Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”

Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.

Nuovo rischio dal petrolio

L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.

La Cina è vicina

C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.

Le obbligazioni spingono il pil

Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.

Inflazione Usa, dati non del tutto positivi

Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6%  e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.

Londra, la crisi continua

Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.

Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico

Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.

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La recessione più annunciata di sempre

Al World Economic Forum di Davos, la maggioranza degli economisti ha definito “estremamente probabile” una recessione in realtà prevista da mesi. Stupiscono invece i mercati, che hanno aperto il 2023 positivamente e potrebbero rimbalzare fino alla pubblicazione delle trimestrali

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana si è aperta con il ritorno del Word Economic Forum di Davos. Tra gli argomenti della kermesse, la lotta contro le disuguaglianze economiche e il contrasto alla crisi climatica del pianeta. Due iniziative senz'altro lodevoli, che però cozzano con il comportamento degli autorevoli invitati alla convention grigionese.
Un esempio su tutti; ha fatto scalpore la modalità con cui i congressisti hanno raggiunto la Svizzera, e cioè a bordo dei loro (superinquinanti) jet privati.
Già questo dato fa del Wef 2023 il festival mondiale dell'ipocrisia, in palese contraddizione sia con il contrasto alle disuguaglianze, sia con l'agenda “verde”. Gli aerei privati che hanno varcato lo spazio aereo della Confederazione – afferma un'indagine Greenpeace – inquinano come circa 350.000 auto e hanno quadruplicato le emissioni medie di Co2 in una settimana; inoltre, la maggioranza dei velivoli (53%) proviene da località sotto i 750 chilometri, raggiungibili senza particolari problemi anche in treno o in automobile (o almeno con un aereo di linea).
Per il resto, al World Economic Forum si è prevista una recessione per il 2023 (definita “estremamente probabile” dai due terzi degli economisti presenti) con una crescita debole in Europa e negli Stati Uniti.
Quella che tecnicamente stiamo già vivendo, si potrebbe commentare, è la recessione più annunciata di sempre. Anche se, è bene ricordarlo, ogni previsione, anche la più logica, può essere smentita.

Mercati tranquilli
A dimostrarlo è l'andamento dei mercati: ci si aspettava un periodo poco brillante, all'insegna dei cali e della scarsa redditività. E invece è avvenuto il contrario: i listini hanno aperto il 2023 molto bene.
Ora stiamo vivendo una prevedibile fase di riflessione, che dovrà consentire alle Borse di assimilare un inaspettato rimbalzo del 10%. A breve, dopo questo stop tecnico, i trend potrebbero tornare a crescere, per poi fermarsi con la pubblicazione dei primi dati trimestrali: gli utili (o almeno gran parte di essi) risentiranno della recessione e facilmente non saranno buoni. Per questo motivo, la strategia migliore è al momento quella prudente: rimanere negli investimenti ma evitare i rischi.
Ad approfittare della situazione positiva sono state (inaspettatamente) anche le criptovalute: bitcoin ed ethereum hanno rimbalzato e sembrano aver ricostruito una base solida e stabile. Vedremo nel corso dell'anno se avverrà un ritorno di questo asset o se invece si sarà trattato di un fuoco di paglia. Sicuramente, crisi e fallimenti hanno ridotto la platea degli investitori in criptovalute: secondo una ricerca di Kaspersky, diffusa pochi giorni fa, il 48% degli utenti ha rinunciato a utilizzarle perché teme di perdere denaro a causa della loro volatilità, mentre il 10% ha smesso di investirci dopo aver già lasciato denaro sul terreno.
Sempre consigliabile, invece, l'acquisto di obbligazioni. È impensabile recuperare ciò che si è perso l'anno scorso; tuttavia, scegliendo un orizzonte temporale triennale, è possibile portare a casa un 5%-6% annuo con un’attenta selezione.

