Dazi, le trattative vanno a zig zag

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Proseguono le trattative sui dazi, mentre la data fatidica del 1 agosto si avvicina. Le delegazioni europea e cinese (ma non solo) si stanno confrontando con i rappresentanti americani per trovare un compromesso, mentre Donald Trump continua a fare dichiarazioni. Tra le nuove “trovate” dell’inquilino della Casa Bianca, la possibile introduzione di dazi minimi al 15%-20% nei confronti dell’Europa, con il 25% sulle auto. L’ennesima nuova formula del Tycoon rischia di mandare all’aria i negoziati, vanificando i risultati ottenuti nel corso dei colloqui.

Negoziati difficili

La mancanza di una linea coerente da parte del presidente Usa è uno degli elementi che rendono i negoziati difficili; l’altro è l’ego smisurato di Trump, che alla fine vuole terminare il confronto dichiarando vittoria sui “contendenti”. Questo rende difficile trattare. Ma complica le cose anche per lui e, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Il presidente Usa si è infatti messo contro l’opinione pubblica mondiale, ma anche contro quella americana. Mutatis mutandis, la sua politica ricorda, in grande, la supertassazione dei porti italiani da parte del governo Monti, che aveva provocato un fuggi fuggi delle barche verso altri approdi europei. Insomma, quello che il fisco americano incamererà con i dazi finirà di perderlo in calo dei consumi e fuga delle aziende. Con in più un malcontento diffuso tra i cittadini, deleterio anche dal punto di vista elettorale.

Borse ancora caute. Ma…

Sul fronte borsistico, invece, non c’è nulla di nuovo. I mercati stanno gestendo l’avvicinarsi della “data x” con cautela e movimenti moderati. Un po’ su, un po’ giù, sempre vicino ai massimi, sempre in attesa. La sorprendente resilienza degli indici potrebbe, però, venire intaccata se il prossimo 1 agosto i dazi dovessero davvero entrare in vigore. Non è dato prevedere in quale misura; tuttavia, preoccupa la possibilità di una combinazione fra un nuovo storno simile a quello avvenuto lo scorso 2 aprile e la poca liquidità che tradizionalmente contraddistingue il mese di agosto.

Banca, ancora utili record

A soccorrere la Borsa di Milano potrebbero essere gli utili del mondo bancario, che nel 2024 hanno fatto registrare nuovi record. Il settore creditizio si è attestato su quota 46,5 miliardi di euro (+14%). Il risultato fa il paio con i numeri raggiunti dal comparto nel triennio 2022-24, quando i profitti del credito tricolore hanno superato la clamorosa cifra di 112 miliardi. Sembrano lontani (ma non lo sono) i 15 anni di mancati utili che hanno preceduto l’exploit. A spingere lo scatto del mondo bancario è stata soprattutto la stagione di tassi elevati, che hanno permesso agli istituti di fare profitto dagli interessi passivi più alti chiesti a richiedenti mutui e prestiti, e di tornare a spingere sui finanziamenti, che da molto tempo erano stati marginalizzati. Ora ci si domanda come chiuderanno i bilanci bancari dei prossimi cinque anni, in uno scenario contraddistinto dal progressivo taglio dei tassi da parte della Bce. Una tendenza che si prende una pausa a luglio, ma probabilmente riprenderà in settembre. Inflazione permettendo.

Tasse e bigtech

Da un’istituzione comunitaria a un’altra. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, ha dichiarato in un’audizione a Montecitorio che le regole per l’intelligenza artificiale non dovrebbero essere ritirate: “noi”, ha detto, “vogliamo applicarle in modo molto amichevole nei confronti delle imprese”. Tutte. Anche quelle americane. Anche se la dichiarazione riguarda l’Ia, saranno forse fischiate le orecchie a chi, tra le bigtech e i loro sostenitori, spinge per avere regole speciali anche dal punto di vista fiscale. Proprio pochi giorni fa, secondo Reuters, Meta, Linkedin e X hanno presentato un ricorso sull’Iva relativa ai dati personali. Questo dopo gli avvisi di accertamento del fisco italiano concernenti il mancato versamento dell’imposta sull’accesso gratuito degli iscritti ai loro social. Più che una partita a scacchi, questa sembra una guerra di tutti contro tutti. In cui chiaramente sono gli Stati Uniti ad avere il coltello dalla parte del manico, dato che l’Europa esporta oltre oceano molto più di quanto importi.

Bilancio Ue 2028-34, percorso accidentato

Ursula von der Leyen ha intanto presentato il bilancio Ue 2028-34. Un piano-maxi che prevede un budget di quasi 2.000 miliardi. Il progetto – ambizioso, ma che non affronta del tutto il problema della crescita, né mette in discussione il green deal – è appena alle sue fasi iniziali: dovrà passare per Parlamento Europeo e Consiglio e ricevere l’avallo degli Stati membri. Tuttavia, il piano ha già scatenato polemiche. E la netta opposizione del governo tedesco. “Un aumento complessivo del bilancio Ue”, ha dichiarato senza mezzi termini Stefan Kornelius, portavoce dell’esecutivo di Berlino in un comunicato, “non è accettabile in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali. Per questo, non potremo accettare la proposta della Commissione”, ha aggiunto. La posizione tedesca, che potrebbe mettere a rischio l’intero impianto del progetto di bilancio a lungo termine, è facilmente spiegabile: se salgono gli esborsi, i Paesi che contribuiscono maggiormente (Germania in testa) devono allargare i cordoni della borsa. Ciò significa che Berlino sarebbe costretta a trasferire più denaro all’Unione Europea, alzando le tasse proprio in un momento di crisi della sua economia. Per questo motivo, l’iter parte subito con un percorso accidentato.

