Salgono i rendimenti dei bond. E le Borse frenano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.

Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.

Preoccupazioni dal Golfo

Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.

Bolla IA, nuovi timori

Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.

Dollaro debole

In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.

Settimana interlocutoria

Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.

Risiko: il fortino di Lovaglio…

L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.

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Le trimestrali spingono i tecnologici

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.

Scenario incerto

Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.

Nuove trattative in vista?

Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.

Fed, nulla di fatto

Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.

Risiko, rombano i motori

Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).

Baruffe in Fifa

Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.

La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!

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Nuovo crollo delle Borse asiatiche

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Calano nuovamente a picco le Borse asiatiche, trascinate dal crollo dei titoli tecnologici legati ai semiconduttori. In particolare, tra le azioni in rosso al Kospi c’è ancora Samsung Electronics. A pagare dazio è probabilmente il rientro brusco dagli eccessi legati alla catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.

Il caso coreano

È particolarmente significativo il caso della Corea del Sud. L’indice Kospi aveva toccato il proprio massimo il 22 giugno, registrando un’impressionante performance di circa il 130% rispetto ai minimi precedenti. La successiva correzione, che nell’ulrimo mese ha riportato le quotazioni indietro di circa il 33%, è stata tanto rapida quanto violenta. Analogamente, Samsung, pur avendo perso una parte consistente dei guadagni, mantiene ancora una performance di circa il 71% dall’inizio dell’anno. Naturalmente, un movimento di questa portata non può essere sottovalutato. La successione di ribassi sta diventando sempre più marcata e rappresenta un segnale che merita attenzione. Tuttavia, se la fase ribassista dovesse arrestarsi agli attuali livelli, il bilancio complessivo rimarrebbe comunque eccezionale, con rendimenti ancora ben superiori alla media storica. Ciò che desta maggiore preoccupazione è soprattutto l’intensità dell’ultima correzione: dopo una salita tanto ripida, anche le prese di profitto tendono a essere proporzionalmente più violente. Nonostante ciò, allo stato attuale appare poco probabile che il Kospi e Samsung possano cancellare integralmente i consistenti progressi realizzati nella prima parte dell’anno.

Sette contro tutti

Il Nasdaq, da parte sua, è in recupero rispetto al mese scorso, ma ancora leggermente sotto i livelli di inizio anno. L’indice tecnologico sta ancora scontando la correzione dovuta alla salita troppo vorticosa dei sette titoli più capitalizzati. Tra questi e il resto delle azioni si è verificata una dicotomia che mostra grafici del tutto differenti: il recupero è da attribuire ai medio-piccoli, mentre i big frenano.

Europa tranquilla

In questa situazione, l’Europa continua ad apparire immune: i tecnologici sembrano influenzare ben poco la dinamica finanziaria del Vecchio Continente, i cui listini contengono in gran parte titoli dell’economia tradizionale. Le Borse europee hanno ben altre arene in cui dimostrare ancora una volta la loro resilienza. In particolare, la crisi del Golfo, con i suoi effetti sulle materie prime: dopo l’escalation, che pur per un tempo limitato aveva sbalzato il petrolio anche oltre quota 100, è ora la volta della nuova sospensione dei raid Usa all’Iran, che ha subito riportato il greggio nella fascia 80/90. E che ha riacceso le speranze che questa guerra finisca. Le Borse, insomma, scommettono su una soluzione della crisi, e su un pur lento ritorno alla normalità. Ricordando sempre che, in condizioni di questo tipo, con i prezzi ci è andata ancora bene: Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha puntualizzato che non dobbiamo strapparci i capelli per la benzina a 2 euro, ma ritenerci fortunati che il carburante non sia arrivato a 3, come avrebbe tranquillamente potuto fare.

Il peggio deve ancora venire?

