Le Borse scommettono sulla ripartenza

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).

La lezione dei dazi

Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.

Guardare lontano

La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.

Finanziari alle stelle

L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.

Nessun piano B

Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.

Foto di rawpixel.com


Borse, prove tecniche di ripresa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.

Il ruolo chiave di Hormuz

Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.

Nervi saldi

Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.

Dispersione di rendimenti

Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.

Unicredit riaccende il risiko

A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.

Image by rawpixel.com


Stati Uniti, la luce in fondo al tunnel

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Primo passo verso la fine dello shutdown americano, che ha bloccato per 40 giorni vari settori del Paese, intaccando i sussidi alimentari per milioni di americani, il lavoro di vari dipendenti federali, la diffusione dei dati sull’economia Usa, la regolarità dei voli aerei e diverse altre attività. Il provvedimento introdotto per consentire il ritorno alla normalità è stato sancito lunedì scorso dal Senato, che lo ha approvato anche grazie al “sì” di otto democratici (in tutto, sono stati 60 i favorevoli e 40 i contrari). La palla ora passa alla Camera dei rappresentanti, che presto dovrebbe rendere definitivo il provvedimento e, compatibilmente con i tempi tecnici legati al ripristino, permettere di tornare rapidamente alla situazione ordinaria. Per un periodo limitato, però, perché non si tratta di un’intesa definitiva, ma di un accordo-tampone, che assicura l’estensione dell’attuale budget fino a fine gennaio. Qual è stata la molla che ha interrotto un braccio di ferro che sembrava di difficile soluzione? Molto probabilmente, i parziali blocchi dei voli: gli Stati Uniti possono rinunciare a molte cose, ma non a un traffico aereo regolare.

I mercati volano

L’ottimismo sul ritorno alla normalità negli Stati Uniti, che si era diffuso già domenica dopo una seduta straordinaria del Senato, ha dato fiato alle Borse, dopo le difficoltà incontrate la scorsa settimana. L’ottima prestazione coinvolge anche i listini americani, che avevano subito un arretramento soprattutto a causa dei tecnologici e hanno reagito all’accordo anti-shutdown con una forza inaspettata. D’altra parte, siamo in epoca di calo dei tassi, e quando la Federal Reserve taglia, i mercati salgono. Unica rilevante eccezione a questa regola non scritta si è verificata nel 2007, ma a causa del ciclone-subprime. In generale, ci sono i presupposti perché le Borse continuino a macinare performance, anche se forse con ritmi più lenti rispetto a ora: vedremo se a dicembre gli indici rallenteranno come fanno sempre, nel classico calo di volatilità che si manifesta prima di Natale. Non è escluso uno storno, ma piuttosto limitato: se le Borse calassero di una percentuale vicino al 5% ci sarebbe molto da stupirsi. Per ora, i mercati si godono l’euforia che ha coinvolto anche l’oro – il cui cedimento aveva moltiplicato le domande e i dubbi riguardante il futuro degli investimenti nel “re dei metalli” – e l’argento: entrambi sono tornati a correre.

Il dubbio della Federal Reserve

L’eventuale ripresa delle attività non essenziali sbloccherà, anche le informazioni sul mercato del lavoro, al momento impossibili da rilevare per la mancanza di personale. Finora, sono disponibili solo dati privati: secondo il report di Challenger, Gray e Christmas è avvenuto un deciso indebolimento, con 150.000 tagli a ottobre (contro i 50.000 attesi). Un valore che mostra un rallentamento dell’economia americana, anche se il dato è chiaramente influenzato dallo shutdown, e non solo dai licenziamenti provvisori dei dipendenti pubblici, ma anche dall’inevitabile ripercussione sul settore privato. Inoltre, ci vorrà il suo tempo per il ritorno ai normali ritmi di comunicazione, soprattutto per i dati più recenti, e si dovrà attendere gennaio o febbraio per comprendere i veri riflessi del blocco sul settore privato. Tutto questo potrebbe convincere la Federal Reserve a procedere con i piedi di piombo per quanto riguarda le prossime mosse; se però la situazione si confermasse in peggioramento, Jerome Powell potrebbe decidere di effettuare un altro taglio il prossimo dicembre, che tra l’altro è stato già scontato dal mercato. Ci si aspetta, per il 2026, una sforbiciata di 50 punti base, distribuiti in due parti diverse dell’anno.

Mps in grande spolvero

Le vicende di oltre oceano non distraggono l’attenzione di Piazza Affari dagli eventi di casa nostra. Come l’utile di Mps, migliore di quanto ci si aspettasse. La banca senese ha chiuso i nove mesi raggiungendo 1,37 miliardi di euro, a +17,5% su base annua, al netto degli effetti positivi delle imposte. Il terzo trimestre ha fruttato 474 milioni (+16,5%). Gli utili di Montepaschi hanno fatto bene al suo titolo (trainando l’intero settore bancario in Borsa) che si è dimostrato il migliore a Piazza Affari e l’azione finanziaria più performante in Europa; ciò ha sottolineato che il valore della banca era a sconto. E che il mercato guarda attentamente i numeri.

Intelligenza artificiale, Amazon contro Perplexity

Mentre gli investitori si interrogano se ci sarà o meno una bolla, l’intelligenza artificiale è protagonista nei tribunali. Amazon ha infatti citato Perplexity, proprietaria dell’AI agent Comet che proprio con l’IA compra merce on line al posto dei clienti, senza certificare la sua natura ed eludendo così i blocchi di sicurezza del portale di e-commerce. Il contenzioso potrebbe fare giurisprudenza negli Stati Uniti sulla liceità o meno degli agenti IA d’acquisto e delle deleghe date dall’utente per fare shopping nel web. E’ difficile prevedere chi vincerà questa battaglia legale: certo è che l’IA è ancora agli albori, e nei prossimi anni ne vedremo delle belle. O delle brutte, date le ripercussioni che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbero avere sui posti di lavoro. Lo ha ricordato anche Papa Leone XIV dopo la sua elezione, attribuendo proprio a questo problema (e alla necessità di una nuova Rerum Novarum) la scelta del suo nome pontificale.

