Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.

Dispersione di rendimenti

Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.

Azioni o obbligazioni?

Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.

Petrolio in picchiata, benzina stabile

Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.

Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti

Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.

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Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.

Fase interlocutoria

A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.

Deglobalizzazione

La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.

Tassi, l’apertura di Panetta

C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?

Offerta per EasyJet

Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.

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I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.

Economia reale

In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.

L’allarme degli imprenditori

Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.

Tassi in rampa di lancio

Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.

Il nuovo Btp

Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.

Milan e Juventus senza Champions

Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.

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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.

Buone le trimestrali, Borse ok

L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.

Sell off obbligazionario

Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.

Tra inflazione e recessione

E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.

Il nuovo virus

Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.

Foto di Rafael Garcin su Unsplash


Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.

I settori trainanti

Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.

Vertice a Pechino

L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.

Piano B

La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.

Europa spettatrice

La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.

Acciaio, la via (obbligata) inglese

Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.

La Nba si espande in Europa

E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.

Foto di Gontran Isnard su Unsplash


Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.

I motivi dell’inversione di tendenza

L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.

Non solo petrolio

Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.

Scenario moderato…

Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.

… o rischioso

Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.

L’oro si riassesta

Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.

Foto di Brett Jordan su Unsplash


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