Mediobanca, ora Montepaschi è più vicina
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la netta bocciatura dell’ops su Banca Generali da parte dell’assemblea di Mediobanca, Alberto Nagel cerca di organizzare le ultime, difficili difese dall’offerta Montepaschi. Mentre sui media sono comparse pubblicità che invitano i soci a non aderire all’offerta Mps, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia fa la conta dei nomi che potrebbero appoggiarlo. Una lista che però si assottiglia: sembra che vari azionisti cerchino di disimpegnarsi per non prendere posizione. Il vecchio patto di consultazione, che a inizio 2025 era vicino al 12%, è sceso sotto il 7,5% del capitale, con il disimpegno di azionisti come Gavio, Lucchini e Ferrero dal “salotto finanziario” milanese. Mentre, di contro, salgono nel capitale gli hedge fund, che ragionano su basi non ideologiche, ma di pura convenienza finanziaria.
Obiettivo: Generali?
Queste mosse rischiano di diminuire il già esiguo drappello che aveva approvato l’ops su Banca Generali (cioè il 35% del capitale). Sono quindi poche le possibilità che gli aderenti non superino il 50%; l’unico vero ostacolo all’operazione potrebbe dipendere da un alt da parte della Bce o dall’inchiesta della procura sulle quote Delfin e Caltagirone. Se gli “attaccanti” avranno la meglio, sono scontate le dimissioni di Nagel, sulla cui successione impazza già un “toto-nomi”. Ma soprattutto si aprirà la partita sul controllo di Generali e sulla sua governance, oltre che sulle scelte commerciali (come l’accordo di partnership con Natixis, che potrebbe saltare). Il Leone sembra il vero target dell’operazione, e anche uno dei motivi per cui il governo ha messo il cappello sull’ops Montepaschi-Mediobanca: lo Stato ha infatti interesse a controllare Generali per il nodo cruciale della sottoscrizione di titoli di Stato.
Il “piccolo pizzicotto” di Giorgetti
Mentre il risiko sta entrando nella sua fase decisiva, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha esortato le banche a essere più attive nel sostegno alle famiglie (un “piccolo pizzicotto”, lo ha definito lo stesso titolare del Mef). Gli istituti di credito, ha affermato il ministro durante un intervento al Meeting di Rimini, traggono beneficio dai rating dell’Italia e dall’ottima stagione degli spread: ora possono finanziarsi a “condizioni più favorevoli” e per questo devono offrire “benefici concreti in favore delle famiglie”. Tutto vero. Se non che, le attuali regole non incentivano le banche ad aprire i cordoni della borsa. I vari sistemi normativi transnazionali su requisiti patrimoniali e rischiosità dei prestiti sono stati introdotti a difesa del sistema bancario, ma rendono più difficili i finanziamenti, burocratizzandone gli iter. Le banche dovranno certamente offrire sostegno a famiglie e aziende, ma sono tenute a soggiacere a una serie di controlli che 30 anni fa non c’erano. Quindi, gli istituti di credito potranno sicuramente fare qualcosa in più, ma è escluso un ritorno alla situazione pre-Basilea, cioè ai tempi in cui all’imprenditore era sufficiente entrare in filiale per ottenere un sostegno economico.
L’allarme di Bayrou
Le Borse europee hanno evidenziato un ribasso, affossate dalle difficoltà del listino di Parigi. I mercati hanno reagito a una dichiarazione molto forte del premier francese François Bayrou sul debito pubblico. “Il nostro Paese è in pericolo perché siamo sull’orlo del sovraindebitamento e dobbiamo agire senza alcun ritardo”, ha detto il primo ministro. Negli ultimi 20 anni “il nostro debito è aumentato di 12 milioni di euro all’ora”. Quest’anno, ha proseguito, la spesa per il debito diventerà “la voce di bilancio più importante del Paese. Le rate che dobbiamo rimborsare saranno più pesanti del bilancio dell’istruzione nazionale e di quello delle forze armate”. In cifre, i 60 miliardi dell’anno scorso diventeranno 66, e nel 2026 (“nel caso migliore”) 75. “Se la strada che scegliamo è fare finta che il problema non esista”, ha ammonito il premier, “non ne usciremo”. Bayrou ha quindi annunciato un voto di fiducia sul suo governo: l’Assemblea Nazionale si riunirà in sessione straordinaria il prossimo 8 settembre sul “controllo delle nostre finanze”, ha detto il primo ministro.
Debito francese? Peggio dei dazi
Sembra, dalle prime avvisaglie, che il rischio di sovraindebitamento francese abbia influito sugli indici in maniera maggiore rispetto a quanto ha fatto per i dazi di Trump. Le spiegazioni possono essere di vario tipo. In primo luogo, dopo lo storno del 2 aprile, i mercati hanno iniziato a prendere le misure al presidente americano e a “vaccinarsi” contro le sue uscite estemporanee; il debito di un Paese importante come la Francia – aggravato dalla crisi istituzionale e dalla difficoltà di dare al Paese un governo stabile – è invece un problema strutturale, che non può che generare preoccupazioni per l’Ue, sulla tenuta dell’euro e sull’economia mondiale.. Inoltre, le Borse attendevano un motivo per rifiatare: da tre anni i grafici salgono, e prima o poi è fisiologico che si fermino. Ora gli investitori non devono lasciarsi prendere dai “soliti” timori e consolidare la loro presenza sui mercati, almeno finché le difficoltà non dovessero diventare problemi di lungo termine. Warren Buffett ha insegnato che per interfacciarsi con le Borse occorre guardare soprattutto agli utili delle aziende. Non tutti, però, mettono in pratica questa indicazione. E i risultati si vedono.
