Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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L'Agricole rilancia il risiko. Non solo bancario

È bastato che la Banque Verte acquistasse il 9,2% di Banco Bpm per riavviare la girandola di acquisizioni e consolidamento. E per ridisegnare il futuro del settore creditizio. Mentre la girandola di opa e contro-opa corre anche in autostrada

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Tornano improvvisamente i fuochi d'artificio sul fronte del consolidamento e delle fusioni. Con l'acquisto del 9,2% di Banco Bpm, Crédit Agricole ha improvvisamente riacceso la girandola del risiko bancario (e non solo). Gli analisti hanno prefigurato varie possibili prospettive per Piazza Meda, arrivando a prevedere un maggior coinvolgimento della Banque Verte e un ingresso in partita di Mps. Mentre Amundi, società di gestione controllata dallo stesso Agricole, sembra interessata all'acquisto di Anima.
Difficile districarsi fra tutte le previsioni. Una cosa è certa: sembra (almeno a questo punto) che il vero sconfitto di questo nuovo risiko bancario sia Unicredit. Il gruppo di piazza Gae Aulenti era entrato in gioco per Montepaschi, poi aveva manifestato interesse per Banco Bpm e ora rischia di rimanere con un pugno di mosche, penalizzato anche dalla forte esposizione sulla Russia, che ha costretto il gruppo a frenare sulle operazioni in cantiere.
Il risiko non è solo bancario, come si diceva: Florentino Pérez ha messo nel mirino le autostrade italiane con un'offerta per Atlantia. Mentre i Benetton hanno rilanciato con una contro-opa, cercando di tenersi stretto un business gestito in maniera opinabile.
In Borsa, l'offerta del presidente del Real Madrid è stata accolta positivamente, con aspettative, per il titolo di Atlantia, a un futuro oltre i 23 euro. Certamente, il traguardo è più facile in un contesto che per il prossimo maggio si aspetta dividendi molto elevati, previsti oltre la media del 4,5%. Le prospettive di utili sarebbero in grado di evitare contrazioni pesanti persino in periodo di recessione. Nonostante la situazione globale, dunque, il mercato italiano potrebbe vedere meno nuvole all’orizzonte rispetto alle attese.

Fed aggressiva

Più complessa è la situazione americana, legata al rialzo dei tassi, che ormai sembra imminente. I verbali degli incontri del Federal Open Market Committee hanno mostrato una Fed aggressiva, che porterà i tassi al 3% entro fine anno. I rendimenti reali resterebbero comunque negativi del 3%-3,5%, ma almeno in questo modo l’investimento obbligazionario potrebbe essere visto nuovamente come un'alternativa all'azionario.
In rapida ascesa, invece, i rendimenti statunitensi a lungo termine: i decennali hanno testato quota 2,80%, anche per l'impatto dei nuovi dati sull'inflazione, e – seppur temporaneamente - per la prima volta in 12 anni rendevano di più rispetto a quelli cinesi.
Non molto differente la situazione italiana: la rendita sui decennali ha infatti superato il 2,40%, mentre il Bund tedesco è arrivato quasi allo 0,88%, per poi ritracciare.
Se la Fed è particolarmente aggressiva, la Bce resta prudente ed è molto esitante all'idea di un ritocco dei tassi. Mentre c'è chi pensa a un'ulteriore sforbiciata: è proprio la Banca centrale cinese, che probabilmente cercherà di sfruttare l'ultima possibilità di sostenere la crescita in un periodo molto critico. A Pechino prosegue un'inflazione molto caparbia, mentre si moltiplicano i problemi alle industrie che operano nelle aree più produttive, a causa dei lockdown decisi a Shanghai e nel Guangzhou. Un ritorno di fiamma del Covid, che ha causato le prime rivolte fra i cittadini e un calo importante sui mercati finanziari cinesi.