Usa, rallenta l'inflazione
Negli Stati Uniti l'inflazione sta finalmente rallentando: i risultati di dicembre hanno mostrato una contrazione sia dei dati mensili, sia di quelli annuali, che con un +6,5% hanno fatto registrare i minimi da 14 mesi (a novembre il dato era del 7,1%).
Le indicazioni provenienti da oltre oceano non stupiscono: per accorgersi del calo generale dell'inflazione è sufficiente osservare la diminuzione sensibile dei prezzi delle materie prime. Una tendenza che, teoricamente, dovrebbe fare bene all'Europa ancor più che agli Usa. Non per niente, il nostro continente ha chiuso due mesi di inflazione negativa, anche se la comunicazione di questo dato non è stata del tutto chiara.

Il petrolio non decolla, la benzina sì
A proposito di materie prime, ci si chiede per quale motivo in Italia i prezzi della benzina alla pompa siano schizzati così in alto. Lo stop allo sconto delle accise non è sufficiente a spiegare un aumento così deciso delle tariffe al consumo, dato che il greggio è ancora sotto quota 90: non si capisce se davvero sia in atto una manovra speculativa, oppure se il rincaro dipenda dalle nuove sanzioni contro Mosca, che dallo scorso 5 dicembre hanno proibito il trasporto marittimo del greggio russo e dal prossimo 5 febbraio vieteranno anche il trasferimento di prodotti petroliferi provenienti dalla Federazione verso paesi terzi.

Il sindaco di Londra: “ridateci l'Ue”
La scorsa settimana hanno fatto scalpore le parole di Sadiq Khan sulla Brexit: il sindaco di Londra ha infatti denunciato apertamente i danni provocati dall'uscita inglese dall'Ue, chiedendo a gran voce un passo indietro (improbabile), o almeno l'apertura di trattative per una riadesione al mercato unico europeo, anche se dall'esterno (meno difficile).
A fare clamore è stata la modalità della comunicazione, apertamente critica nei confronti dei Conservatori, ma anche del leader laburista Kein Starmer, che ha dato per acquisita l'uscita dall'Ue, limitando il suo impegno a “far funzionare” la Brexit. Non ha invece stupito il contenuto del messaggio: Khan rappresenta una città cosmopolita come Londra, che aveva votato per rimanere nell'Ue e che ha subito gli impatti più negativi della crisi post Brexit. La capitale ha sofferto più di ogni altra città la carenza di manodopera straniera legata all'abbandono britannico dell'Ue e alle strette regole stabilite dall'ex premier Boris Johnson. Ha causato problemi anche l'uscita da Londra di persone molto abbienti, che hanno scelto di stabilirsi nel continente (anche Milano ne sta ricevendo benefici).
Più in generale, la Gran Bretagna ha chiuso il 2022 con un'inflazione più alta rispetto alla media europea.

Rincari in Giappone
Un rialzo dell'inflazione è avvenuto anche in Giappone, investito da un'ondata di aumenti. Simbolo della nuova situazione, il rincaro dei biglietti della metropolitana di Tokyo, fermi dal 1995 e cresciuti del 6%.
I rialzi hanno portato il premier Fumio Kishida ai minimi della popolarità tra i cittadini. Occorre però ricordare che il Giappone non è autosufficiente per l'energia e mantiene comunque un tasso di inflazione più basso rispetto al resto del mondo. Ovviamente – e questo accade dappertutto – i conti pubblici devono quadrare e a pagare il conto è solitamente la popolazione. Proprio per questo motivo occorrerebbe un approccio meno rigido al contenimento dei debiti pubblici, che non sono di per sé un male, a condizione che si dimostrino in grado di far crescere il PIL, sostenere il benessere degli abitanti e generare più crescita per il paese.

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2023, la riscossa dei bond?

Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...

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L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.

Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.

Obbligazionario vs azionario

Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.

La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.

La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.

Il mix di partenza

Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.

Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.

Materie prime

Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.

Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.

Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.

Tassi: nessuna schiarita in vista

E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.

Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.

L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.

Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.

Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.

Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.

