La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.
Mercati nervosi
Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.
La chiusura positiva non è a rischio
Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.
Il trend delle obbligazioni
In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.
Gas, nuova impennata?
Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.
I titoli più appetibili
Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.
Foto di rawpixel.com
Borse già orientate alle sfide del 2025
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
In Borsa gli scambi iniziano a rallentare, come di solito succede a metà dicembre. Gli investitori stanno cercando di prevedere le linee guida del 2025, anno che si preannuncia molto particolare e che sarà sicuramente influenzato dall’ingresso in carica dell’amministrazione Trump. Occhi puntati soprattutto sulla guerra russo-ucraina: se il presidente americano eletto riuscisse nell’intento di favorire la pace, o almeno una tregua fra i due Paesi, a beneficiarne sarebbe l’Europa, la cui economia, attualmente in grave difficoltà, potrebbe trovare un certo sollievo. La strategia di Trump è abbastanza chiara: concentrarsi sulla Cina e cercare, mediante un cambiamento di rapporti tra Stati Uniti e Russia, di allentare i rapporti tra Mosca e Pechino, che si sono riavvicinati dopo decenni di gelo a causa delle sanzioni occidentali contro Putin.
Francia in bilico
Dal 2 gennaio in poi inizieremo a intravedere l’intonazione generale dei mercati e le loro aspettative per un anno che, come detto, sarà molto importante dal punto di vista geopolitico. Prima di allora, assisteremo a una chiusura molto positiva per le Borse, nonostante le crescenti difficoltà dei Paesi leader europei. A iniziare dalla Germania, che dopo la sfiducia al governo Scholz andrà alle urne il prossimo febbraio. Per proseguire con la Francia, il cui presidente Emmanuel Macron ha cercato ancora una volta di dar vita a un governo centrista, affidandone la guida all’esperto François Bayrou, mentore dell’inquilino dell’Eliseo, anche se spesso critico nei suoi confronti. Il primo ministro incaricato non ha nascosto la complessità del suo mandato: senza alcuna remora, Bayrou ha affermato che “le chances di incontrare delle difficoltà solo molto maggiori rispetto a quelle di avere successo”, paragonando la sua sfida a un “Himalaya” da scalare. Due le montagne evidenziate da Bayrou: in primo luogo i problemi di “bilancio”; poi le questioni politiche, con la “disgregazione della società”. Concentrandoci sulle questioni economiche, la Francia è in disavanzo primario, con un debito pubblico che continua a crescere e una situazione sottolineata anche da Moody’s, con un declassamento al rating di Aa3 e la possibilità concreta di un indebolimento delle finanze pubbliche. Un rischio, questo, che spaventerebbe qualsiasi primo ministro incaricato, anche se non dovessero sussistere i problemi politici che invece sono ben presenti oltralpe.
Aumento dei salari, l’appello di Draghi…
Il problema della sostenibilità del debito, che sta mettendo in difficoltà la Francia, è stato evidenziato anche da Mario Draghi proprio a Parigi, nel corso del simposio annuale del Centre for Economic Policy Research. Finora, ha detto l’ex presidente della Bce, ci si è basati “sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi”. Una formula che “non sembra più sostenibile”. In altri termini, l’ex presidente della Bce ha riconosciuto che l’Unione Europea non può vivere solo di export, né di delocalizzazione, ma deve creare una domanda intensa. E l’unico modo per farlo è alzare gli stipendi, che (l’Italia ne sa qualcosa) sono sempre più bassi rispetto al costo della vita. Draghi ha esortato l’Ue anche a emettere debito congiunto in grado, secondo la sua analisi, di “creare uno spazio fiscale aggiuntivo da utilizzare per limitare i periodi di crescita inferiore al potenziale”. L’ex banchiere centrale ha comunque ammonito: o si cambia, o la stagnazione proseguirà a frenare l’economia Ue. “Se l’Unione Europea prosegue con il tasso medio di crescita della produttività del lavoro che registra dal 2015, dato che le nostre società invecchiano, tra 25 anni l’economia avrà le stesse dimensioni di oggi”. Mentre, è facile aggiungere, nel resto del mondo il prodotto interno lordo crescerà, riducendo ancora di più il ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale.
