Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.

Tutto giù, oro su

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.

Scontro istituzionale

I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.

In attesa della retromarcia

Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.

Resa dei conti in Generali

In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.

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Dazi: la sospensione dà sollievo alle Borse, ma non all'economia

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la sospensione parziale per 90 giorni dei dazi americani nei confronti dell’Europa (resta la tariffa base del 10%), il presidente Usa Donald Trump medita passi indietro. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti definito possibile uno stop alle tariffe per il settore auto, continuando nel frattempo a parlare di negoziati con i Paesi disposti a trattare. Secondo la Cnn, a far tornare Trump sui suoi passi sono stati i problemi dei Treasury americani e i conseguenti sell off, causati dalla sfiducia in uno strumento solitamente considerato sicurissimo. Questi fattori hanno spinto il segretario al Tesoro Scott Bessent a lanciare l’allarme e a convincere Trump a fare almeno un mezzo passo indietro.

Volatilità preoccupante

Tutto bene, dunque? La risposta, purtroppo, è negativa. Un po’ perché siamo in presenza di una semplice sospensione, cui seguiranno difficili trattative. E un po’ perché ormai il danno è stato fatto. La pur effimera entrata in vigore dei dazi al 25% ha infatti causato una volatilità preoccupante, ma soprattutto ha fermato l’economia occidentale, che resterà ingessata anche nel caso in cui avvenga una schiarita. L’incertezza, che oggi la fa da padrona, è un freno ai mercati e allo sviluppo dei commerci: spesso Trump fa proclami e poi li contraddice – un atteggiamento che può anche pagare in una trattativa fra capitani di imprese, ma se applicato all’economia globale è in grado di mandare in panico gli investitori. Soprattutto se il “tira e molla” proviene da una superpotenza economica.

I danni al settore industriale

Le Borse, è vero, hanno reagito alla sospensione dei dazi con buone performance e tentativi di rimbalzo, anche se i valori di inizio aprile sono ancora lontani. Tuttavia, il vero problema non sono gli indici, ma l’economia reale. Perché da un crollo, le Borse prima o poi possono recuperare, e la volatilità tornare a livelli di guardia. Ma il quadro è differente per la produzione industriale: se si ferma, difficilmente riprende a breve termine. Lo choc sulla domanda e l’offerta può causare un trauma a lungo termine, difficile da rimarginare: la retromarcia di Trump ha calmato un po’ i mercati finanziari, ma non il mondo economico. Le industrie devono sapere con certezza se le commesse provenienti da un Paese soggetto a dazi (gli Stati Uniti per le aziende Ue e l’Unione Europea per le imprese americane) possono riprendere o devono rimanere ferme perché non ci sono più le condizioni per commerciare. E per acquisire nuovamente queste sicurezze ci vuole tempo.

Usa già in recessione?

La produzione, soprattutto americana, è stata danneggiata quasi come ai tempi del Covid e la recessione Usa – come ha affermato Larry Fink – è vicina, se non già in atto: l’amministratore delegato di BlackRock si è definito “terrorizzato” per le prospettive a breve termine, pur rimanendo ottimista nel lungo periodo, e ha dichiarato senza mezzi termini che la crisi dei dazi si è spinta “oltre qualsiasi cosa che avrei potuto immaginare in 49 anni di esperienza nel mondo finanziario”. Anche se ci fosse un disgelo, dunque, sarà difficile tornare rapidamente alla situazione pre-dazi: gli investitori avranno paura per un bel po’, mentre il crollo delle Borse ha bruciato parecchi soldi dei risparmiatori, soprattutto americani. Un esempio è quello dei fondi previdenziali Usa, che investono la maggioranza dei loro capitali su Wall Street: il crack della Borsa ha mandato nel panico coloro che sono più prossimi al ritiro dal lavoro – e non poteva essere altrimenti in un sistema, come quello americano, in cui gran parte degli assegni pensionistici è erogato da strumenti privati. Si sta verificando, insomma, il classico effetto domino, che porta al blocco dei consumi e alla recessione paventata da Fink e da altri grandi nomi della grande finanza americana.

