Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.

Europa in controtendenza

Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.

Tassi: ultimo taglio Fed?

Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.

Petrolio in calo

Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.

Ita-Lufthansa, salvataggio in corner

Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.

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Poche sorprese sotto l'albero

Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.

Condizioni stazionarie

Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.

Previsioni contrastanti

Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.

Il punto sulle obbligazioni

Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.

Pnrr: siamo davvero in ritardo?

Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.

Più aziende vulnerabili

Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.

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Moody's promuove l'economia italiana

L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.

I motivi di un successo

L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.

Banche a gonfie vele

Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170.  La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.

Mercato unico dei capitali

Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.

Materie prime

Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.

Terremoto Argentina

Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.

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Il fulmineo rimbalzo dei titoli bancari

Il timore di una crisi sistemica che inquietava i sonni degli investitori solo un mese fa sembra ormai un lontano ricordo: le azioni dei gruppi di credito europei hanno recuperato buona parte delle perdite e gli indici sono vicini ai massimi di inizio marzo. A essere penalizzati, gli operatori troppo prudenti, che hanno deciso di rimanere ai margini. Volano l'oro e le criptovalute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana di Pasqua si è aperta bene per le Borse europee, mentre Wall Street è riuscita a recuperare la parità dopo una partenza negativa. In generale, i mercati si trovano in una sorta di trading range, con i titoli tecnologici che la fanno da padroni. Ora vedremo se avverrà un ritracciamento oppure, complici le prime trimestrali, si verificherà una nuova gamba rialzista.

 Ma cos'è questa crisi?

La crisi bancaria, da parte sua, si sta sgonfiando anche negli Stati Uniti, mentre in Europa sembra ormai quasi del tutto rientrata. Nel nostro continente, il rimbalzo dei titoli bancari è stato infatti netto, inequivocabile e veloce e l'Italia non ha fatto eccezione. Dopo aver perso in media il 20%, le azioni del settore creditizio sono rimbalzate, recuperando due terzi delle perdite subite in marzo. E rendendo ora problematico entrare a chi ha deciso di prendersi una pausa e attendere. Questa scelta è stata fatta propria anche da grandi operatori di mercato, che hanno deciso di rimanere sottopesati attendendo lo storno. E lo storno si è verificato ma è durato meno di una settimana, cogliendo di sorpresa gli “attendisti” che non hanno avuto la forza di rientrare. Ora per questi operatori, non è facile capire cosa fare. Anche perché i dati sull'inflazione sono ancora poco confortanti – sebbene l'inversione di tendenza e la discesa non siano, a rigor di logica, così lontane.

Su la produzione industriale, ancora stabili i consumi

Nel nostro paese, in ogni caso, ci sono spiragli positivi sul fronte dell'economia reale. Secondo Banca d'Italia, la produzione industriale è tornata a salire dopo due trimestri chiusi in calo. Una buona notizia, che mostra quanto il settore sia tornato a brillare, dimostrandosi più reattivo che non in altri paesi europei. Il dato, decisamente incoraggiante, si aggiunge alla leggera crescita del pil, ma non traina i consumi, che restano stabili. Naturalmente, l'inflazione e la perdita del potere d'acquisto hanno assunto un ruolo decisivo in questo trend, soprattutto perché colpiscono energia e alimenti. È curiosa, ma anche esemplificativa, un'indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, secondo cui sono ormai 5,3 milioni i nostri connazionali che, per risparmiare, acquistano soltanto cibo prossimo alla scadenza (e quindi venduto con uno sconto, talvolta molto forte). L'attuale percentuale, pari al 12,1%, è quasi doppia rispetto a quella del 2018 (6,9%). Il reddito disponibile è dunque sceso. Ma i dati sul turismo a Pasqua, decisamente positivi, ci fanno sperare in segnali di ripresa anche su questo fronte: i numeri sono superiori ai livelli pre-Covid e, oltre all'afflusso di almeno un milione di turisti stranieri, hanno visto un contributo anche da parte di gitanti e vacanzieri italiani.