… e di Trump
Non è solo Mario Draghi a consigliare un rialzo dei salari. Perché anche Donald Trump, in un’intervista a Cnbc, ha battuto sullo stesso tasto, caldeggiando appunto una crescita degli stipendi, soprattutto quelli più bassi, affinché “le persone si sveglino alla mattina entusiaste di lavorare e di guadagnare bene”. Il presidente eletto ha combinato questa ricetta – che, se applicata, potrebbe dare stimoli a un’economia comunque molto più in salute rispetto a quella europea – ai punti distintivi della sua campagna elettorale, ripetuti pari pari nell’intervista post-elezioni. Primo tra tutti il taglio delle tasse, che secondo i piani della nuova amministrazione americana dovrebbero scendere al 15% per le imprese che producono negli Usa. E poi l’impegno nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute, argomento che ha affascinato The Donald in tempi recenti.
Il futuro delle criptovalute
Evidentemente – contro il volere e il parere di molti – le criptovalute sono entrate in una nuova fase: dopo il grande balzo in avanti, le monete virtuali saranno probabilmente oggetto di investimenti statali, mentre, incassato il successo degli Etf dedicati, i bitcoin entrano nel Nasdaq con Microstrategy, impresa che ne ha 420.000 in tesoreria. L’andamento dei bitcoin potrebbe salire ancora, e ancora, anche se queste dinamiche al rialzo possono sempre nascondere un rischio di bolla e di successivo crollo. I prossimi, probabili aumenti potrebbero dipendere anche (se non soprattutto) dalle limitazioni del protocollo bitcoin, che è stato impostato per emettere 21 milioni di unità, e non uno in più. Per carità: secondo le previsioni non si metterà la parola fine fino al prossimo secolo. Tuttavia, ogni quattro anni l’emissione dimezza, creando una situazione in cui c’è sempre più domanda e sempre meno offerta, con esiti imprevedibili. Tutto questo a meno che si decida di introdurre un nuovo protocollo, cambiando in corsa le regole stabilite dal fantomatico Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro cui si nasconde l’inventore dei bitcoin.
Il maxi-taglio della Bns
Sul fronte della politica monetaria, la Bce ha tagliato i tassi dello 0,25%, proseguendo il trend molto sparagnino che dovrebbe portare l’Eurotower a calare di un ulteriore 2% complessivo entro la fine del prossimo anno. Ha invece destato scalpore il maxi-taglio della Banca Nazionale Svizzera, che ha abbattuto il costo del denaro dello 0,50%. Tra i motivi dell’operazione, il tentativo di arrestare l’ascesa del franco, che però rimane molto alto rispetto al dollaro e soprattutto all’euro. La scarsità di monete in giro e l’altissima richiesta di valuta elvetica rendono vani i tentativi di tornare almeno alla parità con la moneta europea, in passato vista come un rischio e oggi vagheggiata come una chimera. Probabilmente il trend al rialzo del franco proseguirà, a meno che una difficile stabilizzazione dell’economia Ue non porti gli investitori di tutto il mondo ad alleggerirsi sul fronte dei beni rifugio.
Foto di Kenny Eliason su Unsplash
Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.
I mercati non reagiscono
Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.
Auto: osservata speciale
Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.
Il riposizionamento degli spread
Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.
Il record dei bitcoin
Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.
Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash
Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.
Offerta troppo bassa
Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.
Operazione difensiva?
Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.
La pista tedesca
L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.
La reazione della Borsa
Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.
Gli energetici promettono bene
In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.
L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”
Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.
Polemiche sul decreto “Salva Milano”
La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.
Foto rawpixel.com
Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.
Europa in controtendenza
Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.