Inchiesta Milano

Tornando alle nostre latitudini, l’inchiesta urbanistica a Milano ha scosso la politica e l’edilizia della città. Il problema, però, non è nuovo, ed era già emerso con il tentativo, poi non riuscito, di approvare una misura ad hoc, il discutibile condono Salva Milano. Ciò che è accaduto nella metropoli ambrosiana è semplice: utilizzando un buco normativo, i costruttori – con pareri tecnici in giunta – hanno abbattuto edifici di pochi piani per poi costruire immobili molto alti. Pagando un prezzo limitato per le aree da edificare (in alcuni casi facendo poco per il territorio contiguo) e ricavandone utili enormi. Oltre all’inchiesta, che ha messo nel mirino anche il sindaco di Milano, l’intervento della magistratura ha causato lo stop ai cantieri. Il che ha destato viva preoccupazione dei cittadini che avevano già acquistato la casa prima della sua costruzione, magari vendendo contestualmente la loro abitazione precedente. Il blocco dei cantieri, però, potrebbe finire in una bolla di sapone: si sta parlando di miliardi di euro di progetti che difficilmente possono essere fermati per molto tempo. E tanto meno annullati, con demolizioni molto problematiche. Forse saranno abbattuti pochi edifici, probabilmente i più compromessi, anche per dare un segnale. Per il resto, probabilmente, ci si accontenterà di un condono con il pagamento di un valore percentuale sul valore complessivo dell’intervento.

Foto di Brice Cooper su Unsplash


Le Borse ignorano ancora le tariffe di Trump. Ma fino a quando?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 1 agosto si avvicina e Donald Trump conferma i dazi del 30% per le merci provenienti dall’Unione Europea e dal Messico. Il presidente degli Stati Uniti, nello stesso tempo, minaccia nuove tariffe: il Congresso sta discutendo un disegno di legge che introdurrebbe dazi secondari fino al 500% contro chi acquista dalla Russia gas, petrolio e uranio; Trump ha annunciato l’appoggio alla misura, ma solo se gli sarà assicurata “flessibilità”. Il presidente, infatti, non vuole avere le “mani legate” nelle trattative con Mosca, mantenendo la “porta aperta” ai negoziati. Inoltre, ha minacciato l’inquilino della Casa Bianca, se la Russia non raggiungerà un accordo con l’Ucraina entro 50 giorni, chi commercia con Mosca sarà oggetto di dazi secondari al 100%. Le nuove misure colpirebbero molti Paesi, ma sarebbero rivolte soprattutto alla Cina e agli altri Brics. Trump, come detto, vuole però tenersi aperta una via di trattativa. Con la Russia. Ma, ça va sans dire, anche e soprattutto con Pechino, con cui Washington sta già trattando sul futuro dei dazi reciproci fra le due potenze, con colloqui a più livelli.

L’Europa protesta

E l’Europa? Esprime la sua delusione per il ritorno alla casella di partenza, lamentando che le trattative con gli Stati Uniti erano in atto e sembravano anche a buon punto. Maroš Šefčovič, commissario Ue per il Commercio, la Sicurezza economica, le Relazioni interistituzionali e la Trasparenza, ha detto chiaro e tondo che dopo cento ore di colloqui personali con gli americani e altre trattative a cui ha partecipato il suo team, le due delegazioni erano vicine a un accordo. Fino a quando Trump ha fatto saltare il banco. Per l’Ue, ha detto, Šefčovič, i dazi del 30% sono inaccettabili: se un accordo non sarà trovato, l’Unione sarà costretta a introdurre il suo bazooka, cioè misure di compensazione per circa 90 miliardi di euro. Si rischia una guerra commerciale, rinfocolata non solo dalle parole e dalle azioni aggressive di Trump, ma anche dai suoi toni, di molto sopra le righe. Il leader Usa sembra sottovalutare un rischio molto forte per l’economia americana, che in caso di dazi sarebbe colpita da impatti negativi, se non devastanti. A perderci sarebbero consumatori (leggi: elettori) e aziende statunitensi, con le facili conseguenze del caso.

Boe: “il protezionismo indebolisce il dollaro”

Non solo: come ha osservato il rapporto semestrale della Banca d’Inghilterra sulla stabilità del sistema finanziario, una conferma delle tariffe porterà il dollaro a indebolirsi ulteriormente. Trump, come si usa dire, sta tirando la corda, ma la sua amministrazione è sicuramente consapevole dei gravi rischi di questa politica per l’economia americana. Per questo motivo, si prevede che le “sparate” del presidente Usa rimarranno tali, e che il punto di caduta con l’Unione Europea sarà probabilmente al 10%, come nel caso dei rapporti commerciali Usa-Gran Bretagna. Se dovessimo arrivare a questo risultato, sarà sicuramente per una svolta di Trump – ormai compulsivo nell’annunciare una misura e smentirla a breve termine – più che per l’inesistente forza negoziale dell’Europa, che ha ceduto su tutta la linea agli americani sulla Digital tax, senza peraltro ottenere nulla in cambio. L’Ue, in altre parole, non cessa di dimostrare la sua inconsistenza: se il mercato unico funzionasse, i Paesi dell’Unione potrebbero anche scegliere di compattarsi e diminuire la loro presenza sul mercato americano, commerciando di più tra loro e aprendo nuovi canali con i Brics. Invece, ogni Stato membro va per la sua strada e i risultati si vedono.

