Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali
Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l'inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all'inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l'alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.
In attesa delle trimestrali
Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un'intonazione precisa. È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell'anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l'andamento dei listini nei prossimi mesi.
Tassi, nuovi rialzi in vista
Sul lato tassi, l'onda lunga dell'inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Fed e Bce continueranno per un po' con l'inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa. Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell'inflazione persistente e della crescita dell'economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte. Nell'area euro, d'altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici. Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà. Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l'estate l'Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l'energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese. Già, l'energia, principale motivo dell'inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l'inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.
Usa: rischio default tecnico?
Negli Stati Uniti attualmente c'è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un'analisi di Schroders, firmata dall'economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all'infinito. Per gli Stati Uniti, dunque, l'alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico. Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell'ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall'oggi al domani, dei dipendenti: un rischio - foriero, tra l'altro, di volatilità sui mercati - che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre. Facile, dunque, che si trovi l'accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa. Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell'inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l'hanno fatta lievitare in Europa.
Euro, lento recupero sul dollaro
Sul versante monetario, è in corso l'assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all'insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all'insegna dei piccoli aggiustamenti. Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all'Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l'inflazione. In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.
Lo yuan avanza
Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall'intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane. È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana. Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l'Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali. Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all'euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.
Oro, fine della corsa
Infine, la situazione dell'oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l'oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l'attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell'arretramento. Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell'oro. In caso contrario, l'inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.
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Credit Suisse, un blitz per il salvataggio
Le autorità elvetiche hanno scongiurato il rischio di fallimento della banca, organizzando in tempi record l'acquisizione da parte di Ubs. Sospiro di sollievo da parte dei mercati. Ma non tutti hanno reagito bene...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Una corsa contro il tempo, che aveva come scadenza l'apertura dei mercati. Stiamo parlando, naturalmente, del salvataggio di Credit Suisse, che solo pochi giorni fa era a fortissimo rischio e che è stata rimessa sui binari in extremis dalle istituzioni elvetiche, grazie all'acquisizione in tempi record da parte di Ubs. Anche se con parecchi strascichi su vari fronti, da quello occupazionale alla caduta d'immagine della piazza finanziaria confederata, fino al forte impegno economico delle casse pubbliche – e, quindi, dei contribuenti svizzeri.
L'arrivo del contagio
La crisi del Credit Suisse si era aperta poco dopo il fallimento di Silicon Valley Bank. Il gruppo svizzero aveva accusato il colpo dopo l'annuncio delle autorità americane, che avevano garantito i correntisti, ma non tutti gli obbligazionisti dell'istituto californiano. Il taglio annunciato ai possessori di bond Svb aveva quindi visto azioni e obbligazioni bancarie scendere di prezzo – con annessa crisi di fiducia sulla sostenibilità dei bilanci. E diffidenza nei confronti delle banche più vulnerabili. Come, appunto, Credit Suisse, bollata dalla stampa internazionale con il poco lusinghiero appellativo di “nuova Lehman”. A sancire l'inizio delle turbolenze è stata una dichiarazione rilasciata, nel corso di un convegno, da Ammar al-Khudairy, presidente di Saudi National Bank. Che altro non è che il primo azionista di Cs con il 9,88%. Il banchiere saudita ha affermato che “ora controlliamo il 9,8% delle banca; andare oltre il 10% comporterebbe troppe nuove regole da rispettare”. Un'esternazione non così clamorosa, che, in tempi normali, sarebbe stata archiviata alla fine del convegno. Ma che in un momento di fortissimo pericolo per la banca è stata presa come pretesto per un attacco speculativo, spinto dall'ampia copertura mediatica della dichiarazione. Risultato: titolo ai minimi, a 1,65 franchi (ne valeva oltre 90 nel 2007). Così, mentre al-Khudairy cercava di calmare la tempesta, accusando da una parte gli speculatori e dall'altra dicendosi sicuro che il governo svizzero non avrebbe lasciato fallire l'istituto, la Banca Nazionale Svizzera – dopo un momento di esitazione - è venuta in aiuto a Cs, accordandogli un prestito di 54 miliardi di franchi. Nel mentre, le autorità confederate hanno spinto per una fusione tra Ubs e Credit Suisse, che – dopo serrate trattative – si è concretizzata, proprio a poche ore dalla riapertura dei mercati. Il prezzo dell'operazione sarà di 3 miliardi di franchi, dopo che un'offerta da 1 miliardo ed una successiva da 2 miliardi erano state sdegnosamente rifiutate dal board Cs. La Banca Nazionale, che ha caldeggiato l'operazione, garantirà l'operazione per oltre 100 miliardi di franchi, e cioè il 20% del pil svizzero. Una somma enorme.