Attenzione però: lo shock petrolifero non è finito. Anzi, potrebbe non essere ancora giunto nella sua fase più problematica. Lo afferma persino la Banca Centrale Europea, che in una nota fa scattare il preallarme: l’incertezza, afferma l’Eurotower, rimane alta, e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente. In altri termini, sulla crisi di Hormuz e i suoi effetti su Borse ed economia reale potremmo non avere ancora visto il peggio. La banca centrale si pone in osservazione, riservandosi di valutare le conseguenze del vortice energetico. Non limitandosi ai problemi derivanti dal petrolio: il faro della squadra incaricata di tenere sotto controllo i prezzi sarà infatti puntato anche sulle tariffe del gas, ancora molto alte. Soprattutto, aggiungiamo noi, in un quadro che vede la scarsità di scorte per il prossimo inverno, e l’imminente chiusura definitiva degli approvvigionamenti dalla Russia.

Bce ferma

Il monitoraggio Bce riguarda le conseguenze del caro-energia sull’inflazione. Che però, lo ricordiamo ancora, è legata all’offerta: in queste condizioni, una nuova stretta monetaria rischierebbe di creare le condizioni per una fase recessiva. Finora, comunque, l’Eurotower non ha mosso le acque, e nella riunione di luglio ha mantenuto i tassi al 2,25% con una decisione unanime. Non si è dunque ripetuta la mossa al rialzo dello scorso giugno. Si è rivelata errata, almeno finora, la previsione dei mercati, che scommettevano su tre rialzi a breve: solo una nuova impennata duratura del petrolio (e del gas) potrebbe rovesciare questo approccio.

Dazio che viene, dazio che va

Intanto, Donald Trump introduce nuovi dazi in varie parti del mondo (a cominciare da Brasile, Giappone e Australia), questa volta per un presunto scarso impegno contro le importazioni di prodotti realizzati tramite lavoro forzato. Un’accusa respinta al mittente in maniera particolarmente vigorosa dal Brasile, che ha ricordato di essere stato più volte riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo impegno in prima linea contro questa piaga. I tentativi di Trump di trovare nuovi sbocchi per applicare tariffe potrebbero essere gli ultimi: oltre alla sentenza della Corte Suprema americana, si stanno verificando manifestazioni di insofferenza nel Congresso e le elezioni di mid term sono sempre più vicine. Nel mentre, le aziende iniziano a recuperare le tariffe definite illegali dalla Corte Suprema americana. E lo fanno senza particolari ostacoli. Lo ha affermato Jean-Philippe Kohl, vicedirettore dell’associazione delle imprese tecnologiche elvetiche Swissmem, che in una dichiarazione alla Sonntags Zeitung si è detto “sorpreso” di quanto le operazioni di recupero si stiano rivelando relativamente “facili” e “senza intoppi”. Questo non significa che il tira e molla sui dazi non abbia provocato molti problemi ad aziende e Paesi di tutto il mondo. Tra chi è uscito malconcio non c’è, però, l’Italia: per la nostra economia è diminuito il commercio transoceanico di vino, ma, prendendo in esame tutti i settori produttivi, nel complesso sono addirittura aumentate le esportazioni. Il saldo positivo dimostra la forza della nostra industria.

Pogačar rende più ricco il Tour

Il Tour de France appena concluso ha avuto due vincitori: il “marziano” Tadej Pogačar, che ha letteralmente dominato la corsa ponendo il quinto sigillo sulla Grande Boucle, e le casse di Aso, organizzatore della gara. Oggi, la “corsa gialla” vale 150 milioni circa di euro in ricavi fra diritti televisivi, sponsorizzazioni e contributo economico versato dalle località sede della partenza o dell’arrivo di una tappa. Tra gli appassionati sorge però un dubbio: le vittorie di Pogačar e lo spettacolo che questo fuoriclasse sa offrire quasi ogni giorno fanno bene alle casse del Tour e del ciclismo? Oppure il dominio assoluto dello sloveno, che rende molto spesso scontati i risultati delle gare a cui partecipa, finirà per far perdere interesse, e ulteriori guadagni? Propendiamo per il primo scenario. Un fuoriclasse che riesce a emozionare gli spettatori con le sue imprese non può che avvicinare televisioni e sponsor. E suscitare interesse. Lo dimostrano le masse di persone che si accalcano a bordo strada, anche nei giorni lavorativi, mettendo qualche volta in difficoltà (e a rischio) i corridori intenti a scalare una grande montagna. Inoltre, in un periodo in cui, tra Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, l’accesso dei tifosi è sempre più caro ed esclusivo, il ciclismo offre nella maggior parte dei casi spettacolo gratuito agli appassionati, dimostrandosi ancora una volta lo sport della gente.