Tassi: ultimo taglio Fed?
Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.
Petrolio in calo
Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.
Ita-Lufthansa, salvataggio in corner
Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.
Taglio dei tassi: la Bce accelera?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.
Quale ritmo per il 2025?
Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.
La reazione dei mercati
Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.
Economia e politica
Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.
Record dell’oro
A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.
Foto di rawpixel.com
Crisi industriale europea, spada di Damocle sui mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Bce deciderà domani, 17 ottobre, se tagliare nuovamente i tassi: l’attesa sta generando cautela nelle Borse europee. I listini rimangono comunque sulla fascia alta del trading range con rotazione settoriale che domina da inizio aprile e che ha avuto un solo scossone con il calo di inizio agosto, peraltro recuperato entro fine mese. I mercati Ue, teoricamente, avrebbero le potenzialità per nuovi rimbalzi ma sono frenati dai dati industriali, vera e propria spada di Damocle sospesa sull’economia del nostro continente e in grado di minacciarne la stabilità. Le politiche di bilancio della Commissione Europea, che verosimilmente non cambieranno con l’insediamento della von der Leyen bis, si scontrano con la recessione tedesca e i problemi di bilancio evidenziati dalla Francia, che non può più drenare risorse. In un quadro precario per la stessa tenuta dell’euro.
Auto tedesche ai box
In particolare la crisi tedesca, innescata dalla marginalizzazione delle forniture di gas russo, è stata ulteriormente aggravata dalla politica comunitaria sull’auto, che sta minacciando il business e forse la stessa sopravvivenza di alcuni marchi storici. I dati continuano a essere drammatici e si sono rivelati ancora più preoccupanti dopo gli ultimi numeri del mercato cinese, dove stanno crollando le vendite delle auto occidentali. Specialmente le tedesche, che erano particolarmente forti, e le americane. A soffrire sono soprattutto Bmw e Mercedes: nel terzo trimestre le immatricolazioni della prima sono calate del 30% e la seconda è arretrata del 13%, mentre le case locali hanno conquistato la leadership degli acquisti, portandosi al 63%. La Cina (il più grande mercato motor al mondo) sembra l’unico Paese davvero interessato alle auto elettriche e – complice lo scarso entusiasmo delle case europee verso questa via, pur obbligata – sta sviluppando con convinzione (e vendendo) le e-cars e la loro componentistica, conquistando il mercato domestico e preparandosi a invadere i mercati occidentali mediante una sorta di… Autostrada della Seta.
Elettrico, il declino del “campione europeo”
L’elettrico di casa nostra, invece, arranca. Lo dimostra la crisi attraversata dal gruppo svedese Northvolt, ”campione europeo” di produzione batterie. L’azienda scandinava, che era vista come un argine allo strapotere cinese, sembra non reggere il disinteresse generale nei confronti di questo settore. Per questo si è trovata costretta prima ad annunciare il taglio del 20% dei posti di lavoro, poi a cercare disperatamente denaro per evitare un disastroso fallimento. Una sorte che ha già colpito la filiale Ett Expansion Ab, e che Northvolt sta cercando disperatamente di scongiurare. Alcuni rumours (smentiti dall’azienda svedese) suggeriscono che Northvolt stia cercando di vendere le sue scorte di materiali utili per produrre batterie, proprio con l’obiettivo di cercare fondi per proseguire la propria attività. Che l’indiscrezione sia vera o no, è comunque chiaro che il “campione europeo” dell’elettrico stia cercando di evitare lo stop ridimensionando il proprio business.
