. Per la verità, i dati sull'inflazione americana sono contraddittori: un mese sorprende al rialzo, un altro al ribasso. E proprio questo andamento a zig zag favorisce l'immobilismo. Probabilmente non ci saranno movimenti e resterà tutto fermo fino alla tradizionale riunione annuale di Jackson Hole.

Ita-Lufthansa, fusione ad alto rischio

E' ancora in atto il braccio di ferro tra Margrethe Vestager e Lufthansa sulla fusione tra la compagnia di bandiera tedesca e Ita. La commissaria europea per la concorrenza ha ritenuto insufficiente la proposta del carrier, che accettava di rinunciare a 38 (e non più 24) slot su Linate, chiedendo di abbandonarne 60. E non è tutto: Margrethe Vestager non cede neppure sui voli intercontinentali, chiedendo a Lufthansa un taglio importante fra l'Italia e l'America settentrionale. Un diktat bello e buono che, oltretutto, coinvolgerebbe anche Sky Team, l'alleanza di cui la compagnia aerea tedesca fa parte, e più nel dettaglio United Airlines e Air Canada, partner in code sharing per queste tratte. Che, tra l'altro, a ridurre i voli sull'Italia non ci pensano proprio e hanno così rinviato la richiesta al mittente. Un vero e proprio tiro alla fune, quello tra Lufthansa e la Commissione Europea, con il rischio che la corda si spezzi. Perché il gruppo tedesco ha fatto chiaramente capire che vuole portare a termine l'operazione, "ma non a tutti i costi". Ciò significa che se l'acquisizione non fosse più conveniente - se cioè la rinuncia agli slot e di centinaia di milioni di utili non rendesse più profittevole la fusione – dalla Germania potrebbe arrivare uno stop, doloroso anche e soprattutto per Ita e per le casse pubbliche di casa nostra. A guadagnarci da un clamoroso naufragio dell'acquisizione sarebbero le compagnie low cost, ma soprattutto Air France-Klm. Per questo motivo, la rigidità di Margrethe Vestager è stata associata a una posizione filo-francese nell'ambito della lotta tra Parigi e Berlino per il  controllo delle rotte. Da parte sua, la commissaria ha provato a intervenire su queste voci, affermando che il problema è la concorrenza, e il "rischio che salgano i prezzi e calino le frequenze". Se però un carrier come Ryanair è così interessato alla guerra degli slot, significa che difficilmente l'operazione causerebbe un rialzo dei prezzi, semmai il contrario. Inoltre, la low cost irlandese ha una quota di mercato molto alta in Europa, ma per qualche strano motivo non è stata inclusa tra i concorrenti di Lufthansa. La decisione arriverà il 4 luglio, a meno di nuovi slittamenti. Continuiamo a pensare che, nonostante tutto, la fusione sia irreversibile: Lufthansa si è spinta troppo avanti per rinunciare e la Commissione Europea non può inimicarsi in modo così aperto la Germania, creando una crisi istituzionale di cui l'Europa proprio non ha bisogno. Ammesso e non concesso che le elezioni confermino l'attuale "governo" dell'Ue: se Ursula von der Leyen dovesse essere sostituita, si porterebbe dietro anche Margrethe Vestager e con lei, probabilmente, l'intransigenza sulle rotte europee di Ita e su quelle intercontinentali di Star Alliance.

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Piazza Affari vede ancora rosa

In una settimana positiva per le Borse Europee, Milano chiude ancora una volta in posizione di leadership. Emerge il ruolo dei titoli bancari, ma anche di quelli assicurativi. Ottima prestazione di Enel. Sui tassi, le banche centrali sono divergenti: la Svezia inizia a tagliare, la Bce è sempre più vicina alla prima sforbiciata, mentre la Banca d'Inghilterra tiene tutto fermo. E la Fed...

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Ancora una volta la Borsa di Milano ha archiviato una settimana sul tetto d'Europa, con i listini del nostro continente che hanno evidenziato ottime performance. Come spesso è accaduto ultimamente, buona parte del merito è dei titoli bancari, che hanno risentito degli ottimi dati trimestrali e dell'outlook positivo sull'esercizio 2024. Contributo robusto anche dal comparto assicurativo, guidato da Allianz (record di utili, dividendi e performance del titolo), Generali e varie altre compagnie. Entrambi i settori hanno tratto beneficio da tre elementi: oltre agli ottimi risultati, il miglioramento dell'economia italiana e l'aspettativa di tagli molto ridotti ai tassi, che agevolano le banche per il livello alto degli interessi sui prestiti e le assicurazioni per la maggior attività sulla parte vita.

