Federal Reserve, la cauta ripresa dei tagli

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Come previsto, la Fed ha tagliato i tassi dopo una lunga pausa. L’intervento è stato di 25 punti base e ha portato il costo del dollaro dalla forbice compresa fra il 4,25% e il 4,50% a quella tra il 4% e il 4,25%. Non è stato dunque introdotto il jumbo cut di 50 punti insistentemente chiesto da Donald Trump: più probabile che si verifichi un altro taglio (se non due) da 25 pb entro fine anno. Potremmo dunque parlare di “pareggio” nella querelle istituzionale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve, anche se è probabile che il taglio dipenda ben più dalle preoccupazione sui dati relativi al mercato del lavoro e alla disoccupazione che non dalle ripetute e ostili pressioni di Trump. La prudenza nell’intervento è probabilmente motivata dal nuovo aumento del vortice inflattivo, che ha costretto la Fed a barcamenarsi fra i timori opposti legati, appunto, alla disoccupazione (che avrebbero richiesto un jumbo cut) e quelli relativi alla crescita dei prezzi (che invece frenano l’abbassamento dei tassi). Secondo il presidente Fed Jerome Powell, sul pur controllato rialzo delle stime di inflazione per i prossimi due anni ha avuto un impatto non secondario (anche se minore del previsto) il sistema dei dazi introdotto da Trump: a dover pagare un prezzo per le tariffe sono le aziende, che a loro volta trasferiscono gli aumenti sulle spalle della clientela.

Operazione già scontata

Le Borse hanno reagito con una sostanziale neutralità al taglio della Federal Reserve: i mercati avevano già scontato l’operazione, ritenendola molto probabile, e si sono concentrati su altri stimoli. L’unico effetto della sforbiciata è stata la puntata del dollaro, arrivato vicino a quota 1,19 sull’euro.
I più iniziano a pensare che il biglietto verde possa scendere ulteriormente, intorno a 1,25. La valuta americana, almeno in questo periodo, dimostra una fragilità endemica che amplifica gli effetti dei dazi, ma questo non dispiace alle Borse: sembra paradossale, ma di solito il dollaro debole favorisce i mercati.

Pit stop per automotive e banche

Gli indici hanno trascorso un periodo improntato alla cautela, con una rotazione settoriale che ha premiato moderatamente le aziende del settore difesa. Sulla fase debole dei listini hanno invece avuto un impatto il calo europeo dell’automotive (dovuto alla debolezza della domanda dell’elettrico e al taglio delle stime relative a Porsche), il rallentamento della Cina e il mancato gradimento, da parte dei mercati, del rilancio dell’opa Bbva su Sabadell, evidentemente considerato insufficiente. Scontata la reazione della Borsa spagnola, improntata alla debolezza, mentre in tutta Europa il settore creditizio sembra aver esaurito la sua forza. Si sa che quando il mondo bancario si prende una pausa, la Borsa di Milano ne risente: non è quindi una sorpresa la reazione neutrale di Piazza Affari all’ottima notizia per la nostra economia, e cioè il miglioramento del rating Fitch dell’Italia, passato da BBB a BBB+ con outlook stabile. Un avanzamento che fa il paio con il passaggio della valutazione Idr a breve termine da F2 a F1 e le previsioni relative a un calo del deficit nel triennio 2025-27. Per gli investimenti, il periodo sembra consigliare l’attesa: fino a quando il mercato regge, meglio non alleggerire e non appesantirsi troppo in Borsa. Nell’obbligazionario, invece, non ci inganni lo stop ai tagli Bce in settembre: il costo dell’euro ha ormai raggiunto una percentuale neutrale e la rendita attesa è ormai bassa. I prossimi Btp avranno quasi sicuramente una rendita sotto il 2%: Nelle azioni americane del settore tecnologico ha fatto scalpore il maxi investimento di Nvidia in Intel, con un acquisto di azioni per 5 milioni di dollari e l’avvio di una collaborazione operativa: la notizia ha portato i titoli dell’azienda di semiconduttori e microprocessori fino al +26%. Oracle si è invece spinta fino al +40%, dato veramente sproporzionato, considerata la capitalizzazione dell’azienda, influenzato dall’accordo che vedrà il gruppo gestire la versione americana di TikTok.

