L'intelligenza artificiale sulle montagne russe

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’intelligenza artificiale prima sale, poi scende. E’ tutto iniziato con l’accordo fra Amazon e Open Ai, intesa settennale che prevede la possibilità, per la proprietaria di ChatGpt, di utilizzare con effetto immediato il cloud di Amazon Web Services, per un corrispettivo di 38 miliardi di dollari. L’accordo, con cui Open Ai vuole ridurre la dipendenza da Microsoft e, nel contempo, utilizzare capacità di calcolo enormi, aveva inizialmente causato un balzo in avanti del 6% per il gruppo con sede a Seattle.
Il Nasdaq e le Borse asiatiche avevano reagito positivamente, per poi ripiegare: le vendite di azioni a New York si sono ripercosse anche in Estremo Oriente con una correzione importante, causata dai timori di una bolla. A influire sul calo delle Borse, che si è esteso all’Europa, anche la dichiarazione di David Solomon e Ted Pick, rispettivamente ceo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che durante una conferenza a Hong Kong hanno paventato un possibile storno molto severo nei prossimi due anni. “Una contrazione del 10%-15%”, ha detto Solomon, “accade spesso, anche nel corso di cicli di mercato positivi”; “dovremmo accogliere favorevolmente la possibilità che avvengano ribassi del 10%-15%”, ha confermato Pick, non spinti “da una specie di effetto macroeconomico”. Come sembra di capire, la sfida dell’intelligenza artificiale è solo all’inizio, e non sarà priva di ostacoli. Perché le valutazioni appaiono molto più alte rispetto al reale valore delle società: si stima, per esempio, che Nvidia, per sostenere il suo valore in Borsa, dovrà totalizzare almeno 150 miliardi di utile in cinque anni – traguardo da cui oggi sembra distante. Ma, a parte questo, c’è chi viaggia come un treno e chi rimane indietro: per ogni gruppo che corre, ce ne sono molti che arretrano, o scompaiono.

In ordine sparso

A influenzare il grafico in discesa si aggiungono i dubbi e le opacità legate all’accordo Stati Uniti-Cina su dazi e terre rare. Anche le Borse europee, come anticipato, si sono prese una pausa. Dopo vari mesi di chiusura in positivo, sono infatti arrivate vicine ai massimi, ma poi hanno aperto la nuova settimana in ordine sparso per, infine, arretrare. A questo si aggiunge il costante recupero del dollaro sull’euro (ora il rapporto fra le due valute veleggia su quota 1,15) e il ritracciamento dell’oro e dell’argento, nuovamente in ribasso rispetto ai massimi. Il petrolio è sempre in posizione soft, ma gli automobilisti non lo percepiscono: il rialzo del dollaro rende automaticamente un po’ meno conveniente il prezzo alla pompa, anche se siamo ben lontani dai valori del 2022. I bitcoin, infine, sono in discesa.

Top e flop

A Piazza Affari ha aperto la settimana in grande spolvero il titolo di A2A, che ha raggiunto i massimi da febbraio 2008. La prestazione dipende in buona parte da Morgan Stanley, che ha innalzato la valutazione sull’azienda energetica da equal weight a overweight, aumentando il prezzo target da 2,55 a 3,25. L’ottimo giudizio si è innestato in un periodo favorevole per il comparto delle utility, che ha coinvolto positivamente anche altre aziende, come Enel. Crollo invece per Campari, dopo il sequestro di azioni per oltre 1,2 miliardi di euro della controllante lussemburghese Lagfin, accusata di “dichiarazione fraudolenta mediante artifici” e di “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”. Il titolo ha pagato dazio anche se, ha puntualizzato Lagfin in una nota, la questione riguarda la stessa holding e non il gruppo Campari, né la società italiana “Davide Campari-Milano” e neppure altre aziende controllate. La holding si è comunque detta “certa di avere sempre operato nel pieno rispetto di tutte le norme, incluse quelle fiscali italiane”, affermando che “si difenderà vigorosamente con sereno rigore in tutte le sedi deputate”.