 Il caso Bff Bank

Non tutti, però, vanno bene nel settore finance: Bff Bank (la ex Banca Farmafactoring) ha visto a fine settimana cadere in picchiata il valore dei suoi titoli (-10% giovedì e un ulteriore 26,3% venerdì). Il motivo è semplice: nel corso della conferenza di presentazione dei dati di esercizio del primo trimestre (con utili in calo del 21% e incremento dei ricavi del 15%), l'amministratore delegato Massimo Belinghieri ha rivelato il blocco dei dividendi, imposto da Banca d'Italia dopo un'ispezione dello scorso gennaio. Una misura che è stata affiancata anche dallo stop alla parte variabile degli stipendi e all'apertura di filiali oltre confine. L'istituto centrale ha evidenziato una differenza di metodi di contabilizzazione dei crediti dal 2021 in avanti, non adeguato ai dettami dell'Eba. La comunicazione ha innescato vendite a cascata, con il conseguente crollo del titolo. Le preoccupazioni sono legittime, ma eccessive, dato che la banca si sta già muovendo per adeguarsi ai rilievi di Via Nazionale. Non per niente, il titolo sta recuperando e gli analisti di Mediobanca lo hanno definito neutral. A queste condizioni, le azioni Bff Bank potrebbero rivelarsi un investimento possibile in previsione di un suo ritorno in carreggiata, dato che a questi prezzi il suo titolo è molto interessante. Ottima prestazione, invece, per Enel, che conferma le buone prospettive del settore energetico.

Giù i tassi, dopo la Svizzera è la volta della Svezia

Intanto, sul fronte dei tassi, nei Paesi europei che hanno una valuta propria si muove qualcosa. Dopo la Svizzera, che già il 21 marzo aveva deciso di sforbiciare il costo del denaro dello 0,25%, portandolo a 1,5%, è ora la volta della Svezia. Riksbank, istituto centrale di Stoccolma, ha infatti deciso (per la prima volta dal 2016) di ammorbidire la stretta monetaria, sempre con un calo di 25 punti base, e di portare il valore di riferimento a 3,75%. Con questa mossa, la banca centrale ha voluto dare fiato a un'economia che arranca, mentre l'inflazione si sta avvicinando ai target identificati dallo stesso organismo di vigilanza. Se da questo punto di vista le cose andassero positivamente, potrebbero verificarsi ulteriori aggiustamenti. Forse due entro fine mese.

Niente tagli, siamo inglesi

Niente tagli, invece, a Londra. La Bank of England ha deciso di lasciare ancora le bocce ferme e di non schiodarsi dal 5,25%. Una scelta ampiamente prevista, nonostante gli appelli del mondo politico ed economico: l'inflazione è ulteriormente scesa, ma è ancora al 3,2%. Vale a dire, il "mitico" obiettivo del 2% si avvicina ma non è ancora a portata di mano. Nessun segnale decisivo, invece dalla Fed, che potrebbe rimanere bloccata più a lungo, mentre la Bank of England facilmente seguirà le orme dell'Eurotower.

Bce, tutto pronto

Sarà quindi la Banca Centrale Europea la prima fra le big three del mondo occidentale (Bce, Fed Boe) a procedere ai tagli? Sembra di sì, anche per le dichiarazioni confortanti che stanno giungendo da più parti nei dintorni dell'Eurotower. In pratica non ci sono piu motivi per non tagliare, quindi a giugno si inizierà la pur lenta discesa. La decisione sta portando una coda polemica all'interno del board: non perché qualcuno voglia rinviare ulteriormente l'ammorbidimento della stretta monetaria, ma perché le "colombe" hanno apertamente criticato i tempi dell'operazione, sostenendo che l'avvio avrebbe dovuto verificarsi prima. Il contrasto tra l'ala hawkish e quella dovish potrebbe tornare a manifestarsi nel prossimo futuro, quando si deciderà se, al quasi sicuro taglio di giugno, ne seguiranno altri oppure se per il 2024 non si muoverà più nulla. Nel primo caso potrebbe verificarsi una strana (e difficilmente pronosticabile solo due mesi fa) divergenza fra Bce e Fed, con la prima in discesa e la seconda ferma oltre il 5%. Se succedesse, potrebbe accadere qualcosa di imprevedibile sul fronte del cambio euro-dollaro? Non è semplice da dire perché i tassi di cambio dipendono da molti fattori e sono difficili da prevedere. Tanto più quello del dollaro. Tutto ciò che possiamo affermare è che, in generale, è più facile che il biglietto verde si indebolisca rispetto alla nostra moneta che non l'evenienza opposta.