Tutti contro Tavares
L’Italia non sfugge al disinteresse generale per l’elettrico, che ha contribuito all’arretramento di Stellantis. L’amministratore delegato Carlos Tavares, invitato a un’audizione in Parlamento sulla situazione dell’azienda e del settore auto, ha affermato che non sono previste vendite (di Maserati e del sito di Termoli), né fughe dall’Italia. Ma ha anche chiesto, senza troppi giri di parole, il ritorno degli incentivi auto per risollevare il settore. In parole povere, il top manager ha invocato i “soliti” aiuti di Stato, oltretutto senza specificare come verrebbero spesi. L’intervento di Tavares ha avuto come effetto un inedito accordo fra maggioranza e opposizione, insolitamente uniti tra loro (e con i sindacati) per criticare le intenzioni del gruppo olandese. Nonostante i commenti negativi da parte delle forze politiche, Tavares è andato dritto per la sua strada: alcuni giorni dopo, a margine del Salone dell’Auto di Parigi, non ha escluso licenziamenti. Proprio mentre le aziende cinesi progettano l’apertura di fabbriche in Europa, anche per aggirare i dazi che potrebbero aprire una guerra commerciale con Pechino.
La Cina stampa denaro
Da parte sua, la Cina cerca di sostenere l’economia e continua a stampare soldi, intervenendo per dare fiato alle famiglie e rilanciare l’economia. L’operazione non è passata inosservata: il mercato cinese, dopo oltre cinque anni di scarso appeal, ha prodotto una fiammata importante, portando alcune azioni a performance clamorose. Uno su tutti, il titolo Alibaba, che nell’ultima decina di giorni è cresciuto di oltre il 30%. Dal prossimo 25 ottobre, inoltre, gli istituti di credito cinesi diminuiranno gli interessi sui mutui di almeno 30 punti base. L’operazione, richiesta dalla banca centrale di Pechino, si applicherà a gran parte di questi strumenti, anche se con alcune eccezioni. L’ottimo momento dell’economia cinese potrebbe rendere interessante una puntata su quel mercato e sui Paesi emergenti, anche in un quadro di diversificazione dagli investimenti in titoli europei.
Torino, causa sui derivati
Il Comune di Torino ha dato il via a una causa contro tre gruppi bancari con l’obiettivo di fermare il pagamento di debiti legati ai derivati, i cui contratti risalgono a quasi 20 anni fa. La capitale piemontese vuole evitare un esborso maxi di 200 milioni, pari a una media di 3.400 euro a cittadino. Il problema, che già aveva colpito Milano, evidenzia un errore risalente agli anni pre-Lehman: da una parte, spesso gli istituti hanno pensato a guadagnare senza spiegare adeguatamente i rischi di questi strumenti, mentre gli enti pubblici hanno dimostrato in molti casi una cultura finanziaria bassa. Oggi Torino è la città più indebitata d’Italia: in questi anni, i derivati sono già costati 150 milioni di euro, e ora l’amministrazione comunale sta cercando di fermare l’emorragia.
Red Bull alla conquista del calcio?
Dopo l’ingresso in Moncler, Bernard Arnault entra nel mondo del calcio: il fondatore, presidente e ceo di Lvhm ha acquisito, in partnership con Red Bull, il Paris Fc, seconda squadra della Ville Lumière attualmente al primo posto nella Ligue 2 (la serie B transalpina). Più in particolare l’operazione, che promette di regalare alla capitale francese il derby calcistico con il Psg, vede Arnault al 55% e il 15% alla società austriaca (l’attuale presidente della squadra, Pierre Ferracci, conserva il 30%, almeno per ora). L’operazione conferma anche una diversificazione nel modello di business Red Bull nel mondo dello sport: il gruppo guidato da Dietrich Mateschitz usava acquisire marchi rinominandoli con il suo brand (lo ha fatto a Salisburgo e Lipsia, per esempio, ma anche in Formula 1), mentre ora sembra anche disposta ad affiancare il suo marchio (o la sua quota di proprietà) ad altre realtà. Basti pensare al team ciclistico Red Bull-Bora-Hansgrohe, squadra in cui milita Primož Roglič: in questo caso, il gruppo austriaco ha aggiunto il suo nome a quello dello sponsor storico (Bora-Hansgrohe, appunto). Nello stesso tempo, il gruppo è diventato sponsor di maglia del Leeds e official energy drink partner del Torino e dell’Everton. La Red Bull sta cercando di espandersi ulteriormente nel mondo dello sport? Difficile dirlo. Certo è che alcune voci – mai verificate – hanno accostato il brand austriaco prima al Monza (che ora interessa all’imprenditore americano Mario Joseph Gardelli) e poi allo stesso Torino, dopo l’ingresso nel novero dei partner della società granata. Intendiamoci: oggi come oggi, investire sul calcio italiano è impresa molto difficile. Ma non impossibile. Sarebbe abbastanza seguire modelli di crescita come quello dell’Atalanta: la società di Bergamo, molto impegnata nello sviluppo del settore giovanile, ha raggiunto i vertici del calcio europeo in modo prudente ma costante lanciando ragazzi della Primavera, facendo acquisti mirati e (come oggi sembra inevitabile) vendendo pezzi pregiati per far quadrare i bilanci.
