Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse

L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.

Le preoccupazioni all'orizzonte

I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.

Sale lo spread

E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.

Il successo dei Btp Valore

In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.

Dollaro sovrastimato

Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.

Scioperi negli Stati Uniti

A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.

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Stati Uniti: compromesso raggiunto sul debito

Il presidente americano Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy hanno trovato un accordo che dovrebbe consentire agli Stati Uniti di alzare il tetto ed evitare la bancarotta. Ora la parola va al Congresso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, il compromesso tra il presidente americano Joe Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy sul tetto al debito Usa è arrivato. Si attende ora la ratifica da parte del Congresso, che dovrà giungere non oltre il 5 giugno. Pena, il default del paese. Si ritiene che il via libera di Camera (previsto fra poche ore) e Senato arriverà, anche se i negoziatori dovranno cautelarsi da imboscate da parte dell'ala “trumpiana” dei repubblicani - contraria all'aumento della spesa militare a favore dell'Ucraina - e della sinistra democratica, infastidita dai tagli al welfare e timorosa di un passo indietro sugli investimenti in materia di lotta al cambiamento climatico.

L'accordo

Più nel dettaglio, l'accordo prevede un aumento del debito pubblico americano, controbilanciato da alcuni tagli – anche se molto più moderati rispetto ai 130 miliardi di dollari chiesti dai repubblicani. Non sarà toccato, come già anticipato, il sostegno militare Usa per Kiev, considerato da Biden una priorità non negoziabile: dalla trattativa è scaturito un budget pari a 886 miliardi, con un aumento di spesa del 3,5%. Il presidente Usa ha invece ceduto sui requisiti per utilizzare il welfare, con l'aumento di cinque anni (da 49 a 54) per poter accedere ad alcune forme di assistenza, come i buoni pasto.

Mercati tiepidi

I mercati hanno reagito all'accordo in maniera abbastanza tiepida: soprattutto in Europa, è proseguita la calma che ormai perdura da tre mesi. Negli Usa, il compromesso ha spinto in alto i future sulle azioni nazionali, che hanno registrato ottime performance dopo i ribassi di qualche tempo prima; tuttavia, a sostenere l'indice americano sono stati soprattutto i titoli tecnologici – principalmente quelli legati all'intelligenza artificiale. Per il resto, nelle Borse occidentali prosegue la dinamica di scambi abbastanza limitati e attesa, condita da timori per una possibile fase recessiva.

Fed divisa

Sicuramente, le banche centrali non stanno facendo molto per evitare questo rischio, anche se nei loro board il dibattito su nuovi aumenti dei tassi è più animato di quanto si creda. Se in casa Bce prevalgono i “rialzisti”, il confronto nella Fed sembra leggermente più incerto. Lo rivelano gli ultimi verbali Fomc, che hanno evidenziato incertezza sull'opportunità di procedere a nuovi inasprimenti monetari. I funzionari sembrano divisi, e non hanno fatto nulla per nasconderlo. Se la Federal Reserve alla fine dovesse decidere di procedere a nuovi rialzi (operazione, a questo punto, non così scontata), non supererà probabilmente un adeguamento di 50 punti base, o forse di 25 - a differenza di quanto potrebbe decidere la Bce, orientata verso tre aumenti entro l'estate. Il picco, in ogni caso, sembra vicino. La materia del contendere, ora, è un'altra: quanto tempo i tassi rimarranno così alti prima di iniziare a calare. Si teme che la discesa sarà meno rapida di quanto si potesse immaginare, soprattutto in Europa.

Germania in recessione tecnica

Intanto la Germania è entrata in recessione tecnica di qualche decimo di punto. Varie le cause del fenomeno: tra queste, onda lunga della pandemia, crisi energetica (particolarmente sofferta, data la dipendenza dal gas russo) e conseguente aumento dei prezzi al consumo, decarbonizzazione troppo veloce e radicale. Intendiamoci: è presto per stracciarsi le vesti. La situazione potrebbe infatti essere transitoria e superabile in breve tempo. Ma c'è anche il rischio di un fenomeno più complesso e duraturo. Ed è questa eventualità a preoccupare: la Germania è il motore d'Europa, occupa il primo posto per prodotto interno lordo e ha sviluppato un sistema industriale robusto e interdipendente con gli altri stati del nostro continente. Per questo, uno scenario negativo potrebbe mettere in seria difficoltà l'intera Europa. Detto questo, è lecito domandarsi: vale la pena incrementare ancora i tassi? Sembra che a Berlino e Francoforte questo interrogativo non abbia avuto molto successo, dato che la Bundesbank non si è mossa di un millimetro dalla sua posizione rialzista.

Ita passa a Lufthansa

Proprio in un momento critico per la Germania, intanto, si è verificata la tanto agognata vendita di Ita al gruppo Lufthansa, dopo sei mesi di trattative. Per ora, il gruppo tedesco rileverà il 59% della compagnia di bandiera italiana; tuttavia, il ministero dell'Economia e delle Finanze (che ha appena assicurato un aumento di capitale pari a 250 milioni di euro) ha lasciato aperta la possibilità di un'acquisizione totale da parte di Lufthansa. Una buona notizia soprattutto per le tasche degli italiani, che in questi anni hanno dovuto sostenere costi improponibili per Alitalia. La possibilità che questa situazione possa finire, e che il denaro finora iniettato in forti dosi nella compagnia di bandiera abbia l'opportunità di essere dirottato verso interventi più utili, mette in secondo piano gli aspetti negativi legati alla perdita del controllo della nostra linea aerea, pur con il ruolo strategico che una compagnia ha per un paese. E fa sperare che finalmente la ex Alitalia possa essere gestita con criteri manageriali e sottratta alle influenze della politica.