Taglio Fed: sì, ma…

Mentre la Bce lascia il costo dell’euro invariato, negli Stati Uniti si allenta ancora la stretta monetaria: la Federal Reserve ha tagliato nuovamente i tassi di 25 basis point, abbassando la forbice fra il 3,75% e il 4%. Ci si attende un altro intervento a dicembre, anche se un’eventuale persistenza delloshutdown americano rischia di far saltare l’eventuale taglio di fine anno (comunque già scontato dagli investitori) o di posporlo a gennaio o febbraio 2026. Per il momento, il mercato del lavoro americano non è a rischio; tuttavia, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che guidare immersi nella nebbia obbliga il conducente a un rallentamento. In questo caso, la mancata visibilità è causata dall’assenza di informazioni sul lavoro, che non vengono prodotte proprio a causa dello stop temporaneo alle attività non essenziali: per questo motivo, la sospensione (dei dati macro) ne causerebbe un’altra (degli interventi sul costo del dollaro). In una situazione che comunque vede un rallentamento già in atto del mercato del lavoro e nuovi rischi sul versante dell’inflazione. Tutti sperano che lo shutdown si trasformi presto un brutto ricordo; c’è però l’impressione che solo un passo indietro di Donald Trump – magari mascherato da atto di responsabilità e di attitudine al negoziato – possa risolvere la situazione in tempi brevi.

Tassa sulle banche, per Messina è “gestibile”

Mentre la tassa sulle banche fa discutere, Carlo Messina butta acqua sul fuoco. Precisando che per conoscere l’aliquota vera e propria occorrerà attendere il varo della manovra, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha comunque sottolineato: “L’impatto che potremmo avere sia sul risultato netto che sul patrimonio netto è completamente gestibile. E quindi non siamo assolutamente preoccupati per questo impatto”. Un’altra voce autorevole prova dunque a quietare le apprensioni legate a questo intervento: l’entità dell’imposizione, così come è stata anticipata, sembra accettabile, a fronte degli utili record raggiunti dagli istituti di credito. In ogni caso il titolo di Intesa, insieme Mps, sembra fra i più interessanti in un momento in cui si aprono opportunità interessanti nell’acquisto di azioni bancarie.

Scope ottimista sull’Italia

Interessante anche, in un’ottica più macro, l’investimento sul sistema Italia: anche Scope, agenzia di rating con sede a Berlino, ha confermato la valutazione BBB+ dei buoni del tesoro tricolori, ma con un outlook passato da “stabile” a “positivo”.
I vari miglioramenti dimostrano che qualche passo in direzione di un approccio virtuoso è stato compiuto: sia chiaro, l’Italia non ha superato i suoi problemi, ma ora è messa meglio di altri Paesi europei.

Foto di Marivi Pazos su Unsplash


Cina-Usa: fiorisce la distensione. E le Borse brindano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Cina e Stati Uniti hanno raggiunto dopo soli due giorni di trattative un accordo preliminare che ferma la guerra commerciale fra le due potenze. Lo ha annunciato Scott Bessent, segretario Usa al Tesoro. Le negoziazioni tra i delegati dei due Paesi hanno bloccato l’applicazione di dazi al 100% di Washington contro Pechino, fermando anche un’escalation su soia e terre rare. Riguardo quest’ultimo punto – centrale nei rapporti sino-americani – Bessent ha annunciato che “Pechino rimanderà la stretta di un anno”, prendendosi quindi il tempo di riesaminarla. La Cina procederà anche ad acquisti nell’agricoltura americana. L’accordo sarà formalizzato nell’imminente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Nel mentre, il presidente americano ha visitato Malaysia, Giappone e Corea del Sud, con l’obiettivo di cercare nuovi accordi sulle terre rare e diminuire la dipendenza dalla Cina. Sullo sfondo, sempre parlando di minerali, la partnership già siglata con Kiev e un possibile, futuro rifornimento anche da Mosca, nel caso in cui la guerra russo-ucraina finisca.

Mercati felici

Le Borse hanno reagito con entusiasmo alla notizia. A cominciare dal Nikkei, che ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 50.000 punti. Record anche per New York, che risente pure dei dati positivi sull’inflazione e si sta riallineando con le Borse europee. Che, a loro volta, hanno reagito bene alla distensione commerciale fra Cina e Stati Uniti, ma in misura più contenuta; eccezione importante, ancora una volta, Parigi, che ha risentito del downgrade di Moody’s dei suoi titoli di Stato, con un rating passato da “stabile” a “negativo”. I buoni risultati dell’Europa risentono anche della performance delle banche (compatibile con la rotazione settoriale che detta legge ormai da tempo), ma anche del fenomeno, già sottolineato la scorsa settimana, delle scarse alternative agli investimenti e, last but not least, degli utili del terzo trimestre, che sono buoni nonostante la crescita asfittica dei mercati. Sembra, dunque, che le Borse debbano veleggiare bene perché la situazione lo esige. Di contro, oro e argento crollano: la schiarita che promette di risolvere una crisi preoccupante come quella tra Cina e Stati Uniti rende i beni rifugio meno appetibili. Fa eccezione, almeno finora, il franco svizzero, mentre il petrolio resta debole.