Operazione lampo
L'operazione che ha evitato il crac del Credit Suisse (facendolo, in realtà, sparire tra le braccia del suo storico rivale) si è rivelato un vero e proprio blitz, che ha sorpreso tutti per la sua rapidità. La fusione è stata sicuramente favorita dall'indipendenza della Svizzera e del suo istituto centrale, che ha la possibilità di “creare” il denaro, senza essere sottoposto ai farraginosi meccanismi a cui deve soggiacere la Bce. In ogni caso, l'operazione lampo non è stata creata dal nulla. Quasi sicuramente esisteva un “piano B”, un progetto di salvataggio del Credit Suisse da sviluppare in caso di rischi estremi per la banca. Già, perché da tempo Cs evidenziava forti problemi, e qualcosa covava sotto la cenere. Fin dal 2021, quando il fallimento di Archegos Capital Management aveva causato alla banca svizzera perdite per oltre 5 miliardi di dollari.
I contenti e gli scontenti
A tirare un sospiro di sollievo, naturalmente, le Borse (che hanno rimbalzato dopo la notizia) è il duo Bce-Bank of England, entrambe molto preoccupate di un'eventuale reazione forte dei mercati e di una pressione sui titoli bancari europei. Plauso anche da parte di Asb, l'associazione svizzera dei banchieri: secondo il suo presidente Marcel Rohner, l'operazione ha salvato la credibilità della piazza finanziaria elvetica, e la reputazione della Svizzera, pur “intaccata”, non è stata distrutta. Ci sono, però, anche voci critiche. Prima di tutto, è stata evidenziata un'anomalia: sono stati garantiti gli azionisti, ma non i possessori di obbligazioni subordinate: rovesciando la normale gerarchia del rischio, le autorità di controllo elvetiche hanno azzerato 17 miliardi di CoCo bond, aprendo la porta a una prevedibile serie di cause (già annunciate). La decisione è stata possibile perché, tecnicamente, l'operazione Ubs-Cs non è un salvataggio, ma una fusione. Tuttavia il disagio, anche fuori del perimetro di Credit Suisse, si è rapidamente diffuso: il timore fra i sottoscrittori di CoCo è che l'affaire Credit Suisse possa costituire un precedente pericoloso. Un via libera che al verificarsi di casi simili sia in grado di sovvertire nuovamente l'ordine del rischio. Per un mercato enorme, pari a circa 260 miliardi di euro in tutto il mondo. A ricorrere non saranno solo gli obbligazionisti Cs: ad annunciare cause anche alcuni azionisti di Ubs, che hanno lamentato la mancanza di un voto per dare l'ok alla fusione. Preoccupazione anche dalle organizzazioni sindacali Uss e Aseb, per il rischio che l'accorpamento fra i due colossi del credito causi 10.000 esuberi: l'Uss ha tuonato che non devono essere i dipendenti a pagare “per gli errori dei dirigenti della banca e delle autorità”. C'è anche un rischio istituzionale: il parlamento svizzero potrebbe essere chiamato a una sessione straordinaria (obbligatoria se almeno un quarto dei membri di una delle due camere lo richiede) per discutere dell'operazione. Molto difficile, però, che il Consiglio Federale (o le cause annunciate) possano mettere in dubbio la fusione. Chiunque conosca il mercato sa che banche di quelle dimensioni non possono fallire: sarebbero troppe e troppo devastanti le conseguenze sul sistema economico.
La reazione dei mercati
Inizialmente, i mercati hanno reagito con isteria, ma il via libera all'accordo Ubs-Cs ha portato serenità, con un buon rimbalzo a Piazza Affari. È dunque un momento favorevole per valutare un investimento con attenzione e con il supporto di un consulente esperto. Prima della crisi delle banche americane era consigliabile non incrementare le posizioni. Ora, con il forte calo di questi dieci giorni, sembra lecito attendersi un forte recupero. Una banca solida come Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha perso il 25% in una settimana: il prezzo del titolo in borsa potrebbe affrontare una rapida fase di rimbalzo, soprattutto in vista di una trimestrale prevedibilmente molto positiva – come probabilmente accadrà per la maggioranza degli istituti di credito italiani. Naturalmente, l'outlook dipende anche da una previsione ottimistica: cioè, la quasi certezza che le nostre banche non saranno contagiate dal caso Credit Suisse, anche perché le loro esposizioni obbligazionarie nei confronti della banca tigurina sono trascurabili o nulle. Oltre a questo, è bene ricordare che, dopo la crisi Lehman, il sistema bancario europeo è riuscito a imporsi regole ferree che sembrano aver funzionato. Il settore è ora forte e stabile, diversamente da quello americano che si è dimostrato fragile soprattutto nel caso delle banche periferiche e regionali. L'unico campanello d'allarme potrebbe invece scattare se i cinesi che hanno depositi o investimenti nelle banche europee decidessero di spostarli altrove, impauriti dall'eventualità di sanzioni a Pechino (e ai suoi cittadini) a imitazione di quelle già applicate alla Russia. Un rischio per ora remoto, ma che non deve essere ignorato.
