Borse, un inizio d'anno ondivago

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.

Wall Street, ritorno alla casella di partenza

L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.

I tassi cambiano le carte in tavola

I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.

Il rincaro del petrolio

Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.

Le minacce di Breton…

Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.

… e di Trump

Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.

Foto di Jason Krieger su Unsplash


Borse, buone sensazioni per il nuovo anno

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.

Occhiali rosa per il 2025

Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.

I settori più promettenti

Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.

Cripto, valute e…

L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.

Le incognite del gas

Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.

Un presidente pro-mercato

L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.

Rimescolamento politico nel mondo occidentale

L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.

Bce, il dopo-Lagarde

Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.

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Buoni del tesoro, verso il calo dei rendimenti?

L'inflazione arretra più rapidamente del previsto. Il fenomeno potrebbe convincere le banche centrali ad abbassare il costo del denaro in anticipo rispetto alle previsioni, ridimensionando le performance dei Bot. E rendendo più redditizie, nell'obbligazionario, le soluzioni con duration lunga. Materie prime in calo, mentre la Cop28 si spacca sui combustibili fossili

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Si profila una chiusura d'anno positiva per le Borse europee, che stanno sovraperformando quelle americane. Mentre a Milano, dopo il calo della scorsa settimana, tornano a sorridere i titoli bancari, guidati da Mps e da Banco Bpm. Più in particolare, l'istituto di credito lombardo-veneto ha incassato il sì degli investitori al nuovo piano industriale appena presentato, che si attende, dal 2023 al 2026, un utile netto cumulato di 6 miliardi di euro, con una remunerazione degli azionisti a 4 miliardi.

Il 2024? Un enigma

Come più volte ricordato, abbiamo assistito a un novembre impetuoso, che ha lasciato fuori dal mercato molti investitori, prima scettici e poi sorpresi dalla velocità dei rimbalzi. E ora si prevede una chiusura dell'anno su valori stabili o comunque in leggero rialzo, anche per il tradizionale calo di scambi in periodo natalizio. Mentre sono molto difficili le previsioni per i primi mesi del 2024, che potrebbe aprirsi sia con un nuovo periodo positivo, sia con una flessione fisiologica, dopo un 2023 davvero soddisfacente.

Bond, il cambiamento di prospettiva

Un fatto sembra abbastanza certo: all'orizzonte si staglia un calo dell'inflazione più veloce del previsto, che potrebbe accelerare la discesa anticipata dei tassi di interesse. E' probabile che ad aprire le danze sia la Fed, dato che generalmente la Banca Centrale Europea non brilla per iniziativa. In ogni caso, i mutamenti che si stanno profilando più rapidi del previsto porteranno presto a un taglio dei rendimenti dei titoli di Stato: il miraggio con Bot e Btp al 4% sta rapidamente svanendo e non sarebbe sorprendente vederli in tempi brevi al 2,5%. Chi si orienta sull'obbligazionario dovrebbe ora spostarsi nel più breve tempo possibile su soluzioni a scadenza lunga, che presto torneranno più redditizie.

Germania, malato d'Europa

Una delle maggiori preoccupazioni per il 2024 è la crisi di bilancio tedesca, con il buco di 60 miliardi di euro scovato dalla corte Costituzionale, che andranno a impattare sui conti del prossimo anno. Mettendo a rischio il welfare del Paese - uno dei migliori al mondo - e i contributi pubblici. E prospettando per Berlino un'inattesa austerity. Per spiegare le difficoltà tedesche è sufficiente fare uno più uno. La Germania riceveva il gas a basso costo dalla Russia e ora non l'ha quasi più. E ancora: la Germania è, tra le economie europee, la più esposta nei confronti della Cina, soprattutto nel settore automobilistico. In queste condizioni, la crisi di Pechino, con la deflazione e il calo delle importazioni (-15%), ha un impatto forte sull'economia tedesca. Il passo indietro delle vetture made in Germany sul mercato cinese va poi di pari passo con la transizione dall'endotermico all'elettrico: nonostante le marce forzate delle maggiori aziende automotive tedesche, Pechino ha un vantaggio troppo grande nel settore. Risultato: la Germania – come si domandava l'Economist lo scorso agosto – è il malato d'Europa. Una situazione che rischia di riverberarsi su tutta l'Unione: se la locomotiva tedesca dovesse andare in affanno, sarebbe davvero un male per tutti. Specialmente per l'Italia, di cui Berlino è il maggiore partner commerciale. A questo punto, anche la Germania potrebbe avere interesse a rivedere il patto di stabilità e a evitare che la misura torni in vigore esattamente come prima del Covid. Con clausole che, oggi come oggi, nessun Paese membro sarebbe in grado di rispettare.

