Borse, navigazione tranquilla. In attesa del sell in May

Lo storno si fa ancora attendere: il trading range delle Borse, con tendenza al rialzo, prosegue il suo andamento. Milano guida ancora i listini europei, spinta dai titoli bancari ringalluzziti dalle aspettative ridotte sul taglio dei tassi. L'incognita è ora rappresentata dall'arrivo di maggio, mese tradizionalmente improntato alle vendite

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati non ne vogliono sapere di scendere. Alla fine della scorsa settimana, le Borse hanno chiuso in guadagno, recuperando quello che avevano lasciato per strada in precedenza e confermando un andamento all'insegna del trading range al rialzo. Mentre tutti i target rivisti sono stati mediamente raggiunti.

Piazza Affari detta (ancora) la linea

Maglia rosa europea è stata, ancora una volta, Piazza Affari, trainata dai titoli finanziari. Il fenomeno, a cui ultimamente abbiamo fatto l'abitudine, dipende dalle aspettative ridotte sui tagli dei tassi, che favoriscono le azioni bancarie massicciamente presenti nell'indice milanese. Ci si chiede ora se il mese di maggio sarà improntato alle vendite, come molto spesso accade. Difficile fare previsioni, anche perché gli utili brillano e le valutazioni non sono care. In un simile contesto, la tradizione del sell in May potrebbe anche non essere rispettata (il condizionale è d'obbligo)Finora, in ogni caso, le azioni sono ancora più convenienti delle obbligazioni che, soprattutto a livello internazionale, stanno offrendo rendimenti mediocri.

Strategia di transizione

In uno scenario di così difficile interpretazione, l'approccio all'azionario non cambia. In questo periodo di transizione non sembra conveniente acquistare i titoli finanziari, che potrebbero essere abbastanza vicini al picco; chi li ha potrebbe però mantenerli, scommettendo magari su nuovi balzi fino al definitivo avvio del taglio dei tassi. Chi vuole acquistare, potrebbe puntare qualche fiche sugli energetici, che attualmente hanno valutazioni più basse del loro valore ma offrono un buon flusso di dividendi, e forse sull'automotive. Per il resto, meglio una strategia di mantenimento o alleggerimento moderato.

Verso le elezioni europee

A proposito di auto, sembra che la transizione energetica e l'agenda "verde" – che insieme all'intelligenza artificiale sono tra i temi centrali del G7 italiano – stiano rallentando. Perché ciò che ispira questa operazione è senza dubbio un obiettivo nobile, ma la sua applicazione è difficile: le tempistiche reali sono più lunghe di quanto si dice e i progetti realizzativi hanno bisogno di molti investimenti. Mentre gli Stati membri di soldi non ne hanno, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha intaccato persino la proverbiale solidità dell'economia tedesca. Anche per questo motivo, l'attuale ritmo imposto alla transizione energetica non potrà che rallentare, anche nel caso in cui Ursula von der Leyen in Europa e Joe Biden negli Stati Uniti fossero confermati dal voto popolare. Se poi dalle scadenze elettorali uscissero una nuova leadership a Palazzo Berlaymont e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'elettrico subirebbe un ulteriore calo di ritmo sulle due sponde dell'Atlantico.

Unione del mercato dei capitali: la ricetta Lagarde

Messo in stand by (per ora) l'argomento tassi, con la mezza promessa di iniziare la discesa a giugno, Christine Lagarde parla d'altro. Più precisamente di un suo vecchio pallino: l'unione del mercato dei capitali, obiettivo per cui ha invocato un cambio di marcia. E di prospettiva. Più nel dettaglio, la presidente Bce ha affermato che per raggiungere l'intento occorre abbandonare l'approccio "dal basso"per passare a quello "dall'alto". Finora, ha affermato Christine Lagarde, si è puntato sui mercati locali e regionali per lasciarsi dietro le spalle le limitazioni tipiche dei contesti nazionali. Ma questa politica "dal basso" ha lasciato settori scoperti a macchia di leopardo e non ha creato l'armonizzazione necessaria nei comparti decisivi – come per esempio la classificazione dei crediti o l’avvio delle procedure di insolvenza, per cui manca una normativa comune. La ricetta Lagarde non è, però, del tutto convincente. Perché spesso gli interventi "dall'alto" hanno dimostrato di non funzionare. Oggi ci troviamo di fronte un'Europa di burocrati – in parte non eletti - che decidono le regole proprio in modalità top down, con un processo di accentramento dei poteri a Bruxelles su cui gli organi democratici degli Stati membri hanno poco da dire. Quanto al mercato unico dei capitali, è fondato il timore è che vada a convogliare il risparmio dei Paesi membri su arene internazionali.