La scalata dell’argento

Sul fronte delle materie prime, il petrolio rimane a valori molto moderati; a rallegrarsi della situazione è Trump, che punta a una quotazione moderata non solo del dollaro, ma anche del greggio, per motivi essenzialmente di consenso elettorale. L’oro è sempre in alto, confermandosi bene rifugio soprattutto in queste drammatiche condizioni geopolitiche. E’ invece salito, e di molto, l’argento. E sono molte le voci che lo vedono in grande ascesa nei prossimi mesi. Tuttavia, il metallo dei secondi gradini del podio è ancora molto indietro rispetto al differenziale di prezzo con l’oro degli anni 1970-80; in realtà, l’argento ha reso come un titolo decennale.

Risiko, Banco Bpm torna in campo

Sul fronte del risiko, Banco Bpm torna in campo, ma con una nuova, possibile operazione: tramontato il tentativo di acquisizione da parte di Unicredit, ora Piazza Meda potrebbe unirsi a Crédit Agricole Italia, che già controlla il 20% della banca lombardo-veneta e con cui ha anche vari accordi di collaborazione. Giuseppe Castagna, che si era opposto all’opa Unicredit, si è dimostrato più che possibilista sulla banque verte: pur affermando che l’opzione Agricole non sia quella preferita da Banco Bpm, né l’unica possibilità, ha comunque riconosciuto che a ora è “l’opportunità più chiara”, e che un m&a potrebbe rivelarsi “un bene per l’economia italiana”. E’ interessante capire se il governo opporrà il golden power o meno. Sta però di fatto che l’Agricole sembra non avere fretta: Jérome Grivet, amministratore delegato del gruppo francese, si è detto pronto ad aspettare “anche anni”. I contorni di una possibile fusione non sono così chiari: si parla di CA come cacciatore, ma sembra possibile anche la dinamica opposta, con Banco Bpm nel ruolo di compratore e il Crédit Agricole di preda. E intanto Mps è alla finestra, e – ha affermato Castagna – è una valida alternativa ai francesi. Insomma: questa partita metterebbe in difficoltà i bookmakers, mentre la ex protagonista – Unicredit – è scesa sotto il 2% in Generali, in previsione di una possibile uscita dal Leone di Trieste. Nel momento in cui sembra abbandonare il risiko bancario e assicurativo italiano, Andrea Orcel mantiene invece il faro su quello tedesco, più nel dettaglio su Commerzbank. Un dossier molto interessante, con Unicredit ormai quasi al 30%, alla vigilia di una lotta senza esclusione di colpi che vedrà, tra i difensori dell’autonomia della banca tedesca, anche il governo di Berlino, contrario a questa operazione.

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Lecornu, corsa a ostacoli: subito un downgrade per Parigi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La designazione di Sébastien Lecornu a primo ministro francese non piace né ai cittadini, né ai mercati. Una ricerca Ipsos/Bva rivela che il capo del governo designato gode di un’opinione negativa del 40% dei transalpini, contro un misero 16% di persone che hanno espresso una valutazione positiva. Questo risultato è persino peggiore di quello ottenuto da François Bayrou, che alla nomina godeva solo del 20% di consensi. Tutto questo mentre le città assistono a forti proteste e sono in programma nuovi scioperi e dimostrazioni nel prossimo futuro. Fitch, da parte sua, ha “retrocesso” il debito di Parigi da AA- ad A+, mentre Lecornu sembra voler intervenire sulle riforme di Bayrou, attenuandole (per ottenere il consenso determinante dei socialisti), ma non troppo (per non scontentare i mercati): va in questa direzione l’annuncio che l’annullamento dei due giorni festivi parte del programma bocciato dall’Assemblea Nazionale sarà cancellato nel nuovo testo. D’altra parte, però, il maxi-piano di riarmo non sarebbe toccato dai tagli generalizzati – come ministro della Difesa del governo Bayrou, Lecornu aveva elaborato la legge che vincola la Francia a spendere 413 miliardi di euro in spese militari fra in 2024 e il 2030. Questo dettaglio non è sembrato casuale nella scelta del presidente Emmanuel Macron, di cui il nuovo premier è un fedelissimo. Se il governo non dovesse ottenere la fiducia, difficilmente l’inquilino dell’Eliseo potrebbe evitare le dimissioni, mentre si amplificherebbero i rischi preoccupanti legati al debito sovrano francese. Con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon intenti ad attendere ai lati del fiume, rispettivamente sulla rive droite e sulla rive gauche.

