Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.
I motivi dell’inversione di tendenza
L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.
Non solo petrolio
Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.
Scenario moderato…
Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.
… o rischioso
Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.
L’oro si riassesta
Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.
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Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.
De-escalation
L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.
Mercati pronti al recupero
Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.
Le incertezze
Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.
Colpi di coda nella logistica
Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.
Inflazione
Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.
Calcio, il grande malato
Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.
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Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.
Tutto giù, oro su
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.
Scontro istituzionale
I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.
In attesa della retromarcia
Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.
Resa dei conti in Generali
In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.
Dazi: la sospensione dà sollievo alle Borse, ma non all'economia
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la sospensione parziale per 90 giorni dei dazi americani nei confronti dell’Europa (resta la tariffa base del 10%), il presidente Usa Donald Trump medita passi indietro. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti definito possibile uno stop alle tariffe per il settore auto, continuando nel frattempo a parlare di negoziati con i Paesi disposti a trattare. Secondo la Cnn, a far tornare Trump sui suoi passi sono stati i problemi dei Treasury americani e i conseguenti sell off, causati dalla sfiducia in uno strumento solitamente considerato sicurissimo. Questi fattori hanno spinto il segretario al Tesoro Scott Bessent a lanciare l’allarme e a convincere Trump a fare almeno un mezzo passo indietro.
Volatilità preoccupante
Tutto bene, dunque? La risposta, purtroppo, è negativa. Un po’ perché siamo in presenza di una semplice sospensione, cui seguiranno difficili trattative. E un po’ perché ormai il danno è stato fatto. La pur effimera entrata in vigore dei dazi al 25% ha infatti causato una volatilità preoccupante, ma soprattutto ha fermato l’economia occidentale, che resterà ingessata anche nel caso in cui avvenga una schiarita. L’incertezza, che oggi la fa da padrona, è un freno ai mercati e allo sviluppo dei commerci: spesso Trump fa proclami e poi li contraddice – un atteggiamento che può anche pagare in una trattativa fra capitani di imprese, ma se applicato all’economia globale è in grado di mandare in panico gli investitori. Soprattutto se il “tira e molla” proviene da una superpotenza economica.
I danni al settore industriale
Le Borse, è vero, hanno reagito alla sospensione dei dazi con buone performance e tentativi di rimbalzo, anche se i valori di inizio aprile sono ancora lontani. Tuttavia, il vero problema non sono gli indici, ma l’economia reale. Perché da un crollo, le Borse prima o poi possono recuperare, e la volatilità tornare a livelli di guardia. Ma il quadro è differente per la produzione industriale: se si ferma, difficilmente riprende a breve termine. Lo choc sulla domanda e l’offerta può causare un trauma a lungo termine, difficile da rimarginare: la retromarcia di Trump ha calmato un po’ i mercati finanziari, ma non il mondo economico. Le industrie devono sapere con certezza se le commesse provenienti da un Paese soggetto a dazi (gli Stati Uniti per le aziende Ue e l’Unione Europea per le imprese americane) possono riprendere o devono rimanere ferme perché non ci sono più le condizioni per commerciare. E per acquisire nuovamente queste sicurezze ci vuole tempo.
Usa già in recessione?
La produzione, soprattutto americana, è stata danneggiata quasi come ai tempi del Covid e la recessione Usa – come ha affermato Larry Fink – è vicina, se non già in atto: l’amministratore delegato di BlackRock si è definito “terrorizzato” per le prospettive a breve termine, pur rimanendo ottimista nel lungo periodo, e ha dichiarato senza mezzi termini che la crisi dei dazi si è spinta “oltre qualsiasi cosa che avrei potuto immaginare in 49 anni di esperienza nel mondo finanziario”. Anche se ci fosse un disgelo, dunque, sarà difficile tornare rapidamente alla situazione pre-dazi: gli investitori avranno paura per un bel po’, mentre il crollo delle Borse ha bruciato parecchi soldi dei risparmiatori, soprattutto americani. Un esempio è quello dei fondi previdenziali Usa, che investono la maggioranza dei loro capitali su Wall Street: il crack della Borsa ha mandato nel panico coloro che sono più prossimi al ritiro dal lavoro – e non poteva essere altrimenti in un sistema, come quello americano, in cui gran parte degli assegni pensionistici è erogato da strumenti privati. Si sta verificando, insomma, il classico effetto domino, che porta al blocco dei consumi e alla recessione paventata da Fink e da altri grandi nomi della grande finanza americana.
