Borse già orientate alle sfide del 2025
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
In Borsa gli scambi iniziano a rallentare, come di solito succede a metà dicembre. Gli investitori stanno cercando di prevedere le linee guida del 2025, anno che si preannuncia molto particolare e che sarà sicuramente influenzato dall’ingresso in carica dell’amministrazione Trump. Occhi puntati soprattutto sulla guerra russo-ucraina: se il presidente americano eletto riuscisse nell’intento di favorire la pace, o almeno una tregua fra i due Paesi, a beneficiarne sarebbe l’Europa, la cui economia, attualmente in grave difficoltà, potrebbe trovare un certo sollievo. La strategia di Trump è abbastanza chiara: concentrarsi sulla Cina e cercare, mediante un cambiamento di rapporti tra Stati Uniti e Russia, di allentare i rapporti tra Mosca e Pechino, che si sono riavvicinati dopo decenni di gelo a causa delle sanzioni occidentali contro Putin.
Francia in bilico
Dal 2 gennaio in poi inizieremo a intravedere l’intonazione generale dei mercati e le loro aspettative per un anno che, come detto, sarà molto importante dal punto di vista geopolitico. Prima di allora, assisteremo a una chiusura molto positiva per le Borse, nonostante le crescenti difficoltà dei Paesi leader europei. A iniziare dalla Germania, che dopo la sfiducia al governo Scholz andrà alle urne il prossimo febbraio. Per proseguire con la Francia, il cui presidente Emmanuel Macron ha cercato ancora una volta di dar vita a un governo centrista, affidandone la guida all’esperto François Bayrou, mentore dell’inquilino dell’Eliseo, anche se spesso critico nei suoi confronti. Il primo ministro incaricato non ha nascosto la complessità del suo mandato: senza alcuna remora, Bayrou ha affermato che “le chances di incontrare delle difficoltà solo molto maggiori rispetto a quelle di avere successo”, paragonando la sua sfida a un “Himalaya” da scalare. Due le montagne evidenziate da Bayrou: in primo luogo i problemi di “bilancio”; poi le questioni politiche, con la “disgregazione della società”. Concentrandoci sulle questioni economiche, la Francia è in disavanzo primario, con un debito pubblico che continua a crescere e una situazione sottolineata anche da Moody’s, con un declassamento al rating di Aa3 e la possibilità concreta di un indebolimento delle finanze pubbliche. Un rischio, questo, che spaventerebbe qualsiasi primo ministro incaricato, anche se non dovessero sussistere i problemi politici che invece sono ben presenti oltralpe.
Aumento dei salari, l’appello di Draghi…
Il problema della sostenibilità del debito, che sta mettendo in difficoltà la Francia, è stato evidenziato anche da Mario Draghi proprio a Parigi, nel corso del simposio annuale del Centre for Economic Policy Research. Finora, ha detto l’ex presidente della Bce, ci si è basati “sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi”. Una formula che “non sembra più sostenibile”. In altri termini, l’ex presidente della Bce ha riconosciuto che l’Unione Europea non può vivere solo di export, né di delocalizzazione, ma deve creare una domanda intensa. E l’unico modo per farlo è alzare gli stipendi, che (l’Italia ne sa qualcosa) sono sempre più bassi rispetto al costo della vita. Draghi ha esortato l’Ue anche a emettere debito congiunto in grado, secondo la sua analisi, di “creare uno spazio fiscale aggiuntivo da utilizzare per limitare i periodi di crescita inferiore al potenziale”. L’ex banchiere centrale ha comunque ammonito: o si cambia, o la stagnazione proseguirà a frenare l’economia Ue. “Se l’Unione Europea prosegue con il tasso medio di crescita della produttività del lavoro che registra dal 2015, dato che le nostre società invecchiano, tra 25 anni l’economia avrà le stesse dimensioni di oggi”. Mentre, è facile aggiungere, nel resto del mondo il prodotto interno lordo crescerà, riducendo ancora di più il ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale.