Buone notizie dal Pil

Sono solo correzioni di pochi decimali di punti, ma l'effetto sulla morale è indubbio: il Pil italiano (+0.3%) corre di più rispetto a quello francese e quello tedesco (entrambi a un +0,2%). Il dato rettifica lo 0,1% previsto da Banca d'Italia. Il Paese va dunque discretamente bene, anche se ha i soliti problemi di conti pubblici. E la difficoltà a uscire dal pantano del Superbonus, con il vortice creato e le polemiche suscitate anche in seno alla maggioranza, non aiuta di certo. Un esempio di questo clima di tensione è dato dall'emendamento introdotto dal ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. La misura prevede che le organizzazioni finanziarie non potranno più compensare i crediti del superbonus con debiti di tipo previdenziale. A causare discussioni è soprattutto la retroattività del provvedimento, anche alla luce del fatto che la Bce non consente di ricorrere a questa formula per le leggi fiscali. Difficile prevedere il risultato della discussione tra i membri del governo (con una posizione molto dubbiosa da parte del vicepremier Antonio Tajani). Certo è che intervenire su condomini e privati potrebbe creare nuove povertà e gettare nel panico molte famiglie, e ciò rende la soluzione impraticabile. Tanto più in tempo di elezioni europee: con un simile provvedimento, i partiti di governo rischierebbero un travaso di voti, cosa che nessun esecutivo vorrebbe. Le istituzioni finanziarie, da questo punto di vista, non hanno invece alcuna influenza sul consenso elettorale. E, con gli utili che continuano a macinare, non ne risentirebbero certo in maniera determinante.

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Politica monetaria, le banche centrali si dividono

Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.

Politiche divergenti

Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.

Vie alternative

Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.

Sofferenze bancarie al minimo dal 2006

L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.

Meglio aspettare

Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.

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Primo warning dai mercati

Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.

Previsioni difficili

Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.

Obbligazioni, Btp e Gilt

Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.

Tassi, scarsi margini di manovra

Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.

Brics, sfida al dollaro

Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.

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Bank of England, molto rumore per nulla

Il rialzo dei tassi all'1% deciso dalla “Old Lady” ha fatto clamore, ma l'operazione è solo un normale ritocco. I veri problemi vengono dalla nuova tensione sugli spread nell'Eurozona, in particolar modo sul differenziale Bund-Btp

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La decisione di Bank of England di portare i tassi all'1% ha fatto molto parlare. Soprattutto perchè il board ha preso la decisione senza l'unanimità. L'annuncio e le dinamiche dell'operazione hanno sollevato un certo clamore, anche in virtù del fatto che la Boe detiene il 30% del debito inglese.
Tuttavia, il polverone che si è alzato dopo questa decisione è esagerato. Oggi come oggi, il ritocco ai tassi di interesse è quasi una non-notizia, perché il mercato ha già ampiamente scontato in anticipo queste operazioni. Più che altro, a interessare maggiormente è l'entità del rialzo. Ma - non è mai pleonastico puntualizzarlo – fra un incremento di 0,25% e uno di 0,50% c'è ben poca differenza.
Piuttosto, la Old Lady dovrà affrontare l'ondata di inflazione salariale che sta investendo la Gran Bretagna, diretta conseguenza della Brexit e della maggior difficoltà per i giovani europei nel candidarsi per un posto di lavoro nei domini di Sua Maestà. In un Paese che, oltretutto, ha un costo della vita davvero molto alto, soprattutto nella capitale e nel sud dell'isola.