Sindrome cinese
Se tra Stati Uniti ed Europa è tregua, prosegue la guerra commerciale fra Usa e Cina, con dazi e controdazi anche a tre cifre: le tariffe imposte da Trump al gigante asiatico sono attualmente del 145%, quelle decise per ritorsione dalla Cina del 125%. Il duello tra le due superpotenze è contraddistinto dalla velocità e dalla “fantasia” delle misure decise dalle due parti: è notizia di ieri che il governo cinese ha ordinato alle sue compagnie aeree di bloccare l’acquisto di velivoli Boeing e di altre componenti del settore aeronautico provenienti dagli Usa. Deciso anche lo stop all’export di sei metalli rari. Nel contempo, la banca centrale cinese ha tagliato per sei giorni consecutivi il tasso di riferimento, svalutando lo yuan – giunto al minimo sul dollaro dal 2007 – per cercare di annullare almeno in parte gli inasprimenti dei dazi trumpiani e rilanciare l’export. La debolezza della valuta cinese può creare nuovi problemi di concorrenza alle aziende europee, proprio mentre Pechino ha chiesto apertamente un potenziamento della partnership con l’Ue per difendere le regole del commercio mondiale.
Messaggi “misti”
Da Pechino, insomma, sembrano arrivare messaggi “misti”. Da un lato, appunto, la ricerca di accordi e iniziative di cooperazione (come la costituzione della zona “a zero dazi” di Lingang, vicino a Shanghai, che punta ad attrarre imprese di tutto il mondo). Dall’altro annunci ostili: primo fra tutti il già citato blocco all’esportazione delle terre rare, che oltre agli Stati Uniti colpirà anche altri Paesi, come Giappone e Germania. Per l’Europa stringere legami commerciali con altri mercati può aiutare a sopperire, almeno in parte, al rischio di mancati scambi con gli Stati Uniti. Tuttavia è importante diversificare, evitando di legarsi mani e piedi alla Cina, che è e resta un’economia gestita da un governo autocratico con logiche diverse dalle nostre. Un mercato interessante è quello sudamericano, come ha ricordato Emanuele Orsini: il presidente di Confindustria, a questo proposito, ha caldeggiato il rinnovo degli accordi attualmente operativi con il Mercosur.
Shopping marginale
In questa situazione come deve comportarsi l’investitore? La scorsa settimana avevamo consigliato di tornare ad acquistare qualche titolo, senza eccedere: chi lo ha fatto, ora ha la possibilità di realizzare un utile vendendo le azioni sottoscritte di recente. Per il resto, l’alternativa ai mercati finanziari volatili sono le obbligazioni: i Btp europei, che però non superano il rendimento medio del 3,70%, o i corporate bond, un po’ più rischiosi, ma anche più redditizi (5% circa). Sicuramente questo è un periodo buono per puntare sull’Italia, anche in relazione al rialzo del rating italiano a BBB+ da parte di Standard & Poor’s. L’inversione di tendenza il segna primo incremento della valutazione da 28 anni a oggi.
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Borse, si salvi chi può
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’introduzione dei dazi ha sconvolto le Borse mondiali. Particolarmente colpite quelle europee, che in tre sedute hanno perso quasi il 14%. I deboli tentativi di reazione hanno poi scompaginato la situazione degli indici: qualche listino (soprattutto in Asia) ha rialzato la testa, pur lontano da un pieno recupero, mentre altri hanno perso ancora. Mentre scriviamo, New York sembra aver rialzato un po’ la testa con una Borsa che segna un +7% dai minimi di ieri. In ordine sparso anche le risposte internazionali: i cinesi sono pronti alla lotta “a oltranza”, con un braccio di ferro di dazi e controdazi, mentre gli europei, come spesso accade, sono divisi tra loro.
Mercati sorpresi
A stupire è l’entità del crollo, che con un tratto di penna ha cancellato mesi di progressi: varie Borse – compresa Piazza Affari – hanno annullato la crescita del 2025, arretrando anche rispetto alle posizioni di gennaio e tornando a valori registrati attorno al 15 dicembre 2024. Il fenomeno si discosta dalle normali dinamiche: solitamente i mercati anticipano i trend e l’assenza di un ritracciamento alcuni giorni prima dei dazi aveva illuso la comunità finanziaria, forse convinta di poter passare indenne dalle tariffe doganali. Non è stato così. Probabilmente, i mercati erano sotto sotto convinti di vedere il presidente degli Stati Uniti sospendere la sua decisione (come, del resto, aveva già fatto in precedenza con Canada e Messico). Quando le certezze si sono sgretolate, si è scatenato il panico.
Trump a un bivio
Da parte sua, Donald Trump è a un bivio. O ascoltare Elon Musk e fare un passo indietro, magari aprendo rapide trattative con i Paesi colpiti dalla misura, oppure continuare ad avvitarsi su se stesso e persistere nella politica protezionistica.