… e di Trump
Non è solo Mario Draghi a consigliare un rialzo dei salari. Perché anche Donald Trump, in un’intervista a Cnbc, ha battuto sullo stesso tasto, caldeggiando appunto una crescita degli stipendi, soprattutto quelli più bassi, affinché “le persone si sveglino alla mattina entusiaste di lavorare e di guadagnare bene”. Il presidente eletto ha combinato questa ricetta – che, se applicata, potrebbe dare stimoli a un’economia comunque molto più in salute rispetto a quella europea – ai punti distintivi della sua campagna elettorale, ripetuti pari pari nell’intervista post-elezioni. Primo tra tutti il taglio delle tasse, che secondo i piani della nuova amministrazione americana dovrebbero scendere al 15% per le imprese che producono negli Usa. E poi l’impegno nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute, argomento che ha affascinato The Donald in tempi recenti.
Il futuro delle criptovalute
Evidentemente – contro il volere e il parere di molti – le criptovalute sono entrate in una nuova fase: dopo il grande balzo in avanti, le monete virtuali saranno probabilmente oggetto di investimenti statali, mentre, incassato il successo degli Etf dedicati, i bitcoin entrano nel Nasdaq con Microstrategy, impresa che ne ha 420.000 in tesoreria. L’andamento dei bitcoin potrebbe salire ancora, e ancora, anche se queste dinamiche al rialzo possono sempre nascondere un rischio di bolla e di successivo crollo. I prossimi, probabili aumenti potrebbero dipendere anche (se non soprattutto) dalle limitazioni del protocollo bitcoin, che è stato impostato per emettere 21 milioni di unità, e non uno in più. Per carità: secondo le previsioni non si metterà la parola fine fino al prossimo secolo. Tuttavia, ogni quattro anni l’emissione dimezza, creando una situazione in cui c’è sempre più domanda e sempre meno offerta, con esiti imprevedibili. Tutto questo a meno che si decida di introdurre un nuovo protocollo, cambiando in corsa le regole stabilite dal fantomatico Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro cui si nasconde l’inventore dei bitcoin.
Il maxi-taglio della Bns
Sul fronte della politica monetaria, la Bce ha tagliato i tassi dello 0,25%, proseguendo il trend molto sparagnino che dovrebbe portare l’Eurotower a calare di un ulteriore 2% complessivo entro la fine del prossimo anno. Ha invece destato scalpore il maxi-taglio della Banca Nazionale Svizzera, che ha abbattuto il costo del denaro dello 0,50%. Tra i motivi dell’operazione, il tentativo di arrestare l’ascesa del franco, che però rimane molto alto rispetto al dollaro e soprattutto all’euro. La scarsità di monete in giro e l’altissima richiesta di valuta elvetica rendono vani i tentativi di tornare almeno alla parità con la moneta europea, in passato vista come un rischio e oggi vagheggiata come una chimera. Probabilmente il trend al rialzo del franco proseguirà, a meno che una difficile stabilizzazione dell’economia Ue non porti gli investitori di tutto il mondo ad alleggerirsi sul fronte dei beni rifugio.
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Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.
Europa in controtendenza
Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.
Tassi: ultimo taglio Fed?
Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.
Petrolio in calo
Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.
Ita-Lufthansa, salvataggio in corner
Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.
La crisi del settore auto penalizza le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana positiva, le Borse europee hanno subito un arretramento, anche se il trend resta moderatamente rialzista. A penalizzare i listini del nostro continente è soprattutto la crisi del settore automobilistico. Nelle ultime quattro settimane è stata lanciata una serie progressiva di profit warning da varie case europee: dapprima le tedesche (Volkswagen, Bmw e Mercedes), poi Aston Martin e Stellantis. Con un impatto negativo sui mercati.
