BCE, arriva un supporto per il debito italiano?

La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.

“Scusate, mi sono sbagliata”

L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.

“… e il petrolio si impenna”

Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...

Emergenza dumping

Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…


La volatilità è ancora protagonista

Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.

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La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.

Il rimbalzo che non c'è

In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).

Gestori divisi

I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.

Alt al dollaro

In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.

Il caro-petrolio non ferma il turismo

A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.

Tasse, verso un nuovo aumento?

In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.

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Decreto energia, impatto limitato

La misura, approvata a mercati chiusi, tassa gli extra-profitti dei produttori, ma può intervenire solo in ambito italiano. Mentre il problema dei rincari delle materie prime può e deve essere affrontato a livello internazionale, con un freno alla speculazione concertato dalle banche centrali.

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La settimana scorsa si è conclusa con l'approvazione del decreto energia. Il governo è intervenuto sia sulle accise, diminuite di 25 centesimi al litro per almeno 30 giorni, sia sugli extra-profitti (peraltro sarebbe interessante capire cosa sono gli extra profitti in un mercato di libera concorrenza) delle aziende energetiche, che saranno soggetti a tassazione. Questo specifico intervento, però, rischia di imbattersi nella scure della Corte costituzionale, dato che la misura ha reso la nuova tassa retroattiva. Una caratteristica che, ricordiamolo, non può essere applicata a misure fiscali.

Whatever it takes

Detto questo, il decreto va a colpire solo l'ultimo “miglio” dell'approvvigionamento energetico, senza poter toccare tutti i passaggi intermedi che la vendita compie dall'erogatore iniziale al cliente finale. Occorre tenerlo ben presente: il rincaro del gas non è legato agli acquisti, che si basano su prezzo spot della Borsa di Chicago, ma a una serie di alchimie che si verificano all'Ice Index di Amsterdam, mercato a cui fa riferimento la filiera dei broker del gas e dell'energia. Il vero problema, quello che poi crea gli aumenti fuori controllo di carburante e gas, è la finanziarizzazione dell'economia, con la relativa facilità di speculazione.
Insomma: la tassazione degli extra-profitti decisa da Draghi rischia di sortire conseguenze minime: oltre ad avere un orizzonte limitato, la normativa si applica (e non potrebbe essere altrimenti) solo alle società italiane – e poco cambierebbe se l'iniziativa si estendesse all'intera Ue – gli Stati Uniti e altri paesi non aderirebbero certo, e si creerebbe un gap competitivo tra le aziende dell'Unione Europea e quelle del resto del mondo.
Per questo motivo, occorrerebbe identificare un ambito più ampio di intervento da parte delle istituzioni monetarie internazionali. Un'operazione all'insegna del whatever it takes sarebbe più che possibile, dato che le banche centrali ne hanno assolutamente le prerogative: una simile operazione potrebbe riportare senza alcun problema il petrolio sotto quota 90 e il gas a livelli normali.
Naturalmente, occorre la volontà di farlo.

L'incertezza prosegue

Il decreto energia è stato approvato a mercati chiusi, per evitare contraccolpi sui titoli del settore. Ma di impatti, in realtà, non ce ne sono stati molti. Stiamo infatti attraversando una fase di mercato laterale, con pochi volumi: gli investitori sembrano in una posizione di attesa, cercando di capire che cosa succederà sul fronte di guerra e su quello dei rincari energetici che, ricordiamolo, è in atto da ben prima che il conflitto russo-ucraino iniziasse.
Proprio l'incertezza potrebbe prolungare l'atteggiamento di avversione al rischio che sta contraddistinguendo il mood degli investitori in questo primo trimestre dell'anno.
È probabile che la reazione dei mercati sarà diversa da quella del 2020, anno in cui abbiamo assistito a una discesa e a una successiva ripartenza, innescata dalla politica monetaria delle banche centrali.
A complicare le cose è il boom inflattivo, che morde i profitti delle aziende ed è aggravato dalla guerra e dalle sanzioni, che colpiscono le economie europee come un boomerang. Mentre le banche centrali hanno iniziato ad adottare politiche più restrittive.

Recupero limitato

In queste condizioni, l'avversione al rischio potrebbe permanere, in attesa di spiragli di pace: ci si può aspettare un nuovo ribasso e un recupero prima di fine anno, ma non troppo forte. In Europa, il 2022 potrebbe chiudersi tra lo 0% e il -5%, un dato comunque non così negativo visti i problemi sul tavolo.
Con ovvi distinguo tra settore e settore. Al momento, nell'azionario, il comparto bancario è il più colpito da rallentamento economico e problemi derivanti da guerra e sanzioni. I tecnologici, da parte loro, tendono a soffrire quando i tassi aumentano – ma il rallentamento di questi titoli non è che un ridimensionamento del loro valore a una valutazione più corretta, dopo una crescita eccessiva.
Ben più seria la situazione del mercato obbligazionario: si potranno verificare restringimenti degli spread, ma difficilmente rivedremo a breve termine i tassi negativi sul Bund, passato in poco tempo da -0,25% a + 0,50%. Una selezione attenta e dinamica può aiutare a gestire una situazione così complessa, al contrario il mantenimento di una posizione statica implica un recupero assai arduo: a tasso costante ci vorranno anni per ritornare in possesso dei propri investimenti.

Tassi, rialzi modesti

Intanto, la Bank of England ha aumentato i tassi – ma sarebbe più giusto parlare di un modesto rialzo. Il Monetary Policy Committee, con una maggioranza di 8 a 1, ha infatti deciso di
ripristinare il valore pre-Covid dello 0,75% - il che significa un ritocco dello 0,25%. Un'operazione di piccolo cabotaggio, se è vero che l'inflazione reale tocca il 7%.
Ci si aspetta una scelta di questo tipo anche dalla Federal Reserve, che dovrebbe apportare un rialzo appena appena maggiore (0,50%) già nella prossima riunione.
E l'Eurozona? Le nostre esigenze hanno obiettivi diversi: mentre gli Stati Uniti non possono permettersi di fermare la crescita, la Bce deve prima di tutto evitare che gli spread esplodano – tutto questo per assicurare la sopravvivenza dell'euro.
In generale, nessuna economia è oggi in grado di assorbire shock monetari al 4%/5%, essenzialmente per problemi strutturali di debito e finanza pubblica. Ma il problema è più europeo che americano, dato che gli Usa lo possono aggirare stampando valuta.

La corsa del dollaro

A proposito di valuta, il dollaro ha ancora guadagnato sull'euro, attestandosi a quota 1,10. Ma non è il caso di dare eccessiva importanza a questi cambi, essenzialmente legati al conflitto in corso. Difficilmente il cambio euro-dollaro scenderà sotto il valore di 1,08 a meno che accada qualcosa di ancora più grave di ciò a cui stiamo assistendo.
Il petrolio, come già anticipato, è invece nel pieno del terremoto speculativo, ed è possibile che prosegua a viaggiare tra i 100 e i 110 dollari. Mentre l'aumento della produzione, che alcuni paesi Opec sostenevano, sembra più lontano: le aperture statunitensi a un nuovo accordo con l'Iran sono malviste dall'Arabia Saudita, intenzionata a bocciare, per ritorsione, un aumento della produzione.
Infine l'oro: la combinazione fra guerra e inflazione ne ha provocato una moderata crescita, e questo ha fornito agli investitori una certa protezione. Tuttavia, nonostante il periodo di incertezza, non si è registrata una corsa massiccia all'acquisto.

 

 


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