Sindrome cinese

Se tra Stati Uniti ed Europa è tregua, prosegue la guerra commerciale fra Usa e Cina, con dazi e controdazi anche a tre cifre: le tariffe imposte da Trump al gigante asiatico sono attualmente del 145%, quelle decise per ritorsione dalla Cina del 125%. Il duello tra le due superpotenze è contraddistinto dalla velocità e dalla “fantasia” delle misure decise dalle due parti: è notizia di ieri che il governo cinese ha ordinato alle sue compagnie aeree di bloccare l’acquisto di velivoli Boeing e di altre componenti del settore aeronautico provenienti dagli Usa. Deciso anche lo stop all’export di sei metalli rari. Nel contempo, la banca centrale cinese ha tagliato per sei giorni consecutivi il tasso di riferimento, svalutando lo yuan – giunto al minimo sul dollaro dal 2007 – per cercare di annullare almeno in parte gli inasprimenti dei dazi trumpiani e rilanciare l’export. La debolezza della valuta cinese può creare nuovi problemi di concorrenza alle aziende europee, proprio mentre Pechino ha chiesto apertamente un potenziamento della partnership con l’Ue per difendere le regole del commercio mondiale.

Messaggi “misti”

Da Pechino, insomma, sembrano arrivare messaggi “misti”. Da un lato, appunto, la ricerca di accordi e iniziative di cooperazione (come la costituzione della zona “a zero dazi” di Lingang, vicino a Shanghai, che punta ad attrarre imprese di tutto il mondo). Dall’altro annunci ostili: primo fra tutti il già citato blocco all’esportazione delle terre rare, che oltre agli Stati Uniti colpirà anche altri Paesi, come Giappone e Germania. Per l’Europa stringere legami commerciali con altri mercati può aiutare a sopperire, almeno in parte, al rischio di mancati scambi con gli Stati Uniti. Tuttavia è importante diversificare, evitando di legarsi mani e piedi alla Cina, che è e resta un’economia gestita da un governo autocratico con logiche diverse dalle nostre. Un mercato interessante è quello sudamericano, come ha ricordato Emanuele Orsini: il presidente di Confindustria, a questo proposito, ha caldeggiato il rinnovo degli accordi attualmente operativi con il Mercosur.

 

Shopping marginale

In questa situazione come deve comportarsi l’investitore? La scorsa settimana avevamo consigliato di tornare ad acquistare qualche titolo, senza eccedere: chi lo ha fatto, ora ha la possibilità di realizzare un utile vendendo le azioni sottoscritte di recente. Per il resto, l’alternativa ai mercati finanziari volatili sono le obbligazioni: i Btp europei, che però non superano il rendimento medio del 3,70%, o i corporate bond, un po’ più rischiosi, ma anche più redditizi (5% circa). Sicuramente questo è un periodo buono per puntare sull’Italia, anche in relazione al rialzo del rating italiano a BBB+ da parte di Standard & Poor’s. L’inversione di tendenza il segna primo incremento della valutazione da 28 anni a oggi.

Foto di The New York Public Library su Unsplash


Borse, si salvi chi può

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’introduzione dei dazi ha sconvolto le Borse mondiali. Particolarmente colpite quelle europee, che in tre sedute hanno perso quasi il 14%. I deboli tentativi di reazione hanno poi scompaginato la situazione degli indici: qualche listino (soprattutto in Asia) ha rialzato la testa, pur lontano da un pieno recupero, mentre altri hanno perso ancora. Mentre scriviamo, New York sembra aver rialzato un po’ la testa con una Borsa che segna un +7% dai minimi di ieri. In ordine sparso anche le risposte internazionali: i cinesi sono pronti alla lotta “a oltranza”, con un braccio di ferro di dazi e controdazi, mentre gli europei, come spesso accade, sono divisi tra loro.

Mercati sorpresi

A stupire è l’entità del crollo, che con un tratto di penna ha cancellato mesi di progressi: varie Borse – compresa Piazza Affari – hanno annullato la crescita del 2025, arretrando anche rispetto alle posizioni di gennaio e tornando a valori registrati attorno al 15 dicembre 2024. Il fenomeno si discosta dalle normali dinamiche: solitamente i mercati anticipano i trend e l’assenza di un ritracciamento alcuni giorni prima dei dazi aveva illuso la comunità finanziaria, forse convinta di poter passare indenne dalle tariffe doganali. Non è stato così. Probabilmente, i mercati erano sotto sotto convinti di vedere il presidente degli Stati Uniti sospendere la sua decisione (come, del resto, aveva già fatto in precedenza con Canada e Messico). Quando le certezze si sono sgretolate, si è scatenato il panico.

Trump a un bivio

Da parte sua, Donald Trump è a un bivio. O ascoltare Elon Musk e fare un passo indietro, magari aprendo rapide trattative con i Paesi colpiti dalla misura, oppure continuare ad avvitarsi su se stesso e persistere nella politica protezionistica.
A giocare un ruolo importante è il carattere tendenzialmente narcisista del presidente americano che – come del resto accade a molti politici – è infastidito dall’idea di riconoscere pubblicamente di aver sbagliato, e non ama rischiare di perdere la faccia. Sicuramente, nell’amministrazione Trump è in corso un dibattito interno molto acceso. E non solo per le pressioni di Musk: Kevin Hassett, consigliere economico del presidente, ha rivelato una riflessione in atto su una possibile moratoria di 90 giorni delle tariffe doganali – annuncio che ha innescato tentativi di rimbalzi in Borsa, ma che è stato presto smentito dalla stessa presidenza.