Inchiodata per l’automotive
A causare il passo indietro di Piazza Affari è stato il gruppo olandese, che dopo aver rivisto le stime di profitto per l’anno in corso ha perso oltre il 14% in un giorno. Una crisi che non è certo imprevista: negli ultimi mesi, il gruppo ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione, da poco meno di 70 miliardi a circa 35. Tutto questo mentre, come abbiamo già ripetuto in precedenza, Bruxelles sembra fare orecchie da mercante, incurante delle migliaia di posti di lavoro che rischiano di andare in fumo. Come abbiamo ricordato la scorsa settimana, il passaggio all’elettrico non piace agli automobilisti (anzi: il 30% di chi ha comprato una e-car non ripeterebbe la scelta), mentre per timore di nuove restrizioni all’endotermico c’è freddezza anche rispetto all’acquisto di auto tradizionali. Auto che, tra l’altro, Stati Uniti, Cina e India continueranno a produrre, vanificando lo sforzo europeo. Per questi motivi è lecito sperare che Germania e Francia si uniscano all’Italia nel chiedere alle istituzioni comunitarie un rinvio delle misure che obbligano lo stop alla produzione di auto endotermiche nel 2035. Perché Bruxelles, senza stimoli esterni, non ha nessuna intenzione di frenare, come dimostra anche la normativa (tra l’altro molto arruffata e confusionaria) sullo stop alle caldaie a gas. In questo caso, a indebolire la posizione dell’Europa è la scelta autonoma della Germania, che è stata spinta a cambiare registro dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Oltre che, naturalmente, dai recenti risultati elettorali di tre Länder, che hanno visto il voto di protesta incanalarsi in direzione dell’ultradestra e della sinistra radicale, mentre i verdi sono letteralmente crollati.
Non va di lusso
Oltre ai risultati choc del settore automobilistico europeo c’è un altro comparto che non se la passa troppo bene: quello del lusso. Il downgrade da neutral a sell di Bank of America e Goldman Sachs nei confronti di Kering (soprattutto a causa della sottoperformance del suo marchio Gucci) ha contribuito a spingere l’haute couture nei bassifondi delle Borse. E’ stata quindi vanificata l’ottima performance ottenuta dal settore la scorsa settimana, causata dagli interventi del governo cinese per stimolare l’economia locale e dall’operazione che ha coinvolto Lvmh e Double R. Operazione con cui Moët Hennessy Louis Vuitton acquisterà il 10% della seconda società, che controlla il 15,8% di Moncler (e arriverà a un massimo di 18,5% in circa 18 mesi, mentre Lvmh salirà a non oltre il 22% della stessa Double R). L’operazione aveva dato fiato al settore, che ora però è tornato in difficoltà. Un gigante dai piedi d’argilla, si potrebbe dire, perché pur rimanendo a multipli elevati è penalizzato dal timore di un rallentamento economico e quindi anche dei consumi. Sempre meno persone possono permettersi gli abiti esposti in via Montenapoleone o in via della Spiga: si potrebbe dire che i prezzi sono attualmente inaccessibili a oltre il 99% della popolazione. Sembra quindi che una parte importante della speranza di sopravvivenza del comparto arrivi da Paesi extraeuropei, soprattutto dalla Cina.
Investire, ma con prudenza
Investire sul lusso dopo una simile correzione verso il basso può rappresentare una scelta praticabile, anche se occorre comunque muoversi con i piedi di piombo: la chiave di tutto è l’Asia, da cui dipende buona parte delle quotazioni delle aziende del settore. Sempre con molta cautela è possibile anche guardarsi in giro nei titoli automotive. Magari aspettando ancora un po’ a entrare: le azioni di questo comparto potrebbero perdere ancora, fino al 30%.
Juventus, bilancio in rosso
Non se la passa bene neppure la Juventus che, pur stazionando nelle parti alte della classifica di serie A, ha comunicato una perdita di 199,2 milioni che emerge dal progetto di bilancio approvato dalla società bianconera. A pesare sull’esercizio, in rosso per la settima volta di fila, è soprattutto la mancata partecipazione alle competizioni europee, decisa dall’Uefa a causa delle note irregolarità contabili. I dati in perdita erano ampiamente prevedibili. Ora vedremo che cosa succederà in ambito internazionale. Perché la Juventus ha sottoscritto un accordo con l’Uefa, che la impegna a non superare, nel triennio che si chiuderà nella stagione 2025/26, un deficit aggregato pari a 60 milioni, con la possibilità, a certe condizioni, di aumentarlo fino a 10 milioni l’anno. Se la società calcistica non raggiungerà i numeri target potrà subire la limitazione del numero di giocatori nelle liste Uefa (da 25 a 23), l’impossibilità di inserirvi nuovi calciatori oppure l’esclusione dalle coppe europee dell’anno seguente. Per questo motivo, è pressoché scontato che si verifichi un aumento di capitale da parte di Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e azionista di maggioranza della Juve. Vedremo poi se le autorità sportive si sposteranno su una situazione di maggior intransigenza sul fronte del fair play finanziario, in un periodo in cui sotto i riflettori c’è anche il Manchester City, processato in patria per motivi legati ai bilanci. La squadra allenata da Pep Guardiola potrebbe rischiare una penalizzazione in campionato (come già avvenuto per Everton e Tottenham) o addirittura la retrocessione, con conseguente addio alle coppe europee per un minimo di due anni.
