Mercati sotto controllo, nonostante la guerra
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.
Voglia di correre
La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.
Petrolio su e giù
Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).
Le due anime della Fed
I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?
Europa tra falchi e colombe
La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.
Risiko bancario
Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.
Musica, maestro
Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.
Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.
Le apprensioni sul petrolio
Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.
Oro a go-go
Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.
De Meo lascia il settore automobilistico
Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.
Il caro-gas mette a rischio le fonderie
La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.
Il mondo nel pallone
Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.
Tassi, Bce e Fed sempre meno allineate
Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l'inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse
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Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. "Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative", ha affermato la numero uno dell'istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. "Dobbiamo soltanto creare un po' più di fiducia in questo processo", ha aggiunto. "Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva". E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà "in un periodo di tempo ragionevolmente breve". Più chiara di così...
Una scadenza nota da tempo
La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l'atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po' di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche "colomba" ha provato ad anticipare i tempi, ma l'appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po'. Se l'imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E' comunque probabile che nel corso di quest'anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.
Fed, semaforo rosso da Powell
Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l'inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà "mantenere l'attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario". La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l'economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L'inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell'indice Brent, sia nel Wti), e proseguendo con l'oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall'essere risolta, l'affresco è completato.
Borse nervose, ma non troppo
In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all'insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest'ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.
Pil italiano ridimensionato
Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest'anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all'1,2%. Se si verificasse questa situazione, l'Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell'1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell'1,9%, la Gran Bretagna dell'1,5%, la Francia dell'1,4%, la Germania dell'1,3% e il Giappone dell'1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d'Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la "locomotiva d'Europa". Non è quindi escluso che l'Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l'ultimo posto con questi due Paesi.
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Flessione a Piazza Affari: storno o trading range?
La settimana scorsa, la Borsa di Milano ha chiuso in flessione e ora sta andando a zig zag. Sembra esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento ondivago assomiglia maggiormente a un nuovo periodo all'insegna del mercato laterale piuttosto che all'esordio di un trend negativo
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Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con un calo di oltre l'1%, per poi recuperare una parte delle perdite nel corso della seduta successiva e calare ancora. E' arrivato il tanto temuto storno? Difficile da dire, ma i segnali sembrano suggerire di no. Pare esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento a zig zag assomiglia maggiormente a un nuovo periodo di trading range piuttosto che all'esordio di un trend negativo. In presenza di flessioni oltre il 3% occorre preoccuparsi, ma quando il calo supera di non molto l'1%, la situazione non è di per sé allarmante.
Nuovi rischi geopolitici
Queste osservazioni, è bene puntualizzarlo, devono essere prese con molta cautela. Perché i problemi geopolitici sono sempre incombenti e in crescita, e il mercato – che finora si è dimostrato forte – potrebbe fare fatica a reggere nuovi pesi sulle sue spalle: ora a preoccupare sono i timori di un'escalation tra Iran e Israele, in grado di portare ancora distruzione nell'area mediorientale. Dal lato economico, un conflitto aperto tra i due Paesi rischierebbe un impatto devastante sul prezzo del petrolio, già schizzato oltre i 90 dollari al barile. Un trend inaspettato che è stato pompato dalle solite speculazioni, ormai inevitabili in un'economia così finanziarizzata. E che hanno trasformato un innocente dichiarazione della Fed, che annunciava tre probabili tagli nell'anno, in una tempesta sulle materie prime.
Fed: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
E, a proposito di tassi Usa, la scorsa settimana una dichiarazione di Loretta Mester, presidente e ceo della Federal Reserve di Cleveland, ha smorzato i toni sul calo del costo del denaro. "Voglio vedere i dati ancora per un paio di mesi", per tenere sotto controllo l'inflazione. "Avevo previsto che l'avremmo vista scendere", ha aggiunto, "e ora abbiamo necessità di vedere più prove che lo confermino. Quando le vedrò, ritengo che saremo nella posizione di abbassare i tassi di interesse". La Fed, ha comunque sottolineato la dirigente, ha "una posizione politica tale da poter affrontare il problema e possiamo abbassare i tassi più rapidamente e prima rispetto alle nostre previsioni di base". L'esternazione ha l'aspetto di un arretramento rispetto alle dichiarazioni precedenti di Jerome Powell, o forse del classico passo di lato, oppure ancora di una scelta di prudenza. D'altra parte, che le banche centrali scelgano di moderare le loro dichiarazioni ci puo stare, dato per tre anni hanno sbagliato molte scelte. Inoltre, la crescita dei rendimenti obbligazionari americani sembra suggerire un cambiamento di sentiment nei confronti dei tre tagli, a cui sempre meno economisti credono. Si fa più probabile l'idea di due soli ritocchi, il primo a fine estate, probabilmente a settembre.
