Tassi: è gara di inseguimento tra Fed e Bce
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi. Ma l’intervento americano è stato più incisivo: negli Stati Uniti, il valore di riferimento è calato di 50 punti base, attestandosi nella forchetta tra il 4,75% e il 5%. La decisione ha destato una certa sorpresa, anche per la quasi unanimità che ha accompagnato l’intervento – soltanto uno fra i membri del consiglio ha votato per una riduzione di soli 25 punti. Entro fine anno, la banca centrale americana potrebbe effettuare nuove correzioni verso il basso, per poi proseguire la discesa nel 2025.
Lettura difficile
Se il taglio era dato per probabile, la sua entità – come già ricordato – ha stupito più di un osservatore. Anche per la difficile lettura di un passo deciso dopo una così lunga attesa. Il maxi-taglio indica probabilmente timori per un rallentamento economico americano intravisto dalla maggioranza dei componenti del board Fed. Segnali di una crisi già in atto arrivano dai dati non positivi sul mercato del lavoro e dal calo del petrolio, che ha provato una puntata anche sotto i 70 dollari al barile. Gli occhi sono ora puntati sul dollaro: se il biglietto verde dovesse rompere la fascia di oscillazione compresa tra 1,08 e 1,12, ci troveremmo di fronte a un altro sintomo di preoccupazione per l’economia americana. Negli Stati Uniti, a differenza di ciò che accade in Europa, in caso di congiuntura economica negativa si procede infatti a una svalutazione della moneta. Una possibilità che occorre contemplare, visto il lento ma costante spostamento della valuta americana di questi ultimi giorni.
Palla alla Bce
Ora, la palla passa alla Bce, in attesa del prossimo intervento. Che potrebbe avvenire presto. Ne ha parlato Fabio Panetta nel corso di un convegno svoltosi a Catania. Il governatore della Banca d’Italia ha rivelato che il trend di discesa dei tassi potrebbe “accelerare nei mesi”, influenzato sia dalla Fed, sia dalla debolezza dell’economia europea. Un quadro, quest’ultimo, che è molto preoccupante e che è aggravato dalla situazione tedesca. Esemplificativo un raffronto fra la crescita della produzione industriale della Germania e quella della vicina Svizzera dal 2008 in avanti: fino al 2017, i due Paesi sono appaiati; dopo, la linea di Berlino scende, quella di Berna continua a salire. Questo grafico riflette quanto possano influire sull’economia domestica alcune caratteristiche dell’Ue (come la burocratizzazione, la linea anti-industriale e un piano ecologista troppo radicale) che nella Confederazione sono meno presenti. L’organizzazione farraginosa dell’Unione Europea è mostrata molto bene dai tempi lunghi per formare la nuova Commissione che, se va bene, entrerà in carica a fine ottobre. Sul momento “no” dell’economia Ue, l’ex presidente Bce Mario Draghi ha tracciato uno scenario molto chiaro, ricordando che i paesi europei, da soli, non possono più rispondere alle grandi sfide globali, e che c’è bisogno di effettuare investimenti, per cui è necessario anche formare un debito comune – soluzione che però non trova l’accordo dei Paesi del Nord Europa.
Niente tagli, siamo inglesi
Tornando ai tagli, mentre la Fed parla di nuovi interventi entro fine anno e la Bce a quanto si prevede, ammorbidirà la stretta monetaria dello 0,75% entro la prossima primavera, la Bank of England resta ferma. Threadneedle Street non si è infatti mossa dal 5%, anche a causa degli ultimi dati sull’inflazione, a 2,2% e quindi sopra il target del 2%. Bisogna però ricordare che la Boe ha da poco tagliato i tassi di 25 punti base: comprensibile quindi che a questo giro abbia saltato il turno. Probabilmente, la banca centrale inglese riavvierà il rilassamento della politica monetaria in coincidenza con la prossima sforbiciata della Bce o della Fed.
Borse, condizioni stazionarie
In una bagarre di questo tipo, le Borse sono andate avanti per la loro strada. Tranquille. Stabili. Migliori le performance dei listini americani, anche se il taglio Fed c’entra fino a un certo punto: a spingere Wall Street sono stati, ancora una volta i titoli tecnologici, mentre la Germania è zavorrata dal settore automobilistico, con un -10% di un colosso come la Daimler. La responsabilità (lo ripetiamo a costo di apparire monotoni) è in buona parte dell’accanimento comunitario contro le auto tradizionali. Tutto questo mentre le macchine elettriche non sono mai state così impopolari. Un sondaggio mostra che il 30% di chi già utilizza le e-cars è insoddisfatto di questo acquisto, e che non ripeterebbe la scelta. Tra i motivi dell’insoddisfazione, la paura di rimanere per strada senza la possibilità di rifornirsi, problema davvero difficile da risolvere.
