Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

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Ritorno al vertice per i titoli bancari

Dopo un inizio anno a zig zag, che ha alternato disinteresse per il settore a performance di singoli titoli, le azioni dei gruppi di credito tornano a brillare. Ottima anche la settimana dell'automotive, mentre il comparto energetico soffre. La spada di Damocle della crisi in Medio Oriente

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana in rialzo, in controtendenza rispetto alle altre europee. E ha riaperto ancora in positivo, per poi rifiatare. A trainarla, il settore bancario e quello automobilistico, mentre spicca il calo dell'energetico. Nel primo caso si è vista una buona progressione che ha coinvolto la maggior parte dei titoli. E quelli che hanno archiviato la settimana in flessione sono stati protagonisti di una moderata inversione di rotta già lunedì scorso.

Fuochi artificiali

La performance dei bancari era prevedibile: dopo un mese e mezzo in cui il settore era andato un po' a zig zag, alternando disinteresse da parte degli investitori a rally dovuti essenzialmente a performance individuali, i mercati si sono accorti che il comparto ha ancora enormi potenzialità. Molti fra i risultati di esercizio che stanno uscendo in questi giorni mostrano quanto la galassia bancaria e finanziaria sia in buona salute. In particolare, dopo gli ottimi numeri di Unicredit, ora è Banca Popolare di Sondrio a sparare i fuochi artificiali, con il raggiungimento di dati record. L'istituto retico, sempre gestito in maniera impeccabile, è anche la banca più ambita per operazioni di merger & acquisition: per questo motivo, il suo titolo è sotto costante osservazione.

Rotazioni settoriali

L'inizio d'anno tranquillo dei bancari, ora protagonisti dell'ennesima svolta, risponde anche alle rotazioni settoriali tipiche delle Borse, che ora stanno premiando anche i titoli automotive. Queste azioni, come del resto le finanziarie, hanno ancora molto margine di crescita, soprattutto Stellantis. Sull'energetico, si osserva che alcuni titoli hanno subito perdite senza apparenti ragioni (come Enel, che ultimamente ha lasciato sul campo il 10% circa): gli storni potrebbero presto creare nuove occasioni di investimento. Altri titoli che stanno soffrendo, un po' dappertutto, sono i petroliferi – e onestamente non si capisce bene il motivo di questo trend. Mentre i tecnologici, soprattutto a New York, continuano a salire. Attenzione però: i loro livelli sono quasi valori da “bolla”.

Delisting

A Milano è salita anche Tod's in occasione dell'opa amichevole voluta dalla famiglia Della Valle, dopo quella non riuscita del 2022. L'offerta pubblica di acquisto, lanciata da Crown Bidco (azienda controllata al 100% dal fondo L Catterton) porterà al delisting della società. Lascerà Piazza Affari anche Saras, in seguito all'accordo con cui la famiglia Moratti si è impegnata a cedere il 35% all'olandese Vitol.

Moderato ottimismo

In ogni caso, nonostante tutto, aleggia ancora un cauto ottimismo. Almeno a quanto si evince dal sondaggio Assiom Forex, che è stato condotto tra i suoi associati. In particolare, a fine gennaio, il 43% si è detto convinto che i listini rimarranno stabili (erano il 36% a dicembre), mentre per il 44% saliranno (contro il 46% precedente) e per il 5% cresceranno addirittura in doppia cifra (3% il mese prima). Solo il 13% (dal 18% di fine anno) prevede flessioni. Più neutre le previsioni sul taglio dei tassi (per l'86% non se ne parlerà prima di fine giugno) e sul cambio euro-dollaro (il 51% lo vede stabile), mentre una minoranza comunque numerosa (31%) preconizza uno spread sotto i 150 punti.

Forche caudine

Naturalmente, tutte le previsioni dovrebbero tenere conto della spada di Damocle che pende sulle economie mondiali, e cioè le spinose questioni geopolitiche. Il Medio Oriente rimane una scheggia impazzita e i timori di un conflitto armato tra Stati Uniti e Iran sono forse più forti di quanto non fossero durante la stessa era Carter. Finora, le Borse hanno reagito con forza alla crisi del Mar Rosso, anche se l'economia mondiale ne sta risentendo. E quella italiana non fa eccezione: per Confcommercio, il conflitto tra navi angloamericane e Houthi dello Yemen ha già causato il raddoppio dei costi dei noli(la spesa per un container di 140 piedi sulla rotta Genova-Shanghai, secondo l'organizzazione delle imprese, sarebbe salita del 129%). Il rischio effetto domino è a un passo. I bilanci dei porti italiani sono già in peggioramento; se questa situazione perdurasse, o addirittura peggiorasse, e le navi migrassero totalmente sulla rotta sudafricana, i prezzi delle merci aumenterebbero sensibilmente, creando nuova inflazione. Che, ovviamente, non sarebbe più possibile affrontare aumentando nuovamente i tassi, pena il crollo delle economie. Per questo motivo, le previsioni ottimistiche sull'andamento dei listini devono forzatamente passare sotto le forche caudine dello stretto di Hormuz. Un'eventuale escalation metterebbe a dura prova la pur acclarata robustezza delle Borse.