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Mercati cauti, tra escalation e timori di bolla IA

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova escalation nel Golfo ha destato attenzione nelle Borse europee, già concentrate sul futuro dei titoli tecnologici e IA. Tuttavia, l’andamento degli indici resta cauto e prudente, senza particolari scossoni, nonostante l’alta volatilità che contraddistingue i mercati mondiali. A evitare storni importanti, oltre che l’ormai atavica resilienza dei listini, anche le speranze di un nuovo stop ai rombi di guerra, suffragate dalla possibilità di una nuova tregua di dieci giorni.

Dubbi sui tecnologici

La dinamica che guida i mercati sembra insomma simile al classico passo avanti e passo indietro, mentre i Paesi belligeranti hanno palesi difficoltà a uscire dal cul-de-sac in cui sono bloccati. Parallelamente alla tenuta degli indici, prosegue la rotazione settoriale, con comparti (come quello dei semiconduttori) intenti a leccarsi le ferite per le correzioni pesanti che hanno dovuto subire, mentre sembra esserci ancora un po’ di spazio sui finanziari. Vari titoli tecnologici in tutto il mondo hanno lasciato per strada percentuali a due cifre; Samsung, per esempio, è crollato del 30% in un mese nella Borsa coreana, anche se il titolo è ancora a quasi +90% in un anno. Discorso simile per Micron Technology, quotato al Nasdaq, in perdita di oltre il 25% in un mese, ma a fronte di una crescita di oltre 180% in un anno. A proposito di Nasdaq, questo indice è stato protagonista di un rimbalzo, per poi assestarsi. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto raffreddarsi: se si osserva l’analisi tecnica, l’indice non sembra impostato bene e ci si potrebbe attendere a breve una correzione al ribasso. Per capire se sarà bolla IA o no, comunque, dovremo attendere almeno sei mesi, se non di più. In teoria siamo in presenza di valutazioni sì alte, ma non folli come nel 2000. Il rischio-bolla potrebbe farsi più pressante solo se in un prossimo futuro i margini dovessero assottigliarsi.

Il gas fa paura

La quotazione del petrolio ha subito l’influenza della nuova escalation e si è alzata, anche se non troppo: il Brent resta nella fascia alta della forbice 80/90 dollari al barile e il Wti in quella bassa. Entrambe si trovano nella classica “terra di nessuno” che non preoccupa (ancora) più di tanto mercati, aziende e famiglie. E’ più inquietante invece il picco del gas al Ttf di Amsterdam, che è pericolosamente vicino ai 60 euro, con il rischio di causare parecchie difficoltà all’economia reale. Certamente, a risolvere il ciclico ripresentarsi dei rincari di petrolio e metano non saranno le ultime indicazioni europee, che sanno di grida manzoniane e che mirano ad accrescere i consumi di elettricità (a scapito, appunto, di fossili e gas) dal 23,4% al 32,3% nel 2030 e al 40% circa dieci anni dopo. Questo obiettivo dimentica che l’elettricità è un vettore e non una fonte di energia. Oro e argento, dopo la correzione forte, navigano invece su prezzi da cui sembra faticoso rimbalzare. Il dollaro si sta infine mantenendo fra quota 1,13/1,15 euro, con andamento piatto da un mese e mezzo, in una fase di equilibrio senza particolari dinamiche.