Stati Uniti, un coacervo di economie

Su quest'ultimo aspetto, se Londra piange, Washington non ride. Anche in alcune parti degli Stati Uniti i prezzi sono balzati in alto in maniera davvero importante. Una di queste aree è la città di Miami, dove il costo della vita si è rapidamente gonfiato a causa del trasferimento dei nuovi ricchi in Florida. Dinamica che ha portato uno sviluppo abnorme del mercato immobiliare e un'inflazione a due cifre.
Tuttavia, oltre oceano, la forbice fra ricchi e poveri (e fra le aree economicamente più sviluppate) è molto più alta che nella ex madrepatria. Gli Usa sono un mondo molto variegato: Stati come Mississippi o la Georgia sono realtà molto diverse da città come New York o Miami, con sistemi economici differenti fra loro come e più di quelli dei vari Paesi Ue. Ma gli Usa hanno un'integrazione fiscale e anche una lingua sola, aspetti che rendono più semplice una politica comune e la forte mobilità dei cittadini.
Se a Washington qualcosa sembra certo è comunque un rialzo dei tassi maggiore rispetto a quanto avverrà a Londra e, molto probabilmente, a Bruxelles: quelli a breve dovrebbero arrivare al 3%, con la curva dei rendimenti dei titoli di stato che si sta già adattando.

Nuovo allarme spread

Fatte le dovute proporzioni, la situazione italiana presenta rischi peggiori rispetto all'inflazione inglese o americana: l'allargamento degli spread Bund-Btp potrebbe tornare a creare parecchi problemi nel nostro Paese. Il titolo di stato tedesco, è vero, si trova particolarmente sotto pressione, ma rende comunque soltanto l'1%. E il debito pubblico italiano, ovviamente, non aiuta a essere ottimisti.
Sembrano di un altro mondo Paesi come il Giappone, che ha il doppio dello stock di debito pubblico italiano ma mantiene un rating AAA e, a differenza di quanto accade altrove, non muove di una virgola i tassi decennali, fermi allo 0,25%. Inflazione o non inflazione.
Invece, il caso italiano è differente, anche perché legato al sistema euro: se esplodessero gli spread, il futuro della nostra moneta tornerebbe a correre molti rischi. Senza poi la certezza che ci sia un nuovo whatever it takes a riequilibrare la situazione.
In questo scenario troneggia l'ipocrisia in certi settori della finanza: mentre gli stati sovrani (e le loro imprese) devono sottostare alle sanzioni, i fondi hedge che hanno sede nei paradisi fiscali – quegli stessi fondi che, per inciso, creano problemi sugli spread e “giocano” sulla vita di cittadini e popoli - fanno quello che vogliono. E commerciano senza alcun problema con la Russia.

Tetto al gas, en attendant Godot

In questo contesto, l'Unione Europea continua a discutere (ormai da settimane) sul tetto al prezzo del gas. E non giunge a un accordo. È proprio il caso di dirlo, con le parole di Tito Livio: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. In questo caso è a Bruxelles che si parla, ma poco cambia. Ci sono Paesi membri a cui fermare l'impennata del gas non conviene, e il diritto di veto li tutela. Un istituto vecchio, pensato quando i membri della vecchia Comunità Europea erano pochi, ora è in grado di paralizzare una decisione così importante. E gli sforzi di paesi come Germania e Francia per ammorbidirlo sono stati finora vani.
Non tutto il male, però, viene per nuocere. Perché a servirsi (almeno per ora) del diritto di veto è anche il governo ungherese, contrario all'embargo totale sul petrolio russo. Una decisione, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi un assist a porta vuota per la recessione e favorire l'impoverimento di molti cittadini. Oltre a rivelarsi completamente ipocrita. Trovare un paese esportatore di petrolio che rispetti gli standard etici è una vera impresa. Se si dovesse stabilire un embargo per tutti gli Stati che violano i diritti umani – è stato sottolineato da più parti - acquisteremmo solo greggio norvegese. E l'economia collasserebbe in gran parte d'Europa.