La Bce è più decisa
La politica Bce di ammorbidimento del costo del denaro potrebbe quindi risultare più aggressiva di quella scelta dalla Fed. D'altra parte, l'economia americana può permettersi tassi più alti rispetto a quelli europei. Nell'ultima riunione dell'Eurotower è emerso ottimismo sull'abbassamento dell'inflazione, che sarebbe in marcia verso l'obiettivo del 2%. Anche se su questo occorrono pazienza e cautela. "La data per un primo taglio dei tassi comincia ad essere più chiaramente visibile", si legge nelle minute del board e "gli argomenti a favore di un taglio si stanno rafforzando". Taglio che potrebbe essere annunciato già nel corso della riunione di domani, 11 aprile.
Banche, italians a go-go
Intanto, secondo le cifre fornite dal Sole 24 Ore, le due maggiori banche italiane (considerate insieme) conquistano il secondo posto nell'area euro per capitalizzazioni di mercato. La coppia Intesa Sanpaolo-Unicredit, con 122,2 miliardi complessivi, ha superato il duo Bnp Paribas-Crédit Agricole e lasciato indietro il tandem Deutsche Bank-Commerzbank. Davanti ai due gruppi italiani c'è solo il ticket Santander-Bbva. A spingere la "staffetta azzurra" sono certamente i tassi, ma anche il calo sensibile delle sofferenze e il decremento del rischio relativo all'Italia, con lo spread ampiamente sotto i 150 punti base. Questi dati dimostrano ancora una volta che le opinioni negative che circondano il nostro Paese sono in gran parte pregiudizi. Lo hanno dimostrato anche i successi di chi ha investito sulle nostre azioni bancarie nel 2023 (ma ancora di più nel 2022), che ha incassato ben più delle previsioni. Ai prezzi correnti, comprare questi titoli è però tardivo: il settore tornerebbe interessante solo se evidenziasse un decremento di almeno il 10%.
L'ora degli energetici?
In generale, oltretutto, la situazione non evidenzia motivi per sovrappesare la componente azionaria. Chi ha investito sull'Europa si è aggiudicato ottimi rendimenti: oggi potrebbe essere l'ora di alleggerire il portafoglio di un 20%-25% del margine, magari vendendo proprio titoli bancari. E cambiando mix di investimento: ora sono gli energetici a convenire, con la crescita delle materie prime e del petrolio. Queste aziende sono nelle condizioni delle banche di due anni fa: pochi le scelgono, ma hanno una grande prospettiva di crescita, con utili replicabili in futuro.
Auto elettriche, la Germania rilancia
A proposito di energia, la Germania cerca di rilanciare l'auto elettrica con maxi-finanziamenti. Ma l'assenza di infrastrutture e i limiti attuali del comparto non smuovono l'opinione negativa dei consumatori e dei produttori. Mentre la corsa verso le e-cars potrebbe spingere l'occidente tra le braccia della Cina. Paese che, oltre a essere leader nel settore, è decisamente molto avanti anche nei servizi forniti a queste vetture. Per esempio: nelle stazioni di servizio cinesi non si offre solo la ricarica, ma anche la sostituzione immediata delle batterie – attività che in Europa e in Nord America sarebbe considerata fantascienza. Un adeguamento dei servizi alle auto elettriche potrebbe forse ammorbidire l'atteggiamento delle persone nei confronti di queste vetture, anche se difficilmente la diffidenza generale sarà intaccata. Forse in Europa il processo che porterà allo stop della produzione di auto endotermiche entro il 2035 è irreversibile; tuttavia, se le urne dovessero ribaltare la "maggioranza Ursula" e mandare in pensione la von der Leyen, l'operazione potrebbe essere rallentata e cambiare, almeno parzialmente, connotati. Con un approccio più moderato al problema. E magari un recupero delle ibride.
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Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni
Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).
Rischi geopolitici
L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.
Tassi: è l’ora del plateau?
D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.
Il gas schizza in alto
Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.
Influssi positivi
Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.
Birkenstock: quotazioni esagerate
Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.
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Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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