Le Borse fanno ancora spallucce

Se molti investitori di tutto il mondo lasciano il dollaro perché non lo considerano sicuro come una volta, le Borse, soprattutto in Europa, rispondono alla nuova offensiva trumpiana con l’ormai usuale reazione: una moderata debolezza iniziale e un tranquillo recupero. La forza dei mercati è a suo modo sorprendente, come la scarsissima volatilità evidenziata dagli indici. Lo abbiamo ricordato più volte: dopo il tonfo dello scorso 2 aprile e il graduale recupero, le Borse hanno preso le misure e sembrano ignorare le devastanti sollecitazioni provenienti dall’amministrazione americana. Vedremo ora che cosa succederà il 1 agosto. Se un buon esito delle trattative eviterà una guerra commerciale – grazie a un ulteriore rinvio o al raggiungimento di accordi, anche provvisori – i listini non potranno che goderne. Nello sventurato caso in cui i dazi al 30% entrassero davvero in vigore, invece, i mercati rischierebbero due contraccolpi: uno diretto (a causa di uno stress degli indici dovuto alla definitiva introduzione delle misure tariffarie) e uno indiretto, proveniente dai primi effetti della telenovela-dazi sugli utili delle aziende quotate. Questo rischio è il più pericoloso: il calo degli indici, che le Borse “vaccinate” hanno tenuto a lungo fuori della porta, rischierebbe di rientrare dalla finestra, con la dinamica “i dazi abbassano gli utili; il calo degli utili provoca uno storno dei titoli in Borsa”. Trump afferma che gli Stati Uniti stanno guadagnando miliardi di dollari ogni giorno, ma che senso ha questo balzo in avanti se il denaro che entra viene poi perso per le contrazioni economiche causate dal protezionismo? Questi pericoli dovrebbero offrire ancora più motivazioni a Trump per fermare il giochino degli annunci e dei contro-annunci e iniziare ad affrontare in modo sistematico i vari nodi dell’economia americana e della politica interna ed estera statunitensi.

Il risiko tiene banco

Come detto, Piazza Affari, come gli altri mercati, ha praticamente ignorato il nuovo capitolo della soap opera dei dazi. Ma non si è mostrata indifferente alla settimana importante del risiko bancario. In primo luogo, il Tar del Lazio ha accolto le istanze di Unicredit, che considerava illegittimo il golden power sull’ops Banco Bpm. Tutto ciò mentre l’Ue ha espresso dubbi sulla luce rossa del governo italiano, che “potrebbe costituire una violazione” del diritto europeo. Poi, Crédit Agricole ha comunicato di aver chiesto il via libera alla Bce per salire oltre il 20% nell’azionariato Banco Bpm. La contendibilità di Piazza Meda è stata premiata con un rimbalzo del titolo dopo la sentenza del Tar. Ora Andrea Orcel dovrà decidere se riprendere l’attacco a Banco Bpm o lasciare un dossier su cui Unicredit rischia letteralmente di incartarsi. E’ invece riuscita l’offerta Biper sulla Popolare di Sondrio, anche se con circa il 58% delle adesioni e reazioni contrastanti, soprattutto in Valtellina. Continua infine l’opposizione di Mediobanca all’offerta Mps, che rende la complessa partita del risiko ancora imprevedibile.

Fondi di coesione, allarme per le regioni

Un nuovo allarme rosso scuote l’economia italiana. La Commissione Ue, fresca di voto di fiducia al Parlamento Europeo, sta pensando di riformare la gestione dei fondi di coesione, che sarebbero trasferiti non più alle regioni, ma direttamente allo Stato. L’operazione priverebbe la Lombardia di 4,4 miliardi di euro e costituirebbe un rischio per i benefici provenienti dalla gestione diretta delle risorse. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente (e drammaticamente) per un’altra trovata dell’esecutivo di Ursula von der Leyen: tagliare gli stessi fondi di coesione del 30% per destinare questa percentuale al bilancio comunitario per la difesa. Se questa operazione andasse in porto, si rischierebbero conseguenze imprevedibili per l’intera gestione dei territori in Europa.

Foto di Micaela Parente su Unsplash


Dazi: altro giro, altro “regalo”. Reazione moderata dalle Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Ancora i dazi al centro dell’attenzione. Donald Trump ha scritto a 14 Paesi di tutto il mondo altrettante lettere per tracciare i contorni delle tariffe doganali annunciate per il 9 luglio, allo scadere cioè dei 90 giorni di sospensione decisi nei confronti di vari Stati. L’entrata in vigore dei balzelli contro i membri Ue è stata posticipata al 1 agosto, in omaggio a una dinamica di annunci e rinvii che abbiamo imparato a conoscere.

Niente panico

L’ennesimo capitolo della telenovela-dazi ha costretto le Borse, soprattutto quelle americane, a ripiegare, ma non eccessivamente. L’altrettanto consueto rinvio ha poi portato reazioni miste. Nulla di clamoroso, dunque: dopo il grande calo di inizio aprile e il recupero quasi completo delle posizioni precedenti ora le Borse sembrano essersi abituate ai vari salti in avanti e passi indietro di Trump, e reagiscono moderatamente agli stimoli negativi. E’ la classica reazione che si verifica quando si assiste a frequenti allarmi “Al lupo! Al lupo!”. Sperando, naturalmente, che il lupo non arrivi davvero. I mercati hanno imparato a concentrarsi più sui numeri che sulla schizofrenia, alimentata da alcuni titoli di giornali che, però, non spaventano più la maggior parte degli investitori. Preoccupa maggiormente la svalutazione del dollaro, che da inizio anno ha perso il 15%: un biglietto verde debole introduce un dazio de facto, che non fa bene alle aziende europee.

Wall Street rifiata

Le Borse americane hanno sofferto un po’ di più, ma sono state influenzate maggiormente dalla necessità fisiologica di fermarsi dopo la corsa travolgente degli ultimi 15 giorni, che ha riequilibrato il gap con i mercati europei, protagonisti di una sovraperformance nei primi sei mesi dell’anno. Non tutti gli investitori in Wall Street, però, hanno potuto approfittare di questo picco: si è infatti verificata una grande dispersione dei rendimenti, con alcuni settori che hanno evidenziato prestazioni molto deludenti (dallo “zero virgola” all’1,5%) e altri che hanno sfiorato le due cifre.