Cop28, disaccordo sui combustibili fossili

Scendono ancora le quotazioni delle materie prime: si sono infatti verificati cali per rame, alluminio e oro, mentre il petrolio si è ormai stabilizzato nella forbice 70-80 dollari al barile. Tutto questo mentre lo stesso greggio e i combustibili fossili in generale, sono stati al centro del dibattito alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop28) di Dubai. Si è creata infatti una contrapposizione molto forte fra due schieramenti ben definiti. Da una parte i paesi, guidati dall'Ue, che spingevano per un abbandono programmato dei combustibili fossili entro il 2050. Dall'altra gli Stati produttori di petrolio, le cui istanze sono state portate dal presidente della Conferenza Sultan Al Jaber, ministro dell'Industria e della Tecnologia avanzata degli Emirati Arabi Uniti, nonché capo dell'industria nazionale del petrolio. Alla fine, dal documento finale è stata rimosso il termine phaseout, cioè “uscita graduale” dai combustibili fossili.Questo compromesso, imposto obtorto collo ai sostenitori delle “emissioni zero”, è apparso inizialmente come una soluzione di comodo capace di scontentare tutti (specialmente l'Ue), vanificare la Conferenza e bloccare un programma di disimpegno da petrolio e carbone. Ma, se esaminiamo le cose in profondità, i Paesi produttori hanno le loro argomentazioni – anche se, naturalmente, molto influenzate dai loro interessi particolari. Nel suo discorso sul palco della Cop28, Sultan Al Jaber ha affermato che oggi come oggi senza combustibili fossili il mondo tornerebbe all'età della pietra. Questo può piacerci o no, ma – almeno nella situazione attuale – è la verità. Un sostituto di carbone e petrolio ancora non è stato trovato e le energie alternative possono coprire solo in minima parte le esigenze di imprese, famiglie e mobilità.

Realpolitik

Il compromesso proposto alla Conferenza, definito inaccettabile dall'Unione Europea, fa comunque comprendere che il petrolio non cederà il passo troppo facilmente. I Paesi arabi dispongono di somme enormi di denaro, con cui si riveleranno certamente in grado di influenzare molte decisioni in merito. E anche gli Stati Uniti, che recentemente hanno stabilito il record per produzione domestica di petrolio e gas, sono autosufficienti e difficilmente rinunceranno ai combustibili fossili. Specialmente se il Paese passerà a guida repubblicana. E l'Europa? Teoricamente è molto impegnata nella campagna “zero emissioni”. Ma la classe politica Ue ha fatto i conti senza l'oste. E cioè i cittadini. Perché tutti parlano di passaggio alle energie alternative, ma nessuno comunica al consumatore quanto costeranno. In una Germania già in difficoltà, per esempio, il governo è stato costretto a rinunciare al progetto che prevedeva l'accantonamento degli scaldabagni a gas per la rivolta delle famiglie. Insomma: finché non si troveranno combustibili davvero alternativi (ed economici), ogni progetto tendente a raggiungere le “emissioni zero” sarà destinato a naufragare. Più che un'irrealizzabile uscita dal mondo fossile, dunque, sembra più realistico un piano serio e circostanziato in grado di tagliare dove possibile il loro utilizzo.

Foto di engin akyurt su Unsplash

 

 

 

 


Piazza Affari torna a sorridere

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.

La cessione della rete Tim

A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.

Fisco e Pil

Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.

Materie prime, segnali misti

Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.

Fed, i tassi restano alti

Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.

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Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.

Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.

Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.

Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.

Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.

Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

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Usa, le elezioni non fermano il rimbalzo

Negli Stati Uniti, le consultazioni di “mid term” sono ancora in bilico. Ma qualsiasi risultato non dovrebbe frenare la ripresa dei mercati, che è proseguito nonostante il rialzo dei tassi. Ottimi dati, invece, dall'economia italiana: il terzo trimestre vede una crescita, trainata dal turismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le elezioni di mid term americane sono ancora in bilico. Mentre la Camera dei rappresentanti sembra procedere verso una maggioranza repubblicana – ma meno ampia del previsto – il Senato (che rinnova solo un terzo dei suoi membri) si sta giocando seggio per seggio. I risultati ufficiali potrebbero essere noti fra alcuni giorni: sono probabili ricorsi e richieste di riconteggi, soprattutto se i collegi incerti dovessero mostrare maggioranze sul filo di lana.

Due strade aperte
Ciò che è quindi impossibile è una vittoria netta di uno dei due partiti. Un'affermazione democratica era ritenuta molto difficile, mentre è ancora possibile la conquista, da parte dei repubblicani, di entrambe le camere (anche se, come visto, con una maggioranza risicata in Senato). In questo caso, l'agenda Biden perderebbe forza e il presidente – pur con diritto di veto - dovrebbe accettare compromessi, soprattutto sulla spesa pubblica “a pioggia” attivata per le conseguenze della pandemia. Più ardua, in caso di doppia vittoria repubblicana, la marcia forzata verso l'abbandono delle energie fossili, mentre sarebbero forti le pressioni nei confronti della Fed per un’inversione di tendenza sui tassi. Possibile anche un parziale disimpegno sulle armi all'Ucraina, o almeno una richiesta di rendiconto da parte di Kiev.
Se invece il Congresso risultasse diviso, i cambiamenti possibili sarebbero minori. La situazione potrebbe piacere al mondo del business, che di solito apprezza la soluzione split, foriera di minori trasformazioni dal punto di vista economico.