Unicredit cresce in Germania
Sul fronte bancario, Unicredit ha rilevato una partecipazione del 21% in Commerzbank e sta provando a ottenere il nulla osta per salire ulteriormente (al 29,9%, limite oltre il quale scatterebbe l’obbligo di opa). L’operazione accresce la presenza della banca milanese in Germania, a quasi 20 anni dall’acquisizione di Hypovereinsbank. La strategia tedesca, su cui il gruppo bancario di Piazza Gae Aulenti ha puntato per l’evidente impossibilità di crescere per linee esterne in Italia, ha suscitato reazioni divergenti in Germania: mentre dal ministero delle Finanze si è levata una voce favorevole, il cancelliere Olaf Scholz ha espresso il timore di scalate ostili, mentre dall’interno della banca si teme che, nel caso in cui avvenga un’acquisizione, si verifichi una riduzione del personale. Favorevole invece Christine Lagarde: la presidente della Banca Centrale Europea, pur non citando il caso singolo, ha giudicato positivamente le fusioni transnazionali, per creare giganti europei in grado di competere con le banche del resto del mondo.
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Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati
Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.
Il monito di Draghi
Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.
Germania in crisi
Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.
Rischio effetto domino
La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.
Bene il dollaro, la sterlina soffre
In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.
Ottobre, riparte il Btp Valore
In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.
Deutsche Bank, allarme quasi rientrato
La scorsa settimana, il rimborso di un'obbligazione subordinata ha scatenato la tempesta che ha fatto crollare il titolo del gruppo tedesco. Ma i requisiti patrimoniali dell'istituto di credito e il peso politico della Germania dovrebbero rivelarsi sufficienti per difenderlo dalle speculazioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo le banche americane e il Credit Suisse, la crisi sistemica ha messo nel mirino Deutsche Bank, bersagliato a fine settimana dalle vendite a pioggia in Borsa. In questo caso, a scatenare le orde di speculatori è stata la decisione, da parte del colosso tedesco, di rimborsare in anticipo un bond subordinato di secondo livello da 1,5 miliardi di euro, che aveva scadenza nel 2028.
L'operazione è stata letta come un segnale di paura da parte della banca, dovuta all'improvvisa sfiducia sul mercato dei CoCo, innescata dalla clamorosa decisione che ha scaricato gli obbligazionisti di Credit Suisse, salvando nel contempo gli azionisti. Tanto più che Deutsche Bank, pur soddisfacendo senza alcun problema i requisiti minimi di patrimonio, ha in pancia parecchi derivati e titoli illiquidi. L'attacco speculativo ha prodotto il picco dei credit default swap a quota 203 e il successivo crollo delle azioni sulla Borsa di Francoforte. Tuttavia, alla riapertura dei listini dopo il fine settimana, il titolo di Deutsche Bank ha rimbalzato di circa il 6%, prestando ascolto alle rassicurazioni espresse dal cancelliere Olaf Scholz nel pieno della tempesta. E trascinando le borse europee nuovamente in territorio positivo.
Ruolo centrale
Le paure non si sono ancora del tutto dileguate, ma sembra lecito un certo ottimismo. In primo luogo, come già anticipato, i requisiti patrimoniali della banca sono abbondantemente superiori al limite minimo. Poi occorre sottolineare il peso politico della Germania e il ruolo centrale rivestito da Deutsche Bank nella sua economia, che la rende più difficile da colpire, nonostante problemi passati, derivati e . Da una crisi seria del più importante istituto tedesco potrebbero derivare minacce all'Europa (e alla sua moneta) almeno pari a quelle provenienti dai debiti sovrani. In altri termini, se salta Deutsche Bank rischia di saltare l'euro. E questa evenienza, naturalmente, deve essere evitata a tutti i costi. Il board della Bce, è vero, non è più quello improntato al whatever it takes, e ha dimostrato di non saper cogliere l'emergenza, proseguendo imperterrito nel suo rialzo dei tassi. Ma esiste una linea rossa che – confidiamo – non potrà essere superata. Anche perché fermare gli attacchi a una banca, nel caso in cui i suoi requisiti patrimoniali siano buoni, non è così proibitivo: nel caso in cui i fondi speculativi americani provassero una nuova campagna contro Deutsche Bank, alla Bce basterebbe acquistare obbligazioni subordinate per rimarginare l'attacco.
