Nuovo crollo delle Borse asiatiche

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Calano nuovamente a picco le Borse asiatiche, trascinate dal crollo dei titoli tecnologici legati ai semiconduttori. In particolare, tra le azioni in rosso al Kospi c’è ancora Samsung Electronics. A pagare dazio è probabilmente il rientro brusco dagli eccessi legati alla catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.

Il caso coreano

È particolarmente significativo il caso della Corea del Sud. L’indice Kospi aveva toccato il proprio massimo il 22 giugno, registrando un’impressionante performance di circa il 130% rispetto ai minimi precedenti. La successiva correzione, che nell’ulrimo mese ha riportato le quotazioni indietro di circa il 33%, è stata tanto rapida quanto violenta. Analogamente, Samsung, pur avendo perso una parte consistente dei guadagni, mantiene ancora una performance di circa il 71% dall’inizio dell’anno. Naturalmente, un movimento di questa portata non può essere sottovalutato. La successione di ribassi sta diventando sempre più marcata e rappresenta un segnale che merita attenzione. Tuttavia, se la fase ribassista dovesse arrestarsi agli attuali livelli, il bilancio complessivo rimarrebbe comunque eccezionale, con rendimenti ancora ben superiori alla media storica. Ciò che desta maggiore preoccupazione è soprattutto l’intensità dell’ultima correzione: dopo una salita tanto ripida, anche le prese di profitto tendono a essere proporzionalmente più violente. Nonostante ciò, allo stato attuale appare poco probabile che il Kospi e Samsung possano cancellare integralmente i consistenti progressi realizzati nella prima parte dell’anno.

Sette contro tutti

Il Nasdaq, da parte sua, è in recupero rispetto al mese scorso, ma ancora leggermente sotto i livelli di inizio anno. L’indice tecnologico sta ancora scontando la correzione dovuta alla salita troppo vorticosa dei sette titoli più capitalizzati. Tra questi e il resto delle azioni si è verificata una dicotomia che mostra grafici del tutto differenti: il recupero è da attribuire ai medio-piccoli, mentre i big frenano.

Europa tranquilla

In questa situazione, l’Europa continua ad apparire immune: i tecnologici sembrano influenzare ben poco la dinamica finanziaria del Vecchio Continente, i cui listini contengono in gran parte titoli dell’economia tradizionale. Le Borse europee hanno ben altre arene in cui dimostrare ancora una volta la loro resilienza. In particolare, la crisi del Golfo, con i suoi effetti sulle materie prime: dopo l’escalation, che pur per un tempo limitato aveva sbalzato il petrolio anche oltre quota 100, è ora la volta della nuova sospensione dei raid Usa all’Iran, che ha subito riportato il greggio nella fascia 80/90. E che ha riacceso le speranze che questa guerra finisca. Le Borse, insomma, scommettono su una soluzione della crisi, e su un pur lento ritorno alla normalità. Ricordando sempre che, in condizioni di questo tipo, con i prezzi ci è andata ancora bene: Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha puntualizzato che non dobbiamo strapparci i capelli per la benzina a 2 euro, ma ritenerci fortunati che il carburante non sia arrivato a 3, come avrebbe tranquillamente potuto fare.

Il peggio deve ancora venire?

Attenzione però: lo shock petrolifero non è finito. Anzi, potrebbe non essere ancora giunto nella sua fase più problematica. Lo afferma persino la Banca Centrale Europea, che in una nota fa scattare il preallarme: l’incertezza, afferma l’Eurotower, rimane alta, e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente. In altri termini, sulla crisi di Hormuz e i suoi effetti su Borse ed economia reale potremmo non avere ancora visto il peggio. La banca centrale si pone in osservazione, riservandosi di valutare le conseguenze del vortice energetico. Non limitandosi ai problemi derivanti dal petrolio: il faro della squadra incaricata di tenere sotto controllo i prezzi sarà infatti puntato anche sulle tariffe del gas, ancora molto alte. Soprattutto, aggiungiamo noi, in un quadro che vede la scarsità di scorte per il prossimo inverno, e l’imminente chiusura definitiva degli approvvigionamenti dalla Russia.