Africa, si erode il potere occidentale

Mentre la Cina è alle prese con la liquidazione Evergrande - e con l'impegno gravoso, da parte delle autorità, di far proseguire i lavori e consegnare le case già pagate - in Africa inizia a sgretolarsi l'influenza europea, lentamente rimpiazzata proprio dalla nuova partnership di Pechino e Mosca. I governi di Niger, Mali e Burkina Faso, retti da militari dopo i rispettivi colpi di stato, hanno recentemente annunciato l'uscita dei tre Paesi dall'Ecowas, la comunità degli stati africani fondata nel 1975, accusata dalle tre giunte di aver tradito i principi originari dell'organizzazione e di subire influssi stranieri (soprattutto francesi), oltre che di non aver fornito aiuti nella lotta contro il terrorismo. L'Africa subsahariana è un terreno lasciato colpevolmente vuoto da Europa e Stati Uniti: la loro incapacità di avere visione progettuale e la mentalità spesso neocoloniale con cui l'Occidente ha interagito con l'area, alla fine ha favorito l'espansione di due nuovi referenti: Russia e Cina, appunto. Dopo anni di indifferenza, ora Europa e Usa cercano di frenare l'emorragia e non perdere influenza su altri territori, puntando su una tardiva cooperazione. Forse, fuori tempo massimo.

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Investire in tempo di inflazione

La recessione sembra vicina: ormai non ci si chiede più se ci colpirà, ma quanto durerà. Proviamo a dare indicazioni su come navigare i mercati finanziari in questi tempi difficili

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Sono bastati i dati di settembre sull'occupazione negli Stati Uniti, diffusi venerdì scorso, per mandare in tilt le Borse Usa. L'incremento dei posti di lavoro, anche se leggermente più basso rispetto alle attese, è stato valutato dai mercati come un'approvazione (non gradita) del rialzo dei tassi da parte della Fed. Il dato ha dunque provocato un calo di Dow Jones (-2,10%), Nasdaq (-3,80%) e S&P 500 (-2,80%), trascinando con sé anche le Borse asiatiche.

Europa più resistente

Attualmente, i mercati europei sembrano più resistenti rispetto a quelli americani: in settembre l'Euro Stoxx 50 ha perso il 4,6% contro il 9% dell’indice S&P americano. È pur vero che l'andamento delle economie Usa e Eu è molto divergente, dato che la prima subisce un rallentamento, la seconda è decisamente malata. Ma negli Stati Uniti l'inflazione tocca tutto: case, salari, prezzi al consumo. Quella europea è invece dipendente dalle materie prime, maggiori responsabili dell'inflazione galoppante. Il consiglio è sempre lo stesso: è ormai tardi per vendere, tutti gli indici mondiali perdono almeno il 25% da inizio anno e vale la pena di ricordare che, nella storia, dopo i ribassi, gli indici hanno sempre recuperato e conseguito nuovi massimi. Qui di seguito riportiamo un grafico esplicativo di quanto detto:

La logica ci porta dunque a dire che, con un po’ di cautela e con un orizzonte temporale di medio periodo, vale la pena cominciare a investire. È così che si comportano gli smart investor, a cominciare da Warren Buffet, che ha costruito parte della sua fortuna comprando azioni durante il crollo del mercato nel famoso “lunedì nero” del 1987. Oggi un investitore ha la possibilità di entrare in un mercato sofferente per poi approfittare dei futuri rialzi. I settori più consigliati sono il bancario e l'energetico. Attualmente, gli istituti di credito valgono il 40% del loro book value, e saranno probabilmente i primi a riprendersi, anche in virtù del rialzo dei tassi e del fatto che, una volta finita la recessione, saranno tra le prime società a beneficiare in termini di maggiori utili