Trattative? Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…

Certo è che le conseguenze del protezionismo generano rischi per l’economia americana. Trump ha insistito sui dazi per due motivi: trattare con gli altri Paesi da posizioni di forza e favorire il rientro delle aziende americane che in passato avevano delocalizzato la produzione. Il primo risultato sembra semplice da ottenere: basterebbe che l’inquilino della Casa Bianca si dimostrasse aperto al confronto. Qualcuno ha già compiuto il primo passo senza aspettare un invito da parte di Trump: Helene Budliger Artieda, direttrice della segreteria di Stato dell’economia svizzera, è volata a Washington, annunciando che la Confederazione non applicherà controdazi e cercando per lo meno di ridurre, mediante negoziati, l’entità delle tariffe sui prodotti elvetici, che attualmente sono del 31%, contro il 25% dell’Unione Europea. L’Ue, da parte sua, non disdegnerebbe una trattativa, anche se le procedure di Bruxelles sono notoriamente macchinose.

Il nodo della delocalizzazione

Sul fronte delle aziende Usa che producono in Paesi soggetti a dazi (l’80% delle multinazionali americane) stanno invece sorgendo problemi operativi. Se, infatti, queste imprese decideranno di ignorare gli inviti istituzionali a un rimpatrio, saranno esse stesse colpite dalle tariffe doganali. Riversandole a sua volta sul consumatore, dato che i prezzi cresceranno, costringendo molti clienti ad acquistare di meno. La mossa potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente e per il Partito Repubblicano, dato che le elezioni di mid term si terranno fra appena un anno e mezzo e i cittadini americani vanno alle urne pensando soprattutto all’economia. D’altro canto, i benefici di un ritorno della produzione entro i confini nazionali sono tutti da dimostrare. Gli Stati Uniti hanno una disoccupazione del 4% circa: nel caso di un rientro massiccio delle imprese su suolo patrio, facilmente non riuscirebbero a trovare manodopera, e sarebbero costrette a ricorrere all’immigrazione – opzione non troppo gradita a Trump. Ma il problema più importante è un altro: se le multinazionali decidessero davvero di rimpatriare la produzione, sarebbero costrette ad avviare una procedura lunga ed elaborata. Staccare la spina e riattaccarla altrove non è un’operazione che si riesce a ultimare dall’oggi al domani. Ci vuole tempo. Ci vogliono anni. Più anni di quelli che ci separano dalle elezioni di mid term, e forse anche dalle stesse presidenziali. Se i democratici dovessero riprendere il controllo delle istituzioni, potrebbero annullare i dazi, vanificando le elaborate operazioni di rientro della produzione. Considerato tutto questo, si stima che non saranno molte le aziende che decideranno di rimpatriare, affrontando una perdita certa per evitare balzelli che poi, fra pochi anni, potrebbero essere revocati. Resta poi il fatto che i dazi fanno male ai timonieri delle bigtech americane. Non solo a quelli che, una volta insediato il nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno rapidamente cambiato bandiera, ma anche a “fedelissimi” di Trump come Elon Musk. I miliardari della tecnologia potrebbero, dunque, fare pressioni sull’inquilino della Casa Bianca per uscire dal cul de sac dei dazi, siano essi reciproci (come quelli cinesi) oppure no.

Ritorsioni o dialogo?

Oltre alle aziende americane delocalizzate, a pagare i dazi sono (già fin d’ora) molte aziende europee molto esposte sugli Stati Uniti. Per le imprese, creare una diversificazione della clientela potrebbe rappresentare una soluzione, che però richiederebbe tempo. Prendiamo l’esempio del rame: gli Stati Uniti non ne hanno, e per questo motivo non impongono dazi sulla sua importazione. Se tutti i Paesi del mondo si mettessero d’accordo per sovvenzionare i Paesi esportatori (come ad esempio il Cile) pur di bloccarne la vendita agli Usa, Washington si sentirebbe con le spalle al muro e sarebbe costretta a trattare. Oppure: se si decidesse di non comprare più debito pubblico americano, gli Stati Uniti diventerebbero un mercato a rischio, dato che sono sì un Paese ricchissimo, ma anche molto indebitato. Queste manovre, che sarebbero sicuramente molto più efficaci che non eventuali contro-dazi, descrivono però rimedi difficilmente praticabili. In realtà, quello americano è un mercato troppo ricco e importante per il resto del mondo: isolarlo non conviene a nessuno. A meno, ovviamente, che si presentino situazioni estreme.