Dazi cinesi

Se gli indici hanno reagito moderatamente agli stimoli negativi dei dazi, non è così per l’economia, su cui le percentuali in vigore (e, come detto, il calo del dollaro) impattano in maniera molto pesante. Il settore del commercio è sicuramente spaventato anche dalle tariffe annunciate a sorpresa dai cinesi su grappe e brandy europei (che in pratica rispondono ai dazi Ue sulle auto elettriche). Le aziende del vecchio continente, inoltre, non potranno fornire dispositivi medici del governo di Pechino – decisione, quest’ultima, che controbilancia una misura simile già introdotta da Bruxelles.
Se c’è una cosa che occorre evitare è una guerra commerciale con la Cina. Anche perché la leadership di Pechino, diversamente da Trump, non è abituata ad annunciare misure per poi revocarle.

Mossa anti-Brics

A proposito di Cina, il presidente americano ha anche minacciato di applicare tariffe doganali supplementari del 10% ai Brics e a chi ne sostiene le politiche, puntualizzando che non ci sarà alcuna eccezione. Una mossa che, se attuata, potrebbe avere un impatto forte sull’economia mondiale, come hanno sottolineato i Paesi che potrebbero essere colpiti da questo nuovo balzello: i Brics rappresentano il 40% della produzione e la metà della popolazione del pianeta. Quali le ragioni di un affondo così significativo nei confronti dell’altra metà del mondo? Le ragioni principali sembrano due. Da un lato, agli Stati Uniti fa paura la dedollarizzazione che, soprattutto dopo le sanzioni alla Russia, i Brics hanno intrapreso, mettendo in discussione l’equilibrio di Bretton Woods. D’altro canto, Trump non vede tradizionalmente di buon occhio la delocalizzazione, che ha favorito il trasferimento della produzione oltre confine, con costi molto inferiori rispetto a quelli occidentali e la conseguente deindustrializzazione. Non per niente, il primo Trump aveva cercato di porre rimedio cercando di reimportare le produzioni strategiche, soprattutto nella tecnologia. Il sogno di un Occidente in grado di riprendersi l’industria, però, è poco più che un’utopia. Poniamo il caso di Apple: se la multinazionale di Cupertino dovesse portare nuovamente la produzione negli Stati Uniti, il prezzo al consumatore raddoppierebbe. Con un aumento molto forte dell’inflazione.

Le tariffe fermano il taglio dei tassi

I dazi di Trump hanno anche fermato i programmati tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Lo ha detto senza peli sulla lingua il presidente Fed Jerome Powell nel corso del simposio di Sintra, appuntamento annuale di confronto tra le banche centrali. Powell, applauditissimo dai colleghi, ha affermato che era prevista la possibilità di un taglio già il prossimo luglio, dato che l’economia Usa viaggia bene e l’inflazione non sta offrendo sorprese, ma che l’intervento sul costo del dollaro è stato sospeso a causa delle possibili conseguenze dei dazi. Quello opposto da Powell non è, dunque, un “no” definitivo ai tagli, ma una posizione di attesa e osservazione di ciò che potrebbe accadere in tema di tariffe doganali. La posizione del numero uno della Fed è, dal suo punto di vista, ampiamente giustificata. Il “tira e molla” non fa bene all’economia e l’introduzione dei dazi crea inflazione, anche se una tantum e temperata (per ora) dal prezzo basso del petrolio. La Fed, sembra di capire, resterà ferma finché la situazione non sarà più chiara, rivendicando ancora una volta autonomia nei confronti del potere politico.

Il partito di Musk

Non sono solo i dazi ad agitare la politica di oltre oceano: Elon Musk ha annunciato la fondazione dell’America Party, terzo polo che punta a superare il bipartitismo tipico delle dinamiche statunitensi. La comunicazione è stata ufficializzata dopo l’approvazione (a strettissimo margine) del Big Beautiful Bill, che nonostante i tagli al sistema sanitario porterà il debito pubblico a un aumento considerevole, grazie anche a sgravi fiscali e crescita delle spese militari. Musk ha affermato che il Bill rischia di portare gli Stati Uniti al fallimento, e gli ha contrapposto un programma da “Paese frugale”: riduzione del debito, solo spesa “responsabile”, modernizzazione dell’esercito con l’intelligenza artificiale, massiccio uso della tecnologia e della stessa IA, meno regolamentazione in generale, e specialmente nell’energia, libertà di parola, politiche per la natalità e, per il resto, politiche centriste. Nell’immediato, Musk cercherà di portare al suo nuovo movimento qualche parlamentare repubblicano deluso, per imporsi, almeno inizialmente, come ago della bilancia fra i due partiti rappresentati al Congresso. In prospettiva, il patron di Tesla vuole attaccare quello che ha definito “bipolarismo tossico” e che, a suo parere, è un monopartitismo mascherato. Che, però, è difficile scalzare, soprattutto se si parte da zero. Nella concezione anglosassone, un’operazione simile a quella che in pochi mesi portò Silvio Berlusconi al potere non è per niente facile. In passato, negli Stati Uniti si sono verificati esempi di “terzi candidati alla presidenza” che, però, hanno solamente sortito l’effetto di favorire uno dei due contendenti: il magnate Ross Perot, che nel 1992 ha eroso un ampio consenso ai repubblicani favorendo la sconfitta di George Bush senior, e Ralph Nader, che – pur ottenendo molti meno voti – ha fatto lo stesso nel 2000 con i democratici, danneggiando Al Gore. C’è da dire, però, che Musk ha a disposizione denaro quasi infinito, oltre che tecnologia come mai nessuno prima e la “corazzata” social X. Il primo test sarà costituito dalle elezioni di mid term, che sono più vicine di quanto si percepisca.