Foto di rawpixel.com
Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.
Dazi, servono davvero?
Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.
Fronte anti-green deal
In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.
Fusioni sì, fusioni no…
La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.
Il punto sui Btp
Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.
Foto di John Matychuk su Unsplash
La crisi del settore auto penalizza le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana positiva, le Borse europee hanno subito un arretramento, anche se il trend resta moderatamente rialzista. A penalizzare i listini del nostro continente è soprattutto la crisi del settore automobilistico. Nelle ultime quattro settimane è stata lanciata una serie progressiva di profit warning da varie case europee: dapprima le tedesche (Volkswagen, Bmw e Mercedes), poi Aston Martin e Stellantis. Con un impatto negativo sui mercati.
Inchiodata per l’automotive
A causare il passo indietro di Piazza Affari è stato il gruppo olandese, che dopo aver rivisto le stime di profitto per l’anno in corso ha perso oltre il 14% in un giorno. Una crisi che non è certo imprevista: negli ultimi mesi, il gruppo ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione, da poco meno di 70 miliardi a circa 35. Tutto questo mentre, come abbiamo già ripetuto in precedenza, Bruxelles sembra fare orecchie da mercante, incurante delle migliaia di posti di lavoro che rischiano di andare in fumo. Come abbiamo ricordato la scorsa settimana, il passaggio all’elettrico non piace agli automobilisti (anzi: il 30% di chi ha comprato una e-car non ripeterebbe la scelta), mentre per timore di nuove restrizioni all’endotermico c’è freddezza anche rispetto all’acquisto di auto tradizionali. Auto che, tra l’altro, Stati Uniti, Cina e India continueranno a produrre, vanificando lo sforzo europeo. Per questi motivi è lecito sperare che Germania e Francia si uniscano all’Italia nel chiedere alle istituzioni comunitarie un rinvio delle misure che obbligano lo stop alla produzione di auto endotermiche nel 2035. Perché Bruxelles, senza stimoli esterni, non ha nessuna intenzione di frenare, come dimostra anche la normativa (tra l’altro molto arruffata e confusionaria) sullo stop alle caldaie a gas. In questo caso, a indebolire la posizione dell’Europa è la scelta autonoma della Germania, che è stata spinta a cambiare registro dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Oltre che, naturalmente, dai recenti risultati elettorali di tre Länder, che hanno visto il voto di protesta incanalarsi in direzione dell’ultradestra e della sinistra radicale, mentre i verdi sono letteralmente crollati.