Fed, è arrivato il momento di tagliare i tassi?
Il dollaro, intanto, continua la sua fase di debolezza, che probabilmente non si fermerà molto presto. Secondo gli analisti di Bank of America, il biglietto verde calerà ancora in rapporto con l’euro se la Federal Reserve taglierà i tassi entro fine anno con l’inflazione in aumento. Da parte sua, nel corso del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed Jerome Powell ha aperto alla possibilità di ammorbidire la stretta monetaria con una sforbiciata che – a quanto si prevede – non dovrebbe comunque superare i 25 punti base. Il tutto in un contesto tutt’altro che facile: il debito pubblico americano è comunque molto forte, i tassi a lungo termine rimangono alti e c’è un segnale di rallentamento sui dati occupazionali. Questa situazione è un campanello d’allarme in vista dell’andamento che le Borse potrebbero registrare il prossimo anno.
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I negoziati di pace piacciono alle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Procedono serrati i colloqui sulla pace in Ucraina, entrati nel vivo con il summit di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin e proseguiti lunedì a Washington con l’incontro fra lo stesso presidente americano e Volodymyr Zelensky. Dopo essere stato protagonista del lungo tira e molla sui dazi – che non è ancora finito: vari dossier sono ancora aperti, soprattutto quello che coinvolge la Cina – l’inquilino della Casa Bianca si è buttato a capofitto sulle trattative di pace, provando in ogni modo a fermare la guerra e a intestarsene il merito. Ma soprattutto a evitare che la Russia e la sua economia si consegnino mani e piedi alla Cina. Nell’accordo quadro si parlerà sicuramente anche di sanzioni: molto probabile l’alleggerimento americano, mentre un punto di domanda sorge sull’atteggiamento che sarà scelto dall’Europa, finora ferma sulle posizioni tenute dal 2022 a oggi. Si attende ora il possibile vertice Putin-Zelensky, che dovrebbe essere seguito da un trilaterale, con la presenza di Trump.
Mercati fra trattative e Jackson Hole
I colloqui di pace e la prospettiva di un incontro fra i due presidenti in conflitto piacciono agli investitori. Le Borse hanno rimbalzato dopo una fase di cautela, che aveva però seguito un rally abbastanza importante e significativo.
Oltre che sull’Ucraina, i mercati sono sintonizzati sul tradizionale simposio annuale Fed di Jackson Hole, che si aprirà domani; il convegno detterà la linea della Federal Reserve e sarà uno snodo per l’economia mondiale nei prossimi mesi. Tra gli argomenti in discussione, ci saranno sicuramente i dazi e i loro effetti, ma anche il futuro dei tassi di interesse Fed. Da parte loro, i mercati stanno già scontando un ammorbidimento della stretta monetaria: l’inflazione americana dello scorso luglio, più bassa del previsto, potrebbe convincere Jerome Powell a decidere un taglio di 25 punti base a settembre. Ma questo, visti i precedenti, non può essere dato per scontato. Sullo sfondo, l’indebolimento del dollaro, che piace a Trump, ma che unito ai dazi è una minaccia per l’economia e i consumi: se il ceto medio statunitense può cercare (con molta fatica) di assorbire uno solo di questi due fenomeni, si trova in difficolta nell’affrontarli insieme e finisce di acquistare con parsimonia, deprimendo i consumi.
Bank of America prevede uno storno in Europa
Il mercato azionario del nostro continente cresce ancora ed è in ottima salute, ma Bank of America, in un’analisi, ne sconsiglia gli investimenti, prevedendo un calo entro la fine di quest’anno. Effettivamente, le Borse europee hanno progredito moltissimo e vari investitori potrebbero pensare che, visti i prezzi, sia arrivata l’ora di passare all’incasso, rimanendo poi in attesa degli eventi. Ma non è detto che sia così. Premesso che, naturalmente, i mercati non possono salire sempre, non è così improbabile che gli investitori ritengano invece di tenere le posizioni, puntando su ulteriori rimbalzi, anche sulla scorta di un possibile accordo di pace fra Russia e Ucraina. Il futuro potrebbe quindi dare ragione a chi scommette su un’ulteriore crescita degli indici europei, almeno fino ai primi segnali di un eventuale peggioramento del clima generale. Una strategia di ripiegamento potrebbe infatti scattare se il mercato, a un certo punto, decidesse di rifiatare, perdendo l’1% o il 2%: in questo caso sarebbe sicuramente consigliabile un alleggerimento.
I T-bond e il dollaro debole
Dal lato obbligazionario, si segnala un interesse rinnovato per i Treasury, che nella loro versione trentennale rendono oltre il 5%; tuttavia, chi punta sui T-bond deve tenere in conto il rischio-dollaro, in grado di erodere le alte percentuali legate a questi strumenti. Questo fattore non può essere ignorato, dato che un rafforzamento del biglietto verde sembra, a queste condizioni, assai improbabile. A casa nostra, invece, si segnala un avvicinamento sostanzioso dei Btp ai buoni del Tesoro francesi, mai così vicini dal 2005. I mercati stanno premiando la tenuta dei conti pubblici, la cui asticella è stata tenuta ferma dal governo, oltre alla stabilità politica. Una situazione che, invece, non si registra oltralpe, con le preoccupazioni per il debito pubblico e l’incertezza istituzionale, non apprezzata dagli investitori.