I tassi contano di più
Dal lato mercati, tuttavia, non cambierà moltissimo; chiunque sia il vincitore, il rimbalzo dovrebbe proseguire senza particolari problemi. Un po' perché, se si guarda agli Stati Uniti, le elezioni del Presidente hanno un impatto maggiore sull'economia piuttosto che il rinnovo delle camere. E un po' per le dinamiche fatte registrare dai mercati: il rimbalzo di ottobre è infatti proseguito persino in un contesto di continui aumenti dei tassi operati dalla Federal Reserve. Anche se, è bene ricordarlo, di solito gli effetti di queste operazioni sul costo del denaro non hanno conseguenze immediate, ma iniziano ad avere effetto dopo almeno uno o più trimestri.
Nessuno può prevedere in che condizioni sarà l'economia americana fra tre mesi. Ma fa ben sperare la dichiarazione di Jerome Powell, presidente della Fed, che ha annunciato un probabile stop ai rialzi dei tassi. Una decisione che avrà un ruolo molto importante nell'andamento dei listini.
Il mercato americano, dunque, guarda più alle decisioni della Federal Reserve che non ai risultati delle elezioni di medio termine. Piuttosto, il ricambio delle camere ha spesso confermato (o innescato) rialzi, indipendentemente dall'esito rivelato dalle urne. E questo è un ulteriore elemento che fa ben sperare.

La riscossa dell'obbligazionario
Sia però chiara una cosa: quando parliamo di “rimbalzo di ottobre”, ci riferiamo a una crescita dei mercati dal -25% al -16%. La strada, dunque, è ancora lunga, anche se – è bene ricordarlo – la ripresa ha creato nuove opportunità di investimento. Nell'azionario, ma anche nell'obbligazionario. Ora è possibile scegliere bond che rendono mediamente dal 5% al 7%, con punte ancora più alte. È il caso di alcuni titoli bancari (anche italiani) o di società d’oltre oceano attive sulle materie prime, che attualmente assicurano una performance dell'8%.

Il petrolio torna a salire...
Il prezzo del petrolio intanto è tornato a crescere. Dopo essere calato sotto l'asticella dei 90 dollari, ora sembra aver recuperato l’impeto rialzista. Le politiche improntate al calo della produzione caldeggiate dall'Arabia Saudita (e appoggiate anche dalla Russia) hanno dunque influito sul prezzo, nonostante l'utilizzo delle riserve strategiche americane da parte dell'amministrazione Biden, vero e proprio freno a mano ai prezzi utilizzato a fini essenzialmente elettorali.
Ora però, a urne chiuse, le riserve strategiche dovranno essere ricostituite, almeno in parte. Questa politica causerà quasi sicuramente un ulteriore rialzo del prezzo del greggio, che potrebbe superare nuovamente quota 100.

… e il gas scende
Sale il petrolio, scende il gas. Il prezzo del metano, pur più alto rispetto agli anni scorsi, è tornato a valori più sopportabili, nonostante l'inerzia da parte delle autorità europee. Ad abbattere la domanda (e le tariffe) sono state niente altro che dinamiche di mercato: il quasi completamento degli stoccaggi da parte dei paesi europei, le temperature autunnali molto clementi e, purtroppo, la chiusura di varie aziende, causata proprio dai rincari delle bollette precedenti.
Resta però aperto il nodo dello stop alla vendita di automobili a benzina che, per decisione dell'Unione Europea, partirà nel 2035. I problemi, già ampiamente sottolineati, riguardano la distruzione di un'industria europea particolarmente forte come quella dell'automotive e le incognite legate al prezzo dell'energia (meno controllabile, come abbiamo visto ultimamente, rispetto a quello del petrolio). A queste incognite se ne aggiunge una terza: in tutta probabilità, sarà solo l'Unione Europea ad applicare questa misura drastica. Tre subcontinenti come Stati Uniti, India e Cina andranno avanti con la vendita delle automobili endotermiche. Rendendo l'operazione inutile per l'ambiente e dannosa per la competizione fra le aziende europee e quelle del resto del mondo.

Il turismo traina la crescita
Sul fronte economico interno continuano le notizie positive: l'Italia ha archiviato dati provvisori molto buoni per il terzo trimestre. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, l'incremento si è attestato sulla percentuale del 2,6% e quello raggiunto nel corso dell'anno del 3,9%.
Un grande contributo a questi risultati, per molti versi inattesi, è stato fornito dal turismo, e non solo quello di prossimità: nel corso di quest'anno si sono registrati anche grandi flussi di vacanzieri da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, che hanno colmato le assenze forzate dei turisti russi.
Per questo motivo, la clamorosa scoperta di 24 statue etrusche e romane a San Casciano dei Bagni, oltre a rivelarsi un tesoro inestimabile dal punto di vista culturale, avrà conseguenze molto positive sull'economia italiana. Il nostro “petrolio” è costituito dalla storia e dal patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico che ogni singola area geografica del paese può offrire: la sfida è riuscire a utilizzarlo anche come carburante per una nuova crescita economica.

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