Caos CoCo
Detto questo, non si può negare che la risoluzione del caso Credit Suisse, con il salvataggio degli azionisti e l'abbandono del CoCo, abbia causato parecchi problemi, mettendo a rischio una parte del settore obbligazionario. È stato creato un precedente che preoccupa un numero molto grande di investitori e rischia di mettere in ginocchio un mercato. E di creare grossi problemi a qualsiasi banca che decida – come ha fatto Deutsche Bank – di liquidare obbligazioni subordinate in anticipo. Oltre a questo, come era prevedibile, il sovvertimento della normale gerarchia ha causato valanghe di cause contro il Credit Suisse; il vortice di controversie si unisce al chiaro imbarazzo sul fronte Antitrust, che ha creato un colosso capace di coprire il 75% del mercato svizzero. Una quota che fino a 20 anni fa era divisa fra tre banche, ridotte a due dopo la fusione inversa con cui Sbs ha acquistato Ubs, assumendone poi il nome, e a una dopo la crisi Cs. Intendiamoci bene: il Credit Suisse doveva essere salvato, e Banca Nazionale, Finma e Consiglio Federale hanno concluso un'operazione in tempi davvero rapidissimi. Tuttavia, la nazionalizzazione della banca si sarebbe probabilmente rivelata una soluzione migliore. La pensano così i cittadini svizzeri, che in un sondaggio hanno bocciato la mega-fusione, timorosi che la garanzia statale possa gravare sulle loro tasche. La pensano così, lo ripetiamo, anche quegli obbligazionisti che (cause permettendo) si ritroveranno con un pugno di mosche. Tutto questo mentre anche tra gli azionisti serpeggia un certo malumore – in questo caso, però, non contro le istituzioni svizzere, ma nei confronti di Ammar Al Khudairy, presidente di Saudi National Bank (primo azionista del Credit Suisse), che con le sue incaute dichiarazioni ha involontariamente dato il la all'attacco speculativo, causando perdite milionarie. Non per niente Al Khudairy ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica, motivandole con non precisati “motivi personali”.
Banche, opportunità di investimento
Più in generale, la crisi bancaria e i timori di recessione globale hanno causato flessioni nei mercati finanziari, che però sono riusciti a rimbalzare dopo il week end. L'orso ha coinvolto soprattutto l'Europa, che ha chiuso due settimane in rosso, mentre le Borse Usa sono cresciute nonostante le criticità delle banche locali. Osservando i trend a più largo raggio, si osserva che la flessione di fine marzo, caratterizzata dall'attuale sentimento negativo, non intacca un trimestre all'insegna di una lunga cavalcata dei mercati, ma ne è (almeno in parte) una normale reazione. Meglio quindi non enfatizzare le flessioni attuali, anche considerando che il mese di marzo chiude tradizionalmente in calo. Un calo che invece fa di questi giorni il momento giusto per entrare nel mercato, soprattutto per quanto riguarda i titoli bancari. La situazione attuale rende particolarmente appetibili gli investimenti nel settore creditizio, che ha subito perdite importanti negli ultimi dieci giorni. Oggi, essere in possesso di un portafoglio equity di banche potrebbe rappresentare un’opportunità. Naturalmente occorre, come di consueto, saper gestire i nervi e la volatilità, oltre che il rischio recessione. Ma questi, è persino inutile ricordarlo, sono pericoli legati a ogni investimento, soprattutto in un periodo caratterizzato dal rialzo continuo dei tassi. Rischio economico a parte, la solidità e la validità del mercato bancario non sono in discussione e i cali degli ultimi giorni preannunciano nuovi rimbalzi nel prossimo futuro, facendo delle azioni del settore un'ottima opportunità di acquisto. Soprattutto in vista delle trimestrali, che a quanto ci si aspetta, saranno di ottimo livello.