Il taglio dell’Irpef

La manovra di bilancio proposta dal governo italiano è stata “bollinata”. Tra i provvedimenti, il taglio dell’Irpef per oltre 13 milioni di contribuenti (dal 35% al 33% per i redditi compresi da 28.000 a 50.000 euro). Critiche sono giunte da Banca d’Italia, secondo cui il provvedimento non cambierà in modo significativo “la disuguaglianza nella distribuzione del reddito”. Una tendenza a cui si è allineata l’analisi dell’Istat, per cui l’85% del denaro utilizzato per il taglio dell’Irpef si applicherà ai due raggruppamenti con gli stipendi più elevati (l’istituto aveva diviso i cittadini in cinque gruppi). Il giudizio di Banca d’Italia sembra, però, influenzato da un pregiudizio politico: lascia perplessi che si possa considerare un “paperone” chi guadagna più di 30.000 l’anno, che fa invece parte integrante del ceto medio.

Crediti d’imposta edilizi, stop alla compensazione

Ha fatto molto discutere anche lo stop alla compensazione dei crediti d’imposta edilizi con i debiti di tipo previdenziale e contributivo: il divieto, finora limitato a banche e intermediari finanziari, viene esteso a tutti. In questo caso, le proteste sembrano più motivate, anche perché la norma ha spirito retroattivo: è vero che la nuova situazione scatterà dal 1 luglio 2026, ma è altrettanto palese che c’è chi ha già acquistato i crediti e resterà presumibilmente con il cerino in mano. Uno dei principi cardine della tassazione è che non ci può essere nulla di retroattivo, e di questo la Corte Costituzionale ne dovrà tenere conto. L’utilizzo della compensazione dei crediti edilizi era stato ammesso quando le banche avevano esaurito il plafond per i prestiti alle aziende del settore: con una misura del genere, si rischiano fallimenti, che a fronte di un risparmio iniziale per lo Stato causerebbero in un secondo momento danni maggiori all’erario.

Luci a San Siro

Il Comune di Milano ha siglato il rogito con Inter e Milan sul passaggio di proprietà dello stadio “Meazza”. Con il documento, l’impianto e le aree vicine diventano proprietà delle due società di calcio, che hanno sborsato 73 milioni di anticipo, per una spesa complessiva che si attesterà a 197 milioni. Una volta ultimato il progetto, sapremo come sarà la nuova “Scala del calcio”: l’attuale impianto sarà probabilmente abbattuto e rimpiazzato con un nuovo stadio da oltre 70.000 posti, che – salvo intoppi – dovrebbe essere pronto per il 2027. Ricorsi permettendo: la Procura di Milano ha infatti aperto un’indagine per turbativa d’asta (anche se l’inchiesta è stata definita dal presidente rossonero Paolo Scaroni “un venticello”). Sull’operazione-San Siro sembra più saggio sospendere il giudizio. Almeno fino a quando si toccherà con mano in che modo Inter e Milan riqualificheranno la zona con spazi pubblici e se l’operazione sarà fruttuosa per i due club.

Foto di Lanju Fotografie su Unsplash


L'intelligenza artificiale sulle montagne russe

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’intelligenza artificiale prima sale, poi scende. E’ tutto iniziato con l’accordo fra Amazon e Open Ai, intesa settennale che prevede la possibilità, per la proprietaria di ChatGpt, di utilizzare con effetto immediato il cloud di Amazon Web Services, per un corrispettivo di 38 miliardi di dollari. L’accordo, con cui Open Ai vuole ridurre la dipendenza da Microsoft e, nel contempo, utilizzare capacità di calcolo enormi, aveva inizialmente causato un balzo in avanti del 6% per il gruppo con sede a Seattle.
Il Nasdaq e le Borse asiatiche avevano reagito positivamente, per poi ripiegare: le vendite di azioni a New York si sono ripercosse anche in Estremo Oriente con una correzione importante, causata dai timori di una bolla. A influire sul calo delle Borse, che si è esteso all’Europa, anche la dichiarazione di David Solomon e Ted Pick, rispettivamente ceo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che durante una conferenza a Hong Kong hanno paventato un possibile storno molto severo nei prossimi due anni. “Una contrazione del 10%-15%”, ha detto Solomon, “accade spesso, anche nel corso di cicli di mercato positivi”; “dovremmo accogliere favorevolmente la possibilità che avvengano ribassi del 10%-15%”, ha confermato Pick, non spinti “da una specie di effetto macroeconomico”. Come sembra di capire, la sfida dell’intelligenza artificiale è solo all’inizio, e non sarà priva di ostacoli. Perché le valutazioni appaiono molto più alte rispetto al reale valore delle società: si stima, per esempio, che Nvidia, per sostenere il suo valore in Borsa, dovrà totalizzare almeno 150 miliardi di utile in cinque anni – traguardo da cui oggi sembra distante. Ma, a parte questo, c’è chi viaggia come un treno e chi rimane indietro: per ogni gruppo che corre, ce ne sono molti che arretrano, o scompaiono.