La Bce tira dritto
In tutto questo bailamme qual è stata la reazione della Bce? Praticamente nulla. Christine Lagarde ha regolarmente alzato i tassi di 50 punti. Come se nulla fosse successo, come se la crisi del Credit Suisse non si fosse verificata. Sembra molto lontano il whatever it takes di draghiana memoria. Il comportamento attuale del board dell'Eurotower sembra più simile a quello dei vari Politburo dell'era sovietica, che tracciavano in piani quinquennali e non li cambiavano neppure in presenza di elementi che avrebbero richiesto una reazione rapida o un cambio di strategia. L'estrema rigidità della Bce è stata male accolta dai mercati, causando una forte volatilità assorbita solo per le notizie provenienti dall'asse Berna-Zurigo.
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Preoccupazioni dal caso Blackstone
Il default dichiarato dalla società americana su un'obbligazione finlandese genera molti timori. L'insolvenza potrebbe infatti essere la prima di una serie, sia in America del Nord, sia in Europa. Con notevoli conseguenze sul settore bancario e a cascata sull'intera economia. La vicenda mostra quanto sia pericoloso affrontare l'inflazione con un rialzo troppo elevato dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, il caso Blackstone ha scosso il mercato immobiliare. La società finanziaria newyorkese ha infatti dichiarato default su un bond coperto da un portafoglio immobiliare, composto da negozi e uffici della finlandese Sponda Oy. La società nordica non è stata in grado di rimborsare l'obbligazione, costringendo Blackstone a bloccare il rimborso dei fondi, per un'inadempienza di 531 milioni di euro. A farne le spese saranno, come spesso accade, i risparmiatori. Blackstone non rischia quasi nulla: gli avvocati della società finanziaria americana dimostreranno che i contratti sono adeguati alle normative e che il fondo ha agito in qualità di advisor, senza responsabilità in proposito.
Campanello d'allarme
La vicenda attiva però un grosso campanello d'allarme: fa temere che questo default possa rappresentare solo la prima di molte insolvenze di questo tipo, sia in America del Nord, sia in Europa. E mostra tutti i rischi di una politica di lotta all'inflazione condotta solo e unicamente con un rialzo elevato e continuo dei tassi. Questa strategia, seguita sia dalla Fed, sia dalla Bce, ha un impatto sull'intera componente immobiliare. E, di conseguenza, mette sotto stress i fondi real estate, in cui sono impiegate somme enormi. In questo caso, è stato sufficiente che gli investitori chiedessero a Blackstone rimborsi sulle obbligazioni cartolarizzate per far saltare tutto il meccanismo. Si teme, insomma, una situazione persino più pericolosa rispetto al crack 2008. Situazione che naturalmente investe anche i privati cittadini. Un esempio: in Italia, in un anno, la rata di un mutuo a tasso variabile di 125.000 euro con durata 25 anni è salita da 456 a 637 euro al mese. Un vero salasso, che si aggiunge al caro bollette e riscaldamento. E le autorità di controllo? Reagiscono con moniti. Come quello di Christine Lagarde, che ha chiesto alle banche di rinegoziare i mutui variabili. Cosa che finora – almeno a quanto ci è dato di sapere - gli istituti di credito non hanno fatto. Tutto questo avviene mentre le banche centrali non mostrano nessun ripensamento nella politica del rialzo dei tassi. In particolare, la Bce ha già annunciato i prossimi, graduali rialzi: secondo l'Eurotower, l'inflazione sta sì scendendo, ma non a sufficienza per fermare la strategia imboccata con decisione negli ultimi mesi.