Calmo come l'olio

Tutto tranquillo, invece, sul fronte petrolio. Sembra infatti che i tentativi sauditi di tagliare la produzione siano stati bloccati dal resto dell'Opec+. Emblematica era stata, la scorsa settimana, la dichiarazione del vicepremier russo Aleksandr Novak, che aveva negato un imminente diminuzione dell'export del greggio. Brent e Wti hanno quindi reagito con un calo – in realtà, nulla più di un minimo assestamento, per un valore che sembra ormai “incollato” alla forbice fra 70 e 80 dollari. L'oro invece è tornato sotto la soglia dei 2.000 dollari l'oncia. L'andamento era prevedibile ed è destinato a proseguire se i rischi per il sistema bancario americano saranno definitivamente scongiurati. Un'eventualità, però, che non è scontata, dato che i segnali provenienti da Washington ci autorizzano a temere che la crisi bancaria Usa non sia ancora del tutto archiviata. Va a gonfie vele, invece, il sistema bancario italiano, anche se la scorsa settimana alcune aziende di credito hanno ceduto qualcosa in Borsa. Le azioni bancarie sono al momento le uniche su cui al momento sembra proficuo e abbastanza sicuro scommettere: se si verificasse una correzione del 3%, questi titoli potrebbero rivelarsi un grande affare. Anche in tempo di mercati tranquilli.

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Rischio default americano, mercati con il fiato sospeso

Le Borse proseguono nella loro marcia regolare, senza sussulti né variazioni di grande entità. Ma a turbare la tranquillità, che prosegue ormai da febbraio, potrebbero pensarci tre elementi: l'incremento insufficiente della produzione industriale in Cina, la mancata crescita globale e, soprattutto, il rischio di un mancato accordo sul tetto al debito pubblico Usa

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati proseguono la loro marcia in territorio neutrale. Gli scostamenti sono minimi e ininfluenti: se due settimane fa le Borse hanno recuperato un calo iniziale con un rialzo di simile entità, venerdì scorso si è registrato il fenomeno opposto: una flessione dopo un buon avvio. Entrambi i trend hanno praticamente portato i listini alla situazione di partenza.

Rischio recessione

Il lungo trading range, che ormai prosegue quasi indisturbato da metà febbraio, non ha finora risentito troppo delle ottime trimestrali – anche perché i dati di marzo fotografano il passato, mentre il futuro presenta varie incognite, che potrebbero causare ribassi. Non troppo pesanti, probabilmente, ma in grado di offrire agli investitori opportunità di rientrare successivamente sul mercato a prezzi migliori. In particolare, ci sono tre grandi nubi all'orizzonte. La prima viene da Pechino, e dipende dalla pubblicazione dei dati sulla produzione industriale in Cina, che ad aprile si è incrementata del 5,6% annuo. Un dato che è sì migliore rispetto a quello di marzo (+3,9%), ma appare più modesto rispetto alla performance attesa dagli analisti (+10,9%). Un'altra preoccupazione riguarda le minacce alla crescita globale e i timori di recessione, che gravano sulle economie mondiali anche a causa della corsa al rialzo dei tassi: un rischio di questo genere si ripercuoterebbe anche sugli utili delle aziende, restituendo dati ben diversi da quelli molto positivi delle trimestrali attualmente in arrivo.

Usa, l'incubo del tetto al debito

Terzo incubo, il rischio di default tecnico americano, dovuto al mancato innalzamento (almeno finora) del debito pubblico Usa, che ha raggiunto il tetto stabilito di 31.400 miliardi di dollari. Finora, il presidente Joe Biden e l'opposizione repubblicana stanno proseguendo una non facile trattativa per ampliare il debito ed evitare, appunto, il default che in assenza di un'intesa – ha affermato il segretario al Tesoro Janet Yellen – potrebbe scattare il 1° giugno. Senza un compromesso fra i due litiganti, si verificherebbero fra le altre cose licenziamenti immediati nel settore pubblico, con un impatto devastante sull'economia americana. Se il buonsenso suggerisce che le due parti, alla fine, si verranno incontro, l'approssimarsi delle presidenziali fa temere un irrigidimento di democratici e repubblicani sulle rispettive posizioni. I due partiti potrebbero ragionare in ottica elettoralistica, mirando a guadagnare consensi più che a fare il bene del paese. Per questo motivo, una soluzione è tutto tranne che scontata. Anche perché il tempo non è molto e i mercati del mondo occidentale sono già nervosi e inquieti. Se l'accordo non sarà trovato, una flessione dei listini è vista come molto probabile, proprio per gli impatti sull'economia reale degli Stati Uniti. Anzi: già in questi giorni (meno di 15) c'è il rischio di ripercussioni negative sulle contrattazioni, causate da un'attesa sul filo del rasoio.

Tassi, manca coraggio

In questa situazione non aiuta certamente il pericolo di un nuovo, possibile rialzo dei tassi, su cui la Federal Reserve dovrà prendere una decisione. Mentre l'inflazione americana ha chiuso il decimo mese consecutivo di ribasso, raggiungendo i minimi dal maggio del 2021. È pur vero che la componente core è salita al di sopra delle attese, procurando argomenti ai sostenitori di nuovi rialzi ai tassi; tuttavia, il trend sembra ben definito, con un'inflazione Usa che entro fine anno tornerà sotto quota 4%. Queste tendenze potrebbero giustificare un atto di coraggio da parte della Fed, con uno stop, anche temporaneo, delle strategie a cui siamo ormai abituati. La speranza è, ovviamente, legittima, ma è bene non abbondare troppo nelle illusioni. Per la Federal Reserve, come anche per la Bce e la Bank of England, il rialzo dei tassi pare più una battaglia ideologica che non una scelta ponderata. Sembra che i tre istituti centrali siano impegnati quasi in una gara, dove perde chi rinuncia prima degli altri alle periodiche strette monetarie. Che sono presentate come ineluttabili, in presenza di dati sull'inflazione superiori al 2%. Questa percentuale è vista quasi come un mantra soprattutto in Europa, dove Christine Lagarde ha annunciato nuovi rialzi – sebbene i prezzi delle materie prime, veri responsabili dell'inflazione nel nostro continente, siano ormai ampiamente sotto controllo. Mentre anche Londra ha provveduto a un nuovo, ormai consueto scatto verso l'alto del costo del denaro.