Poste-Tim, parte l’opas

Dopo la luce verde della Consob è partita il 20 luglio l’opas volontaria e totalitaria di Poste Italiane su Tim. I termini dell’offerta, che si concluderà l’11 settembre 2026, vedono il “gigante giallo” mettere sul piatto, per ogni titolo dell’azienda telefonica, una parte in denaro, che ammonta a 1,67 euro, e un’altra in titoli, pari a 0,218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione. In pratica, saranno corrisposti 835 euro e 109 azioni Poste per ogni pacchetto di 500 titoli Tim. Per avere successo l’opas dovrà raggiungere l’adesione del 66,67% degli azionisti della telco. Altrimenti, ha detto Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, a Radio 24, “si dovrà pronunciare il consiglio”. In ogni caso, il cda Tim ha ritenuto congrua l’offerta. L’approvazione all’unanimità dell’operazione da parte del board, ha scritto a questo proposito Pietro Labriola, ceo della società telefonica, ai dipendenti, si verifica “in coerenza con il percorso di trasformazione intrapreso dal nostro gruppo”. Dal punto di vista industriale, l’operazione ha un suo significato: alla fine è bene che determinati asset rimangano nelle mani di determinati Paesi piuttosto che essere ceduti a fondi di private equity. Tanto più che Poste Italiane è ancora a maggioranza statale, e un’eventuale riuscita dell’opas riporterebbe di fatto la ex Telecom Italia in mani pubbliche.

Mondiali di calcio, ricavi record

Si sono chiusi con la vittoria della Spagna i Mondiali di calcio 2026, la prima kermesse iridata pallonara a 48 squadre, che si è rivelata un affare per la Fifa. Grazie all’allargamento del numero delle partecipanti, il governo del football guidato da Gianni Infantino ha infatti registrato ricavi per circa 13 miliardi di dollari, di cui 8,9 quest’anno. Una cifra ben più alta rispetto alle più rosee previsioni, che ha fatto del torneo nordamericano la Coppa del Mondo più ricca di tutti i tempi. Per avere una pietra di paragone, i Giochi Olimpici 2024 di Parigi hanno reso meno della metà, e cioè 5,2 miliardi. Importo, quest’ultimo, che è di poco superiore ai soli diritti tv di Usa-Canada-Messico 2026, pari a 4,3 miliardi nel quadriennio. Una cifra superiore a 3 miliardi, invece, hanno fruttato i biglietti, oltre 2 in più rispetto alla Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Una medaglia che ha anche un suo rovescio: gli stadi, è vero, erano spesso esauriti, ma con un prezzo dei tagliandi molto elevato, e accessibile solo a spettatori molto ricchi. Ora, spinta dai ricavi record che le hanno conferito un potere economico clamoroso, la Fifa potrebbe allargare il prossimo Mondiale a 64 squadre, con più partite, più incassi e più ricavi.

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Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.

Nuovo tonfo a Seul

Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.

Rotazione settoriale

Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.

“Nulla è più come prima”

Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi  pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.

Intelligenza artificiale energivora

A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.

‘”Effetto Maradona”

Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.

Italiani, sale il tesoretto familiare

Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.

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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.

Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità

Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.

La volatilità delle materie prime

Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.

Barra dritta

In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.

Siamo alla frutta?

La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.

Google, confermata la sanzione Ue

Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.

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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.

Dispersione di rendimenti

Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.

Azioni o obbligazioni?

Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.

Petrolio in picchiata, benzina stabile

Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.

Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti

Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.

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Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.

Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.

Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.

Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.

Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.

Calo strutturale

Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.

II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.

A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.

Consolidamento dei rialzi

La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.

Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.

Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.

Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.

Federal Reserve, tassi fermi

Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.

Questo anche perché linflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.

La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.

Le dimissioni di Starmer

Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.

Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.

Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.

Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.

Risiko: le grandi manovre

Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.

Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.

Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.

Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.

Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.

Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.

Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.

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I venti di Pace spingono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.

L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.

La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.

 

Ai massimi

I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.

La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.

Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a  prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.

Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.

 

Valutazione record

Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.

L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate  riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.

Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.

Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.

La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.

 

Trump ferma Anthropic

Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.