Giorni cruciali per il risiko
L’estate del risiko bancario si conferma caldissima. La Banca Centrale Europea ha dato luce verde a Mediobanca per l’acquisizione del controllo diretto di Banca Generali. Ok anche da Banca d’Italia al controllo indiretto di Generfid, Intermonte Partners sim e Intermonte sim, oltre alla partecipazione qualificata indiretta in Bg Saxo sim, Nextam Partners sim, 8a+ Investimenti sgr e Tosetti Value sim.
Piazzetta Cuccia dovrà presentare alla Bce un progetto di integrazione di Banca Generali entro sei mesi dall’operazione.
Sempre ammesso che parta. Perché in Mediobanca la partita vera si giocherà domani, 21 agosto, con il voto decisivo da parte dell’assemblea. Saranno infatti i soci a stabilire se l’offerta su Banca Generali lanciata lo scorso aprile effettivamente partirà. In caso di nulla osta da parte dei soci, l’amministratore delegato Alberto Nagel potrà dire di aver fortificato le mura della fortezza per respingere l’ops di Montepaschi. Chi vincerà? Difficile dirlo: è come scegliere il rosso o il nero alla roulette. Nagel punta sul numero dei partecipanti: più soci saranno presenti all’assemblea, più possibilità avrà l’amministratore delegato di ottenere un via libera all’operazione Banca Generali, con il contemporaneo alt a Siena. Più bassa sarà la partecipazione, invece, più possibilità di vincere la partita avrà la cordata favorevole a Mps, guidata da Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio: il raggruppamento da loro guidato ha un peso stimato fra il 35% e il 40%. A un passo, cioè, dal no a Banca Generali e dal sì di fatto all’operazione Mps, che tra le altre cose ha già incassato i favori del governo. Unicredit, da parte sua, non molla il colpo su Commerzbank, cercando di ammorbidire la posizione difensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sul fronte milanese, Andrea Orcel potrebbe invece attendere settembre per ripresentare l’ops su Banco Popolare o rinunciare definitivamente al dossier.
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Dazi, l'oro è fuori dai giochi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.
Nessun margine per la Svizzera
Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.
Oro esente
Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.
Brics, trattamento asimmetrico
Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.
Effetto boomerang
Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.
Borse ancora impermeabili
Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.
Nuova nomina (ad interim) al board della Fed
I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.
Mercati, avvertimento a Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.
Questione di bilancia commerciale
La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.
Rischio inflazione
Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.
Due posizioni in Fed
In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.
Powell resta al suo posto
Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.
L’alt delle Borse
Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.
Dollaro ancora debole
Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.
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Accordo dazi, vittoria schiacciante degli Usa
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L’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi è stato raggiunto con un margine di pochi giorni rispetto alla scadenza del 1 agosto. Come tutti sanno l’intesa, a cui si è pervenuti dopo un vertice nel resort di Donald Trump a Turnberry (Scozia), prevede una tariffa base al 15% per vari settori merceologici. In teoria, le tassazioni sono reciproche, ma in realtà la bilancia dei dazi pende nettamente in favore degli Usa, mentre per l’Ue il compromesso raggiunto suona quasi come una resa. Anche perché alcune aree produttive sono state escluse dal trattato (acciaio e alluminio sono ancora tassati al 50%, il che favorisce i produttori americani). E’ pur vero che ci sono alcuni beni, definiti “strategici”, con una tariffa dello 0% (aerei, compresa la componentistica, alcuni farmaci generici e prodotti agricoli e chimici, risorse naturali, materie prime essenziali e apparecchi a semiconduttori), ed è altresì positivo che anche l’automotive sia stato inserito nel gruppo del 15%, contro il precedente 27,50%; tuttavia, a pagare saranno solo gli importatori americani, mentre le imprese dello Zio Sam potranno vendere veicoli nell’Ue senza alcun aggravio (prima, l’Europa imponeva un dazio del 10%). Inoltre, l’Unione Europea investirà la cifra-monstre di 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e inoltre acquisterà oltre oceano 750 miliardi in energia (250 l’anno, per tre anni). Un impegno che peraltro è difficile da rispettare, anche perché gli Usa non arrivano a questi volumi di produzione. Infine, non potevano mancare le “solite” armi, di cui – ça va sans dire – l’Ue ha promesso di approvvigionarsi in grandi quantità nei magazzini di Washington.
Piuttosto che niente…
Le aziende europee sono sicuramente in bilico tra un sospiro di sollievo – poiché poteva andare anche peggio – e preoccupazioni per le difficoltà che inevitabilmente sorgeranno, oltre che per la concorrenza asimmetrica che – carta canta – le aziende americane faranno a quelle europee. Per questo risultato, che sancisce la netta vittoria di Trump, Ursula von der Leyen è criticata da destra a sinistra; alcuni ravvisano nel suo atteggiamento un approccio “fantozziano”, anche nei piccoli particolari (come il luogo scelto per le trattative, cioè il resort di Trump). Persino l’opposizione italiana, che in passato caldeggiava il negoziato comune europeo rifiutando iniziative personali, ora sembra criticare il governo per non aver provato la trattativa diretta con il presidente americano. Una scelta che, a posteriori, avrebbe forse dato risultati migliori per molti Paesi, dato che altri Stati extra Ue che hanno trattato singolarmente (come la Gran Bretagna e persino San Marino) si sono trovati a ottenere condizioni migliori rispetto al “gigante dai piedi di argilla” rappresentato dall’Ue. Nell’ambito dell’Unione, il Paese che ne esce meglio è probabilmente la Germania, per il calo dei dazi sulle automobili – anche se i problemi del settore dipendono anche da altre ragioni, prima fra tutte il green deal.