Acquisizione Ita, Lufthansa prova a sbloccare il dossier

Nuovo capitolo nel percorso di acquisizione di Ita Airways da parte di Lufthansa, messo in pausa dalle richieste dell'Antitrust europea. A quanto rivelato dal Corriere della Sera, che si riferisce a fonti Ue, per sbloccare il dossier e ricevere l'agognato via libera dall'autorità di vigilanza la compagnia di bandiera tedesca si dice disposta a cedere 11 coppie di slot da Milano Linate. Una mossa che verrebbe incontro a una delle tre richieste da parte dell'Antitrust europea, che ha puntato il faro proprio sul city airport milanese (oltre che sui voli brevi e su quelli intercontinentali – operazione, quest'ultima, che coinvolgerebbe anche United Airlines e altri partner di Star Alliance).

Evidentemente, Lufthansa e Ita Airways ritengono che la rinuncia ai 22 voli dall'aeroporto Forlanini possa rappresentare un buon compromesso per trovare un punto di incontro con l'authority. E decisamente sembra davvero esserlo. Dopo l'avvio della linea metropolitana 4, che ora lo collega in pochi minuti al centro di Milano, Linate è diventato l'aeroporto più gettonato d'Europa, proprio per la vicinanza alla città. Per questo motivo, la proposta è un grande sacrificio accettato dalle due compagnie di bandiera pur di riavviare il percorso verso l'aggregazione ed evitare la bocciatura del progetto. Il match tra la compagnia tedesca e l'Antitrust europeo dà comunque l'impressione di doversi concludere senza vincitori. Il piano di fusione non può essere fermato: per questo motivo, le due parti finiranno di trovare un compromesso. Se ne saprà di più il prossimo 13 giugno, data in cui è stata rinviata la decisione delle autorità europee, curiosamente poco dopo la scadenza elettorale.

Foto di Vika Chartier su Unsplash


Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?

Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.

 La Nato può attendere

Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.

La partita si gioca sul gas

Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.

Mantenere la rotta

Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".

Too strategic to fail

Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.

Fusioni, nuovo giro di valzer

A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.


Mercati inquieti per le parole dei banchieri

Lo scorso 3 febbraio, Christine Lagarde ha paventato l'aumento dei tassi da parte della Bce. La dichiarazione ha creato tensioni sui mercati finanziari e dilatato la forbice fra Btp e Bund

L'ultima settimana dei mercati europei ha avuto come protagonisti gli spread dei paesi del centro e sud Europa. In primo luogo quello italiano, che è arrivato a superare quota 160. A scatenare questa bagarre è stata Christine Lagarde, presidente della Bce, che dopo la riunione dello scorso 3 febbraio non ha escluso l'aumento dei tassi di interesse prima della fine dell'anno. Proprio il contrario di quanto la stessa leader dell'Eurotower aveva affermato non molto tempo fa, assicurando che prima del 2023 non ci sarebbe stato alcun incremento.
Nulla è valsa una rettifica poche ore dopo la conferenza stampa: il danno ormai era fatto. Soprattutto in Italia, dove si è verificata una vendita generalizzata su tutte le scadenze, con i titoli decennali che da inizio anno perdono quasi il 10% in conto capitale.

 Comunicazione sbagliata.

E' la seconda volta in meno di due anni che Christine Lagarde si rende protagonista di un grave errore di comunicazione, con conseguenti reazioni dei mercati (la prima gaffe – la famosa frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri player per gestire quei problemi – era stata pronunciata a inizio pandemia): è un nodo che la presidente Bce dovrà urgentemente affrontare. Perché a volte il problema non risiede tanto (o non solo) in ciò che si dice, ma in come lo si dice. Se Lagarde avesse posto l'accento sull'irreversibilità dell'euro e sull'impegno di Francoforte a non tollerare l'allargamento degli spread tra vari paesi, soprattutto in tempi di ripresa fragile, i mercati avrebbero digerito anche un possibile ritocco ai tassi: non è uno 0,50% a mandare in crisi un sistema. Ma – ça va sans dire – non ha detto nulla di tutto ciò, creando i grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti: oltre agli ampi movimenti sugli spread, anche un consistente aumento della volatilità sull’azionario (i principali indici europei perdono fino al 3% da inizio mese). Ora, una volta innescate le tensioni, il rischio è che molti hedge fund riprendano a scommettere su allargamenti degli spread tentando, come già nel 2011 di far saltare l’euro. E’ un rischio ancora lontano, che però deve essere arginato per tempo.

 Decisione difficile

Detto questo, nessuno invidia, in questo momento, coloro, che proprio sui tassi dovranno prendere una decisione molto difficile. La situazione è complessa e ogni soluzione sembra foriera di conseguenze negative: se si opta per un innalzamento, si rischia di compromettere la ripresa, in un periodo in cui i debiti pubblici sono molto alti; se si sceglie invece di mantenerli stabili, la probabilità che l’inflazione perda il suo carattere “temporaneo” non è trascurabile. Per questo, in un periodo così complesso, azzardare previsioni è difficile. Occorre quindi navigare a vista tenendo i nervi saldi. Anche perché, se la Bce alzerà i tassi, lo farà non prima di sette-otto mesi, periodo che per i mercati è lunghissimo: la liquidità in Banca centrale è ancora all'insegna dei tassi negativi (-0,5%), e i bond tedeschi e olandesi sono tornati positivi solo ora, a molti anni dall'ultima volta.

