I mercati navigano a vista

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.

Percezione di provvisorietà

Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.

Il nodo di Hormuz

La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.

Bond o azioni?

Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.

Oro, in vista un assestamento?

Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.

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Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

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Guerra in Iran, scompiglio in Borsa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.

Europa e Asia arretrano

L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.

Due scenari

L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.

Cosa fare?

In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.

Valute e beni rifugio

La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.

Intelligenza artificiale

In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.

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I dazi deprimono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.

Bullismo o tattiche negoziali?

La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.

La Cina non è vicina

Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.

Europa debole

Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.

Euro debole

Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.

Bank of America: “investite in Europa”

In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.

La Bce ritocca i tassi, la Fed no

Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.

Commerzbank alza gli scudi

Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.

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Borse, un “pareggio” che vale una vittoria

Il gennaio dei listini europei sta trascorrendo all'insegna di una fase laterale, che potrebbe sembrare poco interessante. Tuttavia, in presenza di una situazione geopolitica molto difficile, questo andamento è sinonimo di ottima tenuta per i mercati. Anche in virtù del fatto che, dopo un anno di grandi prestazioni, non si è registrato il normale calo fisiologico che segue i rally prolungati. Settimana record a Wall Street. Anche se...

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Le Borse europee stanno ancora attraversando una fase interlocutoria che dura più o meno da inizio anno. La chiusura moderatamente positiva registrata martedì scorso, seguita dal leggero calo di lunedì, è comunque parte del momento un po' laterale che è attualmente protagonista degli scambi. Unico acuto, per l'Italia, l'ulteriore abbassamento dello spread, ormai vicino a quota 150.

Ottima tenuta

Fase di stanca, si è detto, che però non è da sottovalutare. Perché, in presenza di una situazione internazionale così precaria ed esplosiva, anche un periodo all'insegna del trading range può essere definito molto positivo. Dimostra infatti che le Borse tengono, e tengono molto bene, anche in virtù del fatto che i mercati non hanno ancora “digerito” un 2023 molto brillante e un bimestre novembre-dicembre davvero eccezionale. Ora si attendono i dati di bilancio che saranno diffusi dalle aziende di casa nostra. Dati indispensabili per capire quale sarà la direzione delle Borse nel corso dei prossimi mesi.

Roba da grandi

Se i mercati europei (compresa Piazza Affari) tengono, Dow Jones e S&P 500 hanno archiviato una settimana da record, spinti dai dati positivi sul Pil made in Usa. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Perché se scorporiamo i dati, possiamo vedere che a spingere i grafici in alto sono i grandi gruppi, soprattutto del settore tech. Se dunque togliessimo i big dall'indice, scopriremmo che la performance ottenute a New York non sono tanto differenti da quelle, calme e placide, delle Borse europee. Guardando l'evoluzione dei titoli tecnologici, che risentono della grande rivoluzione portata dall'intelligenza artificiale, occorrerà esaminare l'impatto a medio e lungo termine di questa disciplina.

Le banche centrali temporeggiano

Intanto, sempre negli Stati Uniti, si registra una crescita del 3,3% annualizzato, mentre cala l'inflazione (pur in presenza di un aumento dei prezzi). Questo doppio trend positivo sembrerebbe mostrare che, nonostante i tassi alti, le cose di oltre oceano vanno comunque bene. Bene al punto da instillare nei responsabili Fed l'idea di un rinvio dell'operazione per portare il costo del denaro a livelli più bassi? Difficile rispondere: le previsioni su questo argomento sono state spesso smentite, mentre, più in generale, è praticamente impossibile comprendere i ragionamenti delle banche centrali. Per fare un esempio, abbiamo visto la posizione di Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha definito “prematuro” il taglio dei tassi il che rende arduo prevedere se davvero quest'estate sarà avviata l'operazione in Europa. Sicuramente, prima di decidere, gli istituti centrali esamineranno i dati complessivi del primo trimestre di quest'anno, che non si preannunciano particolarmente brillanti.