San Siro, nuovi sviluppi
Sul fronte stadi,c’è un nuovo capitolo nella telenovela San Siro. Emanuela Carpani, soprintendente per Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, ha infatti affermato che nel caso in cui privati (leggi Inter e Milan) acquistassero lo stadio, andrebbe a decadere la proibizione di intervenire sul secondo anello. Sarebbe rimosso così un ostacolo (tra l’altro discutibile, dato che è stato permesso l’abbattimento delle stalle del galoppo) sulla via di un mantenimento del Meazza come casa delle due squadre milanesi. Un piano presentato da Webuild prevede la possibilità di ristrutturare lo stadio pezzo dopo pezzo, come è accaduto a Udine e a Bergamo, sfruttando in buona parte le pause estive e creando il minor disagio possibile agli sportivi. L’ostacolo al recupero di San Siro è, come già ricordato, la recente cementificazione dell’area circostante, che ridurrebbe le aree concesse alle due squadre per avviare business paralleli a quello sportivo. Ma i pareri favorevoli alla ristrutturazione sono molto insistenti: a favore della “Scala del Calcio” (e contro un nuovo impianto da edificare nella stessa zona) sono storicamente impegnati gli abitanti del quartiere, che vogliono organizzare una catena umana di 10.000 persone per “abbracciare” il vecchio stadio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Meno praticabile, invece, la soluzione alternativa che vorrebbe le due squadre milanesi costruire ognuna il proprio stadio nell’hinterland (Rozzano e San Donato): l’assenza di infrastrutture di quelle aree, soprattutto nella viabilità, rimanderebbe l’inaugurazione dei due impianti a data da destinarsi, mandando a monte il progetto dei due club.Inoltre, uno stadio per squadra significherebbe raddoppiare gli investimenti, il che potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile. Lo hanno capito anche Genoa e Sampdoria, che hanno formato una società compartecipata al 50% per acquistare il “Luigi Ferraris”. L’avvio della srl, denominata “Genova Stadium”, mette la parola fine ai lunghi chiacchiericci sulla migrazione della Sampdoria in un nuovo stadio di proprietà esclusiva, cercando – se il tentativo andrà a buon fine – di mettere a fattor comune gli investimenti su Marassi e di ammortizzare le spese in tempi non troppo lunghi. Tornando a San Siro, il tira e molla ha fatto la sua prima vittima: la finale di Champions League 2027, programmata proprio al Meazza. La Uefa ha deciso di spostare la sede della partita, per l’insicurezza sulle condizioni dello stadio milanese di qui a tre anni.
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Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.
Mutui meno cari
Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.
Inflazione sotto controllo
Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.
La crisi dell’auto in Germania (e non solo)
Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.
Venti di cambiamento sull’agenda 2035?
Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.
Borse indifferenti al taglio
Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.
Telenovela San Siro
Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.
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Taglio dei tassi Bce: se ne parlerà a giugno
Il board della Banca Centrale Europea ha scelto di non toccare il costo del denaro, rimandando la decisione al prossimo vertice sulla politica monetaria. Il cambio di passo sembra molto probabile, ammesso che "non ci siano ulteriori battute d'arresto" nella situazione geopolitica, come ha affermato il consigliere Olli Rehn. Diversa la situazione in casa Fed: ora, a causa dell'inflazione, i mercati scommettono contro i tre ritocchi annunciati dal presidente Jerome Powell
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Come previsto, la Bce ha deciso di lasciare i tassi invariati, aprendo però alla possibilità di avviare la stagione dei tagli nel corso della prossima riunione sulla politica monetaria, prevista a giugno. Ammesso che tensioni e guerre non si mettano di mezzo. Ammesso, cioè,che "non ci siano ulteriori battute d'arresto, per esempio nella situazione geopolitica e quindi nei prezzi dell'energia", ha affermato Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del board Bce.
La Fed ci ripensa?
Intanto è l'inflazione americana (al 3,5%) a mettere seriamente in dubbio l'intenzione della Fed di procedere a tre ritocchi verso il basso. Tutto questo mentre il quadro generale non appare positivo: Wall Street è in netto calo, mentre il decennale ha lasciato sul terreno più del 4%. Risultato: i mercati iniziano a scommettere su una giravolta hawkish da parte della banca centrale americana. Sembrava quasi sicuro che in 12-18 mesi Jerome Powell diminuisse il costo del denaro di 1,75 punti complessivi, ma ora sembra più probabile un approccio più cauto, con uno o due tagli. O addirittura nessuno, dato che l'economia dello Zio Sam continua ad andare bene – sicuramente meglio di quella europea: questo trend legittimerebbe la Fed a tenere le bocce ferme ancora per un po'. E a farsi precedere dalla Banca Centrale Europea.