Banche centrali, doppio ritardo

Le tre banche centrali si sono confermate ancora una volta in ritardo rispetto alla situazione che le economie mondiali stanno vivendo. Quando l'inflazione era ormai un fenomeno chiaro, Fed, Bce e Boe hanno atteso troppo nell'alzare i tassi, lasciando che la “valanga” prendesse corpo e diventasse più pericolosa. Oggi, gli istituti centrali reagiscono ancora una volta in ritardo alla recessione che incombe e non prendono quelle contromisure (cioè lo stop ai rialzi) che potrebbero contribuire a fermarla sul nascere, o almeno a rallentarla. Fra pochi mesi vedremo dove ci porterà questa politica. E capiremo se avranno avuto ragione i tre istituti centrali dei paesi occidentali oppure la Banca del Giappone, che ha invece rifiutato di avviare una pesante e progressiva stretta monetaria.

Petrolio e oro

Come anticipato, le materie prime sono ampiamente sotto controllo. Il gas sta viaggiando a zig zag verso quota 30 euro/MWh e potrebbe presto arretrare ulteriormente, avvicinandosi al prezzo a cui eravamo abituati prima della pandemia. Il petrolio è invece ancora in fase d'attesa e veleggia tra quota 70 e 80 dollari Usa, vanificando gli effetti dei tagli alla produzione decisi dall'Opec. È invece ancora oltre quota 2.000 dollari la quotazione dell'oro, che però - in uno scenario che vede l'inflazione in continuo calo - sembra sopravvalutato. Ai valori odierni, comprare metallo giallo non è particolarmente consigliabile: anzi, finché l'oro resta a questi livelli potrebbe rivelarsi più redditizio venderne una parte delle scorte, per poi magari effettuare un riacquisto successivamente, in caso di decisa flessione.


Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali

Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l'inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all'inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l'alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.

In attesa delle trimestrali

Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un'intonazione precisa. È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell'anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l'andamento dei listini nei prossimi mesi.

Tassi, nuovi rialzi in vista

Sul lato tassi, l'onda lunga dell'inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Fed e Bce continueranno per un po' con l'inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa. Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell'inflazione persistente e della crescita dell'economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte. Nell'area euro, d'altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici. Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà. Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l'estate l'Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l'energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese. Già, l'energia, principale motivo dell'inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l'inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.

Usa: rischio default tecnico?

Negli Stati Uniti attualmente c'è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un'analisi di Schroders, firmata dall'economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all'infinito. Per gli Stati Uniti, dunque, l'alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico. Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell'ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall'oggi al domani, dei dipendenti: un rischio - foriero, tra l'altro, di volatilità sui mercati - che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre. Facile, dunque, che si trovi l'accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa. Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell'inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l'hanno fatta lievitare in Europa.

Euro, lento recupero sul dollaro

Sul versante monetario, è in corso l'assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all'insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all'insegna dei piccoli aggiustamenti. Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all'Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l'inflazione. In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.

Lo yuan avanza

Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall'intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane. È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana. Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l'Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali. Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all'euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.

Oro, fine della corsa

Infine, la situazione dell'oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l'oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l'attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell'arretramento. Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell'oro. In caso contrario, l'inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.

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Il fulmineo rimbalzo dei titoli bancari

Il timore di una crisi sistemica che inquietava i sonni degli investitori solo un mese fa sembra ormai un lontano ricordo: le azioni dei gruppi di credito europei hanno recuperato buona parte delle perdite e gli indici sono vicini ai massimi di inizio marzo. A essere penalizzati, gli operatori troppo prudenti, che hanno deciso di rimanere ai margini. Volano l'oro e le criptovalute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana di Pasqua si è aperta bene per le Borse europee, mentre Wall Street è riuscita a recuperare la parità dopo una partenza negativa. In generale, i mercati si trovano in una sorta di trading range, con i titoli tecnologici che la fanno da padroni. Ora vedremo se avverrà un ritracciamento oppure, complici le prime trimestrali, si verificherà una nuova gamba rialzista.

 Ma cos'è questa crisi?

La crisi bancaria, da parte sua, si sta sgonfiando anche negli Stati Uniti, mentre in Europa sembra ormai quasi del tutto rientrata. Nel nostro continente, il rimbalzo dei titoli bancari è stato infatti netto, inequivocabile e veloce e l'Italia non ha fatto eccezione. Dopo aver perso in media il 20%, le azioni del settore creditizio sono rimbalzate, recuperando due terzi delle perdite subite in marzo. E rendendo ora problematico entrare a chi ha deciso di prendersi una pausa e attendere. Questa scelta è stata fatta propria anche da grandi operatori di mercato, che hanno deciso di rimanere sottopesati attendendo lo storno. E lo storno si è verificato ma è durato meno di una settimana, cogliendo di sorpresa gli “attendisti” che non hanno avuto la forza di rientrare. Ora per questi operatori, non è facile capire cosa fare. Anche perché i dati sull'inflazione sono ancora poco confortanti – sebbene l'inversione di tendenza e la discesa non siano, a rigor di logica, così lontane.

