Acque tranquille in Borsa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Questa regoletta, che ci porta ai primi anni di scuola, potrebbe più o meno adattarsi al momento attuale delle Borse europee, che da un po’ di tempo procedono all’insegna del trading range e della rotazione settoriale. Vale a dire: su un comparto, giù un altro e il risultato non cambia (come da proprietà commutativa – vi ricordavate questa definizione?). O almeno cambia poco, in funzione dei titoli che compongono il listino. Un esempio su tutti: il settore bancario, che aveva sottoperformato nei 15 giorni precedenti, è stato protagonista di una buona performance la scorsa settimana. Questo ha spinto moderatamente in alto le Borse, specialmente quelle in cui il banking è particolarmente presente, senza però intaccare la sostanziale stabilità degli indici. Poi, il comparto ha rifiatato, portando invece in alto comparti diversi e indebolendo un po’ l’inizio settimana dei listini. Un “su e giù” che, appunto, sa molto di stabilità: dopo tre anni di rialzo e nove mesi di buone prestazioni, un po’ di mare calmo è assolutamente fisiologico.

Nvidia… fa invidia

A Wall Street, a sostenere i listini sono invece i tecnologici, soprattutto Nvidia, reduce dalla maxi-operazione con Intel. Alcuni sostengono che il gruppo di semiconduttori sia ancora all’inizio: la sua capitalizzazione è titanica – 4.000 miliardi di dollari, 25% superiore al pil italiano e oltre il 13% di quello americano. Il quadro sembra suggerire che la crescita non possa che andare avanti. Ma a una condizione: che la valutazione in progressione geometrica sia supportata dagli utili.

Tre incognite

Una calma fisiologica, quella delle Borse, o la quiete prima della tempesta? Dipenderà dal comportamento della Federal Reserve (non troppo), dai dazi (poco) e dalla situazione geopolitica (molto). Sfide molto importanti, che finora le Borse hanno vinto, dimostrandosi vaccinate contro eventi avversi. Per quanto riguarda la Fed, i mercati hanno già scontato il prossimo taglio, mentre un altro intervento entro fine anno (tutt’altro che certo) sarebbe abbastanza ininfluente. Discorso diverso sono le proiezioni sul 2026, su cui le opinioni sono discordanti: si passa dalla previsione di due o tre nuove sforbiciate all’ipotesi di una sostanziale stabilità del tasso guida,

La Bns resta a zero

Chi invece ha tenuto le bocce ferme è la Banca Nazionale Svizzera. Che però aveva già raggiunto lo 0,0%: la decisione di non muoversi significa evitare lo scivolamento in territorio negativo. Con le difficili decisioni sul costo del denaro, la Bns cerca di fermare la corsa del franco, che prosegue a marciare a passi da gigante. Influisce il ruolo di bene rifugio che, in tempo di crisi geopolitica mondiale e difficoltà economiche di “colossi” come Germania e Francia, ricopre la valuta confederata. Stessa logica per i continui record dell’oro, favoriti dal blocco dei patrimoni russi e dalla minaccia occidentale di utilizzare il denaro sotto sequestro. Il petrolio resta invece fermo sotto i 70 dollari al barile, in “zona Trump” – vale a dire in una fascia bassa di prezzo bene accetta dal presidente degli Stati Uniti e non sgradita a India, Cina e a vari Paesi Opec+ (Russia esclusa).

Soia, la Cina cambia fornitore

Da un po’ di tempo, le notizie sulle conseguenze dei dazi americani passano sotto traccia. Non ha dunque ricevuto molta attenzione l’ennesimo appello della Cina agli Stati Uniti di cancellare quelle tariffe definite “irragionevoli” da Pechino, rilanciando invece gli scambi fra i due colossi. La Cina è anche passata al contrattacco, bloccando gli approvvigionamenti di soia dagli Stati Uniti, per acquistarla invece in Brasile, Argentina e in altri mercati sudamericani. Un bel problema per lo Zio Sam, dato che la Cina è il maggior importatore di soia al mondo e che la prosecuzione di questa politica rischierebbe di creare problemi per l’agricoltura americana. Il nuovo “duello della soia” potrebbe dare fastidio all’economia reale, ma difficilmente influirà sulle Borse, che sembrano aver già archiviato il capitolo dazi e le sue conseguenze. A meno che avvenga qualcosa di davvero importante.

Timori dalle guerre

Se l’onda lunga delle tariffe difficilmente potrà scuotere le Borse, i problemi geopolitici rappresentano forse il maggior rischio per la tenuta dei mercati. Perché se è vero che gli indici hanno “digerito” gli avvenimenti accaduti in questi ultimi mesi, non è detto che lo possano fare pienamente anche in futuro. Le crisi in atto a Gaza e in Medio Oriente e quelle relative alla guerra russo-ucraina con i suoi de cuius (il caso-droni e gli sconfinamenti di aerei in Polonia) potrebbero, alla lunga, buttare pessimismo tra gli investitori e mettere a dura prova la proverbiale forza delle Borse, che finora le ha protette.