Foto di Lycheeart su Unsplash


Le Borse non temono il mare in burrasca

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse continuano la loro fase positiva, nonostante la situazione geopolitica molto complicata e le schermaglie sui dazi. L’indice S&P ha addirittura raggiunto i massimi, in un momento in cui il dollaro cede ancora; l’Europa, da parte sua, naviga abbastanza tranquilla, tra piccoli avanzamenti e moderati arretramenti (Milano, per esempio, veleggia su livelli di poco sotto rispetto a quelli precedenti al bombardamento americano in Iran). Ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e in grado di resistere alle molte sollecitazioni negative provenienti dalle guerre guerreggiate e da quelle commerciali, in un periodo, come quello estivo, che solitamente non è troppo brillante. Più che altro si assiste a una rotazione settoriale, che vede le banche cedere un po’, a vantaggio del comparto automobilistico (spinto da un rinnovato interesse per il settore) e dei petroliferi. Ora ci si aspetta probabilmente una fase laterale in attesa delle semestrali, che non si preannunciano particolarmente brillanti.

Il ritorno dei tassi a livelli normali

Sono invece meno attrattive le obbligazioni europee, che soffrono il ritorno dei tassi a livelli normali. Se ne sono accorte anche le società che storicamente hanno il polso della situazione. Come Algebris, che da 15 anni è il maggior investitore in coco bond e che in una nota ha annunciato che ridurrà le posizioni. Ciò dimostra che, se è vero che uno spread alto fa giustamente scattare i campanelli d’allarme, è altrettanto indiscutibile che un differenziale troppo basso deprime l’economia. I tassi a zero non portano crescita: non per niente, il decennio compreso fra il 2010 e il 2020 ha reso le obbligazioni poco appetibili, mentre quando la remunerazione è intorno il 2,50%-3% i risparmiatori possono ricevere un reddito aggiuntivo che poi spenderanno almeno in parte, facendo girare l’economia.

Tutti pazzi per le armi

Ha fatto molto scalpore la decisione dei Paesi Nato, che di qui a dieci anni hanno promesso di portare al 5% del Pil la loro spesa militare. La percentuale è composta da un 3,5% per la difesa in senso stretto e dall’1,5% per protezione delle infrastrutture, difesa delle reti, garanzia della preparazione, “resilienza” civile e potenziamento della base industriale del settore difesa. Unico membro dell’alleanza atlantica a sfilarsi, la Spagna, puntualmente minacciata da Donald Trump di un raddoppiamento dei dazi: il premier Pedro Sánchez ha dichiarato che privilegerà altri tipi di spese (come gli investimenti per il welfare). Anche se, per dirla tutta, il primo ministro spagnolo ha comunque siglato il documento conclusivo del vertice, ottenendo dal segretario dell’alleanza Mark Rutte una generica opportunità di esenzione dalla maxi-spesa. In realtà, come da proverbio, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Sembra scontato che non sarà solo Madrid a non effettuare la maxi-spesa: l’Italia, per esempio, può aver firmato e approvato la lettera di intenti, ma poi se non ci sono i soldi… non ci sono i soldi. Più probabile che ogni Paese, alla fine, faccia storia a sé: la Germania sicuramente andrà avanti, perché la mossa dei Paesi Nato serve essenzialmente da una parte a compiacere gli Stati Uniti e il loro presidente, dall’altro per risollevare il pil tedesco, mediante la sospensione del patto di stabilità.

Dazi: ancora incertezze

Non è solo la Spagna a essere nuovamente finita nel mirino di Trump: la scorsa settimana, il presidente americano aveva infatti deciso di interrompere i colloqui con il Canada (accusato di “copiare” l’Europa) e di minacciare l’intera Ue, definita “cattiva”, oltre che strutturalmente ostile agli Usa (l’Ue, ha detto, “è stata creata per acquisire vantaggi rispetto agli Stati Uniti nel commercio. Ci hanno trattato in maniera pessima, le carte in mano le abbiamo noi, abbiamo più carte di quante ne abbiano loro”). Trump aveva anche aggiunto che la trattativa con Ursula von der Leyen è in corso, affermando però che l’Unione “non voleva un accordo”, ma che ha iniziato a chiedere un confronto urgente nel momento in cui il presidente Usa ha annunciato le tariffe al 50%.

Esenzioni a stelle e strisce

Oltre ai dazi in sé. una delle principali materie del contendere era la Global Minimum Tax del 2021, che ovviamente colpisce anche le aziende americane, come Apple e Google. Il problema, però, sembrerebbe superato dalla nuova versione della misura, per cui è stato raggiunto un accordo durante la riunione del G7. La disciplina fiscale per le multinazionali, diversamente da quella disegnata nel 2021, introduce una serie di esenzioni per le aziende americane in alcuni ambiti di questo regime fiscale. La normativa, ha detto Trump, farebbe risparmiare alle aziende americane 100 miliardi di dollari di tasse all’estero. Denaro che non entrerebbe nei forzieri degli altri Paesi, già stremati dalle prossime maxi-spese in armi. Il G7, però, non ha un potere vincolante: la disciplina dovrà essere vagliata ed eventualmente approvata da ciascuno dei 147 Paesi Ocse. Per ora, di probabile c’è solo un accordo tra Stati Uniti e Canada che dovrebbe porre fine (almeno lo sperano tutti) alle liti fra Washington e Ottawa.

La tregua in Congo porta soldi a Trump

E’ intanto in vigore una tregua fra Ruanda e Congo, che potrebbe porre fine a una delle tante guerre dimenticate. I due Paesi hanno infatti siglato un accordo a Washington, impegnandosi anche a fermare il loro sostegno ai paramilitari – tra questi, la milizia tutsi M23, appoggiata dal Ruanda, che ha occupato una vasta zona del Congo, ricca di materie prime, mentre Kigali ha chiesto la soppressione delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, di etnia hutu. La difficile trattativa inizia ora, ma la mediazione americana porterà i suoi frutti a Washington: come in Ucraina gli Usa si sono assicurati lo sfruttamento delle locali terre rare, così in Congo “otterranno vari diritti minerari”, ha detto Trump. Una nuova vittoria statunitense sul lato economico, che può sicuramente sembrare discutibile, ma che evidenzia la differenza di approccio tra Stati Uniti e Ue: gli Usa di Trump cercano di fermare quei conflitti il cui stop può dare benefici economici al Paese, mentre l’Europa sembra fare di tutto per danneggiare i propri interessi.