Paure da gas (e da condizionatori)

Tornando alle nostre latitudini, è invece ancora in alto mare la trattativa in sede europea per decidere un tetto al prezzo del gas: troppo farraginoso il processo decisionale che vuole l'unanimità per compiere ogni scelta, troppo forti gli interessi particolari di alcuni paesi – in primis, i Paesi Bassi. Anche se, per la verità, c'è stata una timida apertura (anzi, “aperturina”) da parte del primo ministro olandese Mark Rutte.
Lo stallo nelle trattative Ue, insieme a certe battute molto infelici – come quella del premier Mario Draghi sui condizionatori – rischiano di creare paure in cittadini e aziende e, a cascata, sull'economia e i mercati. Occorrerebbe dunque dosare le parole e concentrarsi sui fatti, per non rischiare di far saltare intere filiere produttive. Magari considerando la proposta di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha suggerito: se l'Europa non si accorda sul tetto al prezzo del gas, è bene che l'Italia faccia da sola.


Incertezza all'Eliseo

Nel frattempo, per una sera le drammatiche immagini della guerra in Ucraina sono state precedute, nei telegiornali, dai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Con un voto che ha diviso letteralmente il paese in tre fasce d'età: tra gli over 60 ha vinto il presidente uscente Emmanuel Macron, gli elettori di mezza età (cioè la parte produttiva) hanno premiato Marine Le Pen e nei giovani (vale a dire, il futuro della Francia) è stato quasi plebiscito per l'esponente della sinistra Jean-Luc Mélenchon – mentre sono quasi spariti i protagonisti tradizionali della politica, come gaullisti e socialisti.
L'affermazione di Mélenchon tra gli elettori in erba non lo ha portato al ballottaggio, anche se per poco, ma mostra quanto i giovani abbiano voluto dare un segnale contro le crescenti difficoltà nell'inserimento nel mondo del lavoro, la precarizzazione e gli stipendi sempre più bassi. Un segnale che dovrà essere intercettato dalla società francese, e al più presto.
Ora si attende il secondo turno. Che potrebbe dare un esito nel segno della continuità, con la conferma di Macron, o un nuovo corso all'Eliseo, con la vittoria di Marine Le Pen. Che cosa accadrebbe ai mercati transalpini ed europei se si avverasse il “ribaltone” elettorale?
Probabilmente, poco e niente. A parte una reazione negativa iniziale, è prevedibile un assestamento abbastanza rapido, come è stato per la Brexit. La sorpresa sarebbe anche maggiore rispetto alla vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton, ma alla fine, a nostro parere, non avverrebbero grandi sconvolgimenti. Perché, è bene ricordarlo, all'opposizione è molto facile porsi certi obiettivi, che sono però molto più difficili da realizzare nelle stanze del potere. Potrebbe verificarsi una certa ondata di euroscetticismo, ma l'uscita della Francia dall'Unione Europea sarebbe comunque un evento assai improbabile.

 


Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?

Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.

 La Nato può attendere

Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.

La partita si gioca sul gas

Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.

Mantenere la rotta

Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".

Too strategic to fail

Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.

Fusioni, nuovo giro di valzer

A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.


Mercati inquieti per le parole dei banchieri

Lo scorso 3 febbraio, Christine Lagarde ha paventato l'aumento dei tassi da parte della Bce. La dichiarazione ha creato tensioni sui mercati finanziari e dilatato la forbice fra Btp e Bund

L'ultima settimana dei mercati europei ha avuto come protagonisti gli spread dei paesi del centro e sud Europa. In primo luogo quello italiano, che è arrivato a superare quota 160. A scatenare questa bagarre è stata Christine Lagarde, presidente della Bce, che dopo la riunione dello scorso 3 febbraio non ha escluso l'aumento dei tassi di interesse prima della fine dell'anno. Proprio il contrario di quanto la stessa leader dell'Eurotower aveva affermato non molto tempo fa, assicurando che prima del 2023 non ci sarebbe stato alcun incremento.
Nulla è valsa una rettifica poche ore dopo la conferenza stampa: il danno ormai era fatto. Soprattutto in Italia, dove si è verificata una vendita generalizzata su tutte le scadenze, con i titoli decennali che da inizio anno perdono quasi il 10% in conto capitale.

 Comunicazione sbagliata.

