Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.
Nuovo tonfo a Seul
Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.
Rotazione settoriale
Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.
“Nulla è più come prima”
Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.
Intelligenza artificiale energivora
A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.
‘”Effetto Maradona”
Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.
Italiani, sale il tesoretto familiare
Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.
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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
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Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
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Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
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Fuochi artificiali dal risiko bancario
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Una nuova ops riporta alla ribalta il “monopoli” bancario. Dopo le offerte di Unicredit su Banco Bpm e di Montepaschi su Mediobanca, è infatti la volta di Bper, che ha messo nel mirino Banca Popolare di Sondrio. Un istituto tra i meglio gestiti in Italia e, per questo, molto ambito. Si tratta, per la precisione, di un’offerta pubblica di scambio volontaria pari a 4,3 miliardi di euro sulla totalità delle azioni ordinarie dell’istituto valtellinese, con un premio del 6,6%, in nome – almeno secondo Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper – dei “modelli di business coerenti” e della condivisione degli “stessi valori” da parte delle due aziende.
Un “gioco dell’ops” molto lungo. E incerto
Come Banco Bpm (a sua volta impegnato in un’opa su Anima) e Mediobanca, anche Pop Sondrio non gradisce il tentativo di conquista. L’offerta “nel suo insieme è distruttrice di valore ed è ostile” all’istituto di credito, ha sottolineato senza mezzi termini una nota del Comitato per l’autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio, che riunisce piccoli azionisti valtellinesi.
Il comunicato ha evidenziato similitudini con altre ops “da poco lanciate e attualmente in corso”, che rischiano di fare del sistema bancario italiano uno “tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato”.
Pop Sondrio è l’istituto di credito che più a lungo ha resistito all’obbligo di trasformazione in società per azioni introdotto dal governo Renzi per le Popolari: solo a fine 2021, e dopo anni di ricorsi, la banca retica ha approvato obtorto collo la nuova forma sociale. Nonostante questo, l’80% circa delle partecipazioni è ancora in mano ad “azionisti vari”, che potrebbero anche decidere la non adesione all’ops in forza di un legame identitario mai sopito.
Tanto più che, come le operazioni Unicredit-Banco Bpm e Mps-Mediobanca, anche l’ops Bper-Pop Sondrio segue la formula “carta contro carta”, che rende un’eventuale adesione molto meno attrattiva.
Per i “cacciatori”, l’impresa è quindi piuttosto ardua (paradossalmente, il dossier meno difficile è proprio l’ops Bper-Pop Sondrio, a condizione che la banca ducale riesca a dare rassicurazioni concrete al territorio). Ne sentiremo comunque parlare per molti mesi: in Italia, le offerte di acquisto o di scambio innescano in iter molto lungo, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove le operazioni si concludono anche in un paio di settimane,
“Pronto? Chi compra?”
La nuova campagna acquisizioni non si limita al mondo bancario. Voci insistenti parlano di un interesse di Iliad verso Tim. La società francese, divenuta simbolo della telefonia a prezzi economici, proverebbe nuovamente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nostro Paese dopo il flop dell’acquisizione Vodafone Italia, poi entrata in Fastweb (gruppo Swisscom).
Il dossier Tim potrebbe sembrare meno difficile del previsto, grazie ai prezzi modici di una società scorporata dal vero asset dell’ex Telecom, e cioè la rete.
Nella marcia dell’azienda francese verso l’ex monopolista, però, ci sarebbero anche alcuni concorrenti, tra cui Poste Mobile, il cui possibile intervento è visto da qualcuno come un tentativo dello Stato di ostacolare l’arrivo di una proprietà straniera, rientrando parzialmente nell’azionariato di Tim.
La Borsa sale
In questa girandola di tentati M&A, le Borse europee hanno reagito bene, con Milano che ha chiuso la scorsa settimana a 1,6%. Hanno corso, in particolare, Popolare di Sondrio – con un picco positivo venerdì scorso e un parziale ritracciamento da lunedì – e Iveco, che ha chiuso la settimana di oltre il 19% e sta continuando a salire. Il forte incremento della casa torinese è avvenuto dopo l’annuncio di un possibile spin off delle due società del settore difesa (Idv e Astra), a margine della presentazione dei dati 2024, chiuso con risultati migliori del previsto.