Fuga da Tesla

Fa parlare l’addio a Tesla da parte di alcuni suoi key men. In particolare, Musk ha licenziato il collaboratore storico (dal 2017) Omead Afshar, che era responsabile del Nord America e in Europa e ha pagato la contrazione delle vendite nelle due macroaree. Il siluramento di Afshar segue le dimissioni di Milan Kovac, che sovrintendeva il progetto di robot umanoidi Optimus, e Jenna Ferrua, responsabile Hr per l’America del Nord. Gli abbandoni arrivano in un periodo già difficile per Tesla, che ha subito alcuni arretramenti anche per l’esposizione politica del suo leader. L’addio di manager con un ruolo centrale, tuttavia, non può mettere in ginocchio un’azienda: i dirigenti possono essere importanti, ma è l’imprenditore ad avere la visione. Piuttosto, Tesla ha ancora una capitalizzazione folle rispetto ai valori della società: anche se le cifre si ridimensionassero ulteriormente, l’azienda di Musk sarebbe comunque in saldo positivo rispetto al suo valore reale.

Foto di Travis Leery su Unsplash


Mercati sotto controllo, nonostante la guerra

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.

Voglia di correre

La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.

Petrolio su e giù

Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).

Le due anime della Fed

I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?

Europa tra falchi e colombe

La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.

Risiko bancario

Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.

Musica, maestro

Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.

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Arriva giugno. E si apre il balletto dei tassi

Alla prossima riunione del board Bce sarà quasi sicuramente avviato l'allentamento della stretta monetaria, che potrebbe offrire un clamoroso bis a luglio. La Fed, invece, non ci pensa neanche, almeno per il momento. E la Bank of England cerca di prendere tempo. Per tutti e tre gli istituti centrali sarà comunque decisivo l'esito delle rispettive elezioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue l'andamento ondivago ma tranquillo delle Borse europee. La scorsa settimana, Milano ha recuperato dai minimi e chiuso in negativo, per poi rialzarsi alla riapertura, con un ritrovato interesse sui finanziari. Lo zig zag della Borsa è fisiologico, soprattutto in un periodo contraddistinto da utili e dividendi che Piazza Affari ha superato indenne. Non c'è stato spazio neppure per il tradizionale sell in May, anche per l'imminente appuntamento elettorale.

Bce, volo di colombe

Quasi insignificante, invece, il nervosismo sui tassi. Anzi: le recenti dichiarazioni di esponenti Bce sui tagli di giugno (e sulla clamorosa possibilità di una replica a luglio) hanno influenzato il rialzo di Piazza Affari. Anche perché le esternazioni iniziano a essere numerose. Aveva servito un bell'assist Piero Cipollone, membro italiano del board Bce, nel corso di un intervento al Festival dell'Economia di Trento. "Il 6 giugno avremo il consiglio e mi aspetto che ci sia una prima mossa di riduzione dei tassi. Poi, bisognerà discutere, vedere". In funzione dei dati che emergeranno. Era poi stata la volta di Philip Lane, capo-economista della Banca Centrale Europea, che in un'intervista al Financial Times aveva confermato la quasi sicurezza della prima sforbiciata: “a meno di grosse sorprese, quello che vediamo in questo momento è sufficiente per rimuovere il livello massimo di restrizione”. Con la possibilità di proseguire su questa strada se l'inflazione si avvicinerà chiaramente all'obiettivo del 2%, pur con una politica monetaria che "deve rimanere in territorio restrittivo". Il che non significa certo limitarsi a un solo ritocco. Lo ha chiaramente fatto capire François Villeroy de Galhau, governatore della banca di Francia. "A volte leggo che dovremmo tagliare i tassi soltanto una volta ogni trimestre", ha dichiarato in un'intervista a Börsen Zeitung, "e quindi escludere luglio", per aspettare volta per volta i dati. Strategia che non lo trova completamente d'accordo. "Non dico che dovremmo impegnarci già a luglio, ma manteniamo la nostra libertà su tempi e ritmi". Vale a dire: a giugno si taglia, a luglio non è escluso a priori. Bundesbank permettendo: l'istituto centrale tedesco sembra favorevole al taglio di giugno, ma abbastanza scettico su un bis a luglio. Naturalmente, le decisioni in materia saranno influenzate anche dalla scadenza elettorale dell'8 e 9 giugno.

La Boe attende le elezioni

Stessa storia per la Bank of England, che alla prossima scadenza, a quanto ci si attende, non taglierà. L'inflazione è pur scesa per il terzo mese di fila, anche grazie al calo dei prezzi dell'energia, mentre sui beni il trend è addirittura in deflazione. Ma evidentemente questi dati non sono sufficienti, anche perché resta alta l'inflazione nei servizi (5,9%). E' molto probabile che l'istituto centrale inglese preferisca attendere le elezioni generali, che il premier Rishi Sunak (un po' a sorpresa) ha fissato per il prossimo 4 luglio. In questo caso, la Boe avrà anche la possibilità e il tempo di osservare le mosse della Bce, cercando di valutare se è possibile uniformarsi, anche in parte, alla "consorella" di Francoforte.