A giocare un ruolo importante è il carattere tendenzialmente narcisista del presidente americano che – come del resto accade a molti politici – è infastidito dall’idea di riconoscere pubblicamente di aver sbagliato, e non ama rischiare di perdere la faccia. Sicuramente, nell’amministrazione Trump è in corso un dibattito interno molto acceso. E non solo per le pressioni di Musk: Kevin Hassett, consigliere economico del presidente, ha rivelato una riflessione in atto su una possibile moratoria di 90 giorni delle tariffe doganali – annuncio che ha innescato tentativi di rimbalzi in Borsa, ma che è stato presto smentito dalla stessa presidenza.
Trattative? Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…
Certo è che le conseguenze del protezionismo generano rischi per l’economia americana. Trump ha insistito sui dazi per due motivi: trattare con gli altri Paesi da posizioni di forza e favorire il rientro delle aziende americane che in passato avevano delocalizzato la produzione. Il primo risultato sembra semplice da ottenere: basterebbe che l’inquilino della Casa Bianca si dimostrasse aperto al confronto. Qualcuno ha già compiuto il primo passo senza aspettare un invito da parte di Trump: Helene Budliger Artieda, direttrice della segreteria di Stato dell’economia svizzera, è volata a Washington, annunciando che la Confederazione non applicherà controdazi e cercando per lo meno di ridurre, mediante negoziati, l’entità delle tariffe sui prodotti elvetici, che attualmente sono del 31%, contro il 25% dell’Unione Europea. L’Ue, da parte sua, non disdegnerebbe una trattativa, anche se le procedure di Bruxelles sono notoriamente macchinose.
Il nodo della delocalizzazione
Sul fronte delle aziende Usa che producono in Paesi soggetti a dazi (l’80% delle multinazionali americane) stanno invece sorgendo problemi operativi. Se, infatti, queste imprese decideranno di ignorare gli inviti istituzionali a un rimpatrio, saranno esse stesse colpite dalle tariffe doganali. Riversandole a sua volta sul consumatore, dato che i prezzi cresceranno, costringendo molti clienti ad acquistare di meno. La mossa potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente e per il Partito Repubblicano, dato che le elezioni di mid term si terranno fra appena un anno e mezzo e i cittadini americani vanno alle urne pensando soprattutto all’economia. D’altro canto, i benefici di un ritorno della produzione entro i confini nazionali sono tutti da dimostrare. Gli Stati Uniti hanno una disoccupazione del 4% circa: nel caso di un rientro massiccio delle imprese su suolo patrio, facilmente non riuscirebbero a trovare manodopera, e sarebbero costrette a ricorrere all’immigrazione – opzione non troppo gradita a Trump. Ma il problema più importante è un altro: se le multinazionali decidessero davvero di rimpatriare la produzione, sarebbero costrette ad avviare una procedura lunga ed elaborata. Staccare la spina e riattaccarla altrove non è un’operazione che si riesce a ultimare dall’oggi al domani. Ci vuole tempo. Ci vogliono anni. Più anni di quelli che ci separano dalle elezioni di mid term, e forse anche dalle stesse presidenziali. Se i democratici dovessero riprendere il controllo delle istituzioni, potrebbero annullare i dazi, vanificando le elaborate operazioni di rientro della produzione. Considerato tutto questo, si stima che non saranno molte le aziende che decideranno di rimpatriare, affrontando una perdita certa per evitare balzelli che poi, fra pochi anni, potrebbero essere revocati. Resta poi il fatto che i dazi fanno male ai timonieri delle bigtech americane. Non solo a quelli che, una volta insediato il nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno rapidamente cambiato bandiera, ma anche a “fedelissimi” di Trump come Elon Musk. I miliardari della tecnologia potrebbero, dunque, fare pressioni sull’inquilino della Casa Bianca per uscire dal cul de sac dei dazi, siano essi reciproci (come quelli cinesi) oppure no.
Ritorsioni o dialogo?
Oltre alle aziende americane delocalizzate, a pagare i dazi sono (già fin d’ora) molte aziende europee molto esposte sugli Stati Uniti. Per le imprese, creare una diversificazione della clientela potrebbe rappresentare una soluzione, che però richiederebbe tempo. Prendiamo l’esempio del rame: gli Stati Uniti non ne hanno, e per questo motivo non impongono dazi sulla sua importazione. Se tutti i Paesi del mondo si mettessero d’accordo per sovvenzionare i Paesi esportatori (come ad esempio il Cile) pur di bloccarne la vendita agli Usa, Washington si sentirebbe con le spalle al muro e sarebbe costretta a trattare. Oppure: se si decidesse di non comprare più debito pubblico americano, gli Stati Uniti diventerebbero un mercato a rischio, dato che sono sì un Paese ricchissimo, ma anche molto indebitato. Queste manovre, che sarebbero sicuramente molto più efficaci che non eventuali contro-dazi, descrivono però rimedi difficilmente praticabili. In realtà, quello americano è un mercato troppo ricco e importante per il resto del mondo: isolarlo non conviene a nessuno. A meno, ovviamente, che si presentino situazioni estreme.