Su la produzione industriale, ancora stabili i consumi

Nel nostro paese, in ogni caso, ci sono spiragli positivi sul fronte dell'economia reale. Secondo Banca d'Italia, la produzione industriale è tornata a salire dopo due trimestri chiusi in calo. Una buona notizia, che mostra quanto il settore sia tornato a brillare, dimostrandosi più reattivo che non in altri paesi europei. Il dato, decisamente incoraggiante, si aggiunge alla leggera crescita del pil, ma non traina i consumi, che restano stabili. Naturalmente, l'inflazione e la perdita del potere d'acquisto hanno assunto un ruolo decisivo in questo trend, soprattutto perché colpiscono energia e alimenti. È curiosa, ma anche esemplificativa, un'indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, secondo cui sono ormai 5,3 milioni i nostri connazionali che, per risparmiare, acquistano soltanto cibo prossimo alla scadenza (e quindi venduto con uno sconto, talvolta molto forte). L'attuale percentuale, pari al 12,1%, è quasi doppia rispetto a quella del 2018 (6,9%). Il reddito disponibile è dunque sceso. Ma i dati sul turismo a Pasqua, decisamente positivi, ci fanno sperare in segnali di ripresa anche su questo fronte: i numeri sono superiori ai livelli pre-Covid e, oltre all'afflusso di almeno un milione di turisti stranieri, hanno visto un contributo anche da parte di gitanti e vacanzieri italiani.

 Sale il petrolio

A sabotare la ripresa dei consumi, però, potrebbe pensarci il petrolio, che è tornato sopra quota 80 dollari, ai massimi dallo scorso inverno. Il rincaro del greggio, che dipende essenzialmente dal taglio di produzione da parte dell'Opec+ su pressioni saudite, fa paura non tanto per i livelli raggiunti, ma per il trend verso l'alto che sembra poter proseguire ancora. Se viceversa la valutazione si arrestasse sugli attuali livelli, l'incremento sarebbe decisamente sopportabile per imprese e consumatori europei, dato che il dollaro – valuta di riferimento per le quotazioni dell'oro nero - si è recentemente indebolito. Il gas, dopo una “puntata” oltre i 50, è invece tornato più vicino a quota 40 e lascia sperare in un ulteriore decremento. Un elemento determinante sarà la temperatura della prossima estate: se il caldo raggiungesse livelli importanti, salirebbe la richiesta di energia per i climatizzatori, rischiando di innescare una spirale di aumenti ad Amsterdam.

 Emergenza siccità

Ma a preoccupare davvero l'economia italiana è la siccità nell’Italia del nord. Il governo ha approvato un decreto per affrontare questa ennesima emergenza, ma la norma potrà solo fare da tampone: per vederne gli effetti si dovrà attendere un tempo molto lungo, - almeno tre anni. Alcuni interventi ulteriori, tuttavia, potrebbero essere affrontati subito. Per esempio l'uso, per alcuni servizi, dell'acqua attualmente non utilizzata - come, quella, abbondante, del sottosuolo di Milano, in grado di innaffiare senza rischi i parchi pubblici. E ancora: oggi si va ad attingere a 50 metri: si potrebbe discutere se sia il caso, in tutta sicurezza, di alzare il livello a 30. Il decreto affronta anche il tema della manutenzione della rete idrica, che si trova in una situazione talmente critica da disperdere una parte sostanziosa del proprio contenuto. È lecito aggiungere che questi lavori, un po' come la riqualificazione della rete elettrica, sarebbero dovuti risultare un obiettivo prioritario per l'utilizzo del denaro messo a disposizione dal Pnrr. Che invece è stato speso, in gran parte, per interventi infrastrutturali meno urgenti. Speso, sì, ma solo in minima parte: la quota maggiore del denaro stanziato dall'Europa è ancora inutilizzata. E questo, nonostante la vulgata comune, non è necessariamente un male: gran parte del tesoretto a disposizione viene erogato in forma di prestito, da restituire in tempi debiti; soltanto un quinto circa di questo denaro è a fondo perduto. In fondo, se lo stato dovesse attingere solo (o principalmente) a questa porzione, eviterebbe di indebitare i cittadini per gli anni futuri.

 Oro, oro, oro

Titoli bancari su, petrolio su. Ma a fare il classico “botto” è stato l'oro. Non tutti ci credevano, ma il metallo giallo è riuscito a sfondare il muro dei 2.000 dollari – anche in questo caso, l'indebolimento del biglietto verde ha favorito il record. Il picco ha scritto, a suo modo, una pagina di storia. Ma, è bene tenerlo presente, la vera impresa è rimanere su questi livelli. Il che, naturalmente, non è affatto scontato. Anzi: su questo punto gli analisti si dividono in maniera molto netta. C'è chi preconizza un innalzamento a 2.500 o addirittura a 3.000 dollari e c'è chi prevede, nel caso in cui la Fed continuasse ad alzare i tassi, un rafforzamento del biglietto verde e una picchiata dell'oro sotto i 1.500 dollari. Sono decollate anche le criptovalute, spinte dal picco raggiunto da Doge, anche per l'endorsement di Elon Musk su Twitter.

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Borse, il rimbalzo non si ferma

Il periodo favorevole dei mercati non è stato scalfito neppure dall'ennesima esternazione di Christine Lagarde, che a Davos ha annunciato nuovi e ripetuti rialzi dei tassi. A soffrire, però, sono gli investimenti immobiliari, colpiti sia dagli interessi più alti, sia dalla possibilità che venga approvata la direttiva europea sulle case “green”

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Christine Lagarde è tornata a parlare della situazione economica europea e della lotta all'inflazione. Dal palcoscenico di Davos, la presidente Bce ha espresso ottimismo, spingendosi a prevedere che la recessione non sarà grave come si pensava e che l'economia dell'Eurozona dovrà affrontare solo una “piccola contrazione”.