Fed, attesa a pié fermo

Chi invece resta come un soldato sull'attenti è la Federal Reserve. Sfumato un taglio a giugno e forse uno a settembre, i mercati scommettono sulla sforbiciata di dicembre. Anche se aumentano le voci che vedrebbero addirittura un trend di segno opposto, e cioè un rialzo dei tassi. Questa possibilità sembra emergere dalle minute dello scorso aprile, che esprimono preoccupazioni sul fronte inflattivo. Mentre l'economia e i dati sul lavoro vanno bene, rendendo sopportabile l'impatto dei tassi alti. A dare credito a questi rumors anche l'opinione di Jamie Dimon: secondo l'amministratore delegato di Jp Morgan, i tassi potrebbero salire ancora un poco. Tuttavia, questa ipotesi resta molto improbabile. Il prossimo novembre si svolgeranno le presidenziali americane e la scadenza obbliga i banchieri centrali a lasciare il più tranquillo possibile l'elettorato. Anche perché le preoccupazioni attuali sull'inflazione potrebbero rivelarsi troppo pessimistiche: secondo Jim Cramer, giornalista economico e conduttore Cnbc, i segnali di ribasso ci sono tutti. E prima di fine giugno è possibile che gli incubi della Fed  appaiano infondati. Per la verità, i dati sull'inflazione americana sono contraddittori: un mese sorprende al rialzo, un altro al ribasso. E proprio questo andamento a zig zag favorisce l'immobilismo. Probabilmente non ci saranno movimenti e resterà tutto fermo fino alla tradizionale riunione annuale di Jackson Hole.

Ita-Lufthansa, fusione ad alto rischio

E' ancora in atto il braccio di ferro tra Margrethe Vestager e Lufthansa sulla fusione tra la compagnia di bandiera tedesca e Ita. La commissaria europea per la concorrenza ha ritenuto insufficiente la proposta del carrier, che accettava di rinunciare a 38 (e non più 24) slot su Linate, chiedendo di abbandonarne 60. E non è tutto: Margrethe Vestager non cede neppure sui voli intercontinentali, chiedendo a Lufthansa un taglio importante fra l'Italia e l'America settentrionale. Un diktat bello e buono che, oltretutto, coinvolgerebbe anche Sky Team, l'alleanza di cui la compagnia aerea tedesca fa parte, e più nel dettaglio United Airlines e Air Canada, partner in code sharing per queste tratte. Che, tra l'altro, a ridurre i voli sull'Italia non ci pensano proprio e hanno così rinviato la richiesta al mittente. Un vero e proprio tiro alla fune, quello tra Lufthansa e la Commissione Europea, con il rischio che la corda si spezzi. Perché il gruppo tedesco ha fatto chiaramente capire che vuole portare a termine l'operazione, "ma non a tutti i costi". Ciò significa che se l'acquisizione non fosse più conveniente - se cioè la rinuncia agli slot e di centinaia di milioni di utili non rendesse più profittevole la fusione – dalla Germania potrebbe arrivare uno stop, doloroso anche e soprattutto per Ita e per le casse pubbliche di casa nostra. A guadagnarci da un clamoroso naufragio dell'acquisizione sarebbero le compagnie low cost, ma soprattutto Air France-Klm. Per questo motivo, la rigidità di Margrethe Vestager è stata associata a una posizione filo-francese nell'ambito della lotta tra Parigi e Berlino per il  controllo delle rotte. Da parte sua, la commissaria ha provato a intervenire su queste voci, affermando che il problema è la concorrenza, e il "rischio che salgano i prezzi e calino le frequenze". Se però un carrier come Ryanair è così interessato alla guerra degli slot, significa che difficilmente l'operazione causerebbe un rialzo dei prezzi, semmai il contrario. Inoltre, la low cost irlandese ha una quota di mercato molto alta in Europa, ma per qualche strano motivo non è stata inclusa tra i concorrenti di Lufthansa. La decisione arriverà il 4 luglio, a meno di nuovi slittamenti. Continuiamo a pensare che, nonostante tutto, la fusione sia irreversibile: Lufthansa si è spinta troppo avanti per rinunciare e la Commissione Europea non può inimicarsi in modo così aperto la Germania, creando una crisi istituzionale di cui l'Europa proprio non ha bisogno. Ammesso e non concesso che le elezioni confermino l'attuale "governo" dell'Ue: se Ursula von der Leyen dovesse essere sostituita, si porterebbe dietro anche Margrethe Vestager e con lei, probabilmente, l'intransigenza sulle rotte europee di Ita e su quelle intercontinentali di Star Alliance.

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Buoni del tesoro, verso il calo dei rendimenti?

L'inflazione arretra più rapidamente del previsto. Il fenomeno potrebbe convincere le banche centrali ad abbassare il costo del denaro in anticipo rispetto alle previsioni, ridimensionando le performance dei Bot. E rendendo più redditizie, nell'obbligazionario, le soluzioni con duration lunga. Materie prime in calo, mentre la Cop28 si spacca sui combustibili fossili

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Si profila una chiusura d'anno positiva per le Borse europee, che stanno sovraperformando quelle americane. Mentre a Milano, dopo il calo della scorsa settimana, tornano a sorridere i titoli bancari, guidati da Mps e da Banco Bpm. Più in particolare, l'istituto di credito lombardo-veneto ha incassato il sì degli investitori al nuovo piano industriale appena presentato, che si attende, dal 2023 al 2026, un utile netto cumulato di 6 miliardi di euro, con una remunerazione degli azionisti a 4 miliardi.

Il 2024? Un enigma

Come più volte ricordato, abbiamo assistito a un novembre impetuoso, che ha lasciato fuori dal mercato molti investitori, prima scettici e poi sorpresi dalla velocità dei rimbalzi. E ora si prevede una chiusura dell'anno su valori stabili o comunque in leggero rialzo, anche per il tradizionale calo di scambi in periodo natalizio. Mentre sono molto difficili le previsioni per i primi mesi del 2024, che potrebbe aprirsi sia con un nuovo periodo positivo, sia con una flessione fisiologica, dopo un 2023 davvero soddisfacente.