Volatilità fuori controllo
La discesa delle Borse ha colpito indiscriminatamente tutti i settori. E, in un simile quadro, ci hanno rimesso le criptovalute, il petrolio e persino l’oro. La recessione, data quasi per scontata, ha fatto crollare anche le banche, spaventate da uno scenario che da roseo è improvvisamente diventato pessimistico. L’indice Vix è oggi del 50% circa e il livello di paura è alto. In questa situazione di “mare grosso”, tuttavia, alcuni settori hanno raggiunto valutazioni interessanti. A questi livelli, non sembrerebbe azzardato acquistare, per non più del 15% della liquidità disponibile, azioni difensive (utility, alimentari e farmaceutici) oppure titoli tecnologici americani, che hanno ripiegato in modo deciso. Per il resto, occhi bene aperti, per poter essere pronti ad approfittare di qualche eccesso di ribasso: la volatilità potrebbe andare avanti per due o tre mesi, e lo scenario è aperto a sorprese orso o toro. Attualmente, gli indici stanno provando a reagire, nella classica situazione da “prove tecniche di rimbalzo”. Con l’obiettivo di fermare il tracollo e, possibilmente, cercare di recuperare almeno qualcosa.
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Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati
Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.
Il monito di Draghi
Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.
Germania in crisi
Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.
Rischio effetto domino
La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.
Bene il dollaro, la sterlina soffre
In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.
Ottobre, riparte il Btp Valore
In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.
Wall Street da record, Borse europee più tranquille
Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.
Una breve attesa
Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.
Banche centrali: quanti rialzi?
I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.
Il monito di Visco
Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.
Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?
A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.
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Aspettando la recessione
Nel consiglio direttivo Bce è aperta la discussione sulla possibilità di mettere in pausa l'incremento progressivo dei tassi, anche se finora il “partito rialzista” sembra ancora prevalere. Ma, mentre l'inflazione è ancora al centro delle attenzioni dei banchieri centrali, un altro pericolo incombe sull'economia mondiale...
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In Europa, il picco dei tassi sarà raggiunto con le prossime tre riunioni del board Bce. Ma non necessariamente l'istituto centrale provvederà a incrementarne il valore in tutti e tre gli appuntamenti. Lo ha affermato François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e membro del direttivo dell'Eurotower. “Abbiamo tre possibili consigli direttivi per alzare o fare una pausa”, ha dichiarato, ritenendo nel contempo “saggio e prudente” il rallentamento degli aggiustamenti ricorrenti dai 50 ai 25 punti base. In seguito, ha aggiunto Villeroy, occorrerebbe tenersi sui livelli stabiliti per un certo periodo, prima di iniziare il ciclo delle discese. Falchi ancora in vantaggio
Questa dichiarazione presenta il governatore della Banca di Francia come “pontiere” fra i falchi – che finora hanno inequivocabilmente prevalso – e le colombe. Fra i primi c'è la stessa presidente Christine Lagarde, che ancora una volta ha espresso un chiaro scetticismo sulla possibilità di introdurre una pausa, e governatori come Robert Holzmann (Banca d'Austria), convinto che incrementare i tassi di 75 punti base sia imprescindibile per combattere l’inflazione. Inflazione che però è già ampiamente sotto controllo. La sua corsa si sta infatti fermando, grazie al “rientro nei ranghi” delle materie prime, e a fine anno non dovrebbe superare il 3%. Mentre l'alto costo del denaro mette sempre più a rischio i sistemi economici: le filiere produttive si stanno fermando in tutta Europa (e anche negli Usa, che hanno una politica simile sui tassi), mentre si temono il blocco degli investimenti e una crisi del sistema immobiliare, che sta già manifestando forti problemi. Insomma: ora l'allarme non è più legato all'inflazione, ma al rischio recessione, che potrebbe colpire l'Europa e altri paesi occidentali già nei prossimi mesi.