Il balzo di Eni

Il petrolio resta debole, si diceva. Ma Eni, alla scadenza di settembre 2025, ha raggiunto un utile netto di 2,5 miliardi di euro (+5%), mentre nel solo terzo trimestre si è attestato sugli 803 milioni, con una crescita del 54%; il piano di buyback dei titoli è decollato a 1,8 miliardi e le azioni sono salite come non si vedeva da molto tempo. Occorre anche ricordare che, per dinamiche di mercato spesso difficili da capire, Eni era sempre stata trattata a sconto rispetto ai concorrenti: ha perciò recuperato un valore più vicino a quello reale. Tuttavia, se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, è difficile immaginare un’ulteriore salita in Borsa per l’azienda guidata da Claudio Descalzi. Per ora, dunque, a godere dell’ottima performance di Eni sono ben più i cassettisti che incassano il dividendo rispetto a chi punta al capital gain.

Boom Btp Valore

E’ stato ancora una volta un successo il collocamento di Btp Valore: la raccolta, di 16,5 miliardi, ha superato quanto registrato dal Btp Più dello scorso maggio. A spingere gli italiani verso la nuova emissione sono stati la voglia di sicurezza, la pubblicità molto presente sui mezzi di comunicazione e i tassi, superiori alla media e considerati accettabili da chi ha sottoscritto i buoni del tesoro. Se pensiamo alle obbligazioni Usa osserviamo facilmente che, con la svalutazione del dollaro, gli investimenti di risparmiatori europei in Treasury hanno causato una perdita del 10% – valore che rende alte, se non sontuose, le percentuali offerte dai Btp.

Tassa sui dividendi

E’ stata introdotta la tassa sui dividendi incassati in qualità di partecipazione di minoranza dalle aziende, che includerebbe le società con meno del 10% del controllo (con esclusione di piccoli risparmiatori e fondi di investimento, mentre sono comprese banche e grandi gruppi, che pagherebbero l’aliquota più alta). La tassa dovrebbe portare un miliardo di euro nelle casse dello Stato. Altra novità dal fronte fiscale: il governo aumenterà di due punti l’Irap per le banche. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società”, ha spiegato la premier Giorgia Meloni, “credo che possiamo essere soddisfatti noi e che in fin dei conti possano esserlo anche loro”. In questi termini, l’intervento del governo sembra ragionevole, a condizioni che non si calchi la mano in maniera esagerata. E’ comunque certa la legittimità di un aumento dell’Irap, a differenza delle proposte di imposizione fiscale degli extraprofitti, che in tutta probabilità non avrebbero superato l’esame di adeguatezza costituzionale.

Faro Ue su TikTok e Meta

TikTok e Meta sono finiti sotto il faro della Commissione Europea. I due social network sono accusati di non aver rispettato l’obbligo di garantire un accesso adeguato ai dati pubblici. Secondo l’esecutivo Ue, le due aziende non hanno neppure offerto agli utenti strumenti semplici per segnalare contenuti illegali, né per permettere di contestare decisioni di moderazione dei contenuti. Nel caso in cui l’osservazione della Commissione fosse confermata, i due gruppi, che hanno respinto ogni addebito, rischierebbero una multa salata. Sembra che, però, l’intervento dell’esecutivo Ue sia arrivato fuori tempo massimo, cioè mentre Cina e Stati Uniti interrompono la loro guerra commerciale. Con un accordo che, tra le altre cose, riguarda anche la vendita dell’80% delle attività americane di TikTok a gruppi statunitensi. Un’intesa fra due grandi potenze come Pechino e Washington renderebbe più debole la posizione della Commissione Europea.

Foto di Marivi Pazos su Unsplash


Piazza Affari torna a sorridere

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.

La cessione della rete Tim

A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.

Fisco e Pil

Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.

Materie prime, segnali misti

Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.

Fed, i tassi restano alti

Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.

Foto di Mario Caruso su Unsplash


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