La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.
Mercati nervosi
Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.
La chiusura positiva non è a rischio
Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.
Il trend delle obbligazioni
In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.
Gas, nuova impennata?
Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.
I titoli più appetibili
Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.
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Borse, lo storno può attendere
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.
Cattive notizie? Meglio ignorarle
In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.
Gas, nuove insidie da est
In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.
La privatizzazione di Poste Italiane
Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.
Debito subnazionale
A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.
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Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?
Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...
Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.
La Nato può attendere
Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.
La partita si gioca sul gas
Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.
Mantenere la rotta
Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".
Too strategic to fail
Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.
Fusioni, nuovo giro di valzer
A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.