Volatilità fuori controllo

La discesa delle Borse ha colpito indiscriminatamente tutti i settori. E, in un simile quadro, ci hanno rimesso le criptovalute, il petrolio e persino l’oro. La recessione, data quasi per scontata, ha fatto crollare anche le banche, spaventate da uno scenario che da roseo è improvvisamente diventato pessimistico. L’indice Vix è oggi del 50% circa e il livello di paura è alto. In questa situazione di “mare grosso”, tuttavia, alcuni settori hanno raggiunto valutazioni interessanti. A questi livelli, non sembrerebbe azzardato acquistare, per non più del 15% della liquidità disponibile, azioni difensive (utility, alimentari e farmaceutici) oppure titoli tecnologici americani, che hanno ripiegato in modo deciso. Per il resto, occhi bene aperti, per poter essere pronti ad approfittare di qualche eccesso di ribasso: la volatilità potrebbe andare avanti per due o tre mesi, e lo scenario è aperto a sorprese orso o toro. Attualmente, gli indici stanno provando a reagire, nella classica situazione da “prove tecniche di rimbalzo”. Con l’obiettivo di fermare il tracollo e, possibilmente, cercare di recuperare almeno qualcosa.

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Le Borse europee pagano dazio. Ma poi recuperano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno aperto questa settimana in ribasso. Molti giornali hanno parlato di crollo; tuttavia, il termine è apparso per lo meno esagerato. Un po’ perché il “lunedì nero” è avvenuto in un quadro che vede gli indici del nostro continente a +10% da inizio anno e in positivo da ancora più tempo. Un po’ ancora perché i rimbalzi del giorno successivo sembrano aver ridimensionato gli allarmi rossi scattati in apertura di settimana.

Wall Street soffre di più

Appare ben più preoccupante la situazione di Wall Street, proprio perché la Borsa americana inanella prestazioni negative da almeno tre mesi, e l’indice Fear and Greed della Cnn ha evidenziato che il mercato è pericolosamente vicino alla percezione di “paura estrema” da parte degli investitori. Nel 2025 (tenuto conto anche del deprezzamento del dollaro) l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti del 15% circa. Ma, se vogliamo dirla tutta, la crisi di New York è soprattutto crisi del tecnologico; altri settori hanno subito flessioni tutto sommato medio-basse oppure hanno sostanzialmente tenuto, e altri ancora vanno in netta controtendenza. Un titolo sulla cresta dell’onda è Berkshire Hathaway, che è in ottima salute ed esplora nuovi orizzonti, se è vero che ha l’intenzione di emettere un bond in yen.

Non solo tariffe doganali

Principali indiziati per il “lunedì nero” sono i dazi trumpiani in vigore da oggi nei confronti dell’Europa. Niente da dire: la decisione dell’amministrazione americana ha avuto sicuramente il suo peso, così come le speranze che i loro effetti siano meno devastanti di quanto temuto hanno contribuito al successivo rimbalzo (insieme al calo al 2,2% dell’inflazione nell’area euro). In fondo, se un residente negli Stati Uniti può acquistare oggi una bottiglia di vino italiano a 10 dollari sarà in grado di farlo anche domani a 12,50. Per gli americani, i prezzi erano cresciuti maggiormente quando l’euro valeva 1,60 dollari – eppure il crollo del mercato non c’è stato e i consumatori Usa hanno continuato ad acquistare prodotti europei. In ogni caso, uno storno (poi, come detto, ampiamente ridimensionato) era comunque atteso dopo tre mesi di picchi nei grafici: facile pensare che i mercati aspettassero il primo intoppo per far rifiatare le Borse, e che gli speculatori ne approfittassero.

Trump, perché?

A muovere Donald Trump nella sua ostinazione sui dazi sono soprattutto due convinzioni: da un lato che le imposte di frontiera siano in grado di favorire il rimpatrio delle attività delocalizzate dalle aziende americane dai tempi dell’amministrazione Clinton; dall’altro che i cittadini statunitensi tornino ad acquistare prodotti made in Usa, proprio per la loro ritrovata convenienza economica. Se il primo motivo può sembrare plausibile, il secondo è un chiaro errore di valutazione: gli americani ricchi, o di classe media, proseguiranno ad acquistare prodotti stranieri, soprattutto europei che – tecnologia a parte – hanno una qualità nettamente migliore rispetto a quelli statunitensi. Anche fermare la delocalizzazione però non è facile, immediato e conveniente: i costi di produzione americana sono molto elevati e occorre trovare la manodopera – il che allunga i tempi. Con il rischio, magari, che gli investimenti milionari per ritrasferire le strutture dal Messico agli Stati Uniti diventino superflui in caso di vittoria democratica alle elezioni di mid term. Per questo motivo, le grandi imprese potrebbero andarci caute, o semplicemente attendere, vanificando gli sforzi di Trump.

