Cina-Usa: fiorisce la distensione. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Cina e Stati Uniti hanno raggiunto dopo soli due giorni di trattative un accordo preliminare che ferma la guerra commerciale fra le due potenze. Lo ha annunciato Scott Bessent, segretario Usa al Tesoro. Le negoziazioni tra i delegati dei due Paesi hanno bloccato l’applicazione di dazi al 100% di Washington contro Pechino, fermando anche un’escalation su soia e terre rare. Riguardo quest’ultimo punto – centrale nei rapporti sino-americani – Bessent ha annunciato che “Pechino rimanderà la stretta di un anno”, prendendosi quindi il tempo di riesaminarla. La Cina procederà anche ad acquisti nell’agricoltura americana. L’accordo sarà formalizzato nell’imminente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Nel mentre, il presidente americano ha visitato Malaysia, Giappone e Corea del Sud, con l’obiettivo di cercare nuovi accordi sulle terre rare e diminuire la dipendenza dalla Cina. Sullo sfondo, sempre parlando di minerali, la partnership già siglata con Kiev e un possibile, futuro rifornimento anche da Mosca, nel caso in cui la guerra russo-ucraina finisca.
Mercati felici
Le Borse hanno reagito con entusiasmo alla notizia. A cominciare dal Nikkei, che ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 50.000 punti. Record anche per New York, che risente pure dei dati positivi sull’inflazione e si sta riallineando con le Borse europee. Che, a loro volta, hanno reagito bene alla distensione commerciale fra Cina e Stati Uniti, ma in misura più contenuta; eccezione importante, ancora una volta, Parigi, che ha risentito del downgrade di Moody’s dei suoi titoli di Stato, con un rating passato da “stabile” a “negativo”. I buoni risultati dell’Europa risentono anche della performance delle banche (compatibile con la rotazione settoriale che detta legge ormai da tempo), ma anche del fenomeno, già sottolineato la scorsa settimana, delle scarse alternative agli investimenti e, last but not least, degli utili del terzo trimestre, che sono buoni nonostante la crescita asfittica dei mercati. Sembra, dunque, che le Borse debbano veleggiare bene perché la situazione lo esige. Di contro, oro e argento crollano: la schiarita che promette di risolvere una crisi preoccupante come quella tra Cina e Stati Uniti rende i beni rifugio meno appetibili. Fa eccezione, almeno finora, il franco svizzero, mentre il petrolio resta debole.
Il balzo di Eni
Il petrolio resta debole, si diceva. Ma Eni, alla scadenza di settembre 2025, ha raggiunto un utile netto di 2,5 miliardi di euro (+5%), mentre nel solo terzo trimestre si è attestato sugli 803 milioni, con una crescita del 54%; il piano di buyback dei titoli è decollato a 1,8 miliardi e le azioni sono salite come non si vedeva da molto tempo. Occorre anche ricordare che, per dinamiche di mercato spesso difficili da capire, Eni era sempre stata trattata a sconto rispetto ai concorrenti: ha perciò recuperato un valore più vicino a quello reale. Tuttavia, se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, è difficile immaginare un’ulteriore salita in Borsa per l’azienda guidata da Claudio Descalzi. Per ora, dunque, a godere dell’ottima performance di Eni sono ben più i cassettisti che incassano il dividendo rispetto a chi punta al capital gain.
Boom Btp Valore
E’ stato ancora una volta un successo il collocamento di Btp Valore: la raccolta, di 16,5 miliardi, ha superato quanto registrato dal Btp Più dello scorso maggio. A spingere gli italiani verso la nuova emissione sono stati la voglia di sicurezza, la pubblicità molto presente sui mezzi di comunicazione e i tassi, superiori alla media e considerati accettabili da chi ha sottoscritto i buoni del tesoro. Se pensiamo alle obbligazioni Usa osserviamo facilmente che, con la svalutazione del dollaro, gli investimenti di risparmiatori europei in Treasury hanno causato una perdita del 10% – valore che rende alte, se non sontuose, le percentuali offerte dai Btp.
Tassa sui dividendi
E’ stata introdotta la tassa sui dividendi incassati in qualità di partecipazione di minoranza dalle aziende, che includerebbe le società con meno del 10% del controllo (con esclusione di piccoli risparmiatori e fondi di investimento, mentre sono comprese banche e grandi gruppi, che pagherebbero l’aliquota più alta). La tassa dovrebbe portare un miliardo di euro nelle casse dello Stato. Altra novità dal fronte fiscale: il governo aumenterà di due punti l’Irap per le banche. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società”, ha spiegato la premier Giorgia Meloni, “credo che possiamo essere soddisfatti noi e che in fin dei conti possano esserlo anche loro”. In questi termini, l’intervento del governo sembra ragionevole, a condizioni che non si calchi la mano in maniera esagerata. E’ comunque certa la legittimità di un aumento dell’Irap, a differenza delle proposte di imposizione fiscale degli extraprofitti, che in tutta probabilità non avrebbero superato l’esame di adeguatezza costituzionale.
Faro Ue su TikTok e Meta
TikTok e Meta sono finiti sotto il faro della Commissione Europea. I due social network sono accusati di non aver rispettato l’obbligo di garantire un accesso adeguato ai dati pubblici. Secondo l’esecutivo Ue, le due aziende non hanno neppure offerto agli utenti strumenti semplici per segnalare contenuti illegali, né per permettere di contestare decisioni di moderazione dei contenuti. Nel caso in cui l’osservazione della Commissione fosse confermata, i due gruppi, che hanno respinto ogni addebito, rischierebbero una multa salata. Sembra che, però, l’intervento dell’esecutivo Ue sia arrivato fuori tempo massimo, cioè mentre Cina e Stati Uniti interrompono la loro guerra commerciale. Con un accordo che, tra le altre cose, riguarda anche la vendita dell’80% delle attività americane di TikTok a gruppi statunitensi. Un’intesa fra due grandi potenze come Pechino e Washington renderebbe più debole la posizione della Commissione Europea.
Foto di Marivi Pazos su Unsplash
Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch
L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.
Le proteste del Tesoro americano
Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.
Borse in calo
L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.
Banche, la tassa sugli extraprofitti
Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.
Trimestre anti-inflazione
Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.
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