Bce ferma

Il monitoraggio Bce riguarda le conseguenze del caro-energia sull’inflazione. Che però, lo ricordiamo ancora, è legata all’offerta: in queste condizioni, una nuova stretta monetaria rischierebbe di creare le condizioni per una fase recessiva. Finora, comunque, l’Eurotower non ha mosso le acque, e nella riunione di luglio ha mantenuto i tassi al 2,25% con una decisione unanime. Non si è dunque ripetuta la mossa al rialzo dello scorso giugno. Si è rivelata errata, almeno finora, la previsione dei mercati, che scommettevano su tre rialzi a breve: solo una nuova impennata duratura del petrolio (e del gas) potrebbe rovesciare questo approccio.

Dazio che viene, dazio che va

Intanto, Donald Trump introduce nuovi dazi in varie parti del mondo (a cominciare da Brasile, Giappone e Australia), questa volta per un presunto scarso impegno contro le importazioni di prodotti realizzati tramite lavoro forzato. Un’accusa respinta al mittente in maniera particolarmente vigorosa dal Brasile, che ha ricordato di essere stato più volte riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo impegno in prima linea contro questa piaga. I tentativi di Trump di trovare nuovi sbocchi per applicare tariffe potrebbero essere gli ultimi: oltre alla sentenza della Corte Suprema americana, si stanno verificando manifestazioni di insofferenza nel Congresso e le elezioni di mid term sono sempre più vicine. Nel mentre, le aziende iniziano a recuperare le tariffe definite illegali dalla Corte Suprema americana. E lo fanno senza particolari ostacoli. Lo ha affermato Jean-Philippe Kohl, vicedirettore dell’associazione delle imprese tecnologiche elvetiche Swissmem, che in una dichiarazione alla Sonntags Zeitung si è detto “sorpreso” di quanto le operazioni di recupero si stiano rivelando relativamente “facili” e “senza intoppi”. Questo non significa che il tira e molla sui dazi non abbia provocato molti problemi ad aziende e Paesi di tutto il mondo. Tra chi è uscito malconcio non c’è, però, l’Italia: per la nostra economia è diminuito il commercio transoceanico di vino, ma, prendendo in esame tutti i settori produttivi, nel complesso sono addirittura aumentate le esportazioni. Il saldo positivo dimostra la forza della nostra industria.

Pogačar rende più ricco il Tour

Il Tour de France appena concluso ha avuto due vincitori: il “marziano” Tadej Pogačar, che ha letteralmente dominato la corsa ponendo il quinto sigillo sulla Grande Boucle, e le casse di Aso, organizzatore della gara. Oggi, la “corsa gialla” vale 150 milioni circa di euro in ricavi fra diritti televisivi, sponsorizzazioni e contributo economico versato dalle località sede della partenza o dell’arrivo di una tappa. Tra gli appassionati sorge però un dubbio: le vittorie di Pogačar e lo spettacolo che questo fuoriclasse sa offrire quasi ogni giorno fanno bene alle casse del Tour e del ciclismo? Oppure il dominio assoluto dello sloveno, che rende molto spesso scontati i risultati delle gare a cui partecipa, finirà per far perdere interesse, e ulteriori guadagni? Propendiamo per il primo scenario. Un fuoriclasse che riesce a emozionare gli spettatori con le sue imprese non può che avvicinare televisioni e sponsor. E suscitare interesse. Lo dimostrano le masse di persone che si accalcano a bordo strada, anche nei giorni lavorativi, mettendo qualche volta in difficoltà (e a rischio) i corridori intenti a scalare una grande montagna. Inoltre, in un periodo in cui, tra Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, l’accesso dei tifosi è sempre più caro ed esclusivo, il ciclismo offre nella maggior parte dei casi spettacolo gratuito agli appassionati, dimostrandosi ancora una volta lo sport della gente.