Borse, Milano non si ferma più
Settimana invece positiva per i mercati. Trainata dalla buona performance dei listini americani, che ha regalato agli investitori persino un rimbalzo del settore tecnologico, la Borsa di Milano ha chiuso con un buon 1,56%, che porta i dati dell'ultimo semestre a +27%. Difficile prevedere i movimenti del prossimo futuro. Ma, prima di assistere a uno storno, è facile che si verifichi una nuova gamba di rialzo. Per questo motivo sembra ancora consigliabile mantenere le posizioni, fino agli eventuali primi segnali negativi. È comunque saggio attendere le prossime riunioni delle banche centrali, dopo le quali sarà più semplice prendere una decisione. Oltre che dalle Borse di oltre oceano, la buona chiusura dei listini italiani è stata spinta dall'economia reale e, ancora una volta, dalle banche, favorite dal rialzo dei tassi, che hanno fatto crescere gli interessi passivi. Mentre, per la verità, non è ancora avvenuto un adeguamento di quelli attivi, rimasti a zero, né un calo delle commissioni. Tutto ciò mentre in Italia si sta discutendo il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dipendenti bancari. È proprio in questo scenario che si è verificata la clamorosa rottura tra Intesa Sanpaolo e Abi al tavolo di contrattazione. La cesura non è definitiva: in altri termini, Cà de Sass non esce dall'associazione bancaria, ma tratterà al tavolo per conto suo. Senza mediazioni. Nonostante ciò, la “mezza rottura” è un segnale molto forte, che può essere paragonato all'uscita di Fiat da Confindustria. I numeri, però, rendono la spaccatura dei giorni scorsi molto più problematica: sul numero dei dipendenti in relazione al totale, Intesa Sanpaolo conta molto di più della ex Fiat, dato che impiega circa il 20% dei lavoratori del settore. Detto questo, il colosso del credito, pur uscito dalla rappresentanza Abi al tavolo delle trattative, dovrà comunque proseguire a trattare con le parti sociali.
Braccio di ferro per Tim
Dopo il picco del 6 marzo, sta veleggiando in acque alte il titolo Tim, azienda che è al centro di un braccio di ferro fra due cordate di compratori. Dopo l'offerta di Kkr è stata la volta di Cdp Equity, insieme a Macquarie Asset Management, che ha superato la somma messa nero su bianco dall'operatore di private equity, mettendo sul tavolo oltre 20 miliardi. L'offerta, recita una nota della stessa Tim, “sarà sottoposta all’esame preliminare del Comitato Parti Correlate, ai sensi della normativa applicabile a Cdp Equity, quale parte correlata di Tim e sarà, a seguire, portata all’attenzione del consiglio di amministrazione, ove possibile nella riunione già programmata per il 15 marzo 2023 o in un'altra data da definire”. L'esito della contesa è incerto ed è lo scontro fra due modelli: uno (Kkr) che obbedisce solo a logiche di mercato, l'altro che vedrebbe lo stato, mediante Cdp Equity, tornare in possesso almeno parzialmente di beni cruciali, che negli ultimi 20 anni sono stati oggetto di massicce privatizzazioni. Nella vita di un paese la rete, è fin troppo banale ricordarlo, è un asset strategico, perché chi ne è in possesso controlla la vita dei cittadini. Soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui le comunicazioni digitali, oltre che telefoniche, pervadono l'intera economia, rendendo la rete un asset delicatissimo. L'intervento di Cdp Equity sottintende proprio questa esigenza: di salvaguardare, con un controllo diretto della rete, la vita di famiglie e aziende. Proprio per questo, il fronte politico è abbastanza coeso e sembra che maggioranza e opposizioni marcino verso lo stesso obiettivo. Ciò che è importante è che lo stato torni in controllo della rete. Poi, il settore pubblico potrà decidere di tenere per sé anche la parte operativa oppure scorporarla, come è accaduto per Terna e Snam. Fra pochi giorni avremo tutti le idee più chiare.
Gas: per la Commissione Ue il suo prezzo è ancora “gonfiato”
Il petrolio resta ancora a livelli di guardia: il rimbalzo del prezzo del greggio sta iniziando ad assomigliare sempre più al Godot di Samuel Beckett. Il mancato rialzo, che fa sicuramente bene all'economia reale, potrebbe dipendere anche dal ritardato (o mancato, fate voi) impulso di ripresa cinese che era ampiamente atteso. Ottime notizie anche sul fronte gas, che sembra avviarsi verso la barriera dei 40 euro al megawattora. Non ancora sufficiente, però, per tornare a livelli più consoni. Non per niente Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Ue, ha dichiarato "Il prezzo del gas è gonfiato, è superiore di sette volte a quello degli Usa". Ecco: magari non di sette volte, ma sicuramente di un valore compreso fra tre e cinque. E il motivo travalica la crisi post-Covid e la guerra russo-ucraina: gli Stati Uniti, in barba a protocolli ambientali, sono autosufficienti, diversamente dalla catena di approvvigionamenti europea. Oltre a quello, c'è la nota speculazione sulla Borsa di Amsterdam, dove si forma il prezzo del gas con criteri non completamente controllabili.
