Trend rialzista: sarà la volta buona?

Per la prima volta da molto tempo i mercati stanno provando a rimbalzare in maniera decisa e continuativa. Ma la Federal Reserve prosegue con la crescita dei tassi, aumentando i rischi di una bolla Usa legata a una possibile discesa dei prezzi immobiliari

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati negativi sull'inflazione Usa, diffusi la scorsa settimana, avevano scosso Wall Street e, di concerto, le Borse asiatiche ed europee. Ma in breve tempo la situazione si è rovesciata, e si è verificato un forte recupero, che ha innescato un trend rialzista. E ora, per la prima volta da mesi, i mercati stanno provando a rimbalzare: Wall Street ha visto tutti i suoi indici spiccare un balzo in avanti, con il Dow Jones che è tornato sopra i 30.000 punti. La riscossa di New York rappresenta uno dei migliori movimenti delle Borse da vari mesi. Non è casuale che il rimbalzo avvenga proprio ora: primo, perché a un settembre negativo segue, di solito, un ottobre in crescita; secondo, perché questo mese è tradizionalmente ricco di risultati. Tutti sperano, naturalmente, che la rimonta inneschi una fase virtuosa. Per ora, la rimonta è ancora lontana, considerato che l’indice S&P500 è ancora a -25% da inizio anno; tuttavia, si è arrestata la caduta, e questo non è poco.

Affitti Usa, rischio bolla

Non si intravede un termine, intanto, per il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve: le aspettative si concentrano su un nuovo ritocco di 75 punti, a cui probabilmente ne seguirà uno di 50. Ma con i tassi alti, molte persone non possono più permettersi di accendere un mutuo, né di utilizzare l'abitazione come valore collaterale per ottenere finanziamenti. Questi problemi, che si affiancano al rialzo dei prezzi delle case avvenuto con la pandemia, hanno spinto molti potenziali acquirenti a rinunciare al mutuo, e vari proprietari a optare per la vendita della loro casa. La serie di cessioni e di mancati acquisti ha quindi ampliato il numero di abitazioni in affitto, spingendo in alto i canoni. E, contemporaneamente, rende possibile una discesa dei prezzi immobiliari, con il rischio di un'ulteriore bolla. Il continuo rialzo dei tassi da parte della Fed, insieme al rafforzamento del dollaro su gran parte delle valute, sta anche mettendo in seria difficoltà i paesi emergenti, che finanziano il loro debito con il biglietto verde. La moneta americana è utilizzata in circa il 90% delle transazioni mondiali in valuta estera: se quindi il trend rialzista dovesse proseguire, potrebbe presentarsi un serio rischio insolvenza in queste aree del mondo.

Il governo inglese completa la retromarcia. E la sterlina respira

In questi giorni, tuttavia, si stanno manifestando alcuni segnali di recupero sul dollaro da parte dell'euro. Ma soprattutto della sterlina, che sta approfittando del rimbalzo dei mercati britannici. Una vera inversione a U, che dipende dal licenziamento del cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng e della conseguente cancellazione del suo programma iperliberista. Non è un caso che il rimbalzo di Londra abbia preceduto Usa ed Europa. Il nuovo ministro delle Finanze, Jeremy Hunt, ha poi dichiarato quanto era nell'aria: il governo Truss cancellerà quasi interamente le misure fiscali comunicate da Kwarteng, il cui programma si è rivelato impraticabile: l'annuncio dei tagli fiscali, affiancati a una forte spesa pubblica per ridurre il costo delle bollette a carico di aziende e famiglie, ha provocato il crollo della sterlina, convincendo i mercati a vendere i titoli di stato inglesi. Questi movimenti hanno rischiato di danneggiare anche i fondi pensione, particolarmente sensibili nei confronti dei rialzi dei tassi. L'incognita ora è la tenuta dell'esecutivo. I piani avventati di Liz Truss e Kwasi Kwarteng hanno spaccato il Partito Conservatore e una parte dei Tories preme per un nuovo cambio al vertice, magari con un ritorno di Boris Johnson a Downing Street. Un rospo che Liz Truss difficilmente ingoierebbe a cuor leggero: più facile che la premier indica nuove elezioni (come è nei suoi poteri), consegnando di fatto le chiavi del civico 10 ai favoritissimi Laburisti. E ottenendo, almeno questa volta, il placet dei mercati, che hanno l'abitudine di precedere, con i loro comportamenti, i cambiamenti di governo. Anche nell'attuale dinamica politica inglese che, a detta di alcuni osservatori locali, si sta sempre più “italianizzando”.