In ordine sparso

A influenzare il grafico in discesa si aggiungono i dubbi e le opacità legate all’accordo Stati Uniti-Cina su dazi e terre rare. Anche le Borse europee, come anticipato, si sono prese una pausa. Dopo vari mesi di chiusura in positivo, sono infatti arrivate vicine ai massimi, ma poi hanno aperto la nuova settimana in ordine sparso per, infine, arretrare. A questo si aggiunge il costante recupero del dollaro sull’euro (ora il rapporto fra le due valute veleggia su quota 1,15) e il ritracciamento dell’oro e dell’argento, nuovamente in ribasso rispetto ai massimi. Il petrolio è sempre in posizione soft, ma gli automobilisti non lo percepiscono: il rialzo del dollaro rende automaticamente un po’ meno conveniente il prezzo alla pompa, anche se siamo ben lontani dai valori del 2022. I bitcoin, infine, sono in discesa.

Top e flop

A Piazza Affari ha aperto la settimana in grande spolvero il titolo di A2A, che ha raggiunto i massimi da febbraio 2008. La prestazione dipende in buona parte da Morgan Stanley, che ha innalzato la valutazione sull’azienda energetica da equal weight a overweight, aumentando il prezzo target da 2,55 a 3,25. L’ottimo giudizio si è innestato in un periodo favorevole per il comparto delle utility, che ha coinvolto positivamente anche altre aziende, come Enel. Crollo invece per Campari, dopo il sequestro di azioni per oltre 1,2 miliardi di euro della controllante lussemburghese Lagfin, accusata di “dichiarazione fraudolenta mediante artifici” e di “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”. Il titolo ha pagato dazio anche se, ha puntualizzato Lagfin in una nota, la questione riguarda la stessa holding e non il gruppo Campari, né la società italiana “Davide Campari-Milano” e neppure altre aziende controllate. La holding si è comunque detta “certa di avere sempre operato nel pieno rispetto di tutte le norme, incluse quelle fiscali italiane”, affermando che “si difenderà vigorosamente con sereno rigore in tutte le sedi deputate”.

Taglio Fed: sì, ma…

Mentre la Bce lascia il costo dell’euro invariato, negli Stati Uniti si allenta ancora la stretta monetaria: la Federal Reserve ha tagliato nuovamente i tassi di 25 basis point, abbassando la forbice fra il 3,75% e il 4%. Ci si attende un altro intervento a dicembre, anche se un’eventuale persistenza delloshutdown americano rischia di far saltare l’eventuale taglio di fine anno (comunque già scontato dagli investitori) o di posporlo a gennaio o febbraio 2026. Per il momento, il mercato del lavoro americano non è a rischio; tuttavia, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che guidare immersi nella nebbia obbliga il conducente a un rallentamento. In questo caso, la mancata visibilità è causata dall’assenza di informazioni sul lavoro, che non vengono prodotte proprio a causa dello stop temporaneo alle attività non essenziali: per questo motivo, la sospensione (dei dati macro) ne causerebbe un’altra (degli interventi sul costo del dollaro). In una situazione che comunque vede un rallentamento già in atto del mercato del lavoro e nuovi rischi sul versante dell’inflazione. Tutti sperano che lo shutdown si trasformi presto un brutto ricordo; c’è però l’impressione che solo un passo indietro di Donald Trump – magari mascherato da atto di responsabilità e di attitudine al negoziato – possa risolvere la situazione in tempi brevi.

Tassa sulle banche, per Messina è “gestibile”

Mentre la tassa sulle banche fa discutere, Carlo Messina butta acqua sul fuoco. Precisando che per conoscere l’aliquota vera e propria occorrerà attendere il varo della manovra, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha comunque sottolineato: “L’impatto che potremmo avere sia sul risultato netto che sul patrimonio netto è completamente gestibile. E quindi non siamo assolutamente preoccupati per questo impatto”. Un’altra voce autorevole prova dunque a quietare le apprensioni legate a questo intervento: l’entità dell’imposizione, così come è stata anticipata, sembra accettabile, a fronte degli utili record raggiunti dagli istituti di credito. In ogni caso il titolo di Intesa, insieme Mps, sembra fra i più interessanti in un momento in cui si aprono opportunità interessanti nell’acquisto di azioni bancarie.

Scope ottimista sull’Italia

Interessante anche, in un’ottica più macro, l’investimento sul sistema Italia: anche Scope, agenzia di rating con sede a Berlino, ha confermato la valutazione BBB+ dei buoni del tesoro tricolori, ma con un outlook passato da “stabile” a “positivo”.
I vari miglioramenti dimostrano che qualche passo in direzione di un approccio virtuoso è stato compiuto: sia chiaro, l’Italia non ha superato i suoi problemi, ma ora è messa meglio di altri Paesi europei.

Foto di Marivi Pazos su Unsplash


Borse, faro su debito francese e dazi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il debito pubblico francese e i dazi americani sono ancora protagonisti nella cronaca economica di questi giorni e influenzano l’andamento delle Borse. Proprio mentre Russia, Cina e India, al vertice di Tianjin tra i leader dello Sco, rinsaldano la loro alleanza economica, che mina le certezze dell’Occidente sulla propria centralità nel contesto mondiale e lancia un modello multipolare.

Bayrou in bilico

A Parigi è partito il conto alla rovescia per il voto di fiducia, che il prossimo 8 settembre deciderà le sorti del governo Bayrou. Se l’esecutivo dovesse incassare la fiducia – al momento molto difficile, data la posizione dei socialisti – sarebbe introdotta una manovra finanziaria da 44mila miliardi, con un aumento delle tasse e tagli a spesa pubblica e pensioni. Una riforma difficile da digerire per i cittadini e foriera di possibili proteste di piazza. Che sono già in calendario, dato che il 10 dicembre il collettivo popolare Bloquons tout ha proclamato uno sciopero generale, con l’obiettivo di fermare il Paese. Nel caso in cui invece il governo dovesse cadere, tornerà tutto nelle mani del presidente Emmanuel Macron, ormai inviso alla maggior parte dei francesi. La caduta di Bayrou implicherebbe la mancata approvazione delle riforme: in questo caso, il rischio di vedere la troika a Parigi non sarebbe così eccessivo come è apparso finora.