Vittoria di Pirro?
Trump canta comprensibilmente vittoria. Ma fino a che punto sarà in grado di gestirla senza contraccolpi? La “curva di Laffer” – secondo cui una pressione fiscale eccessiva può contribuire al calo delle entrate, distruggendo gettito invece che crearlo – è applicabile anche ai dazi doganali. Che quasi sicuramente comporteranno un maggiore onere anche per il consumatore americano. Così, se i ricchi statunitensi continueranno a comprare prodotti di eccellenza europei, le classi meno abbienti dovranno necessariamente tagliare i loro acquisti. Mentre dal nostro lato dell’oceano la concorrenza asimmetrica delle aziende americane può anche far paura agli esportatori, ma difficilmente causerà un maggior interesse verso prodotti Usa che non siano quelli tecnologici.
Borse soddisfatte. Ma per quanto?
Nonostante i vari punti critici dell’accordo, i mercati hanno espresso un certo entusiasmo, premiando le certezze e lo scampato pericolo di maxi-tariffe. In fondo le Borse hanno evidenziato un comportamento da manuale: “compra le aspettative e vendi i fatti”. Occorre però capire quanto l’euforia (o pseudo tale) dei listini possa durare. Nel medio termine, le conseguenze dei dazi potrebbero causare un rallentamento della crescita globale, portando l’economia (e, di conseguenza, i listini) a fare i conti con la realtà. Milano, come spesso è accaduto, ha performato in modo eccellente, ribadendo la sua posizione nel gruppo di testa. Piazza Affari è naturalmente influenzata anche dal risiko bancario, data la forte presenza di titoli del settore nel suo paniere. Un risiko che attualmente diffonde messaggi “misti”, ma si mostra in continuo movimento. Nel dettaglio, Bper è riuscita ad acquisire la Popolare di Sondrio, mentre Unicredit si è ritirata da Banco Bpm. Difficile capire se lo stop sia definitivo o se Piazza Gae Aulenti abbia optato per una ritirata tattica, in attesa di sciogliere definitivamente il nodo dei golden power; non è escluso che, una volta appurato lo stop al veto governativo, il gruppo possa tornare alla carica con una nuova offerta di scambio. Intanto, la stessa Unicredit è tornata all’assalto di Commerzbank, con la probabile conversione in azioni dell’ultimo pacchetto di derivati (8%) entro l’anno. Andrea Orcel cerca anche la mediazione con il governo tedesco, che però gli ha intimato un raus inequivocabile. Nessun golden power, invece, per Mps – mossa scontata, dato l’appoggio del governo Meloni all’operazione.
Ciclismo, sport ricco
Si è concluso a Parigi il Tour de France, che ha visto il quarto successo di Tadej Pogačar. L’entusiasmo suscitato dallo sport delle due ruote è rimasto inalterato negli anni, ma ora le sue strade sono ancora più gremite. Lo si è visto sui Pirenei, sulle Alpi e anche nella tappa conclusiva, che per la prima volta ha portato i corridori ad affrontare lo strappo di Montmartre. Il ciclismo è ancora, e più che mai, uno sport di popolo, anche se da vari anni ha iniziato ad attrarre sponsor mondiali ben più ricchi di quelli che finanziavano le imprese di Fausto Coppi, Eddy Merckx e Bernard Hinault. Oggi come oggi, le più importanti squadre Pro Tour hanno budget che vanno fino ai 40-50 milioni di euro, e i campioni più importanti (ma anche i loro gregari top) intascano guadagni che li avvicinano a quelli delle star del calcio. Il fenomeno è legato all’assalto dei super ricchi allo sport, che porta anche a chiare distorsioni. L’assegnazione dei Giochi Asiatici invernali 2029 a Trojena (Arabia Saudita), per esempio, stupisce non poco, date le temperature del Paese. Ma i soldi fanno molto: sarà costruito un resort con montagne artificiali (e temperature indotte) per un costo pari a 500 miliardi di dollari. La rassegna asiatica è propedeutica a una candidatura di Riad ai Giochi Olimpici invernali che, se davvero diventasse realtà, mostrerebbe quanto ormai i maxi-investimenti possano dirigere le scelte delle istituzioni sportive mondiali anche contro ogni ostacolo climatico e geografico.
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Dazi: altro giro, altro “regalo”. Reazione moderata dalle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Ancora i dazi al centro dell’attenzione. Donald Trump ha scritto a 14 Paesi di tutto il mondo altrettante lettere per tracciare i contorni delle tariffe doganali annunciate per il 9 luglio, allo scadere cioè dei 90 giorni di sospensione decisi nei confronti di vari Stati. L’entrata in vigore dei balzelli contro i membri Ue è stata posticipata al 1 agosto, in omaggio a una dinamica di annunci e rinvii che abbiamo imparato a conoscere.
Niente panico
L’ennesimo capitolo della telenovela-dazi ha costretto le Borse, soprattutto quelle americane, a ripiegare, ma non eccessivamente. L’altrettanto consueto rinvio ha poi portato reazioni miste. Nulla di clamoroso, dunque: dopo il grande calo di inizio aprile e il recupero quasi completo delle posizioni precedenti ora le Borse sembrano essersi abituate ai vari salti in avanti e passi indietro di Trump, e reagiscono moderatamente agli stimoli negativi. E’ la classica reazione che si verifica quando si assiste a frequenti allarmi “Al lupo! Al lupo!”. Sperando, naturalmente, che il lupo non arrivi davvero. I mercati hanno imparato a concentrarsi più sui numeri che sulla schizofrenia, alimentata da alcuni titoli di giornali che, però, non spaventano più la maggior parte degli investitori. Preoccupa maggiormente la svalutazione del dollaro, che da inizio anno ha perso il 15%: un biglietto verde debole introduce un dazio de facto, che non fa bene alle aziende europee.