Energia, timida schiarita

Ciò che è certo è che il caso inglese ha dimostrato l'impraticabilità, in questo momento storico, di qualsiasi piano di detassazione delle classi più abbienti. Rendendo di fatto impossibile al prossimo governo italiano l'introduzione della flat tax. L'emergenza energetica e l'inflazione galoppante rendono infatti prioritarie le misure per alleggerire le bollette di elettricità e gas. Il prezzo del metano ad Amsterdam è sceso ancora, portandosi ai livelli di giugno (sotto quota 130). Ma il ribasso, dovuto ai dati sugli stoccaggi e alla diminuzione delle richieste “a qualsiasi prezzo” non è ancora sufficiente: i valori restano altissimi, cinque volte superiori a una tariffa normale. E fuori misura per qualsiasi azienda. Le previsioni ottimistiche di alcuni esponenti del settore (come Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, e Renato Mazzoncini, amministratore delegato e direttore generale di A2A) sull'ulteriore calo dei prezzi fanno ben sperare. Ma l'emergenza è ben lungi dall'essere superata, e gli approvvigionamenti per l'inverno sono tutt'altro che sicuri al 100%. Per questo motivo, il tema energia ha priorità assoluta. Come anche il problema delle pensioni, che costringerà il governo ad approvare una riforma in fretta e furia, per evitare il rischio di un ritorno, a fine anno, della legge Fornero.

Un Nobel controverso

Mentre Jerome Powell è alla presa con i tassi di interesse, un suo predecessore è stato nominato Premio Nobel per l'Economia. Si tratta di Ben Bernanke, che fu presidente della Federal Reserve ai tempi della grande crisi del 2008, premiato insieme a Douglas Diamond e Philip Dybvig. Il riconoscimento a Bernanke ha scatenato alcune polemiche, che hanno visto alcuni osservatori lamentare la mancata vigilanza della Fed sul bubbone dei mutui subprime e sul fallimento di Lehman Brothers. Sta di fatto, però, che l'ex presidente della Fed ha gestito bene la crisi del 2008 e ha meritato il riconoscimento per il solo fatto di aver evitato il crollo del sistema finanziario americano senza che l'erario ci rimettesse un dollaro. Anzi, guadagnandoci pure. L'azione di Bernanke ha insomma dimostrato che i salvataggi pubblici, se condotti con raziocinio, hanno un senso logico per l'economia e il tesoro di un paese.

Montepaschi in picchiata

Se condotti con raziocinio, sottolineiamo. Una caratteristica che è mancata nel caso di Montepaschi, costato moltissimo alle casse pubbliche. Per la banca è ora il momento della verità: Mps è infatti alle prese con l'aumento di capitale. La Borsa non ha accolto bene i piani del gruppo senese, che venerdì scorso ha lasciato sul terreno il 42,11%. Nulla di così imprevisto, però: Montepaschi sta ricalcando il percorso di Saipem, con l'azzeramento del diritto d'opzione da parte degli azionisti. Non si intravedono, quindi, rischi sul fronte dell'aumento di capitale. Ma a pagare il conto saranno, come sempre accade in queste situazioni, i vecchi azionisti. Un gruppo molto numeroso, che comprende at large tutti i contribuenti italiani: il ministero dell'Economia e delle Finanze controlla infatti quasi il 70% della banca

Image by rawpixel.com


Banche Centrali alla ribalta

La Bce ha aperto allo scudo anti-spread, facendo arretrare il differenziale Btp-Bund. La Fed ha ribadito l'intenzione di riportare l'inflazione al 2%. E la Banca Nazionale Svizzera ha alzato improvvisamente i tassi dello 0,50%. Mentre in Giappone...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Bastava proprio poco per fermare la vendita massiccia di titoli di stato italiani e spagnoli. È stata infatti sufficiente una dichiarazione da parte della Bce, che durante la riunione straordinaria di mercoledì scorso ha aperto alla possibilità di uno scudo anti-spread, per portare il valore che separa Btp e Bund sotto i 200 punti base di spread.
Intendiamoci: siamo ancora lontani da quota 150, identificata dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco come limite massimo accettabile. Tuttavia, si è già compiuto un importante passo avanti. La Bce non ha ancora deciso nulla: ha soltanto incaricato i tecnici di mettere a punto una proposta di scudo. Come spesso accade l’effetto annuncio è quasi più importante del provvedimento in sé: infatti, il solo esprimere l'intenzione di intervenire ha tranquillizzato i mercati e, allo stesso tempo, ha lanciato un avvertimento agli speculatori, sempre pronti a scommettere contro il debito pubblico italiano. Un'attività che spesso si è configurata come un tiro al bersaglio: per chi specula, è molto più semplice vendere allo scoperto i titoli di stato italiani rispetto a quelli francesi e spagnoli, sebbene questi due paesi evidenzino, a nostro parere, squilibri peggiori di finanza pubblica (il saldo delle partite correnti è al +7% per l'Italia, al -30% per la Francia ed al -70% per la Spagna).