Diverse ricette, stesso risultato
Detto questo, sorge spontanea un'osservazione: la Banca del Giappone – diversamente dagli istituti centrali europeo, britannico e americano – ha deciso di mantenere la propria politica monetaria e lasciare i tassi di riferimento a -0,10%. Una scelta che non ha prodotto risultati differenti da quelli attualmente osservabili altrove: anche nel Sol Levante l'inflazione sta rientrando. Ci si chiede, quindi, se in questa crisi si sia davvero instaurato un rapporto di causa-effetto fra le rigide strette monetarie di Bce, Fed e Boe e lo stop subito dal vortice inflattivo. O se, piuttosto, il rientro dell'inflazione non sia un fenomeno endogeno, indipendente (in tutto o in parte) dalle strategie delle banche centrali. Che, in Europa e negli Usa, hanno proceduto quasi all'unisono, anche se le cause del fenomeno erano differenti in ciascuna delle aree: materie prime per l'Ue (e parzialmente per la Gran Bretagna, in cui però ha giocato un ruolo anche il post-Brexit) e forte rialzo della spesa pubblica negli Stati Uniti, punto distintivo del programma economico dell'amministrazione Biden.
Tetto al debito Usa, the final countdown
Punto distintivo che, però, presto potrebbe non esserlo più. Perché proprio l'entità della spesa pubblica è uno dei punti su cui il presidente americano Joe Biden e il repubblicano Kevin McCarthy, speaker della Camera dei rappresentanti, si stanno confrontando per alzare il tetto al debito oltre i 31.400 miliardi di dollari e scongiurare, così, la bancarotta dello Zio Sam. “Biden deve accettare una condizione base”, ha dichiarato a questo proposito McCarthy: “non possiamo spendere altri soldi l'anno prossimo. Dobbiamo spenderne meno dell'anno prima”. Da parte sua, il Presidente si è detto “pronto a rivedere il budget di spesa: dobbiamo trovare un accordo”, ha detto, “ma senza la minaccia di un default”. Che "sarebbe una catastrofe, 8 milioni di americani rischierebbero di perdere il lavoro". La minaccia evocata dall'inquilino della Casa Bianca è però il convitato di pietra delle trattative, che almeno finora, non hanno ottenuto risultati: sebbene Biden abbia dichiarato che la bancarotta è “evitabile”, democratici e repubblicani sono ancora distanti, mentre i giorni passano veloci. Sì, perché – a parere di Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa – il tempo stringe davvero, e il 1° giugno gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di onorare il loro debito. Alla fine, molti osservatori sono concordi nel ritenere che un accordo – anche provvisorio – sarà trovato, evitando il peggio. Lo pensano anche i mercati, che finora non hanno risentito delle tensioni provenienti dalla Sala Ovale di Washington. In particolare, i listini europei sono in leggero rialzo. Un po' perché – lo abbiamo appena detto – gli investitori “scommettono” su un buon esito della trattativa. Un po' perché il problema è più di carattere americano che non mondiale. E un po' perché, in questa situazione di trading range lungo, i volumi e gli scambi sono limitati e la volatilità resta molto bassa, anche quando i mercati scendono.
Mercati ancora tranquilli
Da febbraio, la situazione dei listini mostra il protrarsi di un lungo periodo interlocutorio, che ha trasformato i trend borsistici in una sorta di Deserto dei Tartari della finanza. Non si è ancora verificato un evento in grado di far pendere la bilancia dalla parte del Toro e dell'Orso. E non hanno smosso molto neppure le trimestrali che, pur molto buone, non hanno avuto la forza per dare una spinta al mercato. La situazione interlocutoria potrebbe durare per gran parte dell'estate; in seguito il trend sarà forse in grado di delinearsi in maniera un po' meno incerta. Visti i fondati timori di recessione, sembra più facile che all'orizzonte ci sia un rallentamento del mercato, anche se non si può prevedere di quale entità.
Gli impatti delle alluvioni
Il mese di maggio 2023 è stato anche contraddistinto dalle drammatiche alluvioni che hanno colpito l'Emilia-Romagna in due diverse ondate, lasciando una scia di morte e distruzione. Dal punto di vista economico, il disastro naturale avrà prevedibilmente un forte impatto sui settori agricolo e zootecnico delle aree colpite. In particolare, i raccolti ortofrutticoli delle zone allagate sono da considerarsi persi, e – a quanto stima la locale Confagricoltura – occorrerà estirpare da 10.000 a 40.000 alberi da frutto – soprattutto (ma non solo) peschi, albicocchi e kiwi. La stima definitiva si farà quando le acque si saranno ritirate e sarà possibile capire cosa salvare e cosa eliminare. È però già ampiamente noto che i danni da mancata produzione saranno incalcolabili (tra i 5 e i 6 miliardi quelli stimati) in un settore che viveva di esportazione nei principali paesi europei: sono a rischio oltre 50.000 posti di lavoro, mentre la ripiantumazione degli alberi distrutti potrà dare frutto non prima di quattro o cinque anni. Mettendo in ginocchio l'economia della Fruit Valley italiana. Non molto diverso il discorso legato alla zootecnia, che ha visto molti animali vittime dei fiumi in piena. Mentre sarà tutto sommato più marginale l'impatto sul settore industriale, i cui macchinari sembrano aver subito danni molto minori, e che presumibilmente potrà riprendere la produzione in tempi relativamente brevi. Ne consegue che l’impatto negativo provocato dal disastro naturale sul Pil italiano sarà probabilmente di qualche decimale.