Fed: fine dei rialzi?
Un ottimo traino per un nuovo rimbalzo, oltre alle trimestrali delle banche, potrebbe essere costituito dalla possibile fine del ciclo di rialzo da parte della Federal Reserve. Non è infatti escluso che il ritocco “dimezzato” di marzo (25 punti invece di 50) costituisca l'ultimo intervento dell'istituto centrale americano. Il rialzo è stato veloce e violento, e solo ora vediamo gli effetti sull'inflazione. Che, con il costo del denaro a 5,25%, è ormai sotto controllo e in discesa.
Ora destano curiosità le prossime mosse della Bce, anche in virtù del continuo calo del prezzo del gas, ormai a un passo da quota 40. Vedremo anche come influirà sui costi delle materie prime la battaglia sui nuovi carburanti delle automobili, che ha parzialmente corretto il passaggio tout court all'elettrico, affiancandogli, appunto, le nuove “benzine ecologiche”.
Finora, l'Europa ha puntato sull'e-fuel (sintetico) escludendo i biocarburanti, il cui uso era caldeggiato dall'Italia e che si basano su materiali naturali (scarti e biomasse). Non si comprende il motivo di questa limitazione, se non accontentare la Germania e salvare, almeno in parte, l'agenda 2035. Tuttavia, sebbene più ecologiche dell'elettrico – problematico sia per i problemi di smaltimento, sia per il possibile utilizzo di centrali a carbone per produrre il surplus energetico – queste “nuove benzine” non sono esenti da problemi: gli e-fuel sono ancora molto costosi, mentre i biocarburanti dipendono dai rischi del settore agricolo, soprattutto se la siccità affliggerà i nostri campi con maggiore frequenza.
Beni rifugio: esistono ancora?
Intanto, si torna a parlare di beni rifugio. Ma, almeno nell'accezione classica, questa categoria non esiste più. L'oro è ormai troppo volatile, e finora non è mai riuscito a stabilirsi oltre quota 2.000 dollari, vera e propria soglia psicologica per il metallo giallo; di contro, un'eventuale flessione a 1.910 dollari potrebbe innescare un rischio ribassista.
Il franco svizzero ha resistito molto bene alle maxigaranzie pubbliche per la fusione Ubs-Credit Suisse, ma le pressioni sono comunque molto forti, e la possibilità di un arretramento non è poi così peregrina. Qualcuno ha addirittura inserito fra i nuovi beni rifugio il bitcoin, sottolineandone la performance (+40%) innescata dalla crisi bancaria. Una vera assurdità: se le criptovalute, che sono tra gli asset più rischiosi in assoluto, vengono definiti “beni rifugio”, questa categoria non ha davvero più senso di esistere. Piuttosto, dalla crescita di questi investimenti traspare il pessimismo di quella parte di investitori che teme nuovi sviluppi dalla crisi bancaria.
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L'immobilismo europeo e lo “strappo” tedesco
Il rialzo dei prezzi del gas fa paura da almeno un anno e dallo scorso marzo è fuori controllo. Tuttavia, le autorità comunitarie continuano a discutere e rinviare la ricerca di soluzioni sempre più urgenti. E Berlino decide di fare da sola, mettendo sul piatto 200 miliardi per salvare la sua economia. Intanto, i mercati archiviano i peggiori primi nove mesi dell'anno dal 1974
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le prime “bollette pazze” stanno raggiungendo anche le famiglie, dopo aver già spaventato le aziende. Alcune delle quali hanno già chiuso: ultima vittima sono i Caroli Hotels, catena di alberghi che dal 1966 ospitano viaggiatori e vacanzieri a Gallipoli e Santa Maria di Leuca, nel Salento: il gruppo alberghiero ha annunciato che chiuderà a causa dell'insostenibilità dei costi energetici (500.000 euro), lasciando 275 lavoratori sulla strada. Il problema è esteso, a macchia di leopardo, a gran parte dell'Ue. Eppure, i decisori continuano a parlare, argomentare, procrastinare. Ultimo rinvio, quello del piano d'azione della Commissione Ue sull'energia, la cui discussione era prevista per lunedì 3 ottobre, nel corso della riunione dei commissari europei, e che invece è stata rimandata “almeno” dopo il vertice informale dei leader europei previsto a Praga.