Wall Street rifiata
Le Borse americane hanno sofferto un po’ di più, ma sono state influenzate maggiormente dalla necessità fisiologica di fermarsi dopo la corsa travolgente degli ultimi 15 giorni, che ha riequilibrato il gap con i mercati europei, protagonisti di una sovraperformance nei primi sei mesi dell’anno. Non tutti gli investitori in Wall Street, però, hanno potuto approfittare di questo picco: si è infatti verificata una grande dispersione dei rendimenti, con alcuni settori che hanno evidenziato prestazioni molto deludenti (dallo “zero virgola” all’1,5%) e altri che hanno sfiorato le due cifre.
Dazi cinesi
Se gli indici hanno reagito moderatamente agli stimoli negativi dei dazi, non è così per l’economia, su cui le percentuali in vigore (e, come detto, il calo del dollaro) impattano in maniera molto pesante. Il settore del commercio è sicuramente spaventato anche dalle tariffe annunciate a sorpresa dai cinesi su grappe e brandy europei (che in pratica rispondono ai dazi Ue sulle auto elettriche). Le aziende del vecchio continente, inoltre, non potranno fornire dispositivi medici del governo di Pechino – decisione, quest’ultima, che controbilancia una misura simile già introdotta da Bruxelles.
Se c’è una cosa che occorre evitare è una guerra commerciale con la Cina. Anche perché la leadership di Pechino, diversamente da Trump, non è abituata ad annunciare misure per poi revocarle.
Mossa anti-Brics
A proposito di Cina, il presidente americano ha anche minacciato di applicare tariffe doganali supplementari del 10% ai Brics e a chi ne sostiene le politiche, puntualizzando che non ci sarà alcuna eccezione. Una mossa che, se attuata, potrebbe avere un impatto forte sull’economia mondiale, come hanno sottolineato i Paesi che potrebbero essere colpiti da questo nuovo balzello: i Brics rappresentano il 40% della produzione e la metà della popolazione del pianeta. Quali le ragioni di un affondo così significativo nei confronti dell’altra metà del mondo? Le ragioni principali sembrano due. Da un lato, agli Stati Uniti fa paura la dedollarizzazione che, soprattutto dopo le sanzioni alla Russia, i Brics hanno intrapreso, mettendo in discussione l’equilibrio di Bretton Woods. D’altro canto, Trump non vede tradizionalmente di buon occhio la delocalizzazione, che ha favorito il trasferimento della produzione oltre confine, con costi molto inferiori rispetto a quelli occidentali e la conseguente deindustrializzazione. Non per niente, il primo Trump aveva cercato di porre rimedio cercando di reimportare le produzioni strategiche, soprattutto nella tecnologia. Il sogno di un Occidente in grado di riprendersi l’industria, però, è poco più che un’utopia. Poniamo il caso di Apple: se la multinazionale di Cupertino dovesse portare nuovamente la produzione negli Stati Uniti, il prezzo al consumatore raddoppierebbe. Con un aumento molto forte dell’inflazione.
Le tariffe fermano il taglio dei tassi
I dazi di Trump hanno anche fermato i programmati tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Lo ha detto senza peli sulla lingua il presidente Fed Jerome Powell nel corso del simposio di Sintra, appuntamento annuale di confronto tra le banche centrali. Powell, applauditissimo dai colleghi, ha affermato che era prevista la possibilità di un taglio già il prossimo luglio, dato che l’economia Usa viaggia bene e l’inflazione non sta offrendo sorprese, ma che l’intervento sul costo del dollaro è stato sospeso a causa delle possibili conseguenze dei dazi. Quello opposto da Powell non è, dunque, un “no” definitivo ai tagli, ma una posizione di attesa e osservazione di ciò che potrebbe accadere in tema di tariffe doganali. La posizione del numero uno della Fed è, dal suo punto di vista, ampiamente giustificata. Il “tira e molla” non fa bene all’economia e l’introduzione dei dazi crea inflazione, anche se una tantum e temperata (per ora) dal prezzo basso del petrolio. La Fed, sembra di capire, resterà ferma finché la situazione non sarà più chiara, rivendicando ancora una volta autonomia nei confronti del potere politico.
