Borse, dopo il maltempo torna il sereno

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Scusate, abbiamo scherzato. Sembra questo il messaggio delle Borse europee che, dopo la tempesta della scorsa settimana, hanno poi imboccato la strada del recupero. Eppure, venerdì scorso i mercati del nostro continente avevano aperto con cali generalizzati (con l’eccezione di Parigi, ringalluzzita dal via libera al governo Lecornu), chiudendo poi con una timido recupero – anche grazie alle parole distensive di Donald Trump sulla Cina – ma sempre in perdita. Passato il week end, è avvenuta l’inversione a U, con cifre positive.

Difficile orientarsi

Non era, quindi, una correzione, ma un semplice calo causato dalla guerra commerciale sino-americana sui dazi. La dinamica mostra rotazione settoriale e trading range, con qualche scivolone. Questa situazione rende tuttavia difficile la scelta degli investitori. In condizioni simili è difficile orientarsi: non appena ci si muove, si rischia di sbagliare. All’orizzonte c’è poi l’imminente, gigantesco piano di spesa pubblica tedesca del 2026, che a breve potrebbe riorientare le Borse europee in senso più marcatamente positivo. Tutto questo mentre Wall Street recupera, spinto dai tecnologici, e il Nikkei 225 si impenna fino quasi a 50.000 punti dopo l’elezione di Sanae Takaichi a primo ministro giapponese, molto gradita ai mercati per la sua piattaforma di riforme sulla scia degli Abenomics.

Poche alternative all’azionario

Nonostante gli scivoloni e la volatilità alta, sembra che non ci siano grandi alternative all’azionario. Per questo motivo, gli investitori mantengono la loro presenza sui titoli in Borsa, accettando anche gli storni (come quello, severo, dello scorso aprile) e facendosi andar bene i periodi di volatilità. Il quadro attuale richiede comunque cautela: per il momento non ci sono grossi spunti, e questo consiglia di mantenere le posizioni attuali. Al momento, dopo aver – a lungo – performato meno rispetto all’Europa, Wall Street sembra attraversare un periodo positivo, con il nostro continente a traino: la causa è il momento particolare della rotazione settoriale, che sta premiando i tecnologici, su cui New York è particolarmente esposta. L’Europa, da parte sua, attende un ritorno delle banche, che hanno ripiegato (a Piazza Affari sono a circa -10% dai massimi).

La Cina è più vicina?

Le Borse hanno le antenne puntate sulle crisi geopolitiche, lo shutdown americano (che, secondo il direttore del National Economic Council, Kevin Hassett, potrebbe risolversi presto) e la guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, che ha causato lo scivolone poi riassorbito dopo molti giorni di arretramento. I colloqui in videoconferenza fra Scott Bessent e He Lifeng e le rassicurazioni emerse dalle due parti inducono a nutrire qualche speranza. I tavoli aperti sono numerosi, ma la vera questione sembra legata allo sfruttamento delle terre rare. E’ comunque legittimo nutrire un cauto ottimismo su una risoluzione positiva della crisi: Cina e Stati Uniti hanno bisogno l’uno dell’altra, e non possono permettersi di litigare sul serio.

Gimme shelter

Mentre le crisi belliche, commerciali e istituzionali provocano un “su e giù” in Borsa, gli stessi avvenimenti spingono in alto i beni rifugio. A cominciare dal franco svizzero, protagonista di un nuovo allungo su euro e dollaro. La moneta elvetica ha fatto segnare i massimi sulla moneta unica e la sua marcia sembra inarrestabile. Il trend preoccupa soprattutto l’economia svizzera e i Confederati, che non celano una certa sorpresa. L’approvvigionamento di franchi risponde al bisogno di beni rifugio, che in questo caso è amplificato dalle dimensioni ridotte della Svizzera. Il successo della valuta rossocrociata fa il paio con la ricerca dei buoni del tesoro di Berna, considerati particolarmente affidabili. Come da copione, anche l’oro continua a battere record su record: a mettere il turbo al metallo giallo sono ancora gli approvvigionamenti di Cina e India, che investono in un asset non a rischio di eventuali sanzioni. Nuovi primati anche per l’argento, che sta correndo da tempo.