Fermi da un anno
A furia di rinvii, è ormai da un anno che si parla di rincaro di gas ed energia, ed è dallo scorso marzo che il problema ha iniziato ad aggravarsi con progressione geometrica. Ma a livello istituzionale europeo siamo ancora al punto di partenza: chi dovrebbe risolvere i problemi, o almeno affrontarli, continua a creare appuntamenti, a cui seguono nuovi meeting che a loro volta rimandano a ulteriori riunioni. Uno scenario degno del Castello di Kafka. Già spuntano i primi interventi improntati alla rassegnazione – come quello di Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese. Con un laconico “non si torna indietro”, l'influente membro del governo di Parigi ha sostenuto la natura strutturale – e non provvisoria – del prezzo del gas, ma anche di quello del petrolio, messo sotto pressione dai possibili tagli alla produzione da parte dell'Opec+. Insomma: l'Europa latita o si arrende. Mentre le uniche operazioni per alleviare i guai causati dai rincari sono state introdotte dagli stati nazionali. Prima da Spagna e Portogallo, che hanno fissato autonomamente un tetto con il placet di Bruxelles. E ora, pochi giorni fa, dalla Germania che, pur in ritardo, ha capito che l'inerzia dimostrata dalla Commissione Europea in questi mesi può portare l'economia europea alla catastrofe: saltando a pié pari l'Ue, Berlino ha quindi messo sul piatto 200 miliardi di euro. La decisione – tra l'altro presa da un paese non certo collaborativo negli sforzi per una soluzione condivisa - ha fatto capire che l'Europa, vista come la vagheggiavamo, non esiste più. E forse non è mai esistita.
Scelta obbligata
A questo punto, il cancelliere Olaf Scholz non aveva scelta: o intervenire subito, o far saltare completamente il sistema industriale tedesco. Proprio come sta saltando il sistema industriale italiano. Importare alle nostre latitudini un'operazione simile a quella del governo tedesco sarebbe più difficile, data l'entità del debito pubblico e le enormi pressioni che può esercitare Bruxelles su di noi. Ma probabilmente, se l'Europa proseguisse nei rinvii ad libitum, potrebbe rivelarsi l'unica soluzione praticabile per evitare il peggio: se chiudono le aziende, chiude il Paese. E il “jolly europeo” ce lo siamo già giocato: nonostante la reputazione a livello internazionale del premier uscente Mario Draghi, in questi mesi non è stata trovata una misura in grado di contrastare le conseguenze reali dell’aumento del prezzo del gas, pertanto sarà compito del nuovo governo riuscire a trovare una soluzione. Ora le uniche, flebili speranze concrete di una soluzione condivisa risiedono nel parere favorevole espresso dalla Germania a una riforma della Borsa di Amsterdam, in cui viene determinato il prezzo del metano. Proposta, questa, avanzata dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che punta ad ancorare il costo del metano alle tariffe internazionali, piuttosto che a quelle olandesi, molto più onerose. Paradossalmente, un aiuto (ma più a lungo termine) potrebbe arrivare anche dal referendum annunciato dal governo ungherese sulle sanzioni russe, se davvero si terrà. Ma si sospetta che la minaccia di una consultazione popolare possa essere utilizzata da Budapest come “merce di scambio” per evitare misure penalizzanti da parte dell'Ue nei confronti dell'Ungheria.
Truss e Kwarteng, parziale retromarcia
A fare una retromarcia molto decisa sono stati, invece, la premier britannica Liz Truss e il cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng. Pressati dal crollo della sterlina, dalle reazioni dei mercati, dall'inflazione alle stelle e dalle pressioni dello stesso Partito Conservatore - che i sondaggi danno al minimo storico come gradimento - il governo di Londra ha rinunciato al taglio dell'aliquota fiscale del 45%. È chiaro che la misura serve a calmare la burrasca che rischiava di portare la sterlina sotto il dollaro e l'euro. E che avrebbe avuto ripercussioni sull'esecutivo, dato che si parlava di un possibile ritorno di Boris Johnson al timone. È però altrettanto chiaro che la retromarcia è parziale. A essere archiviato è solo il taglio dell'aliquota del 45% - tutte le altre misure restano intatte, sul tappeto. E saranno introdotte, a meno di un nuovo tonfo della sterlina.