Così, un titolo che lo scorso dicembre navigava sui 9 euro ora veleggia oltre i 14. Il business di Iveco nel defence è stato a lungo quasi ignorato dai mercati. Era infatti usuale vedere la società come un’azienda dell’automotive, sottovalutando l’attività del gruppo nella costruzione di veicoli militari e loro componentistica. La Borsa di Milano, in ogni caso, ha nuovamente raggiunto i massimi, sfondando quota 37.000. E le aspettative di taglio tassi ingenerano ottimismo su tutti i listini europei: ci troviamo ancora in un trend positivo, e potrebbe essere il caso di fare un po’ di fine tuning su titoli che saranno favoriti dalla diminuzione del costo del denaro, come utility e petroliferi.
L’oro brilla più che mai
Il taglio dei tassi, naturalmente, ha conseguenze chiare sulle obbligazioni, il cui rendimento è in calo. A non fermarsi è invece l’oro, che contro le previsioni corre verso la quotazione di 3.000 dollari l’oncia.
Il trend dipende dall’esigenza di beni rifugio ma anche dagli acquisti effettuati da Paesi come Cina e Russia, desiderosi di sganciarsi dai circuiti internazionali per sfuggire agli effetti di sanzioni presenti o future.
A dare un ulteriore impulso al “re dei metalli” potrebbe essere l’avvio di un programma pilota in Cina, che darà per la prima volta luce verde alle assicurazioni per l’acquisto di oro. Il progetto ha le potenzialità per liberare miliardi di dollari di investimenti auriferi, in grado di pompare ulteriormente la sua quotazione. Se, per ipotesi, le compagnie assicurative si dotassero di oro per il 5% dei loro investimenti, il metallo potrebbe schizzare persino a 4.000 dollari.
Preoccupa, invece, l’aumento del gas sulla Borsa di Amsterdam, mentre il petrolio resta tranquillo nella fascia bassa di oscillazione.
Porsche a picco
Un venerdì da incubo, invece, per il titolo Porsche, ai minimi dal suo ingresso alla Borsa di Francoforte (2022). E’ infatti bastato un annuncio pessimista, da parte della casa di Stoccarda, sui profitti 2025 per trascinare le azioni a -6,8% (con un valore che è la metà rispetto ai massimi storici). Nel mentre, è stata comunicato il ritorno ai motori a combustione interna, chiaro passo indietro rispetto all’agenda elettrica.
Il decremento delle azioni Porsche rende ulteriormente cristallina la già evidente crisi dell’automotive tedesco. Diversa, invece, la causa dell’arretramento di Tesla, che prosegue dai primi di febbraio: la società di Elon Musk era talmente salita dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana da rendere quasi fisiologico un ritracciamento.
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Borse, navigazione tranquilla. In attesa del sell in May
Lo storno si fa ancora attendere: il trading range delle Borse, con tendenza al rialzo, prosegue il suo andamento. Milano guida ancora i listini europei, spinta dai titoli bancari ringalluzziti dalle aspettative ridotte sul taglio dei tassi. L'incognita è ora rappresentata dall'arrivo di maggio, mese tradizionalmente improntato alle vendite
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I mercati non ne vogliono sapere di scendere. Alla fine della scorsa settimana, le Borse hanno chiuso in guadagno, recuperando quello che avevano lasciato per strada in precedenza e confermando un andamento all'insegna del trading range al rialzo. Mentre tutti i target rivisti sono stati mediamente raggiunti.
Piazza Affari detta (ancora) la linea
Maglia rosa europea è stata, ancora una volta, Piazza Affari, trainata dai titoli finanziari. Il fenomeno, a cui ultimamente abbiamo fatto l'abitudine, dipende dalle aspettative ridotte sui tagli dei tassi, che favoriscono le azioni bancarie massicciamente presenti nell'indice milanese. Ci si chiede ora se il mese di maggio sarà improntato alle vendite, come molto spesso accade. Difficile fare previsioni, anche perché gli utili brillano e le valutazioni non sono care. In un simile contesto, la tradizione del sell in May potrebbe anche non essere rispettata (il condizionale è d'obbligo). Finora, in ogni caso, le azioni sono ancora più convenienti delle obbligazioni che, soprattutto a livello internazionale, stanno offrendo rendimenti mediocri.