La posizione di Christine Lagarde

Sui pericoli corsi dalla Francia, Christine Lagarde ha buttato acqua sul fuoco. Il sistema bancario transalpino, ha detto la presidente della Bce, “non è una fonte di rischio; è in una situazione migliore di quella in cui si trovava nella crisi del 2008. Stiamo tenendo sotto controllo con attenzione lo spread dei titoli francesi con quelli del resto d’Europa”. In quanto alla possibile bocciatura del governo Bayrou, Christine Lagarde ha affermato che “tutti i rischi di caduta di governo in tutti i Paesi della zona euro sono preoccupanti”. Tuttavia, ha proseguito, “la Francia non è attualmente in una situazione che richiede l’intervento del Fondo monetario internazionale, ma la disciplina fiscale deve essere imperativa”.

La “scommessa” di Macron

Resta però ben chiaro che oggi Parigi non è in grado di ripagare il proprio debito pubblico, che oggi ha raggiunto il 114% del pil. Una situazione che rischia di trasformarsi in un bubbone in grado di travolgere l’Ue e l’euro. E che, nel caso peggiore, potrebbe essere affrontata solo con un whatever it takes di draghiana memoria, per scongiurare un effetto domino. Se la crisi politica dipende in gran parte dalla “scommessa” dell’Eliseo – che ha proclamato le elezioni anticipate del 2024, innescando una prevedibile instabilità – la situazione economica ha radici molto più lontane. I problemi del debito d’Oltralpe erano noti da anni, ma per molto tempo sono stati nascosti sotto il tappeto. Oggi, lo spread fra i buoni del tesoro italiani e francesi è ormai abbastanza simile, anche se ancora molto contenuto. I Btp hanno comunque compiuto un passo da gigante, dal 7% del 2011 a meno dell’1%. I valori ormai simili mostrano che il debito pubblico francese è considerato come quello italiano. In un quadro, però, in cui Parigi è in continuo peggioramento, come evidenziato anche dagli allarmi di Bayrou. La Borsa di Parigi è, da parte sua, la più zoppicante d’Europa: da inizio anno rende tra il 17% e il 20% in meno degli indici tedesco e italiano.

Tariffe doganali a rischio

Le Borse seguono con molta attenzione anche la telenovela-dazi, che si è arricchita di un nuovo capitolo. Una corte d’appello federale ha infatti sentenziato che gran parte delle tariffe doganali imposte da Donald Trump sono illegali. In effetti, il presidente americano ha esautorato il Congresso, avvalendosi di una legge speciale che, però, è riservata alle emergenze (ed è difficile, evidentemente, spacciare normali dinamiche commerciali per un allarme rosso). Il tribunale d’appello ha comunque deciso che la sua sentenza sarà valida dal 14 ottobre, per consentire alla Corte Suprema di pronunciarsi e mettere finalmente una parola definitiva sull’intera questione. Vari commentatori scommettono che la Scotus dia ragione a Trump, per la presenza al suo interno di una maggioranza conservatrice. Ma questo non è detto. Un po’ perché una convinzione di questo tipo getterebbe ombra sull’indipendenza dei giudici. E un po’ perché i membri della Corte Suprema hanno già contraddetto Trump su questioni di tipo economico. Se i giurati dovessero confermare lo stop ai dazi, si innescherebbe però un rischio di ricorsi delle varie aziende penalizzate in questi mesi dalle tariffe. A meno che riescano a trovare la formula per resettare tutto e tornare alla situazione pre-2 aprile a decorrere dal momento della sentenza.

I Brics sfidano l’Occidente

Le scadenze di questi due mesi rendono interlocutorio il periodo delle Borse, in un mese, come settembre, che di solito è difficile per gli indici. Una crisi del governo Bayrou potrebbe aggiungere tensione, ma un eventuale annullamento dei dazi avrebbe la possibilità di dare un po’ di fiato ai listini, anche se finirebbe di creare incertezza politica.
Per la verità, Trump dovrebbe comunque preoccuparsi maggiormente dei nuovi legami tra Russia, Cina e India piuttosto che di una sentenza sfavorevole della Corte Suprema. Paesi che una volta erano nemici tra di loro stanno rinsaldando un’alleanza economica, che rende meno impattanti le sanzioni e la centralità dell’Occidente, degli Usa e del dollaro. La strada verso i negoziati bilaterali Putin-Zelensky e la pace sul fronte russo-ucraino – che era vista dall’inquilino della Casabianca come una leva per sottrarre Mosca dall’abbraccio con Pechino – si è fatta ardua e piena di ostacoli. Mentre, d’altro canto, le storiche inimicizie tra India e Cina sembrano sparire. In particolare, i dazi non hanno bloccato Delhi che, come ha riconosciuto lo stesso Trump, “acquista la maggior parte del suo petrolio e dei suoi prodotti militari dalla Russia, molto poco dagli Stati Uniti”.

Piazza Affari e il risiko

La Borsa di Milano potrebbe dimostrare più resistenza rispetto ad altri listini europei, anche per il rilancio di Mps su Mediobanca: Siena ha alzato il premio per gli aderenti alla sua offerta, aggiungendo una componente cash di 0,90 euro ad azione. Per il resto, non ci sono grossi spunti da segnalare. Il mercato ha la possibilità di rimanere tonico almeno fino a metà ottobre. Ciò suggerisce una strategia di mantenimento; nel caso in cui affiorassero segnali di cedimento, sarebbe però utile alleggerire il portafoglio e portare a casa gli utili prima che sopraggiunga uno storno importante.