Il mese del risiko

Se a Piazza Affari le utility hanno evidenziato ottime performance, svolgendo egregiamente il loro mestiere di titoli difensivi, e i farmaceutici si sono comportati abbastanza bene, le banche hanno avuto la loro parte nel calo di inizio settimana, salvo poi rimbalzare alla seduta successiva. Tutto questo mentre il risiko bancario entra in una fase indubbiamente molto calda. La Bce e Banca d’Italia hanno dato il via libera all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit sulle azioni di Banco Bpm. Per il gruppo di Piazza Gae Aulenti, il primo ostacolo è superato – e sono già passati più di tre mesi dall’annuncio dell’ops. Prossimo passo, convincere gli azionisti di Piazza Meda ad aderire all’offerta (e ciò non è scontato, dato che l’offerta è carta contro carta, e quindi poco attraente) e il governo a non mettersi di traverso (e anche questo non è ovvio). C’è comunque l’impressione che le maggiori attenzioni saranno concentrate sulla partita Mediobanca-Mps-Generali. Una telenovela che continua ad arricchirsi di nuovi capitoli: ultimo tra questi, la lettera inviata da Piazzetta Cuccia alla Bce, con cui la banca d’affari ha segnalato un sospetto concerto tra Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio. Nel caso in cui l’opa senese su Mediobanca andasse in porto, puntualizza il documento, i due azionisti arriverebbero a un passo dal controllo di Generali. Non è escluso che la stessa Unicredit possa entrare nella partita Mediobanca, se l’ops di Banco Bpm non raggiungesse i risultati sperati. Una scelta di questo tipo avrebbe le sue motivazioni: Unicredit tornerebbe a dotarsi di una presenza importante nell’asset management dopo che la gestione Mustier aveva venduto Pioneer e altri “gioielli di famiglia” per tagliare i costi.

Polizze catastrofi naturali obbligatorie, un rinvio… a metà

E’ entrato in vigore soltanto per le aziende di grandi dimensioni l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa contro i rischi di calamità naturali e di eventi catastrofali. L’imposizione è stata infatti rinviata per le medie aziende (che comunque dovranno mettersi in regola entro il 1 ottobre) e quelle piccole (la cui scadenza sarà il 1 gennaio 2026). Il parziale rinvio è del tutto comprensibile. Si ha infatti l’impressione che la norma sia stata approvata troppo in fretta: troppi sono i punti ancora poco chiari, in una questione di grande complessità come l’ambito del cat-nat. In particolare, le organizzazioni di categoria hanno sollevato dubbi sulla copertura assicurativa dei macchinari in affitto o in leasing e il problema del costo dei premi, mentre non è del tutto evidente quali sovvenzioni o agevolazioni su risorse pubbliche saranno off limits per le imprese che non avranno ottemperato all’obbligo assicurativo (per 90 giorni, comunque, il blocco degli incentivi è sospeso). Di fronte a un problema crescente come le catastrofi naturali, l’obbligatorietà della polizza è pienamente comprensibile. Ma sarebbe stato ugualmente saggio prendersi un po’ di tempo per fugare tutte le incertezze legate a un’operazione di così vasta portata.

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Borse in bilico fra tormentone-dazi, riarmo europeo e tassi Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Mercati, una fase di difficile lettura

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Borse, un inizio d'anno ondivago

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.

Wall Street, ritorno alla casella di partenza

L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.

I tassi cambiano le carte in tavola

I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.

Il rincaro del petrolio

Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.

Le minacce di Breton…

Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.

… e di Trump

Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.

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2024, ecco i vincitori e gli sconfitti

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno chiuso positivamente l’ultima settimana piena del 2024, recuperando quello che avevano perso nei sette giorni precedenti. Piazza Affari, come è accaduto più volte nel corso dell’anno, ha primeggiato in Europa: il buon andamento dipende essenzialmente dal recupero dei titoli che erano stati penalizzati il 17 e 18 dicembre. Lineare l’andamento di Wall Street, che galleggia grazie al buon andamento dei tecnologici, e soprattutto dell’intelligenza artificiale: per la Borsa Usa, gli ultimi 15 giorni sono stati abbastanza lineari, senza movimenti anomali, anche se con un po’ di volatilità. Il dicembre di New York si chiude, comunque, in positivo.