E' la seconda volta in meno di due anni che Christine Lagarde si rende protagonista di un grave errore di comunicazione, con conseguenti reazioni dei mercati (la prima gaffe – la famosa frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri player per gestire quei problemi – era stata pronunciata a inizio pandemia): è un nodo che la presidente Bce dovrà urgentemente affrontare. Perché a volte il problema non risiede tanto (o non solo) in ciò che si dice, ma in come lo si dice. Se Lagarde avesse posto l'accento sull'irreversibilità dell'euro e sull'impegno di Francoforte a non tollerare l'allargamento degli spread tra vari paesi, soprattutto in tempi di ripresa fragile, i mercati avrebbero digerito anche un possibile ritocco ai tassi: non è uno 0,50% a mandare in crisi un sistema. Ma – ça va sans dire – non ha detto nulla di tutto ciò, creando i grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti: oltre agli ampi movimenti sugli spread, anche un consistente aumento della volatilità sull’azionario (i principali indici europei perdono fino al 3% da inizio mese). Ora, una volta innescate le tensioni, il rischio è che molti hedge fund riprendano a scommettere su allargamenti degli spread tentando, come già nel 2011 di far saltare l’euro. E’ un rischio ancora lontano, che però deve essere arginato per tempo.

 Decisione difficile

Detto questo, nessuno invidia, in questo momento, coloro, che proprio sui tassi dovranno prendere una decisione molto difficile. La situazione è complessa e ogni soluzione sembra foriera di conseguenze negative: se si opta per un innalzamento, si rischia di compromettere la ripresa, in un periodo in cui i debiti pubblici sono molto alti; se si sceglie invece di mantenerli stabili, la probabilità che l’inflazione perda il suo carattere “temporaneo” non è trascurabile. Per questo, in un periodo così complesso, azzardare previsioni è difficile. Occorre quindi navigare a vista tenendo i nervi saldi. Anche perché, se la Bce alzerà i tassi, lo farà non prima di sette-otto mesi, periodo che per i mercati è lunghissimo: la liquidità in Banca centrale è ancora all'insegna dei tassi negativi (-0,5%), e i bond tedeschi e olandesi sono tornati positivi solo ora, a molti anni dall'ultima volta.

Facebook in picchiata

Intanto, i mercati mondiali hanno assistito all'inaspettato tonfo di Facebook, che ha perso 232 miliardi di dollari di capitalizzazione nella prima seduta di borsa successiva alla pubblicazione dell’ultima trimestrale.
La parabola del social network di Mark Zuckerberg, tuttavia, non deve stupire, né preoccupare, più di tanto: è infatti parte dei normali pattern delle bigtech. Queste aziende, una volta consolidata la posizione nel mercato di riferimento, vedono precipitare la propria capitalizzazione; nel momento in cui vengono pubblicati risultati sotto le attese, il mercato fa un derating e si comporta di conseguenza. In questo caso, gli impatti negativi sul Nasdaq sono stati almeno in parte compensati da un forte recupero di Amazon.
Comunque, il consiglio è sempre quello: investire su un orizzonte temporale lungo. Quando aumenta la volatilità, la paura degli investitori ha come conseguenza movimenti abbastanza estremi. Ma chi non si fa prendere dal panico, chi decide di investire a lungo termine, è solitamente premiato: siamo convinti che il 2022 si chiuderà quasi sicuramente con valori piu alti di oggi. Non ci sono motivi strutturali per cui il mercato possa crollare, a meno che i rivolgimenti geopolitici siano talmente forti da sconvolgere l'economia mondiale o che il rialzo delle materie prime prosegua ancora.

Europa disunita, Cina felice.