Foto di Marcel Strauß su Unsplash


Mediobanca, ora Montepaschi è più vicina

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la netta bocciatura dell’ops su Banca Generali da parte dell’assemblea di Mediobanca, Alberto Nagel cerca di organizzare le ultime, difficili difese dall’offerta Montepaschi. Mentre sui media sono comparse pubblicità che invitano i soci a non aderire all’offerta Mps, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia fa la conta dei nomi che potrebbero appoggiarlo. Una lista che però si assottiglia: sembra che vari azionisti cerchino di disimpegnarsi per non prendere posizione. Il vecchio patto di consultazione, che a inizio 2025 era vicino al 12%, è sceso sotto il 7,5% del capitale, con il disimpegno di azionisti come Gavio, Lucchini e Ferrero dal “salotto finanziario” milanese. Mentre, di contro, salgono nel capitale gli hedge fund, che ragionano su basi non ideologiche, ma di pura convenienza finanziaria.

Obiettivo: Generali?

Queste mosse rischiano di diminuire il già esiguo drappello che aveva approvato l’ops su Banca Generali (cioè il 35% del capitale). Sono quindi poche le possibilità che gli aderenti non superino il 50%; l’unico vero ostacolo all’operazione potrebbe dipendere da un alt da parte della Bce o dall’inchiesta della procura sulle quote Delfin e Caltagirone. Se gli “attaccanti” avranno la meglio, sono scontate le dimissioni di Nagel, sulla cui successione impazza già un “toto-nomi”. Ma soprattutto si aprirà la partita sul controllo di Generali e sulla sua governance, oltre che sulle scelte commerciali (come l’accordo di partnership con Natixis, che potrebbe saltare). Il Leone sembra il vero target dell’operazione, e anche uno dei motivi per cui il governo ha messo il cappello sull’ops Montepaschi-Mediobanca: lo Stato ha infatti interesse a controllare Generali per il nodo cruciale della sottoscrizione di titoli di Stato.

Il “piccolo pizzicotto” di Giorgetti

Mentre il risiko sta entrando nella sua fase decisiva, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha esortato le banche a essere più attive nel sostegno alle famiglie (un “piccolo pizzicotto”, lo ha definito lo stesso titolare del Mef). Gli istituti di credito, ha affermato il ministro durante un intervento al Meeting di Rimini, traggono beneficio dai rating dell’Italia e dall’ottima stagione degli spread: ora possono finanziarsi a “condizioni più favorevoli” e per questo devono offrire “benefici concreti in favore delle famiglie”. Tutto vero. Se non che, le attuali regole non incentivano le banche ad aprire i cordoni della borsa. I vari sistemi normativi transnazionali su requisiti patrimoniali e rischiosità dei prestiti sono stati introdotti a difesa del sistema bancario, ma rendono più difficili i finanziamenti, burocratizzandone gli iter. Le banche dovranno certamente offrire sostegno a famiglie e aziende, ma sono tenute a soggiacere a una serie di controlli che 30 anni fa non c’erano. Quindi, gli istituti di credito potranno sicuramente fare qualcosa in più, ma è escluso un ritorno alla situazione pre-Basilea, cioè ai tempi in cui all’imprenditore era sufficiente entrare in filiale per ottenere un sostegno economico.

L’allarme di Bayrou

Le Borse europee hanno evidenziato un ribasso, affossate dalle difficoltà del listino di Parigi. I mercati hanno reagito a una dichiarazione molto forte del premier francese François Bayrou sul debito pubblico. “Il nostro Paese è in pericolo perché siamo sull’orlo del sovraindebitamento e dobbiamo agire senza alcun ritardo”, ha detto il primo ministro. Negli ultimi 20 anni “il nostro debito è aumentato di 12 milioni di euro all’ora”. Quest’anno, ha proseguito, la spesa per il debito diventerà “la voce di bilancio più importante del Paese. Le rate che dobbiamo rimborsare saranno più pesanti del bilancio dell’istruzione nazionale e di quello delle forze armate”. In cifre, i 60 miliardi dell’anno scorso diventeranno 66, e nel 2026 (“nel caso migliore”) 75. “Se la strada che scegliamo è fare finta che il problema non esista”, ha ammonito il premier, “non ne usciremo”. Bayrou ha quindi annunciato un voto di fiducia sul suo governo: l’Assemblea Nazionale si riunirà in sessione straordinaria il prossimo 8 settembre sul “controllo delle nostre finanze”, ha detto il primo ministro.

Debito francese? Peggio dei dazi

Sembra, dalle prime avvisaglie, che il rischio di sovraindebitamento francese abbia influito sugli indici in maniera maggiore rispetto a quanto ha fatto per i dazi di Trump. Le spiegazioni possono essere di vario tipo. In primo luogo, dopo lo storno del 2 aprile, i mercati hanno iniziato a prendere le misure al presidente americano e a “vaccinarsi” contro le sue uscite estemporanee; il debito di un Paese importante come la Francia – aggravato dalla crisi istituzionale e dalla difficoltà di dare al Paese un governo stabile – è invece un problema strutturale, che non può che generare preoccupazioni per l’Ue, sulla tenuta dell’euro e sull’economia mondiale.. Inoltre, le Borse attendevano un motivo per rifiatare: da tre anni i grafici salgono, e prima o poi è fisiologico che si fermino. Ora gli investitori non devono lasciarsi prendere dai “soliti” timori e consolidare la loro presenza sui mercati, almeno finché le difficoltà non dovessero diventare problemi di lungo termine. Warren Buffett ha insegnato che per interfacciarsi con le Borse occorre guardare soprattutto agli utili delle aziende. Non tutti, però, mettono in pratica questa indicazione. E i risultati si vedono.

