Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.

Borse in ripiegamento

Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.

Il nodo della Corte Suprema

La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.

Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola

Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.

Sale il gas

Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.

Porsche in retromarcia

Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.

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Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.

Lo scontro su Powell

Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.

Dazi sì, dazi no…

Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.

Il nodo Mercosur

C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.

Lavori in corso

E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.

Foto di beto duarte su Unsplash 


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