Petrolio ancora su

I titoli energy potrebbero invece rivelarsi un buon affare soprattutto a causa dei nuovi rialzi del petrolio, spinto dal taglio della produzione del 2% (2 milioni di barili al giorno) da parte dell'Opec+. Una decisione caldeggiata soprattutto dall'Arabia Saudita, che ha convinto il presidente americano Joe Biden a cercare di correre ai ripari, per evitare aumenti alla pompa e conseguenti malumori dei cittadini, in vista delle imminenti elezioni di mid term. L'amministrazione Usa si è convinta ad intervenire sulle riserve strategiche americane, ma anche ad ammorbidire i rapporti con paesi da tempo considerati ostili, come l'Iran e il Venezuela di Nicolás Maduro. È la classica situazione di un paese che si scopre debole e che è obbligato a rimuovere le sanzioni a un paese quando le applica a un altro. L'Europa cerca invece di stabilire un tetto al prezzo del greggio, ma solo a quello russo, lasciando tutto il resto alla mercé della speculazione. La sanzione potrebbe venire applicata mediante una proibizione alle compagnie Ue di assicurare le petroliere se trasportano greggio russo venduto ad un prezzo più alto rispetto al cap. Questa norma sarebbe, tuttavia, facilmente aggirabile. Anche perché la Russia prosegue a vendere le sue materie prime ai molti Stati che non applicano le sanzioni, e non è escluso che questi le possano rivendere all'Europa a prezzi maggiori. Ricordiamolo: paesi importanti come Cina, India e Brasile non applicano le sanzioni contro la Russia, rafforzando il loro atteggiamento con un'astensione alle risoluzioni prese in sede Onu. Un atteggiamento di benevola neutralità che non è in discussione da nessuna parte. Neppure in Brasile, dato che l'unico punto di contatto tra Luiz Lula e Jair Bolsonaro, acerrimi avversari al ballottaggio presidenziale, è un atteggiamento critico nei confronti dell'amministrazione americana.

Il trionfo dell'inerzia

In una situazione così magmatica, prosegue l'azione confusa e inconcludente dei leader europei per affrontare l'emergenza gas. Un'urgenza che avrebbe dovuto essere risolta già a fine 2021. E invece ha subito rinvii su rinvii, per poi rimanere intatta dopo il vertice di Praga. Ancora una volta in Europa non è servito a niente il famoso motto latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Anzi, a peggiorare le cose, in un sovranismo che pervade, ogni Paese fa da sé (altro che Orban) e la Germania, come già detto la settimana scorsa, ha approvato sovvenzioni a famiglie e imprese per 200 miliardi di euro, un fatto gravissimo che metterà fuori gioco la filiera industriale italiana che sta affrontando una crisi devastante. Il timore è che nei mesi a venire le tensioni sociali esploderanno pressoché ovunque in un’Europa solidale a parole, ma individualista, totalmente egoista nei fatti e suicida nelle decisioni strategiche di politica economica. Anche perché i segnali negativi si moltiplicano. Ultimo allarme, il dato sulle vendite al dettaglio in Italia nel mese di agosto, calato dello 0,4%. Lo “zero virgola” che non deve ingannare, dato che nei mesi estivi è sempre prevista una forte crescita per il forte afflusso di turisti. Facile comprendere che gli italiani stanno già tagliando (e di molto) la spesa a causa del caro bollette.

Euro, la debolezza è temporanea

La crisi del gas sta anche affossando l'euro, che continua a far registrare minimi storici. Almeno in questo caso, tuttavia, la nostra moneta dovrebbe tornare in tempi non esageratamente lunghi sopra la parità con il dollaro: la forza attuale del biglietto verde non ha molta logica, in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa negli Stati Uniti. La ragione della forza momentanea del dollaro è dovuta in gran parte alle tensioni geopolitiche in Europa e al forte divario che si registra oggi fra gli Stati Uniti - dove i tassi a breve hanno raggiunto ormai il 4% - e l’Europa che, giustamente, li mantiene appena sopra l’1%. Sul versante asiatico, visto che quest’anno non ci si fa mancare niente, è Pechino ora ad avere grossi problemi. L'economia cinese ha in corso una devastante crisi immobiliare seguita al fallimento di Evergrande (ma non solo), una crescita decisamente inferiore al previsto legata all’assurda politica di continui lockdown per contenere il coronavirus, una potenziale crisi di relazioni internazionali legate alle continue rivendicazioni su Taiwan e un accentramento di poteri su Xi Jinping. Poteri che, se confermati nell’ormai prossimo congresso del partito comunista, gli conferirebbero una carica a vita. Tutto questo ha da tempo spaventato gli investitori, principalmente americani, che da un lato stanno spostando gli insediamenti industriali di loro aziende dalla Cina all’India e al Vietnam, dall’altro hanno azzerato nuovi possibili investimenti su Pechino.

 

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