Non va di lusso
Oltre ai risultati choc del settore automobilistico europeo c’è un altro comparto che non se la passa troppo bene: quello del lusso. Il downgrade da neutral a sell di Bank of America e Goldman Sachs nei confronti di Kering (soprattutto a causa della sottoperformance del suo marchio Gucci) ha contribuito a spingere l’haute couture nei bassifondi delle Borse. E’ stata quindi vanificata l’ottima performance ottenuta dal settore la scorsa settimana, causata dagli interventi del governo cinese per stimolare l’economia locale e dall’operazione che ha coinvolto Lvmh e Double R. Operazione con cui Moët Hennessy Louis Vuitton acquisterà il 10% della seconda società, che controlla il 15,8% di Moncler (e arriverà a un massimo di 18,5% in circa 18 mesi, mentre Lvmh salirà a non oltre il 22% della stessa Double R). L’operazione aveva dato fiato al settore, che ora però è tornato in difficoltà. Un gigante dai piedi d’argilla, si potrebbe dire, perché pur rimanendo a multipli elevati è penalizzato dal timore di un rallentamento economico e quindi anche dei consumi. Sempre meno persone possono permettersi gli abiti esposti in via Montenapoleone o in via della Spiga: si potrebbe dire che i prezzi sono attualmente inaccessibili a oltre il 99% della popolazione. Sembra quindi che una parte importante della speranza di sopravvivenza del comparto arrivi da Paesi extraeuropei, soprattutto dalla Cina.
Investire, ma con prudenza
Investire sul lusso dopo una simile correzione verso il basso può rappresentare una scelta praticabile, anche se occorre comunque muoversi con i piedi di piombo: la chiave di tutto è l’Asia, da cui dipende buona parte delle quotazioni delle aziende del settore. Sempre con molta cautela è possibile anche guardarsi in giro nei titoli automotive. Magari aspettando ancora un po’ a entrare: le azioni di questo comparto potrebbero perdere ancora, fino al 30%.
Juventus, bilancio in rosso
Non se la passa bene neppure la Juventus che, pur stazionando nelle parti alte della classifica di serie A, ha comunicato una perdita di 199,2 milioni che emerge dal progetto di bilancio approvato dalla società bianconera. A pesare sull’esercizio, in rosso per la settima volta di fila, è soprattutto la mancata partecipazione alle competizioni europee, decisa dall’Uefa a causa delle note irregolarità contabili. I dati in perdita erano ampiamente prevedibili. Ora vedremo che cosa succederà in ambito internazionale. Perché la Juventus ha sottoscritto un accordo con l’Uefa, che la impegna a non superare, nel triennio che si chiuderà nella stagione 2025/26, un deficit aggregato pari a 60 milioni, con la possibilità, a certe condizioni, di aumentarlo fino a 10 milioni l’anno. Se la società calcistica non raggiungerà i numeri target potrà subire la limitazione del numero di giocatori nelle liste Uefa (da 25 a 23), l’impossibilità di inserirvi nuovi calciatori oppure l’esclusione dalle coppe europee dell’anno seguente. Per questo motivo, è pressoché scontato che si verifichi un aumento di capitale da parte di Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e azionista di maggioranza della Juve. Vedremo poi se le autorità sportive si sposteranno su una situazione di maggior intransigenza sul fronte del fair play finanziario, in un periodo in cui sotto i riflettori c’è anche il Manchester City, processato in patria per motivi legati ai bilanci. La squadra allenata da Pep Guardiola potrebbe rischiare una penalizzazione in campionato (come già avvenuto per Everton e Tottenham) o addirittura la retrocessione, con conseguente addio alle coppe europee per un minimo di due anni.
Unicredit cresce in Germania
Sul fronte bancario, Unicredit ha rilevato una partecipazione del 21% in Commerzbank e sta provando a ottenere il nulla osta per salire ulteriormente (al 29,9%, limite oltre il quale scatterebbe l’obbligo di opa). L’operazione accresce la presenza della banca milanese in Germania, a quasi 20 anni dall’acquisizione di Hypovereinsbank. La strategia tedesca, su cui il gruppo bancario di Piazza Gae Aulenti ha puntato per l’evidente impossibilità di crescere per linee esterne in Italia, ha suscitato reazioni divergenti in Germania: mentre dal ministero delle Finanze si è levata una voce favorevole, il cancelliere Olaf Scholz ha espresso il timore di scalate ostili, mentre dall’interno della banca si teme che, nel caso in cui avvenga un’acquisizione, si verifichi una riduzione del personale. Favorevole invece Christine Lagarde: la presidente della Banca Centrale Europea, pur non citando il caso singolo, ha giudicato positivamente le fusioni transnazionali, per creare giganti europei in grado di competere con le banche del resto del mondo.