Fed, è arrivato il momento di tagliare i tassi?

Il dollaro, intanto, continua la sua fase di debolezza, che probabilmente non si fermerà molto presto. Secondo gli analisti di Bank of America, il biglietto verde calerà ancora in rapporto con l’euro se la Federal Reserve taglierà i tassi entro fine anno con l’inflazione in aumento. Da parte sua, nel corso del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed Jerome Powell ha aperto alla possibilità di ammorbidire la stretta monetaria con una sforbiciata che – a quanto si prevede – non dovrebbe comunque superare i 25 punti base. Il tutto in un contesto tutt’altro che facile: il debito pubblico americano è comunque molto forte, i tassi a lungo termine rimangono alti e c’è un segnale di rallentamento sui dati occupazionali. Questa situazione è un campanello d’allarme in vista dell’andamento che le Borse potrebbero registrare il prossimo anno.

Foto di Element5 Digital su Unsplash


Mercati, una fase di difficile lettura

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

Foto rawpixel.com


Le previsioni per il nuovo anno

Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.

Questo pazzo, pazzo 2023

Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.

Tassi, presto la discesa

E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.

Banche, il rally non è concluso

Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Obbligazioni, rendimenti in calo

Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere.  Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.

Le incognite geopolitiche

Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americanaL'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.

Foto di Mark König su Unsplash


Buoni del tesoro, verso il calo dei rendimenti?

L'inflazione arretra più rapidamente del previsto. Il fenomeno potrebbe convincere le banche centrali ad abbassare il costo del denaro in anticipo rispetto alle previsioni, ridimensionando le performance dei Bot. E rendendo più redditizie, nell'obbligazionario, le soluzioni con duration lunga. Materie prime in calo, mentre la Cop28 si spacca sui combustibili fossili

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Si profila una chiusura d'anno positiva per le Borse europee, che stanno sovraperformando quelle americane. Mentre a Milano, dopo il calo della scorsa settimana, tornano a sorridere i titoli bancari, guidati da Mps e da Banco Bpm. Più in particolare, l'istituto di credito lombardo-veneto ha incassato il sì degli investitori al nuovo piano industriale appena presentato, che si attende, dal 2023 al 2026, un utile netto cumulato di 6 miliardi di euro, con una remunerazione degli azionisti a 4 miliardi.

Il 2024? Un enigma

Come più volte ricordato, abbiamo assistito a un novembre impetuoso, che ha lasciato fuori dal mercato molti investitori, prima scettici e poi sorpresi dalla velocità dei rimbalzi. E ora si prevede una chiusura dell'anno su valori stabili o comunque in leggero rialzo, anche per il tradizionale calo di scambi in periodo natalizio. Mentre sono molto difficili le previsioni per i primi mesi del 2024, che potrebbe aprirsi sia con un nuovo periodo positivo, sia con una flessione fisiologica, dopo un 2023 davvero soddisfacente.

Bond, il cambiamento di prospettiva

Un fatto sembra abbastanza certo: all'orizzonte si staglia un calo dell'inflazione più veloce del previsto, che potrebbe accelerare la discesa anticipata dei tassi di interesse. E' probabile che ad aprire le danze sia la Fed, dato che generalmente la Banca Centrale Europea non brilla per iniziativa. In ogni caso, i mutamenti che si stanno profilando più rapidi del previsto porteranno presto a un taglio dei rendimenti dei titoli di Stato: il miraggio con Bot e Btp al 4% sta rapidamente svanendo e non sarebbe sorprendente vederli in tempi brevi al 2,5%. Chi si orienta sull'obbligazionario dovrebbe ora spostarsi nel più breve tempo possibile su soluzioni a scadenza lunga, che presto torneranno più redditizie.

Germania, malato d'Europa

Una delle maggiori preoccupazioni per il 2024 è la crisi di bilancio tedesca, con il buco di 60 miliardi di euro scovato dalla corte Costituzionale, che andranno a impattare sui conti del prossimo anno. Mettendo a rischio il welfare del Paese - uno dei migliori al mondo - e i contributi pubblici. E prospettando per Berlino un'inattesa austerity. Per spiegare le difficoltà tedesche è sufficiente fare uno più uno. La Germania riceveva il gas a basso costo dalla Russia e ora non l'ha quasi più. E ancora: la Germania è, tra le economie europee, la più esposta nei confronti della Cina, soprattutto nel settore automobilistico. In queste condizioni, la crisi di Pechino, con la deflazione e il calo delle importazioni (-15%), ha un impatto forte sull'economia tedesca. Il passo indietro delle vetture made in Germany sul mercato cinese va poi di pari passo con la transizione dall'endotermico all'elettrico: nonostante le marce forzate delle maggiori aziende automotive tedesche, Pechino ha un vantaggio troppo grande nel settore. Risultato: la Germania – come si domandava l'Economist lo scorso agosto – è il malato d'Europa. Una situazione che rischia di riverberarsi su tutta l'Unione: se la locomotiva tedesca dovesse andare in affanno, sarebbe davvero un male per tutti. Specialmente per l'Italia, di cui Berlino è il maggiore partner commerciale. A questo punto, anche la Germania potrebbe avere interesse a rivedere il patto di stabilità e a evitare che la misura torni in vigore esattamente come prima del Covid. Con clausole che, oggi come oggi, nessun Paese membro sarebbe in grado di rispettare.