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Price cap, inutile fraseggio a centrocampo

L'accordo sul tetto al prezzo del gas è appena stato raggiunto, ma l'Ue cerca di apportare qualche miglioria al testo. Secondo le indiscrezioni, però, anche la nuova versione del protocollo si rivelerà poco incisiva contro la speculazione. Mentre, a quanto afferma il direttore dell'Aie, il 2023 potrebbe portarci una carenza di metano oltre i 27 miliardi di metri cubi

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Dopo l'accordo (o pseudo tale) sul tetto al prezzo del gas, l'Unione Europea ci prova ancora. È allo studio il price cap 2, che – almeno a parole – dovrebbe fissare limiti più stringenti alla speculazione e alla volatilità dell'oro blu.
Dalle prime avvisaglie, però, il nuovo protocollo sembra una fotocopia del primo: abbassa, è vero, il prezzo massimo, ma continua a mantenerlo su limiti altissimi.
Il problema è stato evidenziato anonimamente anche da un diplomatico dell'Unione Europea coinvolto nell'organizzazione dell'ennesimo consiglio sull'energia. L'intenzione di alcuni paesi Ue di giungere a un vero accordo, ha fatto ampiamente capire, “non è quella che ci aspettavamo”. L'indiscrezione, ovviamente, non sorprende. Perché è ormai chiaro che ogni paese sta facendo da sé: Spagna e Portogallo hanno fissato un tetto a misura di azienda (circa 65 euro a kilowattora contro i 130 ufficiali), la Germania ha messo a disposizione di famiglie e imprese un budget molto ampio e la Francia calmiera i prezzi.
Ma c'è chi può e chi non può. L'Italia, evidentemente, non può: lo scostamento di bilancio – ha fatto capire Ursula von der Leyen - è streng verboten.
Insomma: si balla ancora sfrenatamente negli sfarzosi saloni del Titanic, mentre la nave lentamente si inabissa. E nessuno è immune al rischio se, come ha detto Fatih Birol, direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel 2023 l'Unione Europea rischia una carenza di metano pari a oltre 27 miliardi di metri cubi. Il che significherebbe cavarsela per questo inverno, ma non per il prossimo.
Le illusioni potrebbero dunque sciogliersi come neve al sole: la sostanziale tenuta di ottobre e novembre è dipesa sostanzialmente dalle temperature sotto la media fatte registrare in gran parte d'Europa. Ma ora, come era ampiamente prevedibile, è calato il freddo.

Scenari da incubo
Un 2023 all'insegna di ulteriori rincari energetici e razionamenti è stato previsto anche da uno studio realizzato da S&P Global Ratings. L'agenzia ha proposto uno scenario negativo (con probabilità pari a uno su tre) che potrebbe verificarsi nel caso in cui la guerra russo-ucraina si protraesse nel corso del prossimo anno.
Le previsioni, come anticipato, non si discostano dall'allarme del direttore Aie ed evidenziano rischi di ulteriori rincari e di contingentamenti. La nuova e più pesante crisi energetica si distribuirebbe un po' dappertutto, ma la Polonia sarebbe l'area più svantaggiata, anche a causa della vicinanza con il fronte di guerra.
Secondo S&P, lo scenario negativo vedrebbe anche una recessione più grave del previsto, soprattutto in Europa, con un Pil in calo dell'1,3% nel 2023 e la Germania come paese più colpito; tassi Usa ancora più alti; Bce costretta a seguire la Fed per evitare il deprezzamento dell'euro; rallentamento minore dell'area Asia-Pacifico, macroregione più orientata ai mercati interni.
Premesso che tutti gli esercizi e le previsioni restano tali, lo scenario sembra verosimile. I dati attuali mostrano che l'inizio del 2023, per l'Europa, sarà molto problematico, e potrà superare le stime più negative. Verosimile anche la previsione sulla Germania, mentre l'Italia ha le carte in regola per cavarsela meglio: il nostro paese è l'unico nell'Ue che vede un Pil superiore al periodo pre-Covid. Questo, probabilmente, perché a causa delle restrizioni e dei diktat di Bruxelles l'Italia si è attrezzata meglio a superare le crisi.