Strategia di transizione
In uno scenario di così difficile interpretazione, l'approccio all'azionario non cambia. In questo periodo di transizione non sembra conveniente acquistare i titoli finanziari, che potrebbero essere abbastanza vicini al picco; chi li ha potrebbe però mantenerli, scommettendo magari su nuovi balzi fino al definitivo avvio del taglio dei tassi. Chi vuole acquistare, potrebbe puntare qualche fiche sugli energetici, che attualmente hanno valutazioni più basse del loro valore ma offrono un buon flusso di dividendi, e forse sull'automotive. Per il resto, meglio una strategia di mantenimento o alleggerimento moderato.
Verso le elezioni europee
A proposito di auto, sembra che la transizione energetica e l'agenda "verde" – che insieme all'intelligenza artificiale sono tra i temi centrali del G7 italiano – stiano rallentando. Perché ciò che ispira questa operazione è senza dubbio un obiettivo nobile, ma la sua applicazione è difficile: le tempistiche reali sono più lunghe di quanto si dice e i progetti realizzativi hanno bisogno di molti investimenti. Mentre gli Stati membri di soldi non ne hanno, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha intaccato persino la proverbiale solidità dell'economia tedesca. Anche per questo motivo, l'attuale ritmo imposto alla transizione energetica non potrà che rallentare, anche nel caso in cui Ursula von der Leyen in Europa e Joe Biden negli Stati Uniti fossero confermati dal voto popolare. Se poi dalle scadenze elettorali uscissero una nuova leadership a Palazzo Berlaymont e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'elettrico subirebbe un ulteriore calo di ritmo sulle due sponde dell'Atlantico.
Unione del mercato dei capitali: la ricetta Lagarde
Messo in stand by (per ora) l'argomento tassi, con la mezza promessa di iniziare la discesa a giugno, Christine Lagarde parla d'altro. Più precisamente di un suo vecchio pallino: l'unione del mercato dei capitali, obiettivo per cui ha invocato un cambio di marcia. E di prospettiva. Più nel dettaglio, la presidente Bce ha affermato che per raggiungere l'intento occorre abbandonare l'approccio "dal basso"per passare a quello "dall'alto". Finora, ha affermato Christine Lagarde, si è puntato sui mercati locali e regionali per lasciarsi dietro le spalle le limitazioni tipiche dei contesti nazionali. Ma questa politica "dal basso" ha lasciato settori scoperti a macchia di leopardo e non ha creato l'armonizzazione necessaria nei comparti decisivi – come per esempio la classificazione dei crediti o l’avvio delle procedure di insolvenza, per cui manca una normativa comune. La ricetta Lagarde non è, però, del tutto convincente. Perché spesso gli interventi "dall'alto" hanno dimostrato di non funzionare. Oggi ci troviamo di fronte un'Europa di burocrati – in parte non eletti - che decidono le regole proprio in modalità top down, con un processo di accentramento dei poteri a Bruxelles su cui gli organi democratici degli Stati membri hanno poco da dire. Quanto al mercato unico dei capitali, è fondato il timore è che vada a convogliare il risparmio dei Paesi membri su arene internazionali.
Acquisizione Ita, Lufthansa prova a sbloccare il dossier
Nuovo capitolo nel percorso di acquisizione di Ita Airways da parte di Lufthansa, messo in pausa dalle richieste dell'Antitrust europea. A quanto rivelato dal Corriere della Sera, che si riferisce a fonti Ue, per sbloccare il dossier e ricevere l'agognato via libera dall'autorità di vigilanza la compagnia di bandiera tedesca si dice disposta a cedere 11 coppie di slot da Milano Linate. Una mossa che verrebbe incontro a una delle tre richieste da parte dell'Antitrust europea, che ha puntato il faro proprio sul city airport milanese (oltre che sui voli brevi e su quelli intercontinentali – operazione, quest'ultima, che coinvolgerebbe anche United Airlines e altri partner di Star Alliance).