Nella dichiarazione non è però mancata la solita coda pessimistica: la Bce – ha sottolineato Christine Lagarde - è decisa a riportare l'inflazione al 2%; il rialzo dei tassi, quindi, proseguirà a tempo indeterminato, fino a quando sarà raggiunto il traguardo prefissato.

I mercati ignorano Christine Lagarde

Queste parole “in libertà”, confermate poi da Klaas Knot (governatore della banca centrale olandese e membro del board Bce, che ha annunciato aumenti da 50 punti a febbraio e marzo) hanno, come al solito, causato perdite a Parigi, Milano e Francoforte, oltre che l'allargamento dello spread Btp-Bund.

Tuttavia, almeno questa volta, l'effetto-Lagarde è stato di breve durata. I mercati, in crescita dall'inizio del nuovo anno, sono tornati a salire, preannunciando un consuntivo di fine gennaio all'insegna di performance che non si vedevano da tempo. L'ottimismo sulla recessione “morbida” è stato dunque più forte rispetto all'annuncio di rialzi dei tassi ad libitum.

Chi è entrato nell'azionario a settembre o a ottobre ha quindi trovato rendimenti soddisfacenti. Ora sembra un po' troppo tardi per sfruttare l'onda positiva: chi deve ancora entrare farebbe probabilmente meglio a operare con molta cautela, almeno fino al termine della diffusione dei dati nel primo trimestre.

Immobiliare, percorso a ostacoli

Tutto bene, quindi? No di certo. Perché i vari ritocchi ai tassi di interesse stanno lasciando ferite aperte, soprattutto nel mercato immobiliare. Percentuali passate in poco tempo dallo 0% al 4% stanno impattando in modo notevole sulla capacità di indebitamento delle famiglie contribuendo, insieme all'aumento generalizzato di prezzi e tariffe, all'impoverimento delle classi medie.

A questa situazione si aggiunge la nuova trovata della commissione europea: la direttiva sulle case green, in discussione al Parlamento Ue. Si tratta di un pacchetto di norme, introdotto lo scorso mese, che punta a incentivare la costruzione di nuove case ad alta efficienza energetica e la ristrutturazione degli immobili già esistenti. Il testo all'esame dell'aula prevede che tutti gli edifici residenziali (con varie esclusioni, tra cui gli immobili nei centri storici o le seconde case) debbano obbligatoriamente rientrare in classe E entro il 1 gennaio 2030 e in classe D tre anni dopo. Per poi giungere al traguardo delle emissioni zero entro il 2050.

Se la direttiva fosse davvero approvata, potrebbe generare uno tsunami sul settore. Secondo l'Ance (associazione italiana dei costruttori edili), 9 milioni di edifici residenziali su 12 perderebbero l'idoneità. Anche se la minaccia di vietare vendita e affitto degli immobili non in regola sembra essere stato accantonato, l'inevitabile perdita di valore delle case che non saranno ristrutturate penderebbe come una spada di Damocle su molti piccoli proprietari, soprattutto dei paesi del centro e sud Europa.

Il pacchetto di norme è dunque un nuovo intervento a gamba tesa, che segue di poco il divieto di vendita di automobili con motori a combustioni in tutta l'Ue dal 2035. Un intervento che rischia ancora una volta di impoverire i cittadini e deprimere le economie.

Intendiamoci: combattere le emissioni è necessario e doveroso. Ma è altrettanto necessario evitare una ricaduta così devastante sulle persone. Meglio sarebbe creare un maxi-fondo per la ristrutturazione delle case, che sgraverebbe i cittadini europei da una scelta fra spese ingenti o deprezzamento degli immobili di proprietà.

La Cina riapre, il gas torna a livelli accettabili

Buone notizie, invece, dal gas: il prezzo al Ttf di Amsterdam si sta consolidando su valori sotto quota 60. L'inverno insolitamente mite e gli stoccaggi pieni hanno contribuito al ritorno a tariffe più sostenibili, che dovrebbero consentire un calo delle bollette pari al 20%-30% entro febbraio.

Oltre a rappresentare una notizia positiva dopo tanti shock e allarmi, il calo del prezzo del gas dovrebbe dare un contributo molto importante alla lotta contro l'inflazione – a riprova che le continue esternazioni di Christine Lagarde su questo tema sono difficilmente comprensibili.

Il petrolio, da parte sua, rimane a livello di guardia. Nel prossimo futuro, a innescare aumenti del greggio potrebbe contribuire la riapertura della Cina, che inevitabilmente contribuirà al ritorno delle automobili in strada. Tuttavia, la normalizzazione non è così prossima: la forza lavoro è ancora decimata dalle infezioni, il tasso di disoccupazione è troppo alto e la ripresa dei consumi sarà lenta e progressiva lungo l'intero corso dell'anno.

Oro ai massimi

Se il petrolio tiene, è l'oro a far registrare nuovi exploit. Complici l'indebolimento del dollaro, a -7% da fine anno a oggi, e nuovi approvvigionamenti da parte delle banche centrali, il metallo giallo si è avvicinato alla soglia dei 2.000 dollari l'oncia, facendo anche registrare un record di acquisto dal 1974 a questa parte.

Il nuovo rialzo dipende essenzialmente da fattori tipo psicologico. In un quadro che vede tassi alti un po' dappertutto, non ci sarebbe infatti ragione per un rafforzamento dell'oro. Tuttavia, questo investimento è ancora visto come una sorta di “polizza assicurativa” contro l'inflazione, anche se in realtà l'anno scorso ha fallito questo obiettivo. Negli investimenti, le decisioni basate sull'emozionalità sono prevalenti, e l'impressione “storica” che vede l'oro come una bene rifugio resiste ancora, sebbene la storia recente abbia dimostrato quanto questa percezione sia ormai immotivata.