Ricette vetuste
Detto questo, lo scenario ucraino è sempre più preoccupante, un po' perché la guerra sta ampliando il suo raggio (Kiev inizia a colpire sistematicamente obiettivi in territorio russo), un po' perché i bombardamenti di Mosca stanno distruggendo le infrastrutture del paese, catapultandolo indietro di 50 anni.
L'inflazione resta, invece, un punto di domanda. Anche se, paradossalmente, quella americana sembra più facile da combattere con l'aumento dei tassi, perché colpisce tutta la scala del valore.
In Europa, lo abbiamo sottolineato molte volte, il problema è invece il rincaro energetico, che rende inutile la vecchia ricetta a base di rialzi. Questa strategia rischia dunque di non scalfire lo tsunami inflattivo, portando nel contempo l'Europa in recessione e contribuendo a distruggere la sua economia e a espellere dalla competizione varie aziende del nostro continente.

Auto elettriche, nuovi stop
Sul fronte dell'energia si segnalano altre due notizie curiose. La prima riguarda le auto elettriche: dopo le indiscrezioni su un possibile stop temporaneo di questi veicoli in Svizzera, ora è la volta di Germania e Svezia, che hanno sospeso gli ecobonus per l'acquisto delle e-cars. Le misure, che rischiano di creare un trend, potrebbero mettere in seria discussione lo stop alle vetture endotermiche già fissato dal parlamento europeo per il 2035. L'agenda elettrica sarebbe quindi bloccata non da riflessioni di carattere economico e di salvaguardia delle nostre aziende automotive, ma dalla crisi energetica che non accenna a placarsi.
La seconda notizia è invece il presunto caso di corruzione, da parte delle autorità del Qatar, della vicepresidente del parlamento europeo e di alcune figure di profilo medio-basso della politica continentale. La vicenda rende lecita alcune domande: questa inchiesta rivela un fenomeno casuale o è solo la punta dell'iceberg? I “piani alti” sono immuni? E: esiste una lobby legata alla transizione energetica che ha lavorato per imporre certe scelte (anche discutibili) in ambito comunitario?

Investimenti bilanciati
Sul fronte degli investimenti, il rimbalzo che ha permesso un parziale recupero dei mercati azionari è a un punto di svolta. Nel prossimo futuro, a rivelarsi determinanti per la sua sorte saranno gli utili, che nel terzo trimestre si sono rivelati positivi ma che non fanno sperare troppo per la prossima scadenza. Soprattutto nei titoli tecnologici, che sono in deciso calo.
Per contro, c'è ottimismo per il mercato obbligazionario, che dopo aver navigato in territorio negativo per parecchio tempo è pronto per restituire buoni rendimenti: se fino a poco tempo fa gli investitori spostavano capitali sulle azioni per mancanza di alternative, ora si può tornare a puntare sui bond, ancora sottopesati.
Una formula sensata potrebbe prevedere un investimento bilanciato, partendo con il 75% o l'80% in obbligazioni, mantenendo un po' di liquidità in entrata e riversandola in un secondo tempo sull'azionario, che andrebbe a crescere dal 20%-25% al 30%-35%. Una scelta simile potrebbe restituire rendimenti anche superiori al 5%.

Unicredit, cresce il pillar 2?
Oltre ai tecnologici, sono in discesa anche i titoli bancari. Alcuni rumours puntano il faro su Unicredit, che pur aveva registrato ottimi utili. Secondo indiscrezioni, la Bce potrebbe alzare i requisiti di pillar 2 della banca di Piazza Gae Aulenti dall'1,75% al 2% dei suoi risk weighted assets per potenziare la resistenza del gruppo dai rischi che derivano da guerra e recessione.
Finora non c'è nulla di ufficiale. Tuttavia, se davvero l'Eurotower si muovesse in questa direzione, la richiesta potrebbe suonare come un segnale inviato a un gruppo bancario ancora in affari con la Russia, che rappresenta il 15% delle attività di Unicredit. Attività che l'istituto milanese non ritiene opportuno dismettere.

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Recessione alle porte

Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi

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La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.

Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.

I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.

Vecchi rimedi

La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.

E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.

In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.

Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.

Aria di bonaccia

In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.

Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.

Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.

Federer, fine di un'era

Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.

L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).

Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.

Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.

Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.

Trent'anni dal “mercoledì nero”

Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.

L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.

Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.

Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.

Petrolio, la grande incognita

C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.

Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.

Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.

Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.

Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.

Il merge di Ethereum

Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.

Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.

In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.

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Borse, il peggior semestre degli ultimi 50 anni

Si chiudono sei mesi da incubo sui mercati, con ribassi ampiamente superiori al 10% sia sulle obbligazioni che sulle azioni, un evento in contemporanea che non si verificava dal 1972. Ora potrebbe essere giunto il momento di investire, sfruttando le opportunità nella parte value, ma anche nei bond.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sta giungendo a conclusione un semestre che per i mercati si è rivelato decisamente negativo. La prima metà del 2022 ci “regala” negli Stati Uniti il peggior risultato borsistico degli ultimi 50 anni, con una perdita dell'azionario compresa fra il 15% ed il 20% (27% se si considera il Nasdaq) e dell'obbligazionario fra il 10% e il 15% (in funzione della duration). Neanche durante la crisi del 2008 il mercato Usa aveva chiuso il primo semestre con una perdita così violenta.
I dati ci rivelano che, per la prima volta dal 1972, obbligazioni e azioni perdono contemporaneamente più del 10%, con Wall Street che archivierà il peggior semestre dal 1970 con una perdita del 18%. Solo franco svizzero e dollaro chiudono con il segno più, avvicinandosi pericolosamente alla parità con l'euro.
Che cosa c'è da aspettarsi per il prossimo futuro? La situazione è molto incerta. Di solito, i mercati tendono a portarsi molto avanti, ma prima di una stabilizzazione e di un nuovo equilibrio per provare a risalire dovremo forse aspettare la fine dell’estate: abbiamo davanti due mesi in cui la liquidità di solito scarseggia e questo potrebbe portare un ulteriore tentativo di spingere i listini verso il basso da parte di chi utilizza strategie short. Nel frattempo, però, cominciano a intravedersi opportunità interessanti, soprattutto nella parte value, ma anche nell'obbligazionario. Ci sono fattori esogeni, su tutti la guerra in Ucraina e l’inflazione, che contribuiscono a mantenere alta la volatilità e la tensione sui mercati ed è per questo che è comunque difficile azzardare previsioni di breve periodo.
Torna intanto l’interesse sui Btp (quelli con scadenza 2 anni hanno un rendimento dell’1,4%): l'ultima asta dei buoni del tesoro ha registrato un vero e proprio boom di domande e anche la domanda sul Btp Italia legato all’inflazione ha avuto tante sottoscrizioni anche dal mercato retail. A tranquillizzare gli acquirenti è il ritorno dello spread a una quota intorno ai 200 basis point: pur essendo ancora troppo alto, il valore dei differenziali tranquillizza per la ritrovata stabilità sotto i 250 punti.

 Anche Powell ammette errori di valutazione
Le Borse europee hanno intanto reagito con fiducia (e rialzi generalizzati anche se contenuti) all'apertura del Forum annuale della Bce, in programma a Sintra, che vedrà confrontarsi i governatori delle tre principali banche centrali (Christine Lagarde, Andrew Bailey e Jerome Powell) su come combattere l'inflazione ed evitare la recessione.
Il numero uno della Federal Reserve è reduce da un confronto al Congresso americano, durante il quale si è scusato per i “giudizi errati” sull'inflazione, ammettendo nel contempo che il rialzo dei tassi potrebbe causare una recessione.
Come commentare? Giusto con un auspicio: che si stia sbagliando un'altra volta.
Anche se, per dirla tutta, negli Stati Uniti questa eventualità provocherebbe meno problemi rispetto all'Europa, proprio per le diverse dinamiche del mercato del lavoro. Negli Usa c'è attualmente piena occupazione: anche se si innescasse una fase recessiva, il tasso di disoccupazione potrebbe sì aumentare, ma non in modo drammatico. Per questo, il presidente della Federal Reserve ha voluto tranquillizzare i deputati americani, affermando che l'eventuale recessione non fermerà comunque la crescita.
In Europa invece la disoccupazione è sempre più elevata, aggravata da un problema migratorio drammatico: da un lato gli arrivi dalle rotte africane, dall'altro l'afflusso di profughi dall'Ucraina. Mentre la gestione a livello europeo è disastrosa: manca un benché minimo coordinamento ed è assente una qualsiasi strategia per creare occasioni a queste popolazioni nel loro paese di origine. Abbiamo tutti negli occhi le immagini drammatiche della strage di Melilla/Nador: ci si chiede che cosa si sia fatto per evitare una situazione come questa. E che cosa ci si proponga di fare.
L'Europa deve organizzarsi, e in fretta: la crisi del grano ucraino è appena agli inizi, e l'esplosione dei prezzi potrebbe creare una catastrofe umanitaria, con fughe di massa di nuovi migranti spinti dalla fame. Inutile però farsi illusioni: sono anni e anni che ne parliamo e poco o niente è stato fatto, lecito pertanto il timore che continuerà a essere così anche in futuro.