Auto elettrica, decisione rinviata
Nel mentre, il voto dei rappresentanti permanenti sullo stop alla vendita di nuove vetture endotermiche dal 2035 è stato rinviato. A manifestare posizioni contrarie o scettiche sull'addio a benzina e diesel sono stati quattro stati membri: Polonia, Bulgaria, Germania e Italia. A questa posizione, a quanto si dice, sarebbero pronti a unirsi altri stati, finora timidi o timorosi di esprimersi. I problemi che si potrebbero creare con uno stop così radicale sono ben noti: costi alti, colossi automotive europei in crisi e perdita di posti di lavoro, consegna di fatto del settore mobilità nelle mani della Cina, costi di ricariche e riparazioni, durata delle batterie, lunghezza dei rifornimenti, inadeguatezza delle reti elettriche, inquinamento molto alto per lo smaltimento delle batterie (di cui, tra l'altro, non parla nessuno). Inoltre, una situazione del genere costringerebbe i cittadini di un intero continente a cambiare auto in massa. Attualmente il paese con più auto elettriche è la Norvegia, dove circolano meno di 3 milioni di veicoli e le e-cars sono circa il 18%. Il rinvio del voto rimette in gioco una decisione che sembrava già acquisita. La riflessione potrebbe portare a fare un passo indietro e revocare i divieti, creando una sana competizione fra elettrico e combustibili tradizionali, che la ricerca potrebbe cercare di “ripulire” un po' dalla loro carica inquinante. Probabilmente, la discussione si trascinerà fino alla scadenza elettorale del 2024.
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Inflazione, si vede una luce in fondo al tunnel
Le stime sui dati di dicembre evidenziano un possibile punto di svolta. Ma in Italia, gli aumenti di trasporti, petrolio e generi alimentari fanno temere un colpo di coda. Mentre la Bce non blocca l'aumento dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nell'Eurozona, l'inflazione ha forse raggiunto il suo picco. Almeno a quanto suggeriscono le stime Eurostat di fine 2022, che vedono in media un'inversione di tendenza: a dicembre, la crescita del vortice inflattivo si è attestata sul 9,2% rispetto a fine 2021, contro il tasso annuo del 10,1% registrato in novembre. Su base mensile, invece, i prezzi al consumo sono calati dello 0,3%.
Il trend è più marcato in Germania, dove secondo Destatis (l'ufficio federale di statistica) l'inflazione è in fase calante - dal 10,4% di ottobre e dal 10% di novembre all'8,6% di dicembre, con un decremento dei prezzi al consumo dello 0,8% mese su mese. Una contrazione che, secondo l'ente, è comunque condizionata dall'intervento del governo; lo stato ha infatti pagato una tantum le bollette di dicembre, riducendo il tasso del mese dell'1,2% (stima Commerzbank).
Italia, possibile colpo di coda
Anche in Italia il dicembre dell'inflazione registra una leggera discesa (dall'11,8 all'11,6% di novembre, sempre su base annua). È un segnale per il futuro, anche se a breve termine potrebbe verificarsi un nuovo rialzo “a tempo”: nonostante la prevista discesa dei prezzi di gas ed energia, occorrerà anche prevedere l'impatto degli aumenti generalizzati di gennaio (tra questi, il rincaro del biglietto dei mezzi pubblici a Milano, da 2 a 2,20 euro, la crescita delle tariffe ferroviarie, il caro-generi alimentari e il “combinato disposto” tra mancato rinnovo del taglio delle accise, sospetti di speculazione sui prezzi dei carburanti e imminente stop alle importazioni di prodotti raffinati dalla Russia, in calendario il prossimo 5 febbraio).
Tutto si giocherà sui prezzi dell'energia, vero motore di questa crisi: se il metano e le materie prime non dovessero tornare a salire, l'inflazione potrebbe intraprendere un importante percorso di ridimensionamento.