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
Christine Lagarde ha dunque ribadito il rinnovato impegno della Bce a difendere i paesi periferici, cercando di buttarsi alle spalle la lunga serie di indecisioni e di messaggi contrastanti alla comunità finanziaria. Uscite avventate, queste, che le hanno guadagnato il soprannome di Madame Gaffe.
Tutti ricordano la dichiarazione che la presidente Bce rilasciò nel marzo 2020, quando sostenne che la Banca centrale non era lì per “chiudere gli spread”. La dichiarazione fu poi ritrattata poche ore dopo, tra un diffuso imbarazzo.
La speranza generale è che la guida dell'istituto centrale europeo rinunci definitivamente ai tentennamenti e ad un andamento a zig-zag, imboccando una linea forte e decisa. Per fare questo, ça va sans dire, è necessario un cambio nella strategia di comunicazione, in un mondo in cui basta un batter d'ali a Francoforte per far crollare palazzi in tutta Europa.
Per rifinanziare un debito pubblico pari al 150% del suo Pil, l'Italia avrà bisogno di validi alleati nell'Eurotower. Oltre agli speculatori, bisogna fermare anche i falchi, che vorrebbero affibbiarci la presenza (aperta o mascherata) della troika o condizioni vincolanti e soffocanti. Se la Banca Centrale Europea si dimostrasse in grado di regolare gli spread in maniera automatica, riconoscendo nel contempo le peculiarità dei vari paesi, si sarebbe compiuto un grande passo avanti. In ogni caso, vale la pena ricordare che il problema dello stock di debito pubblico riguarda oramai quasi tutti i Paesi Europei, gli Stati Uniti ed il Giappone con debiti che hanno superato il 100% del Pil (Giappone vicino al 300%, però ha ancora un rating dato dalle varie Agenzie elevatissimo – come è strana la vita alle volte…).

Usa, recessione dietro l'angolo
Se la Bce tenta timidamente di avviare un whatever it takes 2.0, la Federal Reserve è alle prese con un intervento deciso anti-inflazione, intervento che l'ha portata a un aumento dei tassi dello 0,75% - il ritocco più forte dal 1994 a oggi. Un rialzo molto più aggressivo rispetto a quello annunciato dalla Bce.
Tutto questo mentre le stime sulla crescita dell'economia americana vengono ridimensionate (dal 2,8% all'1,7%, con il rischio che si spingano ancora più in basso) e lo spettro della recessione è dietro l'angolo.
Jerome Powell, presidente della Fed, ha ribadito un suo cavallo di battaglia: l'impegno a riportare l'inflazione al 2%, traguardo raggiungibile a medio termine se i prezzi delle materie prime si stabilizzeranno.
Powell ha anche sottolineato l'impegno di mantenere la centralità del dollaro nell'economia internazionale. E a questo proposito ha suggerito il lancio di una versione dematerializzata del biglietto verde: il dollaro digitale, che Powell interpreta come un mezzo per contrastare le criptovalute e la loro opacità.
L'introduzione ufficiale di monete digitali è già stata decisa da circa 100 paesi nel mondo. Ma è lecito esprimere un certo scetticismo sulla reale utilità di questi progetti. In primo luogo, perché il contante resiste, e per toglierlo di mezzo (ammesso che si riesca) ci vorranno almeno due generazioni. In secondo luogo, se vogliamo parlare chiaro, le valute fiat digitali esistono già: sono i pagamenti con carte di debito o di credito. Un nuovo progetto rischierebbe di rivelarsi un doppione dalla dubbia utilità.