Impoverimento generale
Naturalmente, se Atene piange, Sparta non ride: in questi mesi anche gli europei vedono ridurre drasticamente il loro potere d'acquisto, con un serio rischio di impoverimento. Uno studio di Nomisma prevede una stangata da 657 euro a famiglia per il gas, mentre i tentativi (soprattutto italiani) di introdurre un tetto al suo prezzo vengono regolarmente rinviati al mittente.
È l'ennesima dimostrazione di quanto fosse infelice la gaffe di Draghi sui condizionatori. Una battuta che è stata ripetuta una seconda volta, ma che tra gli italiani ha causato più reazioni spiritose e meme che contrarietà e proteste. Forse è un rifiuto inconscio di ciò che sta accadendo e dei rischi che corriamo: se si cammina per le strade delle nostre città si vedono ristoranti pieni e negozi affollati. Potremmo essere nel pieno della classica quiete prima della tempesta, un po' come accadde nei saloni da ballo del Titanic mentre la nave stava già affondando. Anche ora la situazione sembra più seria rispetto alla sua percezione.
Di contro, il Capgemini Report ha evidenziato che nel 2021 i miliardari italiani sono cresciuti del 7,1% (7,8% quelli nel mondo) – dati che a fine anno dovranno comunque essere rivisti, visto l'andamento dei mercati. Ciò significa che la distribuzione della ricchezza è sempre più polarizzata, anche se in Italia la situazione è ancora una delle migliori per distribuzione di risorse. Alle nostre latitudini, la ricchezza è molto meno concentrata rispetto a quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, paese in cui la capacità economica dipende dalla Borsa. E in cui i poveri sono milioni.

Del Vecchio, dai Martinitt al top della finanza italiana
In Italia, un miliardario (illuminato) di lungo corso era Leonardo Del Vecchio, scomparso lunedì scorso. Del Vecchio, secondo uomo più ricco d'Italia e 62esimo al mondo, è il prototipo dell'imprenditore che si è letteralmente fatto da solo – come da antica tradizione milanese – e che dall'orfanotrofio dei Martinitt ha scalato i salotti buoni della finanza italiana.
La sua capacità e la sua visione imprenditoriale lo hanno portato a valorizzare i suoi collaboratori, a cui regolarmente retrocedeva un premio legato all'utile, e a circondarsi di persone capaci e dotate di senso critico. “Non nominerei mai uno dei miei figli amministratore delegato”, usava dire, “perché un top manager lo si può rimuovere da quella posizione, un figlio no”.
Compiuti gli 80 anni, Del Vecchio – uomo che si è sempre tenuto lontano dalla politica - si è messo in testa di voler dettare le proprie regole su Mediobanca e Generali, la cui influenza sull'economia italiana è notevolissima. La critica rivolta a Mediobanca era che si limitasse a gestire le sue partecipazioni incassando lauti dividendi senza fare la vera banca d’affari promotrice dello sviluppo dell’economia in Italia.
Ora i suoi eredi dovranno sottostare a regole di successione blindate, che li vincoleranno a decisioni quasi unanimi, pari all'88% dei diritti di voto. Questa clausola vuole evitare la frammentazione dell'impero fondato dal self made man milanese trapiantato in Veneto.