Evidentemente, Lufthansa e Ita Airways ritengono che la rinuncia ai 22 voli dall'aeroporto Forlanini possa rappresentare un buon compromesso per trovare un punto di incontro con l'authority. E decisamente sembra davvero esserlo. Dopo l'avvio della linea metropolitana 4, che ora lo collega in pochi minuti al centro di Milano, Linate è diventato l'aeroporto più gettonato d'Europa, proprio per la vicinanza alla città. Per questo motivo, la proposta è un grande sacrificio accettato dalle due compagnie di bandiera pur di riavviare il percorso verso l'aggregazione ed evitare la bocciatura del progetto. Il match tra la compagnia tedesca e l'Antitrust europeo dà comunque l'impressione di doversi concludere senza vincitori. Il piano di fusione non può essere fermato: per questo motivo, le due parti finiranno di trovare un compromesso. Se ne saprà di più il prossimo 13 giugno, data in cui è stata rinviata la decisione delle autorità europee, curiosamente poco dopo la scadenza elettorale.
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Le previsioni per il nuovo anno
Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.
Questo pazzo, pazzo 2023
Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.
Tassi, presto la discesa
E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.
Banche, il rally non è concluso
Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.
Obbligazioni, rendimenti in calo
Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere. Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.
Le incognite geopolitiche
Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americana. L'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.
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Poche sorprese sotto l'albero
Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.
Condizioni stazionarie
Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.
Previsioni contrastanti
Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.
Il punto sulle obbligazioni
Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.
Pnrr: siamo davvero in ritardo?
Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.
Più aziende vulnerabili
Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.
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Rating, nessuna sorpresa: S&P conferma valutazione e outlook
Come ampiamente previsto, l'agenzia ha ribadito il “voto” assegnato all'Italia e le previsioni sulla nostra economia nei prossimi mesi. Mentre la Borsa, in linea con gli altri listini europei, flette ma tiene, nonostante la situazione geopolitica, i tassi elevati e i costi della transizione energetica
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo primo esame post-manovra, S&P ha confermato il rating dell'Italia (BBB/A-2) e l'outlook stabile del Paese. Le preoccupazioni che avevano creato nervosismo in Borsa si sono dunque rivelate esagerate, mentre le tensioni sullo spread si sono temporaneamente allentate, portando il valore sotto quota 200. Unica nota stonata, le previsioni negative di crescita, che però erano ampiamente nei numeri, anticipati dal Def del governo.
L'idra a tre teste
Nessuna sorpresa, dunque. Che ci sia un rallentamento in atto dell'economia italiana (e non solo) è ampiamente sotto gli occhi di tutti, così come i timori che i numeri possano peggiorare ulteriormente a causa di una specie di “idra a tre teste” che incombe implacabilmente: il combinato disposto tra i conflitti in atto, i tassi di interesse ancora elevati e le strategie discutibili con cui viene condotta la transizione energetica, che possono distruggere il sistema industriale europeo. In presenza di questi rischi, questi, una crisi finanziaria sarebbe molto pericolosa. S&P ha quindi tracciato una linea per molti versi già scritta, dotandosi di un sano buon senso. D'altra parte, a fine anno l'Italia chiuderà con un deficit pari a quello francese e minore rispetto a quello americano. Piu preoccupante sembra il rifinanziamento del debito pubblico, che con i tassi di interesse così alti, provocherà costi supplementari per 10 miliardi di euro. Occorrerà ovviamente tenere sotto controllo la situazione economica europea, che peggiora abbastanza velocemente, con il calo peggiore del Pmi Flash da tre anni a questa parte (da 47,2 punti a 46,5). D'altra parte, però, scende altrettanto rapidamente anche l'inflazione, pari al 5% se calcoliamo gli ultimi 12 mesi, ma nel breve è molto più bassa - forse già al 3%.