Giappone, ultimo baluardo
La scorsa settimana, un altro istituto centrale ha conquistato la ribalta: la Banca Nazionale Svizzera, che improvvisamente ha alzato i tassi dello 0,50%, pur restando in territorio negativo dello 0,25%. Con la decisione improvvisa di Berna, il Giappone è rimasto l'ultimo baluardo della politica di tassi fermi: la Banca Centrale di Tokyo non si è fatta smuovere né dal braccio di ferro con gli investitori, né dalla perdita di valore dello yen, ai minimi storici.
A Tokyo, d'altra parte, notizie come queste non creano drammi: il Giappone, come del resto gli Stati Uniti, non considera la forza della moneta come un vessillo. E, comunque, un ribasso della valuta non influisce sulle decisioni della Banca Centrale. Che è stata molto chiara: i tassi non saranno toccati e la Banca Centrale continuerà a comperare i titoli decennali non permettendo che i loro rendimenti superino lo 0,2%. Succeda quel che succeda.
La fermezza più volte ribadita dalla Banca del Giappone sembra più lungimirante rispetto alla strategia ondivaga della Bce: in Europa, la dinamica dei prezzi è legata quasi esclusivamente al rincaro delle materie prime, a cui si sono aggiunti la siccità e il caldo record. E il rialzo dei tassi (tra l'altro molto timido) non serve a contenere questo tipo di inflazione.

Tagli al gas e blackout
Mentre gas e petrolio sono ancora molto alti, Gazprom ha annunciato tagli alle forniture dirette a Italia e Germania, mettendo un altro tassello alla situazione di disagio generale. Il “combinato disposto” tra il rialzo delle materie prime e il caldo soffocante di questi giorni sta già provocando blackout in varie città, evocando lo spettro dell'austerity (quella anni Settanta). Insieme a ripensamenti su una transizione energetica troppo veloce, che è impraticabile se la rete elettrica non è capace di assorbirla. Non per niente, la Germania sta riaprendo le centrali a carbone, che sembravano ormai archiviate nelle pagine dei libri di storia.
Le difficoltà emerse in questi giorni dovrebbero far riconsiderare ai politici europei la decisione di fermare le automobili tradizionali entro il 2035. Pensate a una vettura elettrica bloccata in un ingorgo autostradale a 40 gradi, con la batteria che si consuma: che cosa accadrebbe? Proprio per evitare queste situazioni, che con una scelta al 100% elettrica potrebbero non rivelarsi così rare, sono state introdotte le auto ibride, meno inquinanti e più sicure. Ecco: questa scelta potrebbe configurarsi come un ottimo compromesso di Realpolitik fra le esigenze di transizione ecologica e i limiti già ora preventivabili di una scelta così radicale.

Congo sull’orlo dell’abisso
Proprio sul fronte delle materie prime che alimentano veicoli (ma anche dispositivi) elettrici, pende una nuova spada di Damocle: il rischio di escalation della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, uno degli oltre 60 conflitti dimenticati in corso nel mondo.
Gli scontri diffusi già in corso in varie parti del paese potrebbero aggravarsi con l'entrata in gioco del Ruanda: le tensioni sono già altissime, in seguito all'accusa a Kigali, da parte del governo dell'ex Zaire, di sostenere un gruppo ribelle. Saccheggi a proprietà ruandesi e aggressioni a esponenti della minoranza tutsi vanno di pari passo con le manifestazioni nella capitale congolese, in cui una folla inferocita chiede la rottura delle relazioni diplomatiche.
Con un aggravamento del conflitto si rischierebbe una nuova, drammatica catastrofe umanitaria. E anche molte ricadute economiche sulle materie prime: il Congo è ricchissimo di litio, cobalto e coltan, elementi fondamentali per telefoni cellulari e dispositivi elettrici di qualsiasi tipo. L'ennesima crisi africana potrebbe anche spingere Cina e Russia a espandere la loro influenza nel continente, un processo già ampiamente in corso. Mentre l'Europa, che non ha una politica estera comune, sta mestamente a guardare. Un piano di incentivazione – una sorta di “piano Marshall” per l'Africa – avrebbe molte chance di fermare vari conflitti e promuovere lo sviluppo del continente. Ma, se un progetto simile sarà approvato, non saremo noi a introdurlo.

Obbligazioni, non è il momento per il fai-da-te
Sui mercati europei, intanto, si cercano le basi per un primo rimbalzo dopo oltre una settimana di forti ribassi. I tempi potrebbero essere maturi: il mercato può ancora scendere, ma nel medio-lungo periodo gli investimenti dovrebbero essere in grado di dare soddisfazioni.
Tornano le opportunità sulle obbligazioni, in una gestione attenta a selezionare le emissioni e dinamica nella negoziazione delle differenti duration. Mentre nell'azionario potrebbe essere il momento delle utility, che hanno sofferto per il rialzo dei tassi, e dei titoli finanziari e petroliferi. Troppo presto invece per puntare sulle azioni del settore industriale.


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center