Saipem non fa il prezzo
A Piazza Affari è protagonista (negativa) Saipem, che a fine settimana ha perso il 43% in due giorni dopo il warning della Consob. Lunedì 27 giugno, primo giorno dell'aumento di capitale di 2 miliardi, il suo titolo è stato sospeso per tutto il giorno.
Una reazione decisamente isterica e fuori luogo, il classico topolino che ha partorito un elefante: l'aumento di capitale non è e non è mai stato un problema, ma è apparso tale solo per le solite pastoie burocratiche italiane. Quelle che bloccano un'operazione pianificata per gennaio, per tempi tecnici e burocrazia infinita, e la rimandano a giugno. La reazione isterica dei mercati è del tutto fuori luogo: il consorzio di garanzia ha già dichiarato che l'aumento di capitale sarà sottoscritto regolarmente.
Nessun panico, dunque: la società è solida e beneficerà nei prossimi anni di ordinativi importanti legati alla sua attività.

Il primo Wimbledon senza Federer
Spostiamoci oltre Manica, dove si è da poco aperto il torneo di Wimbledon. Che ha una particolarità: è il primo da 24 anni senza Roger Federer ai nastri di partenza (esclusa, ovviamente, l'edizione annullata causa Covid). Nel giugno del 1998, quando il futuro Roi Roger calcava ancora l'erba del torneo juniores (vincendolo), l'Europa stava cambiando pelle con una vera e propria rivoluzione copernicana. L'euro era stato definito da poco tempo, così come la Banca Centrale Europea, alla cui testa era fresco di nomina l'olandese Wim Duisenberg.
È comprensibile, pensando a quei tempi, chiedersi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare le situazioni che si sono presentate in seguito. Perché sarà anche vero che l'euro ha funzionato bene in vari ambiti, ma la politica economica dell'Eurozona si è spesso dimostrata deficitaria. D'altra parte, se dal 2007 il prodotto interno lordo europeo è passato dal 90% al 60% del pil americano, qualcosa non ha funzionato: l'austerity delle politiche di bilancio imposte dai policy makers comunitari si è rivelata perdente rispetto alle politiche espansive di oltre oceano.
Tornando indietro, si sarebbe potuto correggere in particolare un errore: quello di mantenere rigidamente separato il debito pubblico dei paesi membri. Puntare da subito sull'emissione di eurobond avrebbe sicuramente stabilizzato l'economia europea, esaltandone la competitività. Ed evitando molte crisi (prime fra tutte quelle legate alla Grecia e allo spread) che hanno rischiato di minare l'esistenza stessa della nostra moneta e dell’Unione Europea.

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La guerra manda a picco i titoli bancari europei

Le azioni del settore creditizio accusano perdite intorno al 35% dai massimi. Pesano le esposizioni in Russia e Ucraina, ma anche il rischio-stagflazione e il probabile stop all'aumento dei tassi. Intanto, il caro-gas ferma le acciaierie.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Mentre la guerra russo-ucraina cresce drammaticamente di intensità, l'economia reale inizia a risentirne in modo pesante. Le materie prime, già sotto pressione da inizio anno, schizzano a livelli record, bloccando l'operatività di fonderie, acciaierie e cartiere: con questi prezzi, le aziende iniziano a considerare anti-economica la produzione, a meno di aumentare sensibilmente i prezzi e di scatenare un effetto domino sulla filiera produttiva e, in ultimo, sui consumatori.
A breve potrebbero fermarsi anche gli autotrasportatori, impossibilitati a reggere aumenti così forti della benzina, e le aziende del settore food, in particolare quelle legate al pane e alla pasta, che dipendono in modo massiccio dal grano ucraino: se il conflitto dovesse proseguire, potrebbero chiudere molte imprese del comparto. Dai grandi gruppi ai panettieri sotto casa.

Fate presto!