Il partito di Musk
Non sono solo i dazi ad agitare la politica di oltre oceano: Elon Musk ha annunciato la fondazione dell’America Party, terzo polo che punta a superare il bipartitismo tipico delle dinamiche statunitensi. La comunicazione è stata ufficializzata dopo l’approvazione (a strettissimo margine) del Big Beautiful Bill, che nonostante i tagli al sistema sanitario porterà il debito pubblico a un aumento considerevole, grazie anche a sgravi fiscali e crescita delle spese militari. Musk ha affermato che il Bill rischia di portare gli Stati Uniti al fallimento, e gli ha contrapposto un programma da “Paese frugale”: riduzione del debito, solo spesa “responsabile”, modernizzazione dell’esercito con l’intelligenza artificiale, massiccio uso della tecnologia e della stessa IA, meno regolamentazione in generale, e specialmente nell’energia, libertà di parola, politiche per la natalità e, per il resto, politiche centriste. Nell’immediato, Musk cercherà di portare al suo nuovo movimento qualche parlamentare repubblicano deluso, per imporsi, almeno inizialmente, come ago della bilancia fra i due partiti rappresentati al Congresso. In prospettiva, il patron di Tesla vuole attaccare quello che ha definito “bipolarismo tossico” e che, a suo parere, è un monopartitismo mascherato. Che, però, è difficile scalzare, soprattutto se si parte da zero. Nella concezione anglosassone, un’operazione simile a quella che in pochi mesi portò Silvio Berlusconi al potere non è per niente facile. In passato, negli Stati Uniti si sono verificati esempi di “terzi candidati alla presidenza” che, però, hanno solamente sortito l’effetto di favorire uno dei due contendenti: il magnate Ross Perot, che nel 1992 ha eroso un ampio consenso ai repubblicani favorendo la sconfitta di George Bush senior, e Ralph Nader, che – pur ottenendo molti meno voti – ha fatto lo stesso nel 2000 con i democratici, danneggiando Al Gore. C’è da dire, però, che Musk ha a disposizione denaro quasi infinito, oltre che tecnologia come mai nessuno prima e la “corazzata” social X. Il primo test sarà costituito dalle elezioni di mid term, che sono più vicine di quanto si percepisca.
Mercati sotto controllo, nonostante la guerra
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.
Voglia di correre
La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.
Petrolio su e giù
Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).
Le due anime della Fed
I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?
Europa tra falchi e colombe
La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.
Risiko bancario
Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.
Musica, maestro
Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.
Trump-Musk, una lite “spaziale”
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Fra Donald Trump ed Elon Musk ormai è scontro aperto. Dopo le prime schermaglie, la querelle è sfociata in una vera e propria escalation a suon di attacchi incrociati, anche di tipo personale. La fine della “luna di miele” fra il presidente degli Stati Uniti e il suo ormai ex best buddy era stata prevista da vari commentatori fin dall’inizio: l’ego dei due – si diceva – è troppo smisurato perché l’idillio possa durare. E così è stato: la collisione è avvenuta e ha fatto il botto.
L’escalation
La rottura, però, non è giunta all’improvviso. Già prima ancora di insediarsi, Trump aveva annunciato senza ombra di dubbio il ridimensionamento della strategia “avanti tutta” sull’auto elettrica: pur non reagendo apertamente, Musk – come è logico immaginare – non aveva di certo accolto la riapertura al fossile brindando a champagne. Discorso diverso per i dazi, criticati dal magnate sudafricano, che più tardi – cioè al momento di lasciare il Doge – aveva rincarato la dose, contestando duramente gli sgravi fiscali e i mancati tagli al bilancio. L’esternazione di Musk ha innescato uno scontro sempre più duro, con un rapido e progressivo aumento di intensità e uno scambio di accuse e minacce miserevoli.
Allarme Space X
La lite fra Trump e Musk, però, non è soltanto la semplice rottura fra un leader politico e un suo grande finanziatore e collaboratore. Perché l’imprenditore sudafricano ha una posizione dominante nel programma spaziale Usa, che è legato in gran parte alla sua SpaceX. Se Musk decidesse di negare tutto a un tratto agli Stati Uniti l’utilizzo della navicella per trasportare gli astronauti americani sulla Stazione Spaziale Internazionale (cosa che ha già minacciato, per poi ritrattare), la Nasa non disporrebbe più di collegamenti fra terra e spazio. Portando magari Trump a chiedere un “passaggio” a Vladimir Putin e a utilizzare le strutture russe. Un eventuale stop alla collaborazione fra governo Usa e SpaceX – comunque regolata da un contratto – avrebbe anche ripercussioni sulla difesa. E’ per questo che Nasa e Pentagono stanno cercando alternative. Un “piano B” urgente, anche se Space X è un’infrastruttura troppo centrale per essere abbandonata. La pace fra i due nuovi ex amici sembra difficile; tuttavia entrambi ci hanno abituati a giravolte e passi indietro, e potrebbe presentarsi un alibi per una riconciliazione. Come, per esempio, la posizione comune dei due nei confronti dei gravi disordini in corso in California, per cui Trump ha mobilitato Guardia Nazionale e marines.
Bce e Fed, pianeti diversi
Se la rottura fra Trump e Musk è cosa recente, le frizioni con Jerome Powell (anch’egli repubblicano) si trascinano da un po’ di mesi. Non è dato di sapere se l’inquilino della Casa Bianca manterrà il presidente della Federal Reserve al suo posto fino a fine mandato, previsto per fine gennaio 2028; tuttavia, la dichiarazione di Trump (secondo cui il nome del nuovo leader Fed “sarà rivelato presto”) lascia aperta anche la possibilità di una sua sostituzione anticipata. Intanto Powell – con grande disappunto di Trump – resiste e non abbassa i tassi, proseguendo nella linea hawkish che distanzia la Fed dalla Bce. L’Eurotower, infatti, ha optato per la scelta opposta, effettuando un ritocco da 25 punti base, il quarto dell’anno. La discesa del costo dell’euro dal 2% all’1,75% non cambia molto nella vita di imprese e famiglie: una politica monetaria equivalente o minore del 2% è compatibile con il tasso di equilibrio che identifica una situazione normale – a condizione che i tassi non tornino negativi.