Foto di rawpixel.com
Tassi: è gara di inseguimento tra Fed e Bce
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi. Ma l’intervento americano è stato più incisivo: negli Stati Uniti, il valore di riferimento è calato di 50 punti base, attestandosi nella forchetta tra il 4,75% e il 5%. La decisione ha destato una certa sorpresa, anche per la quasi unanimità che ha accompagnato l’intervento – soltanto uno fra i membri del consiglio ha votato per una riduzione di soli 25 punti. Entro fine anno, la banca centrale americana potrebbe effettuare nuove correzioni verso il basso, per poi proseguire la discesa nel 2025.
Lettura difficile
Se il taglio era dato per probabile, la sua entità – come già ricordato – ha stupito più di un osservatore. Anche per la difficile lettura di un passo deciso dopo una così lunga attesa. Il maxi-taglio indica probabilmente timori per un rallentamento economico americano intravisto dalla maggioranza dei componenti del board Fed. Segnali di una crisi già in atto arrivano dai dati non positivi sul mercato del lavoro e dal calo del petrolio, che ha provato una puntata anche sotto i 70 dollari al barile. Gli occhi sono ora puntati sul dollaro: se il biglietto verde dovesse rompere la fascia di oscillazione compresa tra 1,08 e 1,12, ci troveremmo di fronte a un altro sintomo di preoccupazione per l’economia americana. Negli Stati Uniti, a differenza di ciò che accade in Europa, in caso di congiuntura economica negativa si procede infatti a una svalutazione della moneta. Una possibilità che occorre contemplare, visto il lento ma costante spostamento della valuta americana di questi ultimi giorni.
Palla alla Bce
Ora, la palla passa alla Bce, in attesa del prossimo intervento. Che potrebbe avvenire presto. Ne ha parlato Fabio Panetta nel corso di un convegno svoltosi a Catania. Il governatore della Banca d’Italia ha rivelato che il trend di discesa dei tassi potrebbe “accelerare nei mesi”, influenzato sia dalla Fed, sia dalla debolezza dell’economia europea. Un quadro, quest’ultimo, che è molto preoccupante e che è aggravato dalla situazione tedesca. Esemplificativo un raffronto fra la crescita della produzione industriale della Germania e quella della vicina Svizzera dal 2008 in avanti: fino al 2017, i due Paesi sono appaiati; dopo, la linea di Berlino scende, quella di Berna continua a salire. Questo grafico riflette quanto possano influire sull’economia domestica alcune caratteristiche dell’Ue (come la burocratizzazione, la linea anti-industriale e un piano ecologista troppo radicale) che nella Confederazione sono meno presenti. L’organizzazione farraginosa dell’Unione Europea è mostrata molto bene dai tempi lunghi per formare la nuova Commissione che, se va bene, entrerà in carica a fine ottobre. Sul momento “no” dell’economia Ue, l’ex presidente Bce Mario Draghi ha tracciato uno scenario molto chiaro, ricordando che i paesi europei, da soli, non possono più rispondere alle grandi sfide globali, e che c’è bisogno di effettuare investimenti, per cui è necessario anche formare un debito comune – soluzione che però non trova l’accordo dei Paesi del Nord Europa.