Il crollo del won

In Estremo Oriente, si segnala il recupero di Tokyo, sulla scia di Toyota. Un rimbalzo messo però a rischio da un’apertura fiacca di questa settimana. I listini cinesi stanno invece soffrendo l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un bel rimbalzo che aveva seguito un periodo di volatilità, la Cina sta quindi archiviando un dicembre borsistico sfavorevole. In Estremo Oriente spicca la situazione eccezionale che si sta verificando in Corea del Sud, in particolare il crollo del won. Il movimento anomalo della valuta di Seul si è verificato in seguito alla grave crisi politica dovuta all’inspiegabile proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol, poi revocata, e seguita dalla sospensione dalla carica di capo di Stato e da un mandato d’arresto. La crisi politica ha avuto impatti seri sulla Borsa coreana: gli investitori internazionali vogliono stabilità, e quando intravedono problemi istituzionali scappano a gambe levate. In altri termini, chi ha i soldi li toglie. Il “caso Yoon” ha quindi provocato sfiducia, che si è tradotta nel crollo della valuta locale, oltre che in una forte volatilità sulla Borsa di Pusan. La situazione coreana mostra in modo emblematico quanto un anno trascorso tutto sommato in una situazione di normalità possa essere compromesso da una decisione politica irresponsabile e difficilmente comprensibile.

Chi brinda a Capodanno

C’è invece chi chiude il 2024 lontano da preoccupazioni, e che ha già messo in fresco lo spumante per essersi conquistato un posto fra i vincitori dell’anno che si sta chiudendo. In questo gruppo hanno sicuramente trovato posto le sette grandi bigtech americane, i cui titoli pesano il 33% dell’indice: queste aziende hanno trascinato il Nasdaq a un +28% annuale. Curiosamente, le “sette sorelle” hanno raggiunto da sole gli stessi numeri registrati dai listini europei, che pure stanno chiudendo l’anno in positivo, con l’Eurostoxx 50 a +10% e il 600 a un più modesto +6%.
Corona di alloro anche per le criptovalute, che hanno ottenuto prestazioni incredibili per due ragioni fondamentali. La prima di ordine tecnico: l’introduzione di vari Etf sui bitcoin, che ha creato un effetto domanda legato alla scarsità dell’offerta. Un mero effetto speculativo che, proprio per le sue caratteristiche, potrebbe provocare ulteriori impennate di questo strumento. Il secondo motivo è legato alla politica americana, e più precisamente alla inaspettata dichiarazione pro-cripto di Donald Trump nelle ultime fasi della sua campagna elettorale. Un’esternazione che ha spinto le monete virtuali in alto dopo l’elezione del tycoon: basti dire che prima delle elezioni, i bitcoin veleggiavano intorno ai 60.000 dollari, mentre dopo la vittoria del candidato repubblicano sono balzati oltre i 105.000, per poi riassestarsi sopra i 90.000.
L’elezione di Trump ha anche favorito il rialzo di Tesla, collegato al sostegno di Elon Musk al presidente eletto e al suo ingresso nella nuova amministrazione americana. I livelli raggiunti dal titolo non si spiegano altrimenti, considerata la crisi delle auto elettriche. Chiude l’anno con i botti anche l’oro, in uno scenario in cui sono salite le commodity agricole, mentre quelle industriali hanno chiuso neutrali.
Ride anche il dollaro, che si trova in una posizione di forza. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto svanire, data la contrarietà di Trump alla ipervalutazione della valuta americana.

Una chiusura a due facce

Fra i trionfatori del 2024 c’è anche, naturalmente, il franco svizzero, che ha trascorso un anno senza mai scendere alla parità con l’euro, sfiorandola soltanto in occasione dei minimi dell’anno, verso fine maggio. La galoppata del franco è, però, la classica vittoria di Pirro. Perché a goderne in pieno sono solo poche categorie di persone – tra cui i viaggiatori frequenti e i frontalieri italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare all’ombra della bandiera rossocrociata. In generale, il franco troppo forte danneggia l’economia svizzera, in particolar modo le esportazioni e il turismo, voci importanti per i bilanci della Confederazione. Si prevede, però, che i trend non cambieranno di molto, almeno se la situazione geopolitica mondiale resterà così caotica, e fino a quando l’economia Ue si mostrerà incerta, aumentando la domanda di beni rifugio. I bond hanno registrato buone prestazioni dovute all’onda lunga della stretta monetarie. Ma ora le banche centrali (più la Bce della Fed) stanno iniziando a tagliare, aprendo una stagione di contrazione sui tassi delle obbligazioni. E i mercati stanno già scontando i prossimi interventi.