La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.

Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.

Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.

 

 

Giappone, tassi all’1%

Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.

Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.

La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.

 

 

Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi

Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.

Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.

Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.

Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.

Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.

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L'improvviso ritorno del risiko

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati sui posti di lavoro americani, diffusi la scorsa settimana, hanno rinfocolato i timori di un rialzo dei tassi Fed, rallentando le Borse mondiali.
A soffrire più di tutti è stato il Nasdaq, in caduta libera – ciò a significare che i numeri sull’occupazione statunitense hanno fornito una scusa ai tecnologici per arretrare dopo 15 giorni di crescita decisa. Intelligenza artificiale e simili hanno trascinato con sé le criptovalute, con i bitcoin sotto i 60.000 dollari come non accadeva da ottobre 2024. Ciò fa temere un rischio esistenziale per le monete virtuali, che dopo l’elezione di Donald Trump sembravano inarrestabili.

Lo tsunami bancario

A Piazza Affari, il ribasso è stato rovesciato dalla nuova ondata di risiko partito nel fine settimana: alla riapertura, il monopoli bancario ha rilanciato Milano. Lunedì, la Borsa italiana ha dunque chiuso in positivo, contrariamente ad altri indici, vicini alla parità. A dimostrazione che sui titoli value e finanziari c’è ancora da guadagnare. Più nel dettaglio, domenica scorsa Banco Bpm ha inviato una proposta di fusione a Montepaschi. L’assalto ha provocato un contrattacco di Intesa Sanpaolo, che ha lanciato un’opas in collaborazione con Bper e Unipol. In pratica, il colosso guidato da Carlo Messina si prenderebbe Mediobanca, con il suo 13% di Generali, lasciando alla banca dell’Emilia-Romagna le oltre 600 filiali di Mps. Ora siamo ancora all’inizio dei giochi ed è difficile fare un pronostico. Tra le due contendenti sembra però favorito il polo guidato da Intesa Sanpaolo, perché per il tentativo di Banco Bpm sembrano mancare i numeri. Una cosa è certa: la vera preda non è Mps in sé, ma Generali – non solo come assicuratore, ma anche come polo di sistema, con i suoi circa 800 miliardi di euro in risparmio gestito e 40 di Btp. Nel caso in cui a spuntarla fosse Bpm, a goderne sarebbe il Crédit Agricole, in grado di salire nell’azionariato di Piazza Meda fino al limite del 30%, come da autorizzazione Bce. Questo darebbe ai francesi un peso ingombrante anche nella gestione del risparmio privato italiano. Per questo motivo, l’intervento di Intesa e Bper non è nient’altro che una mossa di sistema per tenere i francesi il più possibile fuori da poteri decisionali nel Leone: nel caso in cui la spuntasse questa proposta, si creerebbe però una convergenza fra il primo gruppo bancario e la prima assicurazione d’Italia, che in tutta probabilità dovrebbe passare da un ok da parte delle autorità di vigilanza.

Unicredit più vicino a Commerzbank

Intanto, Unicredit ha già superato il 30% di Commerzbank, obiettivo dell’offerta pubblica di scambio lanciata dal gruppo milanese su quello tedesco, in scadenza il 3 luglio; considerando anche l’apporto dei derivati, il controllo supererebbe il 50%. Percentuale che però può essere davvero utilizzata solo dopo il via libera delle authority. E proprio su questo fronte si è già aperta una partita. Almeno secondo Commerzbank, una parte rilevante dei derivati potrebbe provenire da player che sono anche banche controparti di piazza Gae Aulenti. Per questo motivo, la banca di Francoforte si è appellata alla Bafin, l’autorità di vigilanza tedesca. Se da una parte Commerzbank gioca le carte rimanenti per ostacolare l’operazione, dall’altra prova ad adattarsi alla possibile nuova situazione: Bettina Orlopp, amministratore delegato di Commerzbank, ha escluso un rilancio, aprendo alla trattativa. Naturalmente a certe condizioni. “Non siamo una banca da ristrutturare”, ha puntualizzato la top manager, che ha fissato due linee rosse, una su governance e modello di business, l’altra sull’assegnazione di un premio “significativo” per gli azionisti. La novità è, comunque, l’abbandono della strategia muro contro muro, favorita dall’esito dell’opas.