Cop28, disaccordo sui combustibili fossili

Scendono ancora le quotazioni delle materie prime: si sono infatti verificati cali per rame, alluminio e oro, mentre il petrolio si è ormai stabilizzato nella forbice 70-80 dollari al barile. Tutto questo mentre lo stesso greggio e i combustibili fossili in generale, sono stati al centro del dibattito alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop28) di Dubai. Si è creata infatti una contrapposizione molto forte fra due schieramenti ben definiti. Da una parte i paesi, guidati dall'Ue, che spingevano per un abbandono programmato dei combustibili fossili entro il 2050. Dall'altra gli Stati produttori di petrolio, le cui istanze sono state portate dal presidente della Conferenza Sultan Al Jaber, ministro dell'Industria e della Tecnologia avanzata degli Emirati Arabi Uniti, nonché capo dell'industria nazionale del petrolio. Alla fine, dal documento finale è stata rimosso il termine phaseout, cioè “uscita graduale” dai combustibili fossili.Questo compromesso, imposto obtorto collo ai sostenitori delle “emissioni zero”, è apparso inizialmente come una soluzione di comodo capace di scontentare tutti (specialmente l'Ue), vanificare la Conferenza e bloccare un programma di disimpegno da petrolio e carbone. Ma, se esaminiamo le cose in profondità, i Paesi produttori hanno le loro argomentazioni – anche se, naturalmente, molto influenzate dai loro interessi particolari. Nel suo discorso sul palco della Cop28, Sultan Al Jaber ha affermato che oggi come oggi senza combustibili fossili il mondo tornerebbe all'età della pietra. Questo può piacerci o no, ma – almeno nella situazione attuale – è la verità. Un sostituto di carbone e petrolio ancora non è stato trovato e le energie alternative possono coprire solo in minima parte le esigenze di imprese, famiglie e mobilità.

Realpolitik

Il compromesso proposto alla Conferenza, definito inaccettabile dall'Unione Europea, fa comunque comprendere che il petrolio non cederà il passo troppo facilmente. I Paesi arabi dispongono di somme enormi di denaro, con cui si riveleranno certamente in grado di influenzare molte decisioni in merito. E anche gli Stati Uniti, che recentemente hanno stabilito il record per produzione domestica di petrolio e gas, sono autosufficienti e difficilmente rinunceranno ai combustibili fossili. Specialmente se il Paese passerà a guida repubblicana. E l'Europa? Teoricamente è molto impegnata nella campagna “zero emissioni”. Ma la classe politica Ue ha fatto i conti senza l'oste. E cioè i cittadini. Perché tutti parlano di passaggio alle energie alternative, ma nessuno comunica al consumatore quanto costeranno. In una Germania già in difficoltà, per esempio, il governo è stato costretto a rinunciare al progetto che prevedeva l'accantonamento degli scaldabagni a gas per la rivolta delle famiglie. Insomma: finché non si troveranno combustibili davvero alternativi (ed economici), ogni progetto tendente a raggiungere le “emissioni zero” sarà destinato a naufragare. Più che un'irrealizzabile uscita dal mondo fossile, dunque, sembra più realistico un piano serio e circostanziato in grado di tagliare dove possibile il loro utilizzo.

Foto di engin akyurt su Unsplash

 

 

 

 


Mercati, correzioni verso il basso in un trend rialzista

Leggera flessione dei listini, che però proseguono una tendenza moderatamente positiva. Wall Street ha risentito negativamente dei dati sulla crescita Usa, inaspettatamente negativi, mentre prosegue in gran parte del mondo occidentale l'incertezza sui tassi. Intanto, è a un passo l'accordo per il salvataggio di Eurovita.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati hanno chiuso la scorsa settimana con una correzione verso il basso, nell'ambito di un trend che rimane rialzista. In particolare, Wall Street ha sofferto il calo inatteso dell'indice Pmi manifatturiero americano, che offre un'indicazione sulla crescita del settore (valore sopra i 50 punti) o di un suo calo (sotto). Il livello è sceso da quota 48,4 di maggio a 46,3 di giugno, contro le previsioni che vedevano una sostanziale stabilità (+0,1%), mostrando quindi una tendenza alla decrescita. Un po' meglio, ma sempre in calo, l'indice Pmi servizi che si è abbassato da 54,9 a 54,1. Ancora più bassi gli indici Pmi dell'Eurozona: 43,6 per quello manifatturiero e 52,4 per i servizi.

 

L'inesorabile aumento dei tassi

A dare un po' di incertezza sugli indici anche le recenti questioni russe e il tira e molla sui tassi. Come noto, la Federal Reserve ha fatto rifiatare i mercati con la sospensione provvisoria dei rialzi, che però potrebbe riprendere a breve: non per niente Mary Daly, presidente della Fed di San Francisco, ha definito una previsione “molto ragionevole” la possibilità di effettuare due nuovi ritocchi. Proprio come avverrà in Europa dove è ben noto l'atteggiamento aggressivo di Christine Lagarde, che porterà quasi certamente a due spostamenti verso l'alto di 25 punti base l'uno. L'ostinazione della Bce verso il completamento della stretta monetaria a tutti i costi sembra paragonabile a un automobilista che guida prestando attenzione soltanto allo specchietto retrovisore. Senza curarsi della strada – cioè delle prospettive future e del rischio recessione sempre più incombente. Discorso differente per la Banca d'Inghilterra che ha invece puntato sull'aumento di 50 punti, deciso dopo gli ultimi, preoccupanti dati sull'inflazione. Un fenomeno legato, oltre che al quadro internazionale, anche alla Brexit e alle politiche restrittive sull'immigrazione, che causano carenza di manodopera e di beni, con un primo accenno di inflazione salariale.