Intelligenza artificiale a un bivio

Proprio per ridurre l'impatto emozionale dalle decisioni di investimento si sta facendo strada l'idea di un intervento massiccio dell'intelligenza artificiale nella definizione delle strategie – un trend che tra l'altro è già in atto da tempo. In prospettiva, l'automatizzazione potrebbe anche arrivare a un ridimensionamento del ruolo dei gestori, secondo un principio tipicamente americano che tende a delegare sempre più decisioni alla tecnologia togliendo spazio al processo umano. Tuttavia, è più probabile che i due aspetti possano convivere, come del resto avviene oggi.

Il ruolo della tecnologia nei processi decisionali è, d'altra parte, un tema centrale, se è vero che persino Papa Francesco ha recentemente parlato della coesistenza tra uomini e algoritmi e del ruolo dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Un peso molto importante, con molti aspetti positivi, che però – ha ammonito il Pontefice – deve essere ben circoscritto: “la correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta”, ha detto Francesco, “non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili”.

Va da sé che i maggiori quesiti che investono l'intelligenza artificiale sono di tipo etico. Una nuova frontiera (il Papa, non ha caso, l'ha denominata “algor-etica”) che in alcuni casi è già stata oltrepassata, per condizionare le scelte dei consumatori o minacciare la privacy dei cittadini.

L'Unione Europea ha raccolto questa sfida abbozzando una regolamentazione quadro del settore. Un'idea buona che, però, rischia di sfociare nell'iperburocratizzazione tipica delle istituzioni comunitarie: i principi cardine Ue sono stati riuniti in una paccottiglia di 130 pagine.

La direttiva europea, pur con tutti i suoi difetti, è comunque da preferire rispetto all'approccio americano, che fedele alla sua natura iperliberista prevede un laissez-faire iniziale e una regolamentazione successiva. Un approccio che ha già mostrato i suoi limiti nel caso dei dati sensibili provenienti dalle bigtech e condivisi con le istituzioni americane.

Questa disparità di strategie contiene però un rischio molto grave: quello di assistere a una migrazione delle innovazioni europee verso il “liberi tutti” americano, per sfuggire alla burocrazia e alle regole e operare senza i vincoli di privacy e di rispetto del consumatore.

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Tassi Usa, incertezza sui mercati

I dati positivi sui posti di lavoro negli Stati Uniti dimostrano la tenuta dell'economia americana di fronte ai ritocchi sui tassi d’interesse da parte della Fed. E questo, insieme all'inflazione, crea un certo nervosismo nelle Borse. In Italia, buona performance di Btp e obbligazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana dei mercati è partita con qualche incertezza. A rendere gli indici nervosi sono soprattutto le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove l'inflazione si combina con i dati “troppo” positivi sul mercato del lavoro (a novembre, +263.000 nuovi posti contro i 200.000 previsti). Il motivo per cui questi numeri influenzano negativamente le Borse è chiaro: le cifre mostrano che gli Usa possono tollerare nuovi aumenti dei tassi di interesse senza contraccolpi per l'economia reale. Il fenomeno è visto come un via libera agli aumenti dei tassi, che ça va sans dire non piacciono ai mercati.
Le indecisioni dei mercati sono, dunque, un “discorso americano” e sono legati ai nuovi aumenti che saranno decisi dalla Fed: a dimostrarlo è il calo maggiore dei mercati Usa (-1,70%) rispetto a quelli europei (-0,50%), che evidentemente hanno tenuto nonostante i dati negativi sull'inflazione, diffusi venerdì scorso.

L'exploit dei Btp
In Europa prosegue invece il ritorno dell'obbligazionario: in particolare in Italia i bond hanno invertito la rotta, con i rendimenti adesso in discesa. I Btp hanno superato il 4% prima delle elezioni, per poi attestarsi sul 3,75%. È fin troppo chiaro che la dinamica dei buoni del tesoro, che ha portato gli spread sotto quota 190, non è né merito, né demerito del governo, ma è assolutamente indipendente dall'azione dell'esecutivo e dalla sua manovra finanziaria. Che – lo avevamo più volte anticipato – è in gran parte “blindata”, poiché deve destreggiarsi negli stretti margini di autonomia lasciati dall'Europa.

Il gas torna su
A preoccupare, invece, è l'aumento del prezzo del gas, a cui ha fatto da contraltare la nuova, bizzarra trovata delle autorità comunitarie. Secondo gli ultimi orientamenti, per fronteggiare il caro-bollette, l'Ue ammetterebbe aiuto di stato alle imprese, ma solo ai paesi che se lo possano permettere. Detto in parole povere, Germania e Francia sì, Italia no. Una misura che, se prendesse davvero corpo, sarebbe in palese contrasto con i principi europei di solidarietà.

E il petrolio...
Il petrolio, invece, resta abbastanza stabile: attualmente il prezzo si muove tra 75 e 85 dollari al barile. Sì è dunque rapidamente raffreddato il mini-picco del 5 dicembre, con il Brent a un passo da quota 90, aumento causato dalle notizie sull'allentamento delle restrizioni Covid in Cina, ma soprattutto dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
Rispetto al mese scorso, in ogni caso, la situazione è più favorevole, perché il dollaro ha ripreso a calare (non solo sulla nostra moneta: il biglietto verde ha infatti raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi rispetto allo yen). Un euro meno debole significa prezzi più favorevoli di gas e petrolio, che sono quotati in dollari.
L'indebolimento della valuta americana ha anche contribuito a rilanciare l'oro, tornato al valore più congruo di 1.800 dollari l'oncia. A influenzare il trend positivo anche un rimbalzo su tutti gli asset, comprese le criptovalute.