Rimbalzo delle Borse: sarà vera gloria?
Non dipende però dalla marcia indietro del governo inglese il rimbalzo delle Borse a cui abbiamo assistito a inizio ottobre. Semplicemente, è una normale reazione ai ribassi record fatti registrare nei primi nove mesi di quest'anno, i peggiori dallo stesso periodo del 1974. Anno in cui – casualità – si pagavano le conseguenze di un conflitto molto “impattante” sulle forniture di energia (la guerra del Kippur dell'ottobre 1973). Dopo aver accumulato un -25% (indice azionario globale) in nove mesi, i mercati non potevano che rimbalzare. E lunedì scorso hanno registrato il miglior primo giorno del trimestre dal 2002. Occorre, naturalmente, essere molto cauti per capire se si tratta di un avvenimento isolato oppure di un trend.
Usa: bolla immobiliare in vista?
Anche perché si moltiplicano, negli Stati Uniti, i timori di una nuova bolla immobiliare, che andrebbe ad aggiungersi a crisi energetica, guerra e inflazione come elemento negativo per i mercati. Le paure diffuse riguardano soprattutto New York e la California, che trainano il real estate dello Zio Sam. In particolare, nella Grande Mela, si è costruito tanto e troppo, con costi esorbitanti e deficit locali. Il rialzo dei prezzi (non solo immobiliari) ha colpito sia i residenti a New York, sia i pendolari che raggiungono la capitale finanziaria americana ogni giorno, spinti dalla crisi economica a scegliere (quando possibile) lo smart working. Una bolla immobiliare, oltre a ripercuotersi sulle economie di tutto il mondo, fermerebbe però anche la corsa del dollaro, che una temporanea sopravvalutazione ha reso una sorta di “gigante dai piedi d'argilla”.
Credit Suisse: non sarà una nuova Lehman
In Europa sono invece forti i timori sulla crisi del Credit Suisse, esplosa venerdì scorso. I primi rumours suggerivano forti difficoltà per una banca sistemica europea, e presto si è capito che si trattava del gruppo creditizio tigurino, i cui credit default swap a cinque anni erano saliti dai 55 punti base di inizio 2022 al massimo di 255 di lunedì (per poi attestarsi intorno ai 300 punti base). Aveva poi fugato ogni dubbio l'amministratore delegato Ulrich Körner, che ha riconosciuto le criticità attraversate dalla banca. Si ritiene che il Credit Suisse necessiti di un aumento di capitale da 4 miliardi di franchi e di cedere vari asset, nonché di un piano di ristrutturazioni molto profondo. Tutto questo mentre la capitalizzazione dell'istituto è scesa dai 30 miliardi del marzo 2021 ai quasi 10 attuali (l'Ubs, maggior competitor del Credit Suisse, ne vale 50). Tanto per fornire un paragone, Lehman Brothers, poco prima del fallimento, capitalizzava 7 miliardi di dollari. Tuttavia, il rischio che il colosso elvetico segua il percorso del gruppo americano è contenuto, al momento. Il “fatal 2008” ha insegnato che le grandi banche, nel bene e nel male, non possono fallire, perché in caso di default trascinerebbero con sé intere economie. E in questo periodo storico i guai sarebbero decisamente peggiori rispetto al caso-Lehman, dato che i dati di partenza – cioè la situazione attuale dei mercati e delle economie di tutto il mondo – è ben più disastrata rispetto al 2008. Per questo motivo, si troverà una soluzione. Nel caso in cui la situazione si aggravi, è plausibile un piano di nazionalizzazione, o almeno di intervento pubblico, con la Confederazione che andrebbe ad iniettare 60 miliardi di franchi. Per evitare che la banca presieduta da Axel P. Lehmann (nessuna correlazione, state tranquilli) trascini con sé l'economia europea.
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