It’s time for Africa

Si sono da poco conclusi con il poderoso assolo del “solito” Tadej Pogačar i campionati del mondo di ciclismo su strada, che per la prima volta nella storia si sono corsi nel continente africano, più precisamente a Kigali (Ruanda). La rassegna iridata si è dimostrata un successo, sia per la qualità delle strade, sia per la partecipazione record dei cittadini locali alle gesta dei corridori sui “muri” in pavé ispirati agli ex colonizzatori belgi. Lo sbarco della carovana in Africa ha motivazioni chiare. Di tipo sportivo (lanciare il ciclismo nel continente e atleti locali – mai se n’erano visti così tanti alla partenza), ma non solo. Alla base della designazione ci sono anche – e forse soprattutto – ragioni di tipo economico: l’Africa sta vivendo un ottimo momento, caratterizzato da uno sviluppo imprevisto, e marcia a una velocità maggiore rispetto all’Asia, impostando un graduale piano di recupero. Nonostante le molte persone sotto la soglia di povertà, le condizioni di vita stanno gradualmente migliorando, facendo sperare nell’inserimento di un nuovo player nella competizione dell’economia mondiale. Certo. Ma perché proprio il Ruanda? Probabilmente per l’interessante tasso di crescita, che ha portato l’economia locale a un +8,9% nel 2024 (con un+7% previsto alla fine di quest’anno) e il Pil al +9% (con un balzo in avanti di servizi, agricoltura e industria). Sicuramente ha pesato anche l’abbondanza di terre rare, che fa di Kigali un leader nell’estrazione di tantalio. Inoltre, il Ruanda si sta lanciando come destinazione turistica – a dimostrarlo, i molti cartelloni pubblicitari a bordo strada che invitavano a visitare il Paese. Possono aver pesato nella scelta dell’Uci anche le garanzie di sicurezza che il Paese sembra aver conquistato, 30 anni dopo una delle guerre più sanguinose mai combattute nella storia. Sicurezza, abbiamo detto, ma con un rovescio della medaglia: la leadership ruandese è accusata di violazioni dei diritti umani, e questo pone il Paese fra gli ultimi nella classifica del World Press Freedom Index. La situazione ha indotto varie associazioni per i diritti umani a definire la kermesse iridata di Kigali come l’ennesimo episodio di sportswashing. E’ anche vero, però, che puntare i riflettori su un Paese con gravi problemi relativi ai diritti umani può smuovere le acque e contribuire – insieme alla crescita economica – a un cammino verso il miglioramento delle garanzie di libertà personale ed equità fra le varie etnie presenti sul territorio.

Foto di Harli Marten su Unsplash


Federal Reserve, la cauta ripresa dei tagli

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Come previsto, la Fed ha tagliato i tassi dopo una lunga pausa. L’intervento è stato di 25 punti base e ha portato il costo del dollaro dalla forbice compresa fra il 4,25% e il 4,50% a quella tra il 4% e il 4,25%. Non è stato dunque introdotto il jumbo cut di 50 punti insistentemente chiesto da Donald Trump: più probabile che si verifichi un altro taglio (se non due) da 25 pb entro fine anno. Potremmo dunque parlare di “pareggio” nella querelle istituzionale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve, anche se è probabile che il taglio dipenda ben più dalle preoccupazione sui dati relativi al mercato del lavoro e alla disoccupazione che non dalle ripetute e ostili pressioni di Trump. La prudenza nell’intervento è probabilmente motivata dal nuovo aumento del vortice inflattivo, che ha costretto la Fed a barcamenarsi fra i timori opposti legati, appunto, alla disoccupazione (che avrebbero richiesto un jumbo cut) e quelli relativi alla crescita dei prezzi (che invece frenano l’abbassamento dei tassi). Secondo il presidente Fed Jerome Powell, sul pur controllato rialzo delle stime di inflazione per i prossimi due anni ha avuto un impatto non secondario (anche se minore del previsto) il sistema dei dazi introdotto da Trump: a dover pagare un prezzo per le tariffe sono le aziende, che a loro volta trasferiscono gli aumenti sulle spalle della clientela.

Operazione già scontata

Le Borse hanno reagito con una sostanziale neutralità al taglio della Federal Reserve: i mercati avevano già scontato l’operazione, ritenendola molto probabile, e si sono concentrati su altri stimoli. L’unico effetto della sforbiciata è stata la puntata del dollaro, arrivato vicino a quota 1,19 sull’euro.
I più iniziano a pensare che il biglietto verde possa scendere ulteriormente, intorno a 1,25. La valuta americana, almeno in questo periodo, dimostra una fragilità endemica che amplifica gli effetti dei dazi, ma questo non dispiace alle Borse: sembra paradossale, ma di solito il dollaro debole favorisce i mercati.