Blog Bce duro con i bitcoin
A proposito di criptovalute, ha fatto scalpore un articolo dal titolo emblematico (Bitcoin's last stand) apparso lo scorso 30 novembre sul blog della Bce. I due autori - Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione Infrastruttura di mercato e pagamenti e Jürgen Schaaf, consulente) hanno bollato l'attuale rimbalzo dei bitcoin come “un ultimo sussulto” vissuto dalla moneta virtuale “prima di avviarsi all’irrilevanza”. Un giudizio molto netto che si discosta dai toni usuali del blog Bce, solitamente paludati.
Niente di nuovo sotto al sole, verrebbe da dire. Già tre o quattro anni fa, i banchieri centrali si esprimevano negativamente nei confronti delle crypto; in seguito si è verificato un improvviso innamoramento per questi asset, ma ora tutto è tornato come prima. Eppure, lo strumento è sempre stato opaco e ad alto rischio, e ora sta trascinando nelle sabbie mobili molti investitori e persino stati sovrani.
Parliamo di El Salvador, primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta nazionale (insieme al dollaro) e ora a un passo del default. Il presidente Nayib Bukele ha buttato acqua sul fuoco, garantendo che l'esperimento va avanti, e che lui stesso acquisterà un bitcoin al giorno; tuttavia, la catastrofica perdita di valore della più importante moneta virtuale ha un impatto devastante sulle casse di un paese con un ingente debito pubblico.
Debito che – a quanto sembra - sarà acquistato dalla Cina, nell'ambito di un accordo di libero scambio che presumibilmente porterà San Salvador nell'orbita di Pechino. Perché in economia (come in politica) nessuno fa niente per niente.

Auto elettriche, Svizzera verso lo stop?
Non sarà solo El Salvador a legarsi mani e piedi ai cinesi. Senza neppure la fatica di comprarsi i nostri debiti pubblici, Pechino aumenterà inevitabilmente la sua influenza sull'Europa dal momento in cui il nostro continente smetterà di produrre automobili endotermiche, virando su quelle elettriche. Se n'è accorta persino l'Ue, grande motore della transizione verso le e-cars, che ha dovuto ammettere l'assenza di tecnologia e di imprese europee specializzate in questo campo.
Nel mentre, dalla Svizzera arriva una notizia che ha del clamoroso: la Confederazione starebbe per annunciare l'alt alle auto elettriche in tutto il suo territorio. La misura sarebbe introdotta con un pacchetto di norme per limitare il consumo di energia da Basilea a Chiasso: con gli attuali costi, un pieno con l'auto elettrica inizia a costare persino di più che un rifornimento di benzina. Anche in un paese come la Svizzera che non ha ridotto le accise di un centesimo, con annessa crisi dei distributori di confine.
Il progetto, pur temporaneo, accende un faro sull'inconsistenza delle decisioni Ue (di cui la Svizzera non fa parte, pur essendone inevitabilmente influenzata): come abbiamo ripetuto più volte, la conversione all'elettrico che si completerà nel 2035 è una decisione miope. Piuttosto, occorrerebbe puntare sulle auto a idrogeno, finanziando la ricerca e gli investimenti in un settore veramente ecologico ed economico.

Torna lo Stato in economia
In Italia ha fatto scalpore l'intervista dell'HuffPost ad Alberto Clò. Il ministro dell'industria del governo Dini ha dichiarato che, dopo l'ubriacatura neoliberista, lo stato sta tornando nell'economia.
Se ciò fosse vero (e i segnali ci sono tutti – da Tim, a Priolo, alle autostrade) le dinamiche di intervento pubblico dovranno essere del tutto differenti di quelle che abbiamo sperimentato fino a metà degli anni Novanta. In quel periodo, le partecipazioni statali non erano altro che un modo illecito di finanziare i partiti e arricchire vari manager pubblici lottizzati. D'altra parte, anche le privatizzazioni a tappeto che hanno contraddistinto gli anni Novanta non hanno giovato al consumatore – a parte l'apertura al mercato della telefonia, unica operazione di questo tipo a rivelarsi conveniente per l'utenza. Per il resto, si è passati da monopoli pubblici a monopoli privati, spesso svenduti e ancora più spesso fonte di arricchimento da parte delle grandi imprese, anche a costo della stessa sicurezza dei cittadini.
Per questo motivo, è lecito vedere con favore il ritorno di alcune infrastrutture sotto il controllo dello Stato, soprattutto se queste sono strategiche per il paese. Se un'azienda pubblica è gestita bene, dà ottimi risultati: basti pensare che Eni ed Enel, in cui lo Stato detiene solo il 30% (con la golden share) macinano utili. Che si riversano anche nei forzieri delle casse pubbliche.

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Recessione alle porte

Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.

Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.

I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.

Vecchi rimedi

La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.

E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.

In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.

Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.

Aria di bonaccia

In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.

Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.

Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.

Federer, fine di un'era

Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.

L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).

Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.

Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.

Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.

Trent'anni dal “mercoledì nero”

Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.

L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.

Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.

Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.

Petrolio, la grande incognita

C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.

Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.

Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.

Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.

Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.

Il merge di Ethereum

Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.

Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.

In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.

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Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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Investimenti: maneggiare con cura

L'aggravarsi della crisi russo-ucraina ha provocato ulteriore tensione sui mercati europei. Ma, se si ha la pazienza di attendere, le azioni sono ancora la scelta migliore.