 

Inflazione da profitti

A proposito di inflazione, è interessante un'analisi effettuata dall'ufficio studi di Allianz Trade. La compagnia tedesca specializzata in assicurazione del credito ha  osservato che, nonostante la discesa dei valori di riferimento delle materie prime, i prezzi dei prodotti restano alti. E non accennano a tornare nei ranghi. C’è un’inflazione da troppi profitti?”, si chiede la compagnia del gruppo Allianz. “Non sarà che alcune aziende continuano a scaricare i rincari sul consumatore finale, anche se non è più necessario?”. La risposta dell'analisi è abbastanza scontata: “i margini di profitto delle imprese non finanziarie nell'Eurozona sono di recente aumentati”, recita una nota della società. “Con il 40,8% del valore aggiunto lordo alla fine del 2022, i margini delle società non finanziarie sono in media di +0,6 punti percentuali sopra la media, con Italia (44,8%) e Spagna posizionate meglio rispetto a Germania e Francia. Tuttavia, ci sono differenze significative tra i settori. I margini di profitto sono aumentati in particolare nell'agroalimentare, dove i rivenditori sono stati in grado di aumentare i propri margini al 78,6% nel quarto trimestre del 2022 (12,3 punti percentuali in più rispetto al livello pre-pandemia)”. Le osservazioni di Allianz Trade sfondano una porta aperta: l'esperienza ci dice che l'inflazione “da profitti” si è sempre verificata, e che una volta che i prezzi salgono, difficilmente scendono. In questo caso, gli aumenti sono stati causati dal rincaro delle materie prime – petrolio e soprattutto gas, che la scorsa estate ha stabilito record su record, infrangendo al Ttf di Amsterdam la barriera dei 300 euro a megawattora. Ora che il metano veleggia poco sopra quota 30 e il greggio continua a navigare nella fascia neutrale compresa fra i 70 e gli 80 dollari al barile, i prezzi al consumo non sono scesi. Creando un effetto domino sulla filiera. E problemi ai consumatori. Se si osservano i dati di spesa degli italiani, è facile osservare che sempre più persone si rivolgono ai supermercati e agli hard discount, cercando magari i prodotti vicini alla scadenza e scontati di una percentuale importante. Il dato, oltre che sui cittadini, si ripercuote sui negozi tradizionali di quartiere, già penalizzati, rispetto alla grande distribuzione, da una tassazione meno favorevole, dai rincari di prezzi e dai costi dell'elettricità.

 

Mes rimandato a settembre?

Al centro del dibattito anche il Mes, la cui discussione parlamentare per un'eventuale ratifica potrebbe essere procrastinata a dopo le ferie estive. Almeno questo è l'obiettivo del governo, che punta a compattare la maggioranza, evitandone la spaccatura in sede di voto, e a proseguire il dialogo con Bruxelles. Certo è che il Mes, nella formulazione attuale, non lascia tranquilli. Attribuisce infatti alla Bce poteri di indirizzo molto preoccupanti per i paesi più indebitati. Sarebbe sufficiente puntare un riflettore sull'Italia per scatenare i mercati e portare lo spread ai livelli del 2011. L'attuale formulazione del Mes non offre un contrappeso all'ipotesi di speculazione finanziaria, aprendo il rischio – per i paesi più fragili – di una ristrutturazione del debito pubblico, in grado di incidere sull'economia e sul sistema bancario, oltre che di distruggere il risparmio privato. L'esperienza della Grecia, i cui cittadini sono stati, in alcuni casi, privati persino delle medicine, dovrebbe metterci in guardia. Meglio sarebbe riaprire il dibattito su questo strumento, inserendo contrappesi forti alla speculazione. Nello stesso tempo, il successo delle emissioni di Btp potrebbe costituire una valida alternativa, in una situazione che vede lo spread ai minimi (verso quota 160), nonostante le previsioni al rialzo diffuse recentemente da Goldman Sachs.

 

Eurovita, salvataggio a un passo

Intanto è stato raggiunto l'accordo per il salvataggio di Eurovita, che dovrebbe essere formalizzato a breve. La compagnia controllata dal fondo di private equity Cinven sarà rilevata per un importo simbolico da cinque big (Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol), per poi essere “spacchettata” e divisa in parti uguali. Previsto un “paracadute” di 500 milioni di euro. L'Ivass, da parte sua, prorogherà il blocco dei riscatti per alcune settimane (doveva scadere il 30 giugno), con l'obiettivo di mandare in porto l'operazione senza rischi. Le grandi banche faranno da garanti, subentrando nei contratti nel caso in cui gli investitori dovessero chiedere il riscatto della polizza – un'eventualità che, in ogni caso, si cerca di scongiurare con l'intervento delle “big” assicurative, dato che gli attuali clienti Eurovita si troveranno titolari di polizze “sicure” Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol. L'accordo, se ufficializzato, consentirebbe di tirare un sospiro di sollievo all'intero ramo vita. Abbandonare alla loro sorte i clienti di una compagnia in crisi, infatti, avrebbe rischiato di sferrare un colpo letale all'intero comparto, già stretto fra la crisi della raccolta (negativa per 4,8 miliardi nel primo trimestre 2023 e in calo di oltre 10 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente) e la concorrenza di buoni del tesoro e conti deposito. Non risolvere il caso Eurovita avrebbe innescato una spirale di sfiducia nei confronti del ramo, rischiando di provocare un life run – cioè una richiesta di riscatti di massa. L'intervento del mondo bancario e delle grandi assicurazioni del comparto fa rientrare i rischi, permettendo a questo business di ripartire dai suoi punti di forza. Che non sono certo i rendimenti, minori di quelli offerti da Btp e Bot, con maggiori vincoli sui capitali, ma l'impignorabilità e l'insequestrabilità del denaro investito.

Image by imf.org


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center