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Mercati cauti, tra escalation e timori di bolla IA

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova escalation nel Golfo ha destato attenzione nelle Borse europee, già concentrate sul futuro dei titoli tecnologici e IA. Tuttavia, l’andamento degli indici resta cauto e prudente, senza particolari scossoni, nonostante l’alta volatilità che contraddistingue i mercati mondiali. A evitare storni importanti, oltre che l’ormai atavica resilienza dei listini, anche le speranze di un nuovo stop ai rombi di guerra, suffragate dalla possibilità di una nuova tregua di dieci giorni.

Dubbi sui tecnologici

La dinamica che guida i mercati sembra insomma simile al classico passo avanti e passo indietro, mentre i Paesi belligeranti hanno palesi difficoltà a uscire dal cul-de-sac in cui sono bloccati. Parallelamente alla tenuta degli indici, prosegue la rotazione settoriale, con comparti (come quello dei semiconduttori) intenti a leccarsi le ferite per le correzioni pesanti che hanno dovuto subire, mentre sembra esserci ancora un po’ di spazio sui finanziari. Vari titoli tecnologici in tutto il mondo hanno lasciato per strada percentuali a due cifre; Samsung, per esempio, è crollato del 30% in un mese nella Borsa coreana, anche se il titolo è ancora a quasi +90% in un anno. Discorso simile per Micron Technology, quotato al Nasdaq, in perdita di oltre il 25% in un mese, ma a fronte di una crescita di oltre 180% in un anno. A proposito di Nasdaq, questo indice è stato protagonista di un rimbalzo, per poi assestarsi. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto raffreddarsi: se si osserva l’analisi tecnica, l’indice non sembra impostato bene e ci si potrebbe attendere a breve una correzione al ribasso. Per capire se sarà bolla IA o no, comunque, dovremo attendere almeno sei mesi, se non di più. In teoria siamo in presenza di valutazioni sì alte, ma non folli come nel 2000. Il rischio-bolla potrebbe farsi più pressante solo se in un prossimo futuro i margini dovessero assottigliarsi.

Il gas fa paura

La quotazione del petrolio ha subito l’influenza della nuova escalation e si è alzata, anche se non troppo: il Brent resta nella fascia alta della forbice 80/90 dollari al barile e il Wti in quella bassa. Entrambe si trovano nella classica “terra di nessuno” che non preoccupa (ancora) più di tanto mercati, aziende e famiglie. E’ più inquietante invece il picco del gas al Ttf di Amsterdam, che è pericolosamente vicino ai 60 euro, con il rischio di causare parecchie difficoltà all’economia reale. Certamente, a risolvere il ciclico ripresentarsi dei rincari di petrolio e metano non saranno le ultime indicazioni europee, che sanno di grida manzoniane e che mirano ad accrescere i consumi di elettricità (a scapito, appunto, di fossili e gas) dal 23,4% al 32,3% nel 2030 e al 40% circa dieci anni dopo. Questo obiettivo dimentica che l’elettricità è un vettore e non una fonte di energia. Oro e argento, dopo la correzione forte, navigano invece su prezzi da cui sembra faticoso rimbalzare. Il dollaro si sta infine mantenendo fra quota 1,13/1,15 euro, con andamento piatto da un mese e mezzo, in una fase di equilibrio senza particolari dinamiche.