Il picco sembra vicino

A frenare i venti di crisi sono le trimestrali, che settimana dopo settimana vengono diffuse dalle aziende. In media, i dati non sono negativi e ci mostrano anche ottime performance – ultima in ordine cronologico quella di Pfizer.
Per l'azienda farmaceutica, spinta dai vaccini anti-Covid, le previsioni a breve termine sono di un riassestamento sul basso. Ma ciò non è affatto detto: se a ottobre si riproponesse la necessità di organizzare una nuova vaccinazione di massa, l'azienda di New York potrebbe trovare una nuova spinta verso un bilancio molto positivo.
Le trimestrali non hanno deluso, ma il mercato azionario fa ancora fatica, soprattutto considerando i titoli tecnologici. Da inizio anno l'indice S&P500 è calato del 17%, mentre il Nasdaq 100 è sceso del 26,14%. E questo indice potrebbe calare ancora: vale ancora il doppio rispetto al 31 dicembre 2017 ed è semplicemente rientrato da eccessi incredibili. Non sembra però così lontano il momento in cui sarà conveniente entrare in questo mercato.
Per le materie prime, invece, sembra arrivata la fine della folle corsa verso l'alto. Il petrolio si è stabilizzato sui 100 dollari, l'alluminio è calato del 10% e persino l'oro è sceso di 50 dollari. Dimostrando con questo di aver perso da tempo la sua natura difensiva, anche se è una delle poche asset class ancora positive.
Per il resto – rimanendo nel campo degli asset “difensivi” o supposti tali – il mondo delle criptovalute continua a calare, e persino il franco svizzero ha perso il 2%, avvicinandosi dopo molti anni alla parità con il dollaro.
Oggi, orientarsi sul breve è davvero molto difficile. Alcuni subordinati bancari rendono il 7% (ma non sono acquistabili dal mercato retail), ci sono titoli sul mercato italiano con un dividendo del 4,5% ed Eurostoxx è vicino al 3,20%. Mentre spuntano altre opportunità molto simili. Ma, se si ha un po' di tempo e pazienza, è meglio prevedere investimenti a più lungo termine. La guerra rende più alto il rischio azionario; se però eviteremo la recessione, il mercato difficilmente scenderà ancora.


Decreto energia, impatto limitato

La misura, approvata a mercati chiusi, tassa gli extra-profitti dei produttori, ma può intervenire solo in ambito italiano. Mentre il problema dei rincari delle materie prime può e deve essere affrontato a livello internazionale, con un freno alla speculazione concertato dalle banche centrali.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La settimana scorsa si è conclusa con l'approvazione del decreto energia. Il governo è intervenuto sia sulle accise, diminuite di 25 centesimi al litro per almeno 30 giorni, sia sugli extra-profitti (peraltro sarebbe interessante capire cosa sono gli extra profitti in un mercato di libera concorrenza) delle aziende energetiche, che saranno soggetti a tassazione. Questo specifico intervento, però, rischia di imbattersi nella scure della Corte costituzionale, dato che la misura ha reso la nuova tassa retroattiva. Una caratteristica che, ricordiamolo, non può essere applicata a misure fiscali.

Whatever it takes

Detto questo, il decreto va a colpire solo l'ultimo “miglio” dell'approvvigionamento energetico, senza poter toccare tutti i passaggi intermedi che la vendita compie dall'erogatore iniziale al cliente finale. Occorre tenerlo ben presente: il rincaro del gas non è legato agli acquisti, che si basano su prezzo spot della Borsa di Chicago, ma a una serie di alchimie che si verificano all'Ice Index di Amsterdam, mercato a cui fa riferimento la filiera dei broker del gas e dell'energia. Il vero problema, quello che poi crea gli aumenti fuori controllo di carburante e gas, è la finanziarizzazione dell'economia, con la relativa facilità di speculazione.
Insomma: la tassazione degli extra-profitti decisa da Draghi rischia di sortire conseguenze minime: oltre ad avere un orizzonte limitato, la normativa si applica (e non potrebbe essere altrimenti) solo alle società italiane – e poco cambierebbe se l'iniziativa si estendesse all'intera Ue – gli Stati Uniti e altri paesi non aderirebbero certo, e si creerebbe un gap competitivo tra le aziende dell'Unione Europea e quelle del resto del mondo.
Per questo motivo, occorrerebbe identificare un ambito più ampio di intervento da parte delle istituzioni monetarie internazionali. Un'operazione all'insegna del whatever it takes sarebbe più che possibile, dato che le banche centrali ne hanno assolutamente le prerogative: una simile operazione potrebbe riportare senza alcun problema il petrolio sotto quota 90 e il gas a livelli normali.
Naturalmente, occorre la volontà di farlo.