Bond, il cambiamento di prospettiva

Un fatto sembra abbastanza certo: all'orizzonte si staglia un calo dell'inflazione più veloce del previsto, che potrebbe accelerare la discesa anticipata dei tassi di interesse. E' probabile che ad aprire le danze sia la Fed, dato che generalmente la Banca Centrale Europea non brilla per iniziativa. In ogni caso, i mutamenti che si stanno profilando più rapidi del previsto porteranno presto a un taglio dei rendimenti dei titoli di Stato: il miraggio con Bot e Btp al 4% sta rapidamente svanendo e non sarebbe sorprendente vederli in tempi brevi al 2,5%. Chi si orienta sull'obbligazionario dovrebbe ora spostarsi nel più breve tempo possibile su soluzioni a scadenza lunga, che presto torneranno più redditizie.

Germania, malato d'Europa

Una delle maggiori preoccupazioni per il 2024 è la crisi di bilancio tedesca, con il buco di 60 miliardi di euro scovato dalla corte Costituzionale, che andranno a impattare sui conti del prossimo anno. Mettendo a rischio il welfare del Paese - uno dei migliori al mondo - e i contributi pubblici. E prospettando per Berlino un'inattesa austerity. Per spiegare le difficoltà tedesche è sufficiente fare uno più uno. La Germania riceveva il gas a basso costo dalla Russia e ora non l'ha quasi più. E ancora: la Germania è, tra le economie europee, la più esposta nei confronti della Cina, soprattutto nel settore automobilistico. In queste condizioni, la crisi di Pechino, con la deflazione e il calo delle importazioni (-15%), ha un impatto forte sull'economia tedesca. Il passo indietro delle vetture made in Germany sul mercato cinese va poi di pari passo con la transizione dall'endotermico all'elettrico: nonostante le marce forzate delle maggiori aziende automotive tedesche, Pechino ha un vantaggio troppo grande nel settore. Risultato: la Germania – come si domandava l'Economist lo scorso agosto – è il malato d'Europa. Una situazione che rischia di riverberarsi su tutta l'Unione: se la locomotiva tedesca dovesse andare in affanno, sarebbe davvero un male per tutti. Specialmente per l'Italia, di cui Berlino è il maggiore partner commerciale. A questo punto, anche la Germania potrebbe avere interesse a rivedere il patto di stabilità e a evitare che la misura torni in vigore esattamente come prima del Covid. Con clausole che, oggi come oggi, nessun Paese membro sarebbe in grado di rispettare.

Cop28, disaccordo sui combustibili fossili

Scendono ancora le quotazioni delle materie prime: si sono infatti verificati cali per rame, alluminio e oro, mentre il petrolio si è ormai stabilizzato nella forbice 70-80 dollari al barile. Tutto questo mentre lo stesso greggio e i combustibili fossili in generale, sono stati al centro del dibattito alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop28) di Dubai. Si è creata infatti una contrapposizione molto forte fra due schieramenti ben definiti. Da una parte i paesi, guidati dall'Ue, che spingevano per un abbandono programmato dei combustibili fossili entro il 2050. Dall'altra gli Stati produttori di petrolio, le cui istanze sono state portate dal presidente della Conferenza Sultan Al Jaber, ministro dell'Industria e della Tecnologia avanzata degli Emirati Arabi Uniti, nonché capo dell'industria nazionale del petrolio. Alla fine, dal documento finale è stata rimosso il termine phaseout, cioè “uscita graduale” dai combustibili fossili.Questo compromesso, imposto obtorto collo ai sostenitori delle “emissioni zero”, è apparso inizialmente come una soluzione di comodo capace di scontentare tutti (specialmente l'Ue), vanificare la Conferenza e bloccare un programma di disimpegno da petrolio e carbone. Ma, se esaminiamo le cose in profondità, i Paesi produttori hanno le loro argomentazioni – anche se, naturalmente, molto influenzate dai loro interessi particolari. Nel suo discorso sul palco della Cop28, Sultan Al Jaber ha affermato che oggi come oggi senza combustibili fossili il mondo tornerebbe all'età della pietra. Questo può piacerci o no, ma – almeno nella situazione attuale – è la verità. Un sostituto di carbone e petrolio ancora non è stato trovato e le energie alternative possono coprire solo in minima parte le esigenze di imprese, famiglie e mobilità.

Realpolitik

Il compromesso proposto alla Conferenza, definito inaccettabile dall'Unione Europea, fa comunque comprendere che il petrolio non cederà il passo troppo facilmente. I Paesi arabi dispongono di somme enormi di denaro, con cui si riveleranno certamente in grado di influenzare molte decisioni in merito. E anche gli Stati Uniti, che recentemente hanno stabilito il record per produzione domestica di petrolio e gas, sono autosufficienti e difficilmente rinunceranno ai combustibili fossili. Specialmente se il Paese passerà a guida repubblicana. E l'Europa? Teoricamente è molto impegnata nella campagna “zero emissioni”. Ma la classe politica Ue ha fatto i conti senza l'oste. E cioè i cittadini. Perché tutti parlano di passaggio alle energie alternative, ma nessuno comunica al consumatore quanto costeranno. In una Germania già in difficoltà, per esempio, il governo è stato costretto a rinunciare al progetto che prevedeva l'accantonamento degli scaldabagni a gas per la rivolta delle famiglie. Insomma: finché non si troveranno combustibili davvero alternativi (ed economici), ogni progetto tendente a raggiungere le “emissioni zero” sarà destinato a naufragare. Più che un'irrealizzabile uscita dal mondo fossile, dunque, sembra più realistico un piano serio e circostanziato in grado di tagliare dove possibile il loro utilizzo.

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Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni

Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).

Rischi geopolitici

L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.

Tassi: è l’ora del plateau?

D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.

Il gas schizza in alto

Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.

Influssi positivi

Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.

Birkenstock: quotazioni esagerate

Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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