Le Borse tengono
Il costo basso del denaro spiega il motivo per cui le Borse europee tengano bene (e meglio di quelle americane, pur in recupero) nonostante l’economia stagnante. Siamo ora in attesa dei dati relativi al secondo semestre, che probabilmente ci confermeranno un andamento in tono minore, ma sempre in leggera salita. Non c’è infatti motivo che giustifichi una discesa delle Borse, nonostante il moltiplicarsi dei problemi geopolitici e istituzionali, contro cui i listini si sono dimostrati discretamente impermeabili. Per chi ha liquidità, potrebbe essere una buona scelta mantenere le azioni in portafoglio e magari optare per acquisti selezionati nei titoli utility (che offrono buoni dividendi e sono molto difensivi, nel caso in cui i mercati ripieghino) e petroliferi, vista la quotazione attuale.
Successo Btp
Chi ha optato per rendimenti sicuri ha invece contribuito al “tutto esaurito” nel collocamento dei nuovi Btp. Sebbene le performance siano comprese fra l’1.85% e il 2.30% e malgrado ci sia molto meglio sul mercato, i buoni del tesoro sono andati a ruba, spinti anche dalla fiducia nell’investimento senza rischi e nei record dello spread, arrivato sotto quota 95.
Investimenti, occhio alle truffe
La Consob, intanto, ha puntato un faro sui finfluencer, cioè personaggi dei social network che si propongono come consulenti agli utenti internet. L’authority ha ricordato che non basta proporsi al pubblico e promettere mari e monti per essere credibili: il settore degli investimenti finanziari è molto delicato, e per operare occorre essere operatori seri, scrupolosi e soprattutto autorizzati. Se l’influencer finanziario lo è – se cioè rispetta le stringenti regole europee – non ci sono problemi. Altrimenti occorre ignorarne le lusinghe di guadagni facili e senza rischi. “I risparmiatori che accedono ai contenuti condivisi dai finfluencer”, ha scritto infatti la Consob, “devono evitare di assumere decisioni di investimento in maniera affrettata, esclusivamente sulla base di quello che altri fanno (“effetto gregge”) o sulla spinta emotiva di informazioni generiche e non verificate in merito al tipo di investimento e alla persona che le fornisce”. Attenzione dunque a “presunte occasioni di investimento prospettate come altamente redditizie nonché prive di rischio a fronte di esborsi limitati: bisogna sempre ricordare, infatti, che gli investimenti finanziari comportano l’assunzione di un certo grado di rischio. Particolare cautela anche nei riguardi dei possibili conflitti di interessi in capo a chi diffonde informazioni rispetto agli investimenti oggetto di valutazione. Le decisioni di investimento vanno assunte in modo consapevole e informato, prestando la massima attenzione”.
Le avvertenze delle autorità di vigilanza sulle possibili truffe negli investimenti vogliono, in fondo, comunicare lo stesso messaggio contenuto in tono fiabesco dalla storia di Pinocchio: nessuno, sotterrando gli zecchini, ha mai assistito alla crescita di un albero colmo di monete. In un mondo, come quello del web, dove prosperano emuli “digitali” del Gatto e della Volpe, occorre riconoscere i loro metodi e non cadere nelle loro trappole, rivolgendosi solo agli intermediari autorizzati e consulenti finanziari iscritti all’albo.
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Mediobanca scompagina il risiko
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
A pochi giorni dalla vittoria in Generali, con la conquista della maggioranza assoluta da parte della sua lista, Mediobanca ha annunciato un’operazione clamorosa: il lancio di un’offerta pubblica di scambio per la totalità delle azioni di Banca Generali.
Il meccanismo dell’ops è chiaro: l’istituto guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel acquisterà le azioni della banca del Leone al valore di 1,7 titoli della compagnia assicurativa triestina. Con un risultato – sempre se tutto andrà secondo i piani: Mediobanca uscirà dall’azionariato della principale azienda assicurativa italiana per acquisire il controllo del 100% di Banca Generali.
C’è però lo scoglio della passivity rule a cui Piazzetta Cuccia è soggetta, essendo una società sotto offerta pubblica: la prossima assemblea ordinaria, già fissata per il 16 giugno, dovrà dare il via libera all’operazione con il 50% più un’azione. Altrimenti, nulla di fatto.
Nagel: l’operazione è offensiva
Commentando il lancio dell’offerta, Nagel ha assicurato che non si tratta di un’operazione difensiva, “ma offensiva”, spingendosi a rivelare che se ne parla da cinque anni. Tuttavia, molti osservatori hanno collegato l’ops (e la sua tempistica) con l’offerta di Montepaschi su Mediobanca: se Piazzetta Cuccia uscisse completamente da Generali, sarebbe automaticamente meno contendibile, perché è vulgata comune che sia il Leone di Trieste il vero obiettivo di Siena. In parole più semplici, è molto facile che la vera ragione dell’offerta sia un tentativo di bloccare le mire di Mps su Mediobanca. Ora ci si chiede come reagirà il governo, che ha accolto favorevolmente l’offerta di Montepaschi su Mediobanca (in prospettiva Generali) e non vuole certamente rischiare di perdere la faccia. Difficile, però, che l’esecutivo utilizzi il golden power, già piazzato sulla strada dell’operazione Unicredit-Banco Bpm.
La Borsa brinda
L’inaspettata mossa di Mediobanca è piaciuta alla Borsa, che approfittando anche dell’exploit di Piazzetta Cuccia ha proseguito una rimonta già in atto. Già, perché gli entusiasmi per il nuovo capitolo del risiko si sono inseriti in un quadro di rimbalzo generale degli indici. Un rimbalzo che, onestamente, non ci aspettavamo – almeno non in queste dimensioni. Anche lo S&P 500, che inizialmente aveva subito un calo, è stato protagonista di un’ottima performance: la grande volatilità in basso sembra essere scomparsa e, anche in caso di una prossima discesa, quasi sicuramente non si verificherà un nuovo crollo.