Pit stop per automotive e banche

Gli indici hanno trascorso un periodo improntato alla cautela, con una rotazione settoriale che ha premiato moderatamente le aziende del settore difesa. Sulla fase debole dei listini hanno invece avuto un impatto il calo europeo dell’automotive (dovuto alla debolezza della domanda dell’elettrico e al taglio delle stime relative a Porsche), il rallentamento della Cina e il mancato gradimento, da parte dei mercati, del rilancio dell’opa Bbva su Sabadell, evidentemente considerato insufficiente. Scontata la reazione della Borsa spagnola, improntata alla debolezza, mentre in tutta Europa il settore creditizio sembra aver esaurito la sua forza. Si sa che quando il mondo bancario si prende una pausa, la Borsa di Milano ne risente: non è quindi una sorpresa la reazione neutrale di Piazza Affari all’ottima notizia per la nostra economia, e cioè il miglioramento del rating Fitch dell’Italia, passato da BBB a BBB+ con outlook stabile. Un avanzamento che fa il paio con il passaggio della valutazione Idr a breve termine da F2 a F1 e le previsioni relative a un calo del deficit nel triennio 2025-27. Per gli investimenti, il periodo sembra consigliare l’attesa: fino a quando il mercato regge, meglio non alleggerire e non appesantirsi troppo in Borsa. Nell’obbligazionario, invece, non ci inganni lo stop ai tagli Bce in settembre: il costo dell’euro ha ormai raggiunto una percentuale neutrale e la rendita attesa è ormai bassa. I prossimi Btp avranno quasi sicuramente una rendita sotto il 2%: Nelle azioni americane del settore tecnologico ha fatto scalpore il maxi investimento di Nvidia in Intel, con un acquisto di azioni per 5 milioni di dollari e l’avvio di una collaborazione operativa: la notizia ha portato i titoli dell’azienda di semiconduttori e microprocessori fino al +26%. Oracle si è invece spinta fino al +40%, dato veramente sproporzionato, considerata la capitalizzazione dell’azienda, influenzato dall’accordo che vedrà il gruppo gestire la versione americana di TikTok.

La scalata dell’argento

Sul fronte delle materie prime, il petrolio rimane a valori molto moderati; a rallegrarsi della situazione è Trump, che punta a una quotazione moderata non solo del dollaro, ma anche del greggio, per motivi essenzialmente di consenso elettorale. L’oro è sempre in alto, confermandosi bene rifugio soprattutto in queste drammatiche condizioni geopolitiche. E’ invece salito, e di molto, l’argento. E sono molte le voci che lo vedono in grande ascesa nei prossimi mesi. Tuttavia, il metallo dei secondi gradini del podio è ancora molto indietro rispetto al differenziale di prezzo con l’oro degli anni 1970-80; in realtà, l’argento ha reso come un titolo decennale.

Risiko, Banco Bpm torna in campo

Sul fronte del risiko, Banco Bpm torna in campo, ma con una nuova, possibile operazione: tramontato il tentativo di acquisizione da parte di Unicredit, ora Piazza Meda potrebbe unirsi a Crédit Agricole Italia, che già controlla il 20% della banca lombardo-veneta e con cui ha anche vari accordi di collaborazione. Giuseppe Castagna, che si era opposto all’opa Unicredit, si è dimostrato più che possibilista sulla banque verte: pur affermando che l’opzione Agricole non sia quella preferita da Banco Bpm, né l’unica possibilità, ha comunque riconosciuto che a ora è “l’opportunità più chiara”, e che un m&a potrebbe rivelarsi “un bene per l’economia italiana”. E’ interessante capire se il governo opporrà il golden power o meno. Sta però di fatto che l’Agricole sembra non avere fretta: Jérome Grivet, amministratore delegato del gruppo francese, si è detto pronto ad aspettare “anche anni”. I contorni di una possibile fusione non sono così chiari: si parla di CA come cacciatore, ma sembra possibile anche la dinamica opposta, con Banco Bpm nel ruolo di compratore e il Crédit Agricole di preda. E intanto Mps è alla finestra, e – ha affermato Castagna – è una valida alternativa ai francesi. Insomma: questa partita metterebbe in difficoltà i bookmakers, mentre la ex protagonista – Unicredit – è scesa sotto il 2% in Generali, in previsione di una possibile uscita dal Leone di Trieste. Nel momento in cui sembra abbandonare il risiko bancario e assicurativo italiano, Andrea Orcel mantiene invece il faro su quello tedesco, più nel dettaglio su Commerzbank. Un dossier molto interessante, con Unicredit ormai quasi al 30%, alla vigilia di una lotta senza esclusione di colpi che vedrà, tra i difensori dell’autonomia della banca tedesca, anche il governo di Berlino, contrario a questa operazione.

Foto di Margarita Shtyfura su Unsplash


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