L'incertezza prosegue

Il decreto energia è stato approvato a mercati chiusi, per evitare contraccolpi sui titoli del settore. Ma di impatti, in realtà, non ce ne sono stati molti. Stiamo infatti attraversando una fase di mercato laterale, con pochi volumi: gli investitori sembrano in una posizione di attesa, cercando di capire che cosa succederà sul fronte di guerra e su quello dei rincari energetici che, ricordiamolo, è in atto da ben prima che il conflitto russo-ucraino iniziasse.
Proprio l'incertezza potrebbe prolungare l'atteggiamento di avversione al rischio che sta contraddistinguendo il mood degli investitori in questo primo trimestre dell'anno.
È probabile che la reazione dei mercati sarà diversa da quella del 2020, anno in cui abbiamo assistito a una discesa e a una successiva ripartenza, innescata dalla politica monetaria delle banche centrali.
A complicare le cose è il boom inflattivo, che morde i profitti delle aziende ed è aggravato dalla guerra e dalle sanzioni, che colpiscono le economie europee come un boomerang. Mentre le banche centrali hanno iniziato ad adottare politiche più restrittive.

Recupero limitato

In queste condizioni, l'avversione al rischio potrebbe permanere, in attesa di spiragli di pace: ci si può aspettare un nuovo ribasso e un recupero prima di fine anno, ma non troppo forte. In Europa, il 2022 potrebbe chiudersi tra lo 0% e il -5%, un dato comunque non così negativo visti i problemi sul tavolo.
Con ovvi distinguo tra settore e settore. Al momento, nell'azionario, il comparto bancario è il più colpito da rallentamento economico e problemi derivanti da guerra e sanzioni. I tecnologici, da parte loro, tendono a soffrire quando i tassi aumentano – ma il rallentamento di questi titoli non è che un ridimensionamento del loro valore a una valutazione più corretta, dopo una crescita eccessiva.
Ben più seria la situazione del mercato obbligazionario: si potranno verificare restringimenti degli spread, ma difficilmente rivedremo a breve termine i tassi negativi sul Bund, passato in poco tempo da -0,25% a + 0,50%. Una selezione attenta e dinamica può aiutare a gestire una situazione così complessa, al contrario il mantenimento di una posizione statica implica un recupero assai arduo: a tasso costante ci vorranno anni per ritornare in possesso dei propri investimenti.

Tassi, rialzi modesti

Intanto, la Bank of England ha aumentato i tassi – ma sarebbe più giusto parlare di un modesto rialzo. Il Monetary Policy Committee, con una maggioranza di 8 a 1, ha infatti deciso di
ripristinare il valore pre-Covid dello 0,75% - il che significa un ritocco dello 0,25%. Un'operazione di piccolo cabotaggio, se è vero che l'inflazione reale tocca il 7%.
Ci si aspetta una scelta di questo tipo anche dalla Federal Reserve, che dovrebbe apportare un rialzo appena appena maggiore (0,50%) già nella prossima riunione.
E l'Eurozona? Le nostre esigenze hanno obiettivi diversi: mentre gli Stati Uniti non possono permettersi di fermare la crescita, la Bce deve prima di tutto evitare che gli spread esplodano – tutto questo per assicurare la sopravvivenza dell'euro.
In generale, nessuna economia è oggi in grado di assorbire shock monetari al 4%/5%, essenzialmente per problemi strutturali di debito e finanza pubblica. Ma il problema è più europeo che americano, dato che gli Usa lo possono aggirare stampando valuta.

La corsa del dollaro

A proposito di valuta, il dollaro ha ancora guadagnato sull'euro, attestandosi a quota 1,10. Ma non è il caso di dare eccessiva importanza a questi cambi, essenzialmente legati al conflitto in corso. Difficilmente il cambio euro-dollaro scenderà sotto il valore di 1,08 a meno che accada qualcosa di ancora più grave di ciò a cui stiamo assistendo.
Il petrolio, come già anticipato, è invece nel pieno del terremoto speculativo, ed è possibile che prosegua a viaggiare tra i 100 e i 110 dollari. Mentre l'aumento della produzione, che alcuni paesi Opec sostenevano, sembra più lontano: le aperture statunitensi a un nuovo accordo con l'Iran sono malviste dall'Arabia Saudita, intenzionata a bocciare, per ritorsione, un aumento della produzione.
Infine l'oro: la combinazione fra guerra e inflazione ne ha provocato una moderata crescita, e questo ha fornito agli investitori una certa protezione. Tuttavia, nonostante il periodo di incertezza, non si è registrata una corsa massiccia all'acquisto.

 

 


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