Mercati senza paura

Nonostante i timori, il downgrade francese non ha scosso le Borse. La “retrocessione” era infatti già stata scontata dai mercati, che comunque l’hanno sorprendentemente digerita. Le Borse hanno infatti trascorso un’ottima settimana e aperto bene quella nuova, spingendosi sui massimi dell’anno; martedì si è invece verificato un riflusso controllato, in attesa della Fed e del taglio di 25 (o forse 50) basis point. Proprio su questa scia Wall Street ha proseguito nel suo recupero: l’S&P 500 ha fatto segnare un nuovo record, spinto dall’ottimismo relativo a un intervento di Powell sul costo del dollaro. Due aspetti spingono le Borse europee, consentendo loro di superare le tempeste che si susseguono nel mondo. In primo luogo i listini trattano a multipli ancora ragionevoli e, con tassi sui titoli di stato decennali attorno al 3%, questo vuol dire che c’è ancora un margine di salita o, almeno, questo ci consente di dire che il mercato non è assolutamente dentro una bolla speculativa come avvenne invece a inizio 2000. Secondo, la Germania propone una spesa pubblica gigantesca, che promette di fare da stimolo all’intera economia europea: anche questa operazione è stata anticipata dal mercato, che sembra credere alla realizzazione di questo progetto. A Piazza Affari si è aggiunta la spinta di Montepaschi e Mediobanca: in particolare Mps corre dopo aver superato la metà delle azioni di Piazzetta Cuccia (secondo le previsioni, Siena salirà fino all’80%).

I nuovi anni Novanta

I tre anni di crescita quasi ininterrotta ci hanno sbalzato in un’atmosfera anni Novanta. Prima o poi, uno storno avverrà (anche se non necessariamente con una bolla stile fine millennio): in presenza di segnali di discesa strutturale, gli investitori dovranno decidere se anticipare i mercati uscendo velocemente prima dello storno. Un’operazione che – ça va sans dire – è difficilissima. Al momento, orientarsi sembra impegnativo: mantenere il portafoglio è quasi una parola d’ordine, ma cosa acquistare? In questa fase, sono rimaste indietro le utility, che hanno evidenziato una minor crescita dei profitti: potrebbero dunque rivelarsi interessanti per chi vuole rimpolpare il portafoglio. I titoli del settore difesa, da parte loro, sono saliti molto, ma forse c’è ancora spazio per qualche acquisto. In Italia, Mps rimane interessante, essendo una banca ancora partecipata dal ministero del Tesoro, che deve ancora trovare una sua collocazione ed è quindi esposta a rischi speculativi. Mediobanca è invece al centro di una campagna di vendita azioni da parte dei suoi top manager, che prima della riapertura dei termini dell’offerta hanno ceduto le loro performance share: l’amministratore delegato Alberto Nagel ha venduto da solo titoli per più di 22 milioni di euro.

Usa-Cina, prove tecniche di disgelo

Alla resistenza dei mercati e all’attesa della Fed, si è aggiunto l’ottimismo relativo a un possibile accordo Usa-Cina su TikTok: il presidente americano Donald Trump ha parlato di un’intesa “con una certa azienda” amata dai giovani, preannunciando un colloquio “con il presidente Xi”. Sembra quindi scongiurata la chiusura dell’app cinese negli Stati Uniti: il social network proseguirà a essere disponibile negli Usa grazie alla vendita, da parte di ByteDance, delle sue attività americane. Percorso inverso per Starbucks, che molto probabilmente cederà a un’azienda di Pechino la maggioranza delle azioni della sua struttura cinese (il secondo mercato per la multinazionale del caffè). Le due cessioni sembrano collegate, ma probabilmente non lo sono: la vendita di Starbucks non sembra un do ut des per TikTok, ma appare più come una normale operazione economica, piuttosto che politica.

Criptovalute in goal

Le criptovalute sono sulla cresta dell’onda e ora vogliono espandersi nel calcio. House of Doge ha infatti acquisito la maggioranza delle azioni della Triestina, attraverso la controllata Dogecoin Ventures. La moneta virtuale Doge, nata nel 2013, è già celebre per essere accettata, come pagamento, anche da Tesla e da altre imprese controllate da Elon Musk. E ora ha voluto fare un passo clamoroso. L’acquisizione della squadra alabardata, ha detto Marco Margiotta, ceo di House of Doge, è il “primo passo” nell’interessamento di questa criptovaluta al mondo del calcio. Potremmo aspettarci dunque altre acquisizioni di società pallonare da parte di Doge e di altre monete virtuali? Può darsi. Le “cripto” hanno creato un’enorme quantità di ricchezza e ora sentono la necessità di convertirne una parte in economia reale. Il gioco più popolare al mondo potrebbe valere la candela. E rivelarsi un piatto ricco per piazzare i propri investimenti.

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Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch

L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.

Le proteste del Tesoro americano

Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.

Borse in calo

L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.

Banche, la tassa sugli extraprofitti

Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.

Trimestre anti-inflazione

Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.

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