Questo trend, se confermato, farebbe molto bene all'obbligazionario, che ha già recuperato il tonfo di dicembre (cui hanno contribuito le dichiarazioni di Christine Lagarde) e potrebbe dar seguito al rimbalzo.
E i tassi?
Per il momento, però, la politica della Bce non cambia. L'Eurotower si appresta ad alzare nuovamente i tassi, che cresceranno ancora di mezzo punto. Potrebbe essere l'ultimo ritocco, anche se è meglio non scommetterci troppo: dalla Banca Centrale Europea è lecito aspettarsi amare sorprese.
Aumenti previsti anche oltre oceano. Lo evidenziano i verbali relativi alla riunione del Fomc (divisione della Fed che si occupa della politica monetaria americana) tenutasi il 13 e 14 dicembre. Anche la Federal Reserve, si è detto nel corso della due giorni, procederà a un aumento di mezzo punto e non diminuirà i tassi neppure in caso di calo dell'inflazione. Almeno fino a quando l'obiettivo dichiarato del 2% non sarà raggiunto. Della serie: non se ne parlerà per almeno un anno.
Banche, buone prospettive
Non tutti, però, piangono per i tassi in rialzo. Perché questo trend è una vera manna per il settore bancario, favorito sia dall'aumento del margine di interesse, sia dalla remunerazione a tassi positivi del denaro depositato in Bce.
In questi anni, inoltre, le aziende di credito hanno visto crollare le loro valutazioni e questo rende lecito ipotizzare un ampio margine di crescita in uno scenario che, come detto, è estremamente favorevole.
Il recupero è già iniziato, come testimonia lo Stoxx Europe 600 Banks, che raccoglie i principali gruppi di credito in Europa: l'indice ha infatti registrato un aumento dai 117 punti dello scorso 12 ottobre a oltre 148. Nel corso di quest'anno, la fase positiva potrebbe proseguire, rendendo fruttuosi gli investimenti in titoli di aziende di credito.
Ottime prospettive anche per le obbligazioni bancarie, che ultimamente stanno rendendo anche oltre il 5%. Anche qui occorre molto prudenza nella selezione degli emittenti e delle emissioni, nonché un buon grado di dinamicità nella gestione delle posizioni.
E se l'aumento dei tassi si fermasse? In questo caso, le utility – che stanno soffrendo in maniera seria i continui rialzi - potrebbero rivelarsi una buona alternativa, con diverse prospettive di rimonta.
Croazia nell'euro. Ed è caos prezzi
Se Europa e Stati Uniti calcolano attentamente i punti percentuali (o i centesimi) di rincaro o di decremento dei costi, in funzione del settore esaminato, c'è un paese Ue che ha recentemente assistito a un’impennata folle dei prezzi. Si tratta della Croazia, che all'indomani dell'ingresso nell'euro (lo scorso gennaio) ha visto lievitare i listini della spesa.
Il boom ha diffuso il panico nel paese, e ciò ha costretto il premier Andrej Plenković a confrontarsi in tutta fretta con gli uomini dell'ispettorato di stato e dell'amministrazione fiscale e doganale, e il ministro dell'economia Davor Filipović a convocare d'urgenza associazioni di categoria e rappresentanti della grande distribuzione.
I 500 controlli effettuati dal 2 al 5 gennaio hanno evidenziato 300 irregolarità, e i numeri stanno salendo vorticosamente. I commercianti, da parte loro, hanno attribuito la responsabilità all'aumento dei prezzi all'ingrosso e degli affitti dei locali, che li avrebbero costretti ad adeguare i costi al dettaglio.
Chiunque sia responsabile di questo boom, sembra di rivivere in tempi più frenetici la situazione europea (soprattutto italiana) dopo l'introduzione dell'euro. Con un'aggravante: i croati conoscevano bene ciò che era accaduto in Europa nel 2002 e negli anni seguenti, ma chi di dovere non ha potuto (o voluto) far nulla per evitare il ripetersi di questa esperienza.
Per la Croazia, l'ingresso nell'euro era probabilmente inevitabile, dati i forti legami (politici, ma soprattutto commerciali) con la Germania; tuttavia, se gli aumenti non dovessero rientrare, a Zagabria potrebbe montare un'ondata di euroscetticismo difficilmente arginabile. Ricalcando, anche in questo caso, le esperienze di altri paesi Ue, fortemente europeisti fino a quando la cattiva gestione della moneta unica e la diminuzione del potere d'acquisto hanno raffreddato l'entusiasmo delle classi medio-basse.
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Price cap: forse ci siamo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.
Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.
L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.
Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.
Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.
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