La Borsa tiene. Nonostante tutto
E la Borsa? La Borsa, tutto sommato, tiene. Nonostante il nervosismo dovuto all'attesa dei rating (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – verrebbe da dire) e ai tre elementi appena citati che rischiano di destabilizzare l'economia, le flessioni degli indici denotano ancora una situazione di trading range. Milano ha quindi chiuso la settimana a -1,40%, in linea con gli altri listini europei, ma ha poi recuperato lunedì e ora sta attendendo con un certo nervosismo la comunicazione dei risultati delle bigtech Usa. I movimenti sono dunque marginali, in un contesto leggermente ribassista – il che, vogliamo ribadirlo, evidenzia una tenuta non scontata, dato il quadro internazionale che conosciamo fin troppo bene. A preoccupare, invece, sono le obbligazioni, il cui mercato nell'ultimo mese ha perso moltissimo. Già a settembre le azioni hanno sovraperformato i bond e, in questo particolare periodo, l'equity offre più protezione rispetto al mercato obbligazionario. Detto questo, la discesa dei tassi (che, se lo augurano tutti, potrebbe partire già nel corso del primo trimestre 2024) tornerà a restituire qualche rendimento agli investitori.
Banche centrali a un bivio
I tassi potrebbero quindi scendere entro sei mesi. Ma prima di calare, devono fermare la loro avanzata. Quali sono le posizioni delle banche centrali su questo tema? In Europa, i gestori scommettono almeno su una pausa ai rialzi, mentre Christine Lagarde si produce in dichiarazioni scontate stile maestrina (“se ognuno svolgerà il suo compito, la situazione migliorerà”: ma dai?). Il suo “collega” americano Jerome Powell torna invece a pronunciare dichiarazioni da “falco”, non escludendo nuovi aumenti dei tassi. Eppure, negli Stati Uniti, l'inflazione è abbastanza sotto controllo, e soprattutto è molto più determinata da condizioni interne rispetto a quella europea. L'eccesso di spesa pubblica su cui ha puntato l'amministrazione Biden rischia di far esplodere il debito pubblico, e per rifinanziarlo ed evitare il blocco di tutte le attività ci sono voluti interventi in extremis del Congresso. E' lecito ritenere che, se le agenzie di rating utilizzassero per gli Stati Uniti lo stesso metro di giudizio utilizzato per i Paesi europei, ne vedremmo delle belle, poiché (un dato su tutti) gli squilibri della bilancia commerciale Usa pongono Washington al di sotto del livello italiano. Una peculiarità dell'inflazione americana è anche la sua diversificazione a macchia di leopardo: negli Stati a più bassi impatti fiscali (soprattutto a guida repubblicana, ma non solo) l'afflusso di aziende provenienti dalla California o da New York rendono la situazione economica più florida. E l'inflazione più bassa.
Petrolio, su l'asticella
In questa situazione, il petrolio ha fatto il salto: se, fino alla scorsa estate, il valore di riferimento era compreso nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile, ora si è spostato sull'intervallo 80-90, con puntate oltre questa quota. Il (voluto) taglio della produzione, spinto da Arabia Saudita e Russia prima, e le (inattese) conseguenze della guerra in Medio Oriente poi hanno reso inevitabile il salto. Tuttavia, questa settimana il valore del greggio ha subìto una contrazione rispetto a quella da poco trascorsa. I Paesi produttori sanno bene che non si può tirare troppo la corda, altrimenti si spezza: non è interesse di nessuno sfondare il muro dei 95 dollari in un periodo contraddistinto dalla recessione mondiale. Si rischierebbe un calo drastico della domanda e, alla fine, ci perderebbero anche i Paesi Opec+. Soprattutto in un periodo di innalzamento del prezzo del gas, ormai abbastanza stabile su quota 50 euro al Ttf di Amsterdam. Inspiegabilmente, considerata l'attuale forza del dollaro, è salito anche l'oro, tornato ad abbattere la soglia psicologica dei 2.000 dollari. La performance, che fa il paio con il raid oltre 32.000 dollari del bitcoin, si spiega forse con la ricerca di investimenti alternativi in presenza di un'inflazione ancora problematica: quando il costo del denaro tornerà a livelli di guardia, per il metallo giallo ci saranno probabilmente pochi margini.
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Primo warning dai mercati
Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.
Previsioni difficili
Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.
Obbligazioni, Btp e Gilt
Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.
Tassi, scarsi margini di manovra
Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.
Brics, sfida al dollaro
Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.
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Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”
Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.
Nuovo rischio dal petrolio
L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
La Cina è vicina
C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.
Le obbligazioni spingono il pil
Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.
Inflazione Usa, dati non del tutto positivi
Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6% e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.
Londra, la crisi continua
Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.
Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico
Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.
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