Cina d’oro
Il recupero delle Borse dipende anche dal tentativo di Donald Trump di fare retromarcia sui dazi, cercando nel contempo di non perdere credibilità. Sempre che non sia troppo tardi: se l’Europa è decisa a trattare, la Cina potrebbe decidere di proseguire il gioco duro, nonostante gli abboccamenti del presidente americano. Traspare giusto un tenue spiraglio di trattativa, che emerge anche dal lieve calo dell’oro registrato lunedì scorso, segno di cauto ottimismo sulla distensione sino-americana. Nei periodi in cui la crisi fra le due potenze si era acuita, Pechino aveva continuato ad approvvigionarsi di asset aurei, in cerca di un bene rifugio: la banca centrale cinese, solo a marzo, ha portato a termine il quinto acquisto consecutivo di oro, mentre a febbraio ne aveva comprate 50 tonnellate. E il “re dei metalli” aveva stabilito record su record. Gli indizi lasciano presagire che la Cina si sia dotata di molto più oro di quanto dichiara (si dice addirittura dieci volte). E che potrebbe tornare a farlo qualora i negoziati fra Trump e Xi Jinping dovessero naufragare.
Sorpresa in Canada
Una sconfitta, però, il presidente americano l’ha già incassata: nelle elezioni canadesi ha prevalso il liberale Mark Carney, sfavorito della vigilia. A spingere il premier in carica – che aveva sostituito il predecessore Justin Trudeau, dimissionario – è stata la reazione dei cittadini della Foglia d’Acero ai dazi di Trump e alle sue sparate annessionistiche nei riguardi del vicino settentrionale.
Carney è partito dai livelli bassissimi di consenso ereditati da Trudeau, ma ha recuperato poderosamente sul suo rivale, il conservatore Pierre Poilievre. Che, intendiamoci, avversa i dazi di Trump e le sue pretese di assorbire il Canada come e quanto Carney. Lo sconfitto ha però pagato le politiche economiche all’insegna del Canada First, slogan che riecheggiava quello trumpiano, pur da fronti opposti e inconciliabili: proprio per aver imitato il programma del tycoon, il leader conservatore ha sprecato, come si suol dire, un rigore a porta vuota. Poilievre ha comunque assicurato a Carney il sostegno nella lotta contro i dazi di Trump e nella difesa della sovranità nazionale canadese. Un aiuto che sarà molto utile al premier, dato che quasi sicuramente i liberali disporranno di quattro seggi in meno rispetto al 50% dei voti in aula e saranno obbligati a provare la strada del governo di minoranza.
E’ tutto da rifare
Per Trump, insomma, i dazi (contro i quali vari Stati americani hanno fatto causa) e i toni aggressivi nei confronti di Canada, Groenlandia e Panama si sono rivelati deleteri. Soprattutto perché i consumatori americani si sono visti impoveriti da una strategia poco lungimirante e insensata. Un risultato che a Trump non può piacere. Soprattutto perché il contraccolpo delle tariffe sull’economia Usa ha colpito categorie di persone che avevano votato il duo Trump-Vance sperando di migliorare la loro posizione economica, intaccata dalla globalizzazione. L’elettore americano, ancora più che quello europeo, fa in fretta a cambiare bandiera se le sue tasche sono improvvisamente più leggere. Trump lo sa: per questo motivo cerca ora una soluzione che rimetta in carreggiata l’economia salvaguardando ciò che è rimasto della sua immagine pubblica. Possibilmente prima che inizi la campagna elettorale per le consultazioni di mid term. A rovesciare la situazione in suo favore potrebbe intervenire solo una rapida pace fra Russia e Ucraina, per la quale il presidente americano si è speso molto. Tuttavia, il potere di contrattazione degli Stati Uniti è minore di quanto si pensasse: un po’ perché Putin ha probabilmente in mente di procedere a nuove conquiste prima di accettare la tregua; un po’ perché Zelensky resiste, confortato dal sostegno assicurato dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.
La rivincita del contante
La giornata di lunedì passerà alla storia per il clamoroso blackout che ha colpito la penisola iberica e, per un certo periodo, anche la Catalogna francese e il sud della République. I resoconti di un lungo periodo senza corrente elettrica – problema a cui si è rimediato dopo molte ore – sono inquietanti: ospedali attivi solo con i generatori (se funzionanti); aerei e treni fermi; persone bloccate in metropolitana o in ascensore; Master 1000 di tennis sospesi; telecomunicazioni in pausa; appelli ai cittadini di restare a casa, come ai tempi del lockdown di covidiana memoria. E internet inservibile. Il che, ovviamente, ha comportato l’impossibilità di saldare i propri conti con le carte di credito. La catena El Corte Inglés ha comunicato lunedì stesso l’apertura regolare, ma la disponibilità del solo pagamento in contanti, e così hanno fatto altri esercizi. Fenomeni di questo genere confermano quanto sia impraticabile la strategia cashless e quanto sia utile mantenere in tasca sempre un po’ di denaro per poter fronteggiare blackout, tilt informatici (come quelli che si erano verificati lo scorso luglio in mezza Europa) o anche problemi ordinari alle linee dei Pos. Resta inspiegabile, invece, che non si abbiano indizi chiari sulla causa del disastro.
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Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.
Tutto giù, oro su
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.
Scontro istituzionale
I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.
In attesa della retromarcia
Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.
Resa dei conti in Generali
In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.