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Rischio default americano, mercati con il fiato sospeso
Le Borse proseguono nella loro marcia regolare, senza sussulti né variazioni di grande entità. Ma a turbare la tranquillità, che prosegue ormai da febbraio, potrebbero pensarci tre elementi: l'incremento insufficiente della produzione industriale in Cina, la mancata crescita globale e, soprattutto, il rischio di un mancato accordo sul tetto al debito pubblico Usa
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati proseguono la loro marcia in territorio neutrale. Gli scostamenti sono minimi e ininfluenti: se due settimane fa le Borse hanno recuperato un calo iniziale con un rialzo di simile entità, venerdì scorso si è registrato il fenomeno opposto: una flessione dopo un buon avvio. Entrambi i trend hanno praticamente portato i listini alla situazione di partenza.
Rischio recessione
Il lungo trading range, che ormai prosegue quasi indisturbato da metà febbraio, non ha finora risentito troppo delle ottime trimestrali – anche perché i dati di marzo fotografano il passato, mentre il futuro presenta varie incognite, che potrebbero causare ribassi. Non troppo pesanti, probabilmente, ma in grado di offrire agli investitori opportunità di rientrare successivamente sul mercato a prezzi migliori. In particolare, ci sono tre grandi nubi all'orizzonte. La prima viene da Pechino, e dipende dalla pubblicazione dei dati sulla produzione industriale in Cina, che ad aprile si è incrementata del 5,6% annuo. Un dato che è sì migliore rispetto a quello di marzo (+3,9%), ma appare più modesto rispetto alla performance attesa dagli analisti (+10,9%). Un'altra preoccupazione riguarda le minacce alla crescita globale e i timori di recessione, che gravano sulle economie mondiali anche a causa della corsa al rialzo dei tassi: un rischio di questo genere si ripercuoterebbe anche sugli utili delle aziende, restituendo dati ben diversi da quelli molto positivi delle trimestrali attualmente in arrivo.
Usa, l'incubo del tetto al debito
Terzo incubo, il rischio di default tecnico americano, dovuto al mancato innalzamento (almeno finora) del debito pubblico Usa, che ha raggiunto il tetto stabilito di 31.400 miliardi di dollari. Finora, il presidente Joe Biden e l'opposizione repubblicana stanno proseguendo una non facile trattativa per ampliare il debito ed evitare, appunto, il default che in assenza di un'intesa – ha affermato il segretario al Tesoro Janet Yellen – potrebbe scattare il 1° giugno. Senza un compromesso fra i due litiganti, si verificherebbero fra le altre cose licenziamenti immediati nel settore pubblico, con un impatto devastante sull'economia americana. Se il buonsenso suggerisce che le due parti, alla fine, si verranno incontro, l'approssimarsi delle presidenziali fa temere un irrigidimento di democratici e repubblicani sulle rispettive posizioni. I due partiti potrebbero ragionare in ottica elettoralistica, mirando a guadagnare consensi più che a fare il bene del paese. Per questo motivo, una soluzione è tutto tranne che scontata. Anche perché il tempo non è molto e i mercati del mondo occidentale sono già nervosi e inquieti. Se l'accordo non sarà trovato, una flessione dei listini è vista come molto probabile, proprio per gli impatti sull'economia reale degli Stati Uniti. Anzi: già in questi giorni (meno di 15) c'è il rischio di ripercussioni negative sulle contrattazioni, causate da un'attesa sul filo del rasoio.
Tassi, manca coraggio
In questa situazione non aiuta certamente il pericolo di un nuovo, possibile rialzo dei tassi, su cui la Federal Reserve dovrà prendere una decisione. Mentre l'inflazione americana ha chiuso il decimo mese consecutivo di ribasso, raggiungendo i minimi dal maggio del 2021. È pur vero che la componente core è salita al di sopra delle attese, procurando argomenti ai sostenitori di nuovi rialzi ai tassi; tuttavia, il trend sembra ben definito, con un'inflazione Usa che entro fine anno tornerà sotto quota 4%. Queste tendenze potrebbero giustificare un atto di coraggio da parte della Fed, con uno stop, anche temporaneo, delle strategie a cui siamo ormai abituati. La speranza è, ovviamente, legittima, ma è bene non abbondare troppo nelle illusioni. Per la Federal Reserve, come anche per la Bce e la Bank of England, il rialzo dei tassi pare più una battaglia ideologica che non una scelta ponderata. Sembra che i tre istituti centrali siano impegnati quasi in una gara, dove perde chi rinuncia prima degli altri alle periodiche strette monetarie. Che sono presentate come ineluttabili, in presenza di dati sull'inflazione superiori al 2%. Questa percentuale è vista quasi come un mantra soprattutto in Europa, dove Christine Lagarde ha annunciato nuovi rialzi – sebbene i prezzi delle materie prime, veri responsabili dell'inflazione nel nostro continente, siano ormai ampiamente sotto controllo. Mentre anche Londra ha provveduto a un nuovo, ormai consueto scatto verso l'alto del costo del denaro.