Due problemi, questi, che sono legati a doppio filo. Un filo che porta, inevitabilmente, al confine tra Russia e Ucraina. Per ora, la tregua olimpica sembra tenere: un chiarimento lo avremo, probabilmente, dopo la cerimonia di chiusura, quando la bandiera a cinque cerchi lascerà Pechino in direzione di Milano. Intanto, il pur breve periodo di distensione fa sicuramente bene ai mercati, perché stempera le tensioni e i venti di guerra. Come bene fanno le iniziative diplomatiche, il viaggio di Macron a Mosca e i suoi sforzi per la de-escalation. Tuttavia, come spesso succede, i paesi Ue si muovono in maniera disunita e scoordinata: il presidente francese vola da Putin, il cancelliere tedesco Scholz incontra Biden, promettendo di bloccare Nordstream in caso di guerra russo-ucraina, e Mario Draghi telefona al leader russo, ottenendo una rassicurazione sulle forniture di gas. Tutto questo proprio mentre, alla vigilia dei Giochi Olimpici, il vertice Putin-Xi Jinping ha prodotto un accordo trentennale, che impegna la Russia a posare un nuovo gasdotto in Cina. Anche questo è un risultato della politica miope americana: mentre le nostre bollette impazziscono, la strategia Usa, che sembra rimasta agli accordi di Yalta del 1945, sta spingendo Mosca tra le braccia di Pechino.
E proprio nel momento in cui diventa chiaro che la transizione energetica non sarà una passeggiata, anzi è un folle salto nel buio: è di pochi giorni fa la presa di posizione dell'associazione che riunisce le Pmi tedesche, per la prima volta schierata contro il piano di Berlino che, entro il 2030, punta ad avere una produzione di energia proveniente per l'80% da fonti rinnovabili e da gas, con quasi totale esclusione di carboni fossili e nucleare. I costi da sostenere per le Pmi rischiano di essere insostenibili e di metterle fuori mercato.

Milano, quattro anni da sfruttare

Tornando alla Cina, abbiamo visto come i Giochi Olimpici siano stati un'opportunità per intessere legami profondi, sia politici, sia commerciali, con la Russia. Mentre gli impatti della kermesse a cinque cerchi sull'economia nazionale saranno molto limitati. E' comunque vero che ogni grande evento sportivo influenza il pil. Infatti, le olimpiadi portano in genere anche allla realizzazione di infrastrutture che, se fatte con una visione sul futuro del Paese, avranno un impatto positivo sugli anni a venire. Vedremo nei prossimi anni se l’Italia saprà cogliere l’occasione delle prossime Olimpiadi che si terranno a Milano: l'appuntamenti del 2026 ha la potenzialità per favorire un ulteriore interesse di turismo e business, in una città che è già considerata una delle più interessanti a livello europeo. La metropoli ambrosiana potrebbe, insomma, fare da traino a un'intera economia, come peraltro fa già oggi. Oltre a questo, la presenza di Cortina come città co-organizzatrice e la cerimonia di chiusura programmata all'Arena di Verona coinvolgeranno sicuramente Venezia nel piano turistico. Se organizzati bene, insomma, i Giochi Olimpici di Milano-Cortina potrebbero creare un circolo virtuoso per la nostra economia. L'unica grande incognita è, come al solito, l’incapacità di progettare le cose per tempo e quindi di arrivare agli appuntamento col fiato corto con cantieri e progetti che vengono definiti e terminati all’ultimo. Ma a tutto questo siamo abituati e confidiamo quindi che anche questa volta ci riusciremo. E, alla fine, saremo capaci di stupire il mondo.


Il caso Saipem scuote il mercato

Mentre la comunità finanziaria reagisce positivamente alla rielezione di Sergio Mattarella, le perdite annunciate dal gruppo energetico causano un vero e proprio shock a Piazza Affari. Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

La conferma di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stata accolta bene dai mercati: lo spread si è attestato a quota 135, frenando l’accelerazione della risalita avviata a fine ottobre dello scorso anno.
Ma più che il ruolo del Capo dello Stato, che in Italia non è in grado di "spostare" molto, a tranquillizzare la comunità finanziaria italiana è la certezza di continuità alla guida del paese: restano Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, e questo dà un senso di stabilità, soprattutto in ottica Pnrr.
Oltre a questo, si può avvertire un senso di sollievo per il non eccessivo prolungamento della votazione: se le operazioni fossero proseguite oltre il 3 febbraio, scadenza naturale del primo settennato di Mattarella, lo spread BTp-Bund sarebbe probabilmente salito, forse oltre i 150 punti. La rielezione dà invece un segnale di tranquillità, fugando le inquietudini.

 

 Saipem scuote la Borsa

A questa situazione fa, però, da contraltare un fulmine a ciel sereno per l'economia italiana; Saipem ha annunciato, per il bilancio civilistico 2021, perdite superiori a un terzo del capitale. Una notizia clamorosa, che ha affondato la società in Borsa (-30%) nel primo giorno dopo l‘annuncio e la obbligherà a un maxi aumento di capitale.
Al netto delle considerazioni sulle tempistiche con cui è avvenuta la comunicazione (è lecito chiedersi dove, nel frattempo, fossero finiti i revisori), è indubbio il campanello d'allarme sul mercato. Anche se non è il caso di drammatizzare eccessivamente la situazione, che diventerebbe davvero grave se altre quattro o cinque grandi aziende attraversassero una crisi simile. E non è questo, naturalmente, il caso.