Chi ha perso

Il grande sconfitto dell’anno che sta volgendo al termine è invece il sistema economico europeo, in particolare l‘industria automobilistica e il suo indotto, guidato dalla componentistica. Il green deal – o meglio, l’approccio radicale con cui è condotta – è tra i responsabili di un disastro annunciato. La transizione “verde” nel suo complesso potrebbe avere ricadute molto pesanti sull’occupazione: secondo una stima 2023 della Commissione Europea, infatti, questa politica rischia di causare 78 milioni di posti di lavoro persi entro il 2030, di cui 24 milioni non ricollocabili. Lo stesso studio, è vero, aggiunge che, alla fine, si verificherà un saldo attivo di 24 milioni. Però urge ricordare che il primo dato è praticamente certo, il secondo no. Inoltre, che ne sarà dei lavoratori non ricollocabili? Infine, un cenno alla tecnologia, che vince in Borsa ma arretra sul terreno della fiducia da parte dei cittadini. Nel corso dell’anno si sono verificate due severe panne informatiche – una mondiale (che ha bloccato Borse, operazioni bancarie, pagamenti elettronici, persino treni e aerei) e una italiana (limitata alle transazioni elettroniche). A queste si è aggiunto, poco dopo Natale, l’attacco hacker a un fornitore terzo di Infocert (azienda specializzata nelle identità digitali Spid), che si è risolto in un furto di indirizzi e-mail (2,5 milioni) e numeri telefonici (1,1) di clienti. La società si è affrettata a puntualizzare che “nessuna credenziale di accesso ai servizi“ è stata compromessa; tuttavia, l’operazione fraudolenta degli hacker, che hanno pubblicato alcuni dati nel dark web, ha contribuito a minare la fiducia nella digitalizzazione spinta, e a togliere serenità agli utenti finali. La sicurezza informatica, in un mondo in cui la tecnologia (a torto o a ragione) è vista come una nuova frontiera, sarà un problema sempre più grande, anche in relazione all’espansione dell’intelligenza artificiale e dei suoi ambiti di applicazione.

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La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.

Mercati nervosi

Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.

La chiusura positiva non è a rischio

Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.

Il trend delle obbligazioni

In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.

Gas, nuova impennata?

Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.

I titoli più appetibili

Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.

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Il collocamento Mps piace a Piazza Affari

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso una settimana positiva, trainata dal collocamento Montepaschi. L’operazione – caso assai insolito – è stata effettuata a premio e non a sconto sul prezzo di chiusura, e ha riguardato 188.975.176 azioni ordinarie della banca, pari al 15% del capitale. Ora, la partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle Finanze scende dal 26,7% all’11,7% circa del capitale.

Nuovo campione italiano?

Tra gli acquirenti, oltre a Caltagirone e agli eredi Del Vecchio, c’è anche Banco Bpm, il che ha rinfocolato le voci di una prossima, possibile fusione fra Piazza Meda e Rocca Salimbeni. Un’operazione che andrebbe a creare il terzo “campione bancario” italiano dopo il duo Unicredit-Intesa Sanpaolo. Con questa performance, Milano ha superato le Borse europee e Wall Street, su cui ha influito il calo (fisiologico, dati i precedenti exploit) dei tecnologici, oltre che dal probabile rallentamento della politica di taglio dei tassi. La discesa, in ogni caso, è stata seguita da un parziale recupero. In Europa, l’inizio della settimana è stato sofferto: dopo lo stacco dei dividendi, ancora una volta molto corposi, tutte le piazze hanno subito in maniera pesante le notizie provenienti dal fronte russo-ucraino e le poco rosee prospettive sull’andamento economico del prossimo anno.

Il presidente e il “Doge”