Niente tagli, siamo inglesi
Tornando ai tagli, mentre la Fed parla di nuovi interventi entro fine anno e la Bce a quanto si prevede, ammorbidirà la stretta monetaria dello 0,75% entro la prossima primavera, la Bank of England resta ferma. Threadneedle Street non si è infatti mossa dal 5%, anche a causa degli ultimi dati sull’inflazione, a 2,2% e quindi sopra il target del 2%. Bisogna però ricordare che la Boe ha da poco tagliato i tassi di 25 punti base: comprensibile quindi che a questo giro abbia saltato il turno. Probabilmente, la banca centrale inglese riavvierà il rilassamento della politica monetaria in coincidenza con la prossima sforbiciata della Bce o della Fed.
Borse, condizioni stazionarie
In una bagarre di questo tipo, le Borse sono andate avanti per la loro strada. Tranquille. Stabili. Migliori le performance dei listini americani, anche se il taglio Fed c’entra fino a un certo punto: a spingere Wall Street sono stati, ancora una volta i titoli tecnologici, mentre la Germania è zavorrata dal settore automobilistico, con un -10% di un colosso come la Daimler. La responsabilità (lo ripetiamo a costo di apparire monotoni) è in buona parte dell’accanimento comunitario contro le auto tradizionali. Tutto questo mentre le macchine elettriche non sono mai state così impopolari. Un sondaggio mostra che il 30% di chi già utilizza le e-cars è insoddisfatto di questo acquisto, e che non ripeterebbe la scelta. Tra i motivi dell’insoddisfazione, la paura di rimanere per strada senza la possibilità di rifornirsi, problema davvero difficile da risolvere.
San Siro, nuovi sviluppi
Sul fronte stadi,c’è un nuovo capitolo nella telenovela San Siro. Emanuela Carpani, soprintendente per Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, ha infatti affermato che nel caso in cui privati (leggi Inter e Milan) acquistassero lo stadio, andrebbe a decadere la proibizione di intervenire sul secondo anello. Sarebbe rimosso così un ostacolo (tra l’altro discutibile, dato che è stato permesso l’abbattimento delle stalle del galoppo) sulla via di un mantenimento del Meazza come casa delle due squadre milanesi. Un piano presentato da Webuild prevede la possibilità di ristrutturare lo stadio pezzo dopo pezzo, come è accaduto a Udine e a Bergamo, sfruttando in buona parte le pause estive e creando il minor disagio possibile agli sportivi. L’ostacolo al recupero di San Siro è, come già ricordato, la recente cementificazione dell’area circostante, che ridurrebbe le aree concesse alle due squadre per avviare business paralleli a quello sportivo. Ma i pareri favorevoli alla ristrutturazione sono molto insistenti: a favore della “Scala del Calcio” (e contro un nuovo impianto da edificare nella stessa zona) sono storicamente impegnati gli abitanti del quartiere, che vogliono organizzare una catena umana di 10.000 persone per “abbracciare” il vecchio stadio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Meno praticabile, invece, la soluzione alternativa che vorrebbe le due squadre milanesi costruire ognuna il proprio stadio nell’hinterland (Rozzano e San Donato): l’assenza di infrastrutture di quelle aree, soprattutto nella viabilità, rimanderebbe l’inaugurazione dei due impianti a data da destinarsi, mandando a monte il progetto dei due club.Inoltre, uno stadio per squadra significherebbe raddoppiare gli investimenti, il che potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile. Lo hanno capito anche Genoa e Sampdoria, che hanno formato una società compartecipata al 50% per acquistare il “Luigi Ferraris”. L’avvio della srl, denominata “Genova Stadium”, mette la parola fine ai lunghi chiacchiericci sulla migrazione della Sampdoria in un nuovo stadio di proprietà esclusiva, cercando – se il tentativo andrà a buon fine – di mettere a fattor comune gli investimenti su Marassi e di ammortizzare le spese in tempi non troppo lunghi. Tornando a San Siro, il tira e molla ha fatto la sua prima vittima: la finale di Champions League 2027, programmata proprio al Meazza. La Uefa ha deciso di spostare la sede della partita, per l’insicurezza sulle condizioni dello stadio milanese di qui a tre anni.
Foto di Swansway Motor Group su Unsplash