Banche centrali, doppio ritardo
Le tre banche centrali si sono confermate ancora una volta in ritardo rispetto alla situazione che le economie mondiali stanno vivendo. Quando l'inflazione era ormai un fenomeno chiaro, Fed, Bce e Boe hanno atteso troppo nell'alzare i tassi, lasciando che la “valanga” prendesse corpo e diventasse più pericolosa. Oggi, gli istituti centrali reagiscono ancora una volta in ritardo alla recessione che incombe e non prendono quelle contromisure (cioè lo stop ai rialzi) che potrebbero contribuire a fermarla sul nascere, o almeno a rallentarla. Fra pochi mesi vedremo dove ci porterà questa politica. E capiremo se avranno avuto ragione i tre istituti centrali dei paesi occidentali oppure la Banca del Giappone, che ha invece rifiutato di avviare una pesante e progressiva stretta monetaria.
Petrolio e oro
Come anticipato, le materie prime sono ampiamente sotto controllo. Il gas sta viaggiando a zig zag verso quota 30 euro/MWh e potrebbe presto arretrare ulteriormente, avvicinandosi al prezzo a cui eravamo abituati prima della pandemia. Il petrolio è invece ancora in fase d'attesa e veleggia tra quota 70 e 80 dollari Usa, vanificando gli effetti dei tagli alla produzione decisi dall'Opec. È invece ancora oltre quota 2.000 dollari la quotazione dell'oro, che però - in uno scenario che vede l'inflazione in continuo calo - sembra sopravvalutato. Ai valori odierni, comprare metallo giallo non è particolarmente consigliabile: anzi, finché l'oro resta a questi livelli potrebbe rivelarsi più redditizio venderne una parte delle scorte, per poi magari effettuare un riacquisto successivamente, in caso di decisa flessione.
Un anno di guerra: ecco come sono cambiate le economie
A dodici mesi dallo scoppio del conflitto, la cessazione delle ostilità sembra un traguardo lontano e poco probabile. I mercati lo sanno e dopo il primo periodo di choc hanno provato ad adattarsi: raggiunti i minimi lo scorso ottobre, hanno fatto partire un rimbalzo che in Europa non si è ancora esaurito. E ora...
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Il 24 febbraio 2022 le truppe russe varcavano il confine dell'Ucraina aprendo un conflitto dagli incerti esiti e dall'imprevedibile durata. Dopo un anno e poco più dall'escalation militare, la pace sembra irrealizzabile e molti osservatori ritengono che la vittoria di uno dei due contendenti sia un'ipotesi poco probabile. Sembra fondata l'ipotesi di Sergeij Radčenko, docente di relazioni internazionali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, pubblicata sul New York Times e citata sul Corriere della Sera dal giornalista Federico Rampini. L'analisi ha opposto i due scenari secondo lui più probabili: o i combattimenti ad libitum o una “soluzione coreana” - cioè la cessazione delle ostilità e il congelamento de facto dei confini tra i due paesi belligeranti, con uno stato prolungato di “guerra non guerreggiata”. In Corea, la situazione (tecnicamente ancora provvisoria) si è in realtà consolidata: dal 1953 in avanti, i due stati si sono sviluppati in maniera autonoma e Seul ha “vinto la pace”, affrancandosi da un'atavica povertà, scalando le gerarchie e superando recentemente persino il PIL dell'Italia.