 

Meglio l'azionario

Sul fronte internazionale, la scorsa settimana si è aperta molto male, con un lunedì da vero panico e il Nasdaq che a un certo punto ha perso il 5%.
Tuttavia, come spesso avviene, si è poi verificata la classica "teoria della pallina da tennis", secondo cui tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Il Nasdaq e, più in generale, il mercato americano hanno effettivamente evidenziato un notevole rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire, spingendo un nuovo ciclo rialzista.
Troppo presto, naturalmente, per azzardare una previsione. Ma l'economia è comunque ancora in crescita, e, sull'anno, l'azionario, pur non eccezionale, sta offrendo performance discrete: per questo, al momento, gli investimenti in azioni rimangono da privilegiare.

 

Il petrolio schizza in alto

Il rimbalzo ha avuto il petrolio come protagonista: il suo valore ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile. Uno studio di Goldman Sachs, realizzato ai tempi del crack Lehman (quando il petrolio era a quota 90) affermò che se il greggio avesse superato i 100 dollari sarebbe stato un disastro per tutti.
E oggi lo sarebbe, se possibile, ancora di più. Perché un prezzo di questo genere costringerebbe a ripensare completamente le politiche di transizione green. Non è un mistero, infatti, che uno dei motivi alla base del caro-petrolio – oltre, naturalmente, all'inevitabile speculazione – sia lo stop agli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, causato appunto dalla svolta ecologica.
Oltre a questo, occorre sempre tener presente la situazione del caro-energia, che aggiunge complessità al problema.


Tregua olimpica?

La crisi energetica che aleggia dipende, ancora una volta, in buona parte dalla crisi ucraina. Anche se forse su questo fronte ci saranno una ventina di giorni di tregua. A quanto sembra, il leader cinese Xi Jinping avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di non varcare i confini con l'Ucraina durante i Giochi Olimpici invernali, in programma a Pechino dal 2 al 20 febbraio.
Non è improbabile che la "tregua olimpica" si verifichi realmente, rinviando il problema di quasi un mese e lasciando spazio alle diplomazie.
Tuttavia - se sul fronte economico crea rincari e tensioni sui mercati - dal punto di vista geopolitico la crisi ucraina è e resta un falso problema: non vedremo mai i carri armati russi a Kiev, e in caso di intervento (che non è così scontato) si combatteranno schermaglie nel Dombass e nelle aree russofone dell'Ucraina e niente più.
Il vero, grande rischio per la pace non corre tanto sull'asse Mosca-Kiev, ma si concentra su Taiwan, che la Cina vuole inglobare nel suo territorio. L'isola è decisamente più strategica per l'occidente che non l'Ucraina, il cui invito ad aderire alla Nato suona più come una provocazione che altro.


Cina, un mercato in crisi

A proposito di Cina, il ritorno del Covid (e dei lockdown) ha fermato la produzione in alcune zone del paese. Alcuni imputano le difficoltà riscontrate da Pechino sui mercati ai nuovi blocchi della produzione dovuti alle nuove restrizioni.
Ma in realtà, a quelle latitudini le cose vanno male da tempo. E i motivi sono molti, a cominciare dalla questione dei diritti civili a Hong Kong, per proseguire con le incertezze su Taiwan, di cui abbiamo appena parlato. Gli investitori stranieri, soprattutto quelli americani, stanno gradualmente uscendo da quel mercato perché non è libero e non dà affidamento sul lungo periodo: gli interventi dello stato possono cambiare repentinamente le carte in tavola e un investimento in un paese dove il potere politico può fare il buono e il cattivo tempo non può tranquillizzare le aziende. È emblematico il caso Evergrande, che ha lasciato parecchie ferite sul sistema.
Non è quindi imputabile esclusivamente alla pandemia la pessima performance dei mercati finanziari cinesi.

 


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