Per questo motivo è più che mai attuale un titolo di giornale entrato nella storia: “Fate presto!”. In altri termini, è urgente trovare una soluzione-tappo al caro-materie prime.
Ad avanzare una proposta sensata è stato il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha suggerito l'introduzione rapida di un cap al prezzo del gas unificato a livello europeo, con l'Ue chiamata a sobbarcarsi l'onere del differenziale rispetto al prezzo di mercato.
Non è facile prevedere se la cosa sarà accettata a livello comunitario. Ma, sempre che la proposta diventi ufficiale, ci sono buone probabilità di riuscita: la Germania – la cui dipendenza del gas dalla Russia è simile a quella italiana – potrebbe supportarla, rivelandosi una preziosa alleata.

Svalutazione del rublo: chi ci guadagna?

Intanto, però, sembra che le istituzioni europee non percepiscano l'urgenza: per parafrasare Tito Livio, mentre a Bruxelles si discute, Sagunto (l'economia europea) rischia grosso.
Nel mondo occidentale, lo abbiamo sostenuto tante volte, sarà proprio il nostro continente a pagare di più. Soprattutto se la Russia, per ritorsione contro le sanzioni, diminuisse la quantità di gas da vendere a Italia, Germania e Francia.
Se una mossa del genere non sembra immediata, la lista degli “stati ostili” compilata da Vladimir Putin è già una realtà: ai russi sarà permesso pagare i loro debiti nei confronti di questi paesi in rubli, invece che in euro o in dollari. A perderci saranno i creditori europei, dato che la valuta russa si è svalutata del 50%.
In tutta questa situazione di caos, in Europa si è aperta la svendita di azioni e obbligazioni di Mosca. A chi? Alla banca centrale russa, che le sta comprando a un quinto del valore di società che torneranno a monetizzare. E, in tre o quattro anni, riprenderanno in toto il valore iniziale.

Il peso delle sanzioni

Tutto questo rende le sanzioni sbagliate? O sono comunque una scelta corretta? Difficile rispondere. Sicuramente, girare la testa dall'altra parte – come è stato fatto in altre occasioni in passato - non sarebbe stata una scelta etica, né rispettosa.
Tuttavia, non è per niente detto che le sanzioni siano una risposta efficace. Nella storia, questo mezzo di pressione non ha mai fatto cadere nessun governo, che fosse autocratico o democratico. In altri termini, le sanzioni non hanno provocato un cambio di regime in Serbia, né in Iraq, Iran, Venezuela, Corea del Nord. E non lo faranno in Russia, che intensificherà il suo commercio con Cina e India, candidati a diventare i partner economici privilegiati di Mosca.
L'Europa, facile prevederlo, resterà con il cerino in mano, mentre gli Stati Uniti – abituati a gestire crisi e conflitti lontani da casa – avranno impatti più limitati. Anche per i minori rapporti economici con Mosca. Un dato su tutti: gli Usa hanno un pil che è dieci volte quelli italiano, ma rapporti commerciali con la Russia inferiori a quelli che ha il nostro paese. Facile, quindi, capire chi perderà, comunque finisca la guerra.
Gli Stati Uniti hanno caldamente persuaso gli stati europei ad approvare sanzioni senza condividerne i costi. Sarebbe stato più corretto che Washington avesse proposto di sopportare il peso economico di questa scelta, aiutando i paesi europei a minimizzarne le conseguenze.

Banche a picco

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Il calo dell'euro

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Esg in piena crisi

Se l'euro, a medio termine, potrebbe riprendere i suoi valori pre-crisi, la guerra mieterà sicuramente molte vittime nel mondo finanziario. Tra queste, potrebbe esserci la tassonomia Esg, che rischia letteralmente di snaturarsi. A causa del calo generale dei mercati e del contemporaneo rialzo dell'industria degli armamenti, i fondi etici hanno chiesto deroghe per titoli legati a petrolio e persino armi. Se questo avvenisse, si verificherebbe un colpo epocale da cui questo settore difficilmente potrebbe riprendersi del tutto, proprio perché, investendo in titoli “proibiti”, perderebbe le sue caratteristiche fondanti.

 


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