Poste-Tim, parte l’opas

Dopo la luce verde della Consob è partita il 20 luglio l’opas volontaria e totalitaria di Poste Italiane su Tim. I termini dell’offerta, che si concluderà l’11 settembre 2026, vedono il “gigante giallo” mettere sul piatto, per ogni titolo dell’azienda telefonica, una parte in denaro, che ammonta a 1,67 euro, e un’altra in titoli, pari a 0,218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione. In pratica, saranno corrisposti 835 euro e 109 azioni Poste per ogni pacchetto di 500 titoli Tim. Per avere successo l’opas dovrà raggiungere l’adesione del 66,67% degli azionisti della telco. Altrimenti, ha detto Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, a Radio 24, “si dovrà pronunciare il consiglio”. In ogni caso, il cda Tim ha ritenuto congrua l’offerta. L’approvazione all’unanimità dell’operazione da parte del board, ha scritto a questo proposito Pietro Labriola, ceo della società telefonica, ai dipendenti, si verifica “in coerenza con il percorso di trasformazione intrapreso dal nostro gruppo”. Dal punto di vista industriale, l’operazione ha un suo significato: alla fine è bene che determinati asset rimangano nelle mani di determinati Paesi piuttosto che essere ceduti a fondi di private equity. Tanto più che Poste Italiane è ancora a maggioranza statale, e un’eventuale riuscita dell’opas riporterebbe di fatto la ex Telecom Italia in mani pubbliche.

Mondiali di calcio, ricavi record

Si sono chiusi con la vittoria della Spagna i Mondiali di calcio 2026, la prima kermesse iridata pallonara a 48 squadre, che si è rivelata un affare per la Fifa. Grazie all’allargamento del numero delle partecipanti, il governo del football guidato da Gianni Infantino ha infatti registrato ricavi per circa 13 miliardi di dollari, di cui 8,9 quest’anno. Una cifra ben più alta rispetto alle più rosee previsioni, che ha fatto del torneo nordamericano la Coppa del Mondo più ricca di tutti i tempi. Per avere una pietra di paragone, i Giochi Olimpici 2024 di Parigi hanno reso meno della metà, e cioè 5,2 miliardi. Importo, quest’ultimo, che è di poco superiore ai soli diritti tv di Usa-Canada-Messico 2026, pari a 4,3 miliardi nel quadriennio. Una cifra superiore a 3 miliardi, invece, hanno fruttato i biglietti, oltre 2 in più rispetto alla Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Una medaglia che ha anche un suo rovescio: gli stadi, è vero, erano spesso esauriti, ma con un prezzo dei tagliandi molto elevato, e accessibile solo a spettatori molto ricchi. Ora, spinta dai ricavi record che le hanno conferito un potere economico clamoroso, la Fifa potrebbe allargare il prossimo Mondiale a 64 squadre, con più partite, più incassi e più ricavi.

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Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.

Nuovo tonfo a Seul

Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.

Rotazione settoriale

Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.

“Nulla è più come prima”

Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi  pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.

Intelligenza artificiale energivora

A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.

‘”Effetto Maradona”

Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.

Italiani, sale il tesoretto familiare

Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.

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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.

Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità

Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.

La volatilità delle materie prime

Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.

Barra dritta

In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.

Siamo alla frutta?

La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.

Google, confermata la sanzione Ue

Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.

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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.

Dispersione di rendimenti

Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.

Azioni o obbligazioni?

Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.

Petrolio in picchiata, benzina stabile

Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.

Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti

Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.

Foto di wu yi su Unsplash


Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.

Fase interlocutoria

A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.

Deglobalizzazione

La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.

Tassi, l’apertura di Panetta

C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?

Offerta per EasyJet

Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.

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I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.

Economia reale

In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.

L’allarme degli imprenditori

Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.

Tassi in rampa di lancio

Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.

Il nuovo Btp

Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.

Milan e Juventus senza Champions

Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.

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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.

Buone le trimestrali, Borse ok

L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.

Sell off obbligazionario

Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.

Tra inflazione e recessione

E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.

Il nuovo virus

Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.

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Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.

I settori trainanti

Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.

Vertice a Pechino

L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.

Piano B

La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.

Europa spettatrice

La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.

Acciaio, la via (obbligata) inglese

Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.

La Nba si espande in Europa

E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.

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Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.

Legati a un filo

In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.

Primi verdetti

Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.

Gli Emirati lasciano l’Opec

Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.

Tassi fermi. Per ora

Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.

Foto di Alexas_Fotos su Unsplash


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