Sanzioni, che flop
Intanto, però, la guerra russo-ucraina è più che mai in corso. E a un anno di distanza è lecito abbozzare qualche bilancio riguardante i suoi impatti sull'economia mondiale. In primo luogo, le vicende belliche hanno scatenato una reazione delle potenze occidentali (in primis Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea), che hanno cercato di colpire Mosca con vari pacchetti di sanzioni approvati in sequenza – l'ultimo, il decimo, è stato introdotto qualche giorno fa. Molte le conseguenze di queste misure. In primo luogo, la minore dipendenza dell'Europa dal petrolio e soprattutto dal gas russo, che andrà a ridursi ulteriormente nei prossimi due anni, fino quasi ad annullarsi. In un primo tempo, le sanzioni avevano fatto schizzare in alto proprio il metano e il greggio; se il secondo è poi tornato rapidamente su livelli accettabili, il primo – il cui costo era raddoppiato a causa della ripresa post-restrizioni Covid, ma anche per le conseguenze della transizione all'elettrico - è stato oggetto di speculazioni molto robuste, superando la cifra folle di 300 euro al megawattora. Complice l'incapacità di reagire da parte delle autorità europee, il livello, pur calando sensibilmente, si è mantenuto a lungo a tre cifre; è poi sceso gradualmente sotto quota 50, a causa dell'inverno mite, che ha facilitato il completamento degli stoccaggi. Ora, nonostante i livelli più accettabili stabiliti dal Ttf di Amsterdam, l'economia europea soffre ancora per il prezzo del gas e per le conseguenze dei suoi picchi del 2022. Come facilmente prevedibile, dunque, l'apparato sanzionatorio ha fatto male all'Ue, molto meno alla Russia: tutte le previsioni che avevano dato per certo il collasso di Mosca in tre mesi, il default della sua economia e il rapido deprezzamento del rublo hanno dimostrato la loro inconsistenza. Al contrario, Mosca ha semplicemente cambiato “cavallo” e ha stretto rapporti politici e commerciali con la Cina. La diffidenza nata tra le due potenze ai tempi del XX Congresso delCina Pcus – degenerata con la guerra di confine sino-sovietica del 1969 – si è dunque trasformata in collaborazione politica ed economica. È di non molti giorni fa la foto del grande gasdotto in costruzione, che porterà il gas russo, precedentemente destinato a Germania, Italia ed Europa, nelle aziende e nelle abitazioni dei cinesi. Tutto questo mentre la maggior parte dei paesi del mondo non ha aderito alle sanzioni, lasciandone il peso sulle fragili spalle dell'Europa.
Inflazione, quanto ci costi
Un'Europa che ora, proprio a causa delle montagne russe delle materie prime, non sa come fermare l'inflazione: come avevamo ampiamente previsto in tempi non sospetti, il rialzo graduale e insistente dei tassi non è stato in grado di intaccarla, agitando nel contempo lo spettro della recessione. E favorendo l'iniziale depressione dei mercati finanziari, con la corsa verso il basso che si è fermata con minimi dello scorso 6 ottobre. Poi, soprattutto in Europa, è avvenuto il grande rimbalzo, che ha riportato l'azionario, in alcuni mercati, a livelli prebellici. La fase virtuosa è proseguita ben più a lungo rispetto alle più rosee previsioni. L'inflazione è rimasta in sella, ma i mercati finanziari sembrano essersi dimenticati della guerra, smentendo le previsioni pessimistiche di alcuni mesi fa. Sembra quindi corretta la recente affermazione di Warren Buffett: nella lettera che ha comunicato agli azionisti di Berkshire Hathaway la chiusura del 2022 con 22,82 miliardi di dollari di perdite nette, l'oracolo di Omaha ha sostenuto che “spesso le azioni scambiano a prezzi davvero folli, in alto o in basso. Il mercato efficiente esiste solo nei libri di testo”. Nella lettera, Buffett è anche tornato su un vecchio cavallo di battaglia: l'investimento a lungo termine. “Facciamo affidamento sulla forza di fondo dell’economia americana che, anche se di tanto in tanto evidenzia rallentamenti, ha sempre confermato la sua capacità propulsiva”, ha affermato, in una dichiarazione che può essere estesa anche all'economia europea.
Ping-pong sui tassi
E in questi giorni, i mercati del nostro continente hanno registrato performance migliori di quelli americani, influenzati anche dai verbali Fomc (il Federal Open Market Committee della banca centrale americana): il documento ha ribadito l'avanti tutta sui tassi, sottolineando che l'obiettivo resta l'inflazione al 2% e che, per arrivarci, “ci vorrà un po' di tempo”. Bce e Fed restano quindi allineate nel loro ping-pong al rialzo: le aspettative prevedono tassi al 3,75% nell'Eurozona e al 5,5% negli Stati Uniti. A rischiare, nel secondo semestre, potrebbe essere soprattutto l'azionario, alle prese con ritocchi dell’inflazione molto forti verso l'alto ed effetti negativi sull'economia. Con alcune eccezioni: il mercato italiano ha tutti i numeri per contenere eventuali danni perché sbilanciato sui titoli bancari, strutturalmente favoriti da un costo alto del denaro. Punto di domanda, invece, sull'obbligazionario, che forse (ma non è detto) potrebbe rivelarsi in grado di prendere la parte positiva del rialzo e rilanciarsi ulteriormente.
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