Facebook in picchiata

Intanto, i mercati mondiali hanno assistito all'inaspettato tonfo di Facebook, che ha perso 232 miliardi di dollari di capitalizzazione nella prima seduta di borsa successiva alla pubblicazione dell’ultima trimestrale.
La parabola del social network di Mark Zuckerberg, tuttavia, non deve stupire, né preoccupare, più di tanto: è infatti parte dei normali pattern delle bigtech. Queste aziende, una volta consolidata la posizione nel mercato di riferimento, vedono precipitare la propria capitalizzazione; nel momento in cui vengono pubblicati risultati sotto le attese, il mercato fa un derating e si comporta di conseguenza. In questo caso, gli impatti negativi sul Nasdaq sono stati almeno in parte compensati da un forte recupero di Amazon.
Comunque, il consiglio è sempre quello: investire su un orizzonte temporale lungo. Quando aumenta la volatilità, la paura degli investitori ha come conseguenza movimenti abbastanza estremi. Ma chi non si fa prendere dal panico, chi decide di investire a lungo termine, è solitamente premiato: siamo convinti che il 2022 si chiuderà quasi sicuramente con valori piu alti di oggi. Non ci sono motivi strutturali per cui il mercato possa crollare, a meno che i rivolgimenti geopolitici siano talmente forti da sconvolgere l'economia mondiale o che il rialzo delle materie prime prosegua ancora.

Europa disunita, Cina felice.

Due problemi, questi, che sono legati a doppio filo. Un filo che porta, inevitabilmente, al confine tra Russia e Ucraina. Per ora, la tregua olimpica sembra tenere: un chiarimento lo avremo, probabilmente, dopo la cerimonia di chiusura, quando la bandiera a cinque cerchi lascerà Pechino in direzione di Milano. Intanto, il pur breve periodo di distensione fa sicuramente bene ai mercati, perché stempera le tensioni e i venti di guerra. Come bene fanno le iniziative diplomatiche, il viaggio di Macron a Mosca e i suoi sforzi per la de-escalation. Tuttavia, come spesso succede, i paesi Ue si muovono in maniera disunita e scoordinata: il presidente francese vola da Putin, il cancelliere tedesco Scholz incontra Biden, promettendo di bloccare Nordstream in caso di guerra russo-ucraina, e Mario Draghi telefona al leader russo, ottenendo una rassicurazione sulle forniture di gas. Tutto questo proprio mentre, alla vigilia dei Giochi Olimpici, il vertice Putin-Xi Jinping ha prodotto un accordo trentennale, che impegna la Russia a posare un nuovo gasdotto in Cina. Anche questo è un risultato della politica miope americana: mentre le nostre bollette impazziscono, la strategia Usa, che sembra rimasta agli accordi di Yalta del 1945, sta spingendo Mosca tra le braccia di Pechino.
E proprio nel momento in cui diventa chiaro che la transizione energetica non sarà una passeggiata, anzi è un folle salto nel buio: è di pochi giorni fa la presa di posizione dell'associazione che riunisce le Pmi tedesche, per la prima volta schierata contro il piano di Berlino che, entro il 2030, punta ad avere una produzione di energia proveniente per l'80% da fonti rinnovabili e da gas, con quasi totale esclusione di carboni fossili e nucleare. I costi da sostenere per le Pmi rischiano di essere insostenibili e di metterle fuori mercato.

Milano, quattro anni da sfruttare

Tornando alla Cina, abbiamo visto come i Giochi Olimpici siano stati un'opportunità per intessere legami profondi, sia politici, sia commerciali, con la Russia. Mentre gli impatti della kermesse a cinque cerchi sull'economia nazionale saranno molto limitati. E' comunque vero che ogni grande evento sportivo influenza il pil. Infatti, le olimpiadi portano in genere anche allla realizzazione di infrastrutture che, se fatte con una visione sul futuro del Paese, avranno un impatto positivo sugli anni a venire. Vedremo nei prossimi anni se l’Italia saprà cogliere l’occasione delle prossime Olimpiadi che si terranno a Milano: l'appuntamenti del 2026 ha la potenzialità per favorire un ulteriore interesse di turismo e business, in una città che è già considerata una delle più interessanti a livello europeo. La metropoli ambrosiana potrebbe, insomma, fare da traino a un'intera economia, come peraltro fa già oggi. Oltre a questo, la presenza di Cortina come città co-organizzatrice e la cerimonia di chiusura programmata all'Arena di Verona coinvolgeranno sicuramente Venezia nel piano turistico. Se organizzati bene, insomma, i Giochi Olimpici di Milano-Cortina potrebbero creare un circolo virtuoso per la nostra economia. L'unica grande incognita è, come al solito, l’incapacità di progettare le cose per tempo e quindi di arrivare agli appuntamento col fiato corto con cantieri e progetti che vengono definiti e terminati all’ultimo. Ma a tutto questo siamo abituati e confidiamo quindi che anche questa volta ci riusciremo. E, alla fine, saremo capaci di stupire il mondo.


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