 Sale il petrolio

A sabotare la ripresa dei consumi, però, potrebbe pensarci il petrolio, che è tornato sopra quota 80 dollari, ai massimi dallo scorso inverno. Il rincaro del greggio, che dipende essenzialmente dal taglio di produzione da parte dell'Opec+ su pressioni saudite, fa paura non tanto per i livelli raggiunti, ma per il trend verso l'alto che sembra poter proseguire ancora. Se viceversa la valutazione si arrestasse sugli attuali livelli, l'incremento sarebbe decisamente sopportabile per imprese e consumatori europei, dato che il dollaro – valuta di riferimento per le quotazioni dell'oro nero - si è recentemente indebolito. Il gas, dopo una “puntata” oltre i 50, è invece tornato più vicino a quota 40 e lascia sperare in un ulteriore decremento. Un elemento determinante sarà la temperatura della prossima estate: se il caldo raggiungesse livelli importanti, salirebbe la richiesta di energia per i climatizzatori, rischiando di innescare una spirale di aumenti ad Amsterdam.

 Emergenza siccità

Ma a preoccupare davvero l'economia italiana è la siccità nell’Italia del nord. Il governo ha approvato un decreto per affrontare questa ennesima emergenza, ma la norma potrà solo fare da tampone: per vederne gli effetti si dovrà attendere un tempo molto lungo, - almeno tre anni. Alcuni interventi ulteriori, tuttavia, potrebbero essere affrontati subito. Per esempio l'uso, per alcuni servizi, dell'acqua attualmente non utilizzata - come, quella, abbondante, del sottosuolo di Milano, in grado di innaffiare senza rischi i parchi pubblici. E ancora: oggi si va ad attingere a 50 metri: si potrebbe discutere se sia il caso, in tutta sicurezza, di alzare il livello a 30. Il decreto affronta anche il tema della manutenzione della rete idrica, che si trova in una situazione talmente critica da disperdere una parte sostanziosa del proprio contenuto. È lecito aggiungere che questi lavori, un po' come la riqualificazione della rete elettrica, sarebbero dovuti risultare un obiettivo prioritario per l'utilizzo del denaro messo a disposizione dal Pnrr. Che invece è stato speso, in gran parte, per interventi infrastrutturali meno urgenti. Speso, sì, ma solo in minima parte: la quota maggiore del denaro stanziato dall'Europa è ancora inutilizzata. E questo, nonostante la vulgata comune, non è necessariamente un male: gran parte del tesoretto a disposizione viene erogato in forma di prestito, da restituire in tempi debiti; soltanto un quinto circa di questo denaro è a fondo perduto. In fondo, se lo stato dovesse attingere solo (o principalmente) a questa porzione, eviterebbe di indebitare i cittadini per gli anni futuri.

 Oro, oro, oro

Titoli bancari su, petrolio su. Ma a fare il classico “botto” è stato l'oro. Non tutti ci credevano, ma il metallo giallo è riuscito a sfondare il muro dei 2.000 dollari – anche in questo caso, l'indebolimento del biglietto verde ha favorito il record. Il picco ha scritto, a suo modo, una pagina di storia. Ma, è bene tenerlo presente, la vera impresa è rimanere su questi livelli. Il che, naturalmente, non è affatto scontato. Anzi: su questo punto gli analisti si dividono in maniera molto netta. C'è chi preconizza un innalzamento a 2.500 o addirittura a 3.000 dollari e c'è chi prevede, nel caso in cui la Fed continuasse ad alzare i tassi, un rafforzamento del biglietto verde e una picchiata dell'oro sotto i 1.500 dollari. Sono decollate anche le criptovalute, spinte dal picco raggiunto da Doge, anche per l'endorsement di Elon Musk su Twitter.

Foto di Jingming Pan su Unsplash


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