Arrivano le Ipo

Mentre la Borsa Italiana corre con il risiko, e – come gli altri listini – scommette sull’avvicinarsi di una pace fra Stati Uniti e Iran, Wall Street fa il conto alla rovescia per la mega-Ipo di SpaceX. I numeri sono enormi: la valutazione è di 1.780 miliardi di dollari, mentre si verificherà un aumento di capitale pari a 75 miliardi; il giro d’affari previsto per il 2026 è di oltre 15 miliardi (con una perdita netta di 4,9), e nel 2030 il fatturato atteso è intorno ai 450 miliardi. Vale la pena domandarsi come si sarebbe potuta valutare una società con potenziale enorme, ma con una perdita così forte, senza il maxi-aumento capitale previsto. A guadagnarci saranno certamente le banche collocatrici che si stima incasseranno almeno 500 milioni dall’operazione. Se la fase cruciale della corsa di SpaceX inizierà venerdì prossimo, ha appena preso il via l’iter di OpenAI, che ha da poco consegnato alla Sec il suo prospetto in via riservata. Per ora, però, la società di ChatGpt non ha ancora deciso i tempi per iniziare l’eventuale operazione. A breve vedremo dunque se il gioco delle Ipo darà nuovi slanci alle Borse americane e, di rimando, a quelle di tutto il mondo. La spinta del percorso verso le quotazioni punta a controbilanciare i problemi provenienti dal Golfo, dove lo Stretto di Hormuz funziona ancora a singhiozzo e, anche in caso di riapertura, non sarà in grado di restituire immediatamente all’economia reale le condizioni pre-belliche. Per tornare alla normalità ci vorranno, infatti, da otto mesi a un anno. E le Borse potrebbero risentirne.

Mondiali senza l’Italia, quanto perde l’economia?

Con l’incontro inaugurale fra Messico e Sudafrica si aprono domani i Campionati Mondiali di calcio, ospitati da tre differenti Paesi (Stati Uniti, Messico e Canada). Per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, nonostante il numero alto delle squadre che parteciperanno, passato da 32 a 48. Con l’eliminazione degli azzurri si è tornati a evidenziare la perdita economica prevista per molte attività commerciali, soprattutto bar, trattorie, pizzerie o ristoranti con maxi-schermi televisivi, oppure negozi di alimentari, che traggono beneficio dalle riunioni tra amici per assistere alle partite tra le mura di casa. Tutti ricordano gli Europei 2020 (giocati nel 2021), quando la vittoria dell’Italia spinse le persone ad aggregazioni spontanee – vero e proprio ossigeno per gli esercenti, appena usciti dalle forti restrizioni dovute al Covid. Rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali senza l’Italia, però, la perdita per le attività commerciali sembra, a occhio, potenzialmente minore, a causa degli orari non sempre comodi per gli spettatori. Se per il gruppo preliminare la Bosnia-Erzegovina (che ha eliminato l’Italia) giocherà sempre alle 21, non è dato di sapere a che ora (italiana) sarebbero scesi in campo gli azzurri in caso di qualificazione alle gare a eliminazione diretta. Già due partite in notturna avrebbero potuto diminuire, e di molto, gli incassi degli esercenti. Ai commercianti non resta che sperare nei Mondiali 2030, che si svolgeranno prevalentemente in Spagna, Portogallo e Marocco (con soltanto poche sfide inaugurali in Argentina, Uruguay e Paraguay). Per questa edizione, la Fifa sta studiando un’edizione titanica a 64 squadre, che – se non altro per il numero dei partecipanti – agevolerebbe un ritorno degli azzurri sui campi della Coppa del Mondo.

Foto di JESHOOTS.COM su Unsplash


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