Borse nervose
Le Borse vanno a zig zag, tendendo verso il basso. Generalmente, vediamo aperture di settimane positive e chiusure in calo, ma non a livelli preoccupanti. Il nervosismo dei mercati risente di vari timori, non ultimi quelli della crisi tra Iran e Israele (con i suoi effetti sul petrolio) e della crescita inferiore alle attese di vendite al dettaglio e produzione industriale cinesi (pur in un contesto che ha visto l'economia di Pechino salire del 5,3%, di poco sopra le previsioni). Tuttavia, a influenzare i mercati sono soprattutto gli utili, che si sono rivelati in gran parte positivi. Anche per questo, la situazione attuale prosegue a configurarsi come un piccolo ritracciamento fisiologico e non come lo storno che tutti attendono. E che prima o poi dovrà giocoforza presentarsi, perché dopo 18 mesi di rialzi quasi ininterrotti il mercato deve rifiatare. Difficile, però, prevedere se il cambio di passo sarà poco incisivo oppure molto deciso. In ogni caso le statistiche ci dicono che, in presenza di un primo trimestre positivo, nel 95% dei casi l'anno si chiude a livelli più alti rispetto a quelli di apertura.
L'impennata del petrolio
Le evoluzioni della nuova crisi in Medio Oriente potrebbero anticipare o ritardare l'arretramento dei mercati, anche per gli effetti delle tensioni sul prezzo del petrolio. Nei giorni scorsi, il Brent ha raggiunto i massimi dallo scorso ottobre, per poi attestarsi nei pressi dei 90 dollari al barile (più basso il valore del Wti). A meno di clamorosi rivolgimenti di fronte, è comunque difficile che la quotazione del greggio resti a lungo oltre quota 90, così come è ancora meno probabile una crisi tale da portare il costo della benzina a 3 euro al litro, come qualcuno ha paventato.
Nuovi record per l'oro
A stabilire record assoluti è invece l'oro. Le tensioni geopolitiche hanno probabilmente spinto gli investitori ad attribuire nuovamente al "re dei metalli" quel ruolo di bene rifugio che sembrava aver perso. Ma questa ipotesi, da sola, non basta a spiegare l'ottima performance dell'oro. Si può ipotizzare che alcuni Paesi ne stiano accumulando grandi quantità, magari per far fronte a difficoltà, crisi internazionali oppure a sanzioni presenti o future. La salita verticale del suo valore resta comunque anomala. Anche perché, a fronte di questo trend, le azioni aurifere non evidenziano prestazioni ugualmente brillanti. Mentre gli altri metalli, alluminio a parte, non mostrano andamenti particolarmente positivi.
Case "green"
L'Ecofin ha approvato a maggioranza la nuova normativa sulle case green, che punta ad abbattere il consumo energetico e le emissioni degli immobili entro il 2035 e a realizzare palazzi a emissioni inquinanti zero per il 2050. La misura è stata ammorbidita rispetto alla versione originale proposta dalla Commissione Europea e prevede, per gli edifici residenziali esistenti, che ogni Paese membro Ue sia vincolato ad abbattere del 16% il consumo medio di energia entro il 2030 e del 20% o più per il 2035. La riduzione dovrà essere composta per il 55% o più dal calo del consumo medio di energia di almeno il 43% delle abitazioni con le performance energetiche peggiori. La misura disciplina anche gli edifici non residenziali (entro il 2030 occorrerà procedere alla ristrutturazione del 16%, che dovrà alzarsi al 26% nel 2033) e quelli ancora da costruire. La normativa prevede anche varie esenzioni e delega gli Stati membri a tracciare una via autonoma per raggiungere gli obiettivi vincolanti. Una versione più morbida, si è detto. Anche se non tutti i dubbi sono fugati: secondo l'Enea, poco più della metà degli immobili a cui è stato attribuito l'attestato di prestazione energetica rientra nelle classi peggiori, cioè la F e la G. In teoria, non sono previsti obblighi nei confronti dei proprietari. Tuttavia, con quali mezzi è previsto il raggiungimento degli obiettivi vincolanti previsti dalla misura? E chi dovrà pagare gli interventi? Gi Stati avranno potere decisionale, ma saranno quasi sicuramente esclusi da interventi in prima persona, perché di denaro disponibile non ne hanno. A meno che si voglia caricare i piccoli proprietari di un peso molto arduo da sostenere, il denaro dovrà quindi metterlo l'Europa. In alternativa, nel caso in cui le elezioni portino a orientamenti diversi, la nuova Commissione e il parlamento rinnovato avranno la possibilità di entrare nuovamente sull'argomento, ammorbidendo ulteriormente la direttiva. E magari sospendendo anche la poco lungimirante scadenza del 2035 per lo stop alla produzione di auto endotermiche.
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Le previsioni per il nuovo anno
Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.
Questo pazzo, pazzo 2023
Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.
Tassi, presto la discesa
E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.
Banche, il rally non è concluso
Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.
Obbligazioni, rendimenti in calo
Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere. Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.
Le incognite geopolitiche
Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americana. L'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.
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Borse, si chiude un novembre molto positivo
I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999. Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.
Il fallimento Signa
Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.
La posizione delle banche centrali
A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.
Petrolio e gas
Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.
Record oro, balzo bitcoin
A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.
La morte di Charles Munger
Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.
Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.
“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.
“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.
“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.
“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.
“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.
“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.
Politica monetaria, le banche centrali si dividono
Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.
Politiche divergenti
Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.
Vie alternative
Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.
Sofferenze bancarie al minimo dal 2006
L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.
Meglio aspettare
Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.
Foto di Brendan Church su Unsplash