L'auto elettrica non piace

Un freno allo sviluppo potrebbe provenire dall'interpretazione radicale delle politiche per il clima, che rischiano di trasformare un'esigenza corretta in una serie di gabbie per l'economia e i suoi operatori. E che già registra rinunce importanti. Prendiamo la transizione all'elettrico: è di non molti giorni fa la notizia sul passo indietro della Ford, che ha dimezzato la produzione del pick up F-150 Lightning, dopo quattro mesi di invenduto. Hertz, da parte sua, ha messo sul mercato 20.000 auto elettriche - settore su cui sembrava aver puntato parecchio - e sembra intenzionata a orientarsi nuovamente sui veicoli a benzina. Inutile girarci intorno: il sistema, così come è stato predisposto, non funziona ed è costosissimo sia per l’acquisto dell’auto, sia per i rifornimenti. C'è una sorta di presa di coscienza del consumatore che potrebbe cambiare le cose. In aggiunta a tutto questo, sembra che chi ha già deciso una via di fuga obbligata dall'alimentazione tradizionale a benzina o diesel (leggi: Unione Europea) abbia individuato una soluzione (la transizione obbligata all'elettrico) senza pensare alle evoluzioni prossime venture della ricerca. Non è infatti escluso che entro il 2035 emergano nuove alternative praticabili. Come le auto a idrogeno, che oggi sembrano avere controindicazioni non ancora risolte, ma che un domani potrebbero rivelarsi pronte all'utilizzo. E' similmente legata alla transizione ecologica la protesta degli agricoltori, che è partita in Olanda e in Germania e si è rapidamente diffusa in gran parte d'Europa, Italia compresa. I coltivatori stanno bloccando sempre più nodi di traffico e autostrade per protesta contro l'obbligo di ridurre le emissioni (del 55% entro il 2030 e del 100% nel 2050) e altre decisioni prese dal parlamento europeo (o da governi nazionali) senza un dialogo con la categoria.

Gnl, stop dagli Usa?

La versione radicale delle strategie “verdi” potrebbe rivelarsi anche causa di nuovi problemi legati al gas: il presidente americano Joe Biden ha messo in pausa il rafforzamento degli impianti legati all'export del Gnl. Una vera doccia fredda per l'Europa, che già ha ridotto notevolmente l'afflusso di gas russo e che rischia di trovarsi nuovamente in carenza di rifornimenti. Varie organizzazioni industriali europee, giapponesi e persino americane hanno scritto a Biden, invitandolo a riconsiderare questa disposizione. Tuttavia, non è facile che l'inquilino della Casa Bianca si smentisca: siamo in piena campagna elettorale e il tema green è uno dei pochi argomenti su cui il leader democratico può trovare consenso per sperare in una rielezione.

Euribor manipolato

Ha fatto molto discutere la sentenza della Cassazione sulla manipolazione dell'Euribor da parte di alcune banche europee. La nuova situazione potrebbe offrire la possibilità di ottenere rimborsi ai clienti che hanno acceso un mutuo variabile fra il 29 marzo 2005 e il 30 maggio 2008. Insorgeranno, per gli istituti di credito, problemi tali da compromettere l'ottimo andamento del settore? Assolutamente no. A poter chiedere il risarcimento saranno poche persone, e non è detto che tutti gli aventi diritto si imbarchino in una causa che potrebbe durare anni. Sono, tra le altre cose, esclusi dalla possibilità di ricorrere i clienti il cui contratto è ormai in prescrizione e quelli che riceverebbero un importo modesto. La sentenza dovrebbe dunque pesare sulle banche qualche decimale di punto: il suo valore è poco più che simbolico. Il tema vero non è rappresentato tanto dal ricalcolo delle commissioni, quanto dalle eventuali sanzioni civili per le aziende di credito che si sono rese protagoniste di questa operazione e quelle penali per i dirigenti. Un aspetto, questo, su cui però l'intervento dei tribunali sembra, almeno per ora, piuttosto carente.

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