Intanto, l’effetto Trump continua a spingere il dollaro, proprio mentre il presidente eletto sta scegliendo la sua squadra di governo. Fa parlare la nomina di Elon Musk e dell’altro ultramiliardario Vivek Ramaswamy al nuovo dipartimento per l’Efficienza governativa, che sarà incaricato di sburocratizzare il più possibile la cosa pubblica. La struttura avrà le caratteristiche di un organo consultivo (e non, quindi, un’agenzia governativa ufficiale), con il compito di indicare gli ambiti in cui tagliare spese inutili, staff troppo numerosi e adempimenti amministrativi ridondanti. Musk ha parlato di ridimensionare il 75% delle agenzie federali, rendendole più agili e favorendo un calo delle tasse. Musica per i cittadini americani, da sempre attratti da qualsiasi iniziativa che implichi un alleggerimento fiscale. C’è anche una scadenza per il lavoro di questa struttura: il 4 luglio 2026, anche se l’amministratore delegato di Tesla conta di ultimare il suo compito molto prima di quella data. Ha fatto sorridere l’acronimo di questo dipartimento: Doge, quasi un indizio sul reale ruolo di Musk – un “consigliere ombra”, con un maggior potere rispetto a quello ufficialmente attribuito. Naturalmente, queste sono solo illazioni e facezie, che lasciano il tempo che trovano: è bene sospendere i giudizi sugli equilibri di potere nell’amministrazione Trump fino a quando si vedranno i primi risultati della sua gestione.

Ursula sull’orlo del baratro

Se le nomine di Trump stanno destando polemiche in patria, la nuova Commissione Europea è addirittura a rischio. La “maggioranza Ursula” si sta infatti sfaldando a causa di due nomine nell’esecutivo europeo: quella di Raffaele Fitto, contestato da varie forze politiche perché conservatore e quindi membro dell’opposizione nell’emiciclo Ue, e quella di Teresa Ribera (Pse), che i popolari spagnoli rifiutano, addebitandole un ruolo di primo piano nella gestione dell’alluvione a Valencia. Per Ursula von der Leyen, riannodare i fili non sarà facile: i socialisti non intendono votare per Fitto e i popolari minacciano lo strappo su Teresa Ribera. Questo ostacolo potrebbe persino dimostrarsi in grado di far crollare il castello di carte e di far ripartire i giochi dal via, o addirittura di convincere la presidente incaricata a clamorose dimissioni. Se però quello spagnolo è soprattutto uno scontro interno, in Italia il presidente Sergio Mattarella ha invitato i politici a non mettere veti su Fitto, negli esclusivi interessi del Paese.

L’oro nella comfort zone

Prosegue il moderato recupero dell’oro, che dopo aver toccato i 2.800 dollari l’oncia era sceso sotto quota 2.500, per poi tornare sopra i 2.600. La picchiata del metallo giallo è comunque nella logica delle cose: a fine ottobre si era spinto ai massimi in maniera molto brusca, anche a causa dell’incertezza dell’economia europea e degli acquisti massicci da parte della Cina e dei Brics. Ora, dopo aver rifiatato, il “re dei metalli” cerca la sua dimensione, proprio mentre virano verso l’alto rame e alluminio.
Non vuole neppure sentir parlare di tornare sui suoi passi il franco svizzero, che si conferma bene rifugio e che resta a quotazioni alte. Tutto ciò mentre l’economia elvetica, sebbene l’apprezzamento della sua valuta danneggi i suoi interessi, prosegue a marciare ad alta velocità. E i vortici inflattivi quasi non esistono: anzi, è stata ipotizzata, per la Svizzera, la possibilità di entrare in deflazione. Resta moderato il prezzo del petrolio: il Brent è nella parte bassa della fascia neutrale di 70-80 dollari al barile, mentre il Wti staziona in alto alla forbice 60-70.

Austria-Russia: la guerra del gas

Se il prezzo della benzina è tutto sommato accettabile, preoccupano i nuovi timori relativi al prezzo del gas. La Russia ha infatti annunciato la possibilità di chiudere le forniture all’Austria, dopo che Vienna aveva vinto una causa contro Gazprom al tribunale arbitrale per consegne irregolari. In pratica, la corte aveva comminato alla società russa una sanzione di 230 milioni di euro, al netto di interessi e spese, da versare alla Österreichische Mineralölverwaltung, partecipata per un terzo dallo stato austriaco. Mosca aveva annunciato una ritorsione immediata, con lo stop alle forniture dal 15 novembre – un vero problema per l’Austria, che nonostante la narrazione comune, nel 2023 ha ricevuto oltre il 60% dei suoi approvvigionamenti di gas dalla Russia. Finora, la chiusura dei rubinetti (ancora) non c’è stata, e i flussi proseguono regolari. Tuttavia, i timori hanno provocato un nuovo innalzamento del prezzo del metano, che ad Amsterdam ha sfondato quota 45. I rischi di una nuova impennata preoccupano anche gli italiani, già alle prese con i rincari dovuti al mercato libero. In un contesto così difficile, sembra una buona occasione l’investimento sui titoli energetici, il cui valore è ancora più basso rispetto alle loro potenzialità, mentre i dividendi attesi sono molto interessanti.

Foto di Joshua Hoehne su Unsplash


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