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Lunedì sera la crisi russo-ucraina ha subito un’ulteriore escalation con il riconoscimento da parte della Russia delle due repubbliche del Donbass. Indipendentemente dai suoi sviluppi a breve termine, una cosa è certa: eventuali sanzioni proposte dagli Stati Uniti e accolte dall'Ue non faranno che danneggiare l'Europa. I maggiori problemi economici si verificheranno infatti nel nostro continente. dove i provvedimenti metterebbero a rischio varie nostre imprese.
Per non parlare del gas: Italia e Germania dipendono da Mosca per il 40% circa delle loro forniture
Sembra lecito porsi questa domanda: fermare il Nord Stream 2 è una “sanzione” rivolta contro la Russia o contro la Germania?
Anche le ritorsioni decise ieri sera dalla Casa Bianca sembrano essere molto più punitive per gli interessi europeri piuttosto che per quelli americani.
L’Europa è il classico vaso di coccio messo fra due vasi di ferro: deve lealtà agli Stati Uniti, ma non ha potere di interdizione quando i suoi interessi vengono lesi. E la sua miopia le impedisce di vedere, per esempio, che la Russia – come già aveva fatto la Cina – sta tornando a giocare un ruolo strategico in Africa.
Anche gli americani hanno i loro problemi: di fatto hanno favorito in tutti i modi il ritorno dell'alleanza fra Mosca e Pechino, mai così vicine dai tempi della rottura fra Chruščëv e Mao.
Va da sé una considerazione: promuovere, pur con altri obiettivi, un riavvicinamento tra le due potenze è un atteggiamento autodistruttivo – e puntualizzarlo non significa certo essere filo-russi o filo-cinesi, ma solo osservare i fatti con occhio distaccato e non ideologico.

Promesse non mantenute

Se la politica europea sembra non vedere a un palmo dal proprio naso, la società civile (cioè chi materialmente dovrà pagare le bollette del gas in drammatico rialzo) si fa alcune domande. E dai giornali iniziano a partire vari distinguo.
Ne è la prova un recente articolo di Der Spiegel, che ha pubblicato i verbali di un vertice fra i direttori politici dei ministeri degli esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avvenuto a Bonn nel marzo 1991. Bene: durante la riunione, i quattro definirono "inaccettabile" un'eventuale espansione della Nato a est della Germania Ovest. Questo, ricorda lo Spiegel, fu anche formalmente assicurato a Michail Gorbačëv e all'Unione Sovietica.
Invece, ça va sans dire, la promessa non è stata rispettata, l'Alleanza Atlantica ha varcato il fiume Elba, si è allargata e ora vuole affiliare l'Ucraina. La crisi attuale, o il suo pretesto – ricordiamolo - parte di qui.

Impatto (per ora) limitato

L'acuirsi delle tensioni – prima con il riconoscimento russo delle repubbliche secessioniste, poi con l'ingresso dei blindati di Mosca nel loro territorio – ha naturalmente influito sui mercati.
Che cosa accadrà ora all'economia mondiale? Difficile prevederlo. Per ora, gli impatti sulle aziende sono ancora limitati.
Non c’è dubbio che, nel momento in cui scriviamo, la vicenda russo-ucraina rappresenti il principale catalyst di mercato, ma, come crediamo sia chiaro a tutti, nessuno può ragionevolmente prendere una posizione prevedendo e anticipando le eventuali mosse dei protagonisti. Vendere ora o comprare ora, scommettendo su un‘invasione o su una risoluzione diplomatica della crisi, rappresenterebbe una mera scommessa senza alcun tipo di fondamento economico finanziario.
Ovviamente la situazione potrebbe anche precipitare, ma non è detto che i prezzi non inglobino già parte delle conseguenze della crisi in atto: gli eventi geopolitici sono infatti spesso enfatizzati nel breve termine ma non hanno conseguenze di lungo periodo così importanti.
Molto più decisivo sarà comprendere, nelle prossime settimane o mesi, che tipo di scenario macroeconomico si dipanerà.
Il vero nodo è rappresentato da due aspetti: i tassi di interesse e gli effetti che un eventuale errore di politica monetaria da parte delle Banche centrali potrebbero avere sulla crescita economica, portando eventualmente a un rallentamento che, in alcuni casi, potrebbe addirittura trasformarsi in una recessione.
Oggi è ancora troppo presto per scommettere su un'economia in contrazione e quindi, nonostante il quadro di breve presenti tutti gli elementi di incertezza e difficoltà che abbiamo descritto, riteniamo opportuno non prendere posizioni drastiche.
Non possiamo escludere che vi possano essere giornate di difficoltà, soprattutto nel momento in cui si verificassero scontri armati e tensioni sul confine tra Russia e Ucraina, ma
Per chi è più propenso al rischio, in ottica di medio termine, gli investimenti in azioni o bond russi potrebbero rivelarsi molto interessanti. Come del resto era avvenuto nel 2014 dopo l'annessione della Crimea: in un primo tempo Mosca aveva sofferto ribassi, ma nei cinque anni successivi il rendimento dei suoi strumenti aveva sfiorato il 200%.

Tornano i beni rifugio?

In questa situazione, si è parlato di un ritorno dei beni rifugio, anche dopo il leggero rialzo di oro e franco svizzero in corrispondenza dell'aggravarsi della crisi russo-ucraina. Tuttavia è probabile che si tratti di un fenomeno assolutamente contingente.
L'oro ha raggiunto un valore alto, ma non eccessivo. Il franco è una moneta stabile, ma le banche elvetiche applicano tassi negativi dell'1% ai depositanti.
E ancora: le obbligazioni hanno recuperato solo il 10% di ciò che hanno perso da agosto. E le criptovalute registrano alti e bassi: il bitcoin è fra 30mila e 45mila dollari di trading range.
Insomma, l'unica vera ricetta contro l'inflazione sembrano rimanere solo le azioni.
In ottica di portafoglio complessivo, l'oro può essere considerato una sorta di polizza assicurativa: se i titoli vanno male, protegge un po' di più. Ma la sua quota non dovrebbe superare il 3%-4%, perché non produce alcun tipo di reddito.
Come diceva Warren Buffett: "don‘t buy gold, buy stocks". Una massima che rimane valida in ogni scenario.


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