Italia promossa con lode

Passiamo ora ai conti pubblici italiani, su cui il Fondo Monetario Internazionale ha espresso giudizi lusinghieri. Helge Berger, vicedirettore del dipartimento europeo Fmi, ha definito “impressionanti” i risultati sui conti pubblici tricolori, mentre il direttore Alfred Kammer ha espressamente parlato di una gestione “fantastica” del disavanzo. Due esternazioni sorprendenti, non tanto nel merito (il deficit italiano sul prodotto interno lordo si è fermato al 3%, contro il 3,3% previsto dal Fmi), ma nei toni utilizzati. Nel 2026, il rapporto debito/Pil dovrebbe attestarsi a 138% e calare al 137% nel 2030. Un grande risultato che è stato ottenuto forse sacrificando un po’ di crescita, ma tenendo la barra dritta sui conti pubblici. E’ curioso che l’Italia, che non molti anni fa sembrava in fallimento, oggi sia quasi vista come un paese virtuoso, pur con un debito maggiore e la crescita asfittica di pil. Al miglioramento dell’immagine dell’Italia non è estranea la corsa ad approvvigionarsi di buoni del tesoro, che si sta puntualmente verificando anche con l’emissione in corso di Btp Valore. Strumenti che, tra l’altro, hanno un rendimento mediamente maggiore rispetto alla media delle obbligazioni. La grande richiesta di questi prodotti dipende anche dalla strategia lanciata dal governo Draghi, e proseguita dall’esecutivo Meloni, di lavorare perché siano i cittadini italiani a detenere più debito possibile, piuttosto che le grandi istituzioni finanziarie.

Molti ostacoli per Lecornu

Mentre loda l’Italia, il Fmi redarguisce l’Europa, invocando riforme. Certamente il Belpaese non è più una delle preoccupazioni più importanti in tema di debito: ora il “grande malato” è la Francia, che a fatica cerca di introdurre nuove regole economiche per evitare il naufragio.
Sébastien Lecornu ha incassato il via libera dall’Assemblea Nazionale, con la promessa di non introdurre la riforma delle pensioni fino alle prossime elezioni presidenziali; tuttavia, la legge di bilancio non è ancora stata messa ai voti. Il sostegno dei socialisti, fondamentale per il futuro dell’esecutivo transalpino, è vincolato alle promesse del primo ministro: se gli impegni fossero disattesi, o se la riforma risultasse troppo dura per la classe lavoratrice, il Ps farebbe sicuramente mancare il proprio sostegno. Il compromesso fra il premier e i socialisti, insomma, non ha fatto che rimandare i problemi, che prima o poi dovranno comunque essere affrontati.

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Dazi, l'oro è fuori dai giochi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.

Nessun margine per la Svizzera

Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.

Oro esente

Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.

Brics, trattamento asimmetrico

Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.

Effetto boomerang

Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.

Borse ancora impermeabili

Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.

Nuova nomina (ad interim) al board della Fed

I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.

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Mercati, avvertimento a Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.

Questione di bilancia commerciale

La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.

Rischio inflazione

Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.

Due posizioni in Fed

In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.

Powell resta al suo posto

Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.

L’alt delle Borse

Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.

Dollaro ancora debole

Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.

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Usa-Cina: prove tecniche di accordo

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.

Lo storno è un ricordo

L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.

Economia cauta, Europa lenta

Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.

Prosegue il “gioco dell’opa”

Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.

I rincari fanno piangere il carrello della spesa

L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.

Verso una nuova Rerum Novarum?

Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.

Foto di Markus Winkler su Unsplash


Piazza Affari vede ancora rosa

In una settimana positiva per le Borse Europee, Milano chiude ancora una volta in posizione di leadership. Emerge il ruolo dei titoli bancari, ma anche di quelli assicurativi. Ottima prestazione di Enel. Sui tassi, le banche centrali sono divergenti: la Svezia inizia a tagliare, la Bce è sempre più vicina alla prima sforbiciata, mentre la Banca d'Inghilterra tiene tutto fermo. E la Fed...

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Ancora una volta la Borsa di Milano ha archiviato una settimana sul tetto d'Europa, con i listini del nostro continente che hanno evidenziato ottime performance. Come spesso è accaduto ultimamente, buona parte del merito è dei titoli bancari, che hanno risentito degli ottimi dati trimestrali e dell'outlook positivo sull'esercizio 2024. Contributo robusto anche dal comparto assicurativo, guidato da Allianz (record di utili, dividendi e performance del titolo), Generali e varie altre compagnie. Entrambi i settori hanno tratto beneficio da tre elementi: oltre agli ottimi risultati, il miglioramento dell'economia italiana e l'aspettativa di tagli molto ridotti ai tassi, che agevolano le banche per il livello alto degli interessi sui prestiti e le assicurazioni per la maggior attività sulla parte vita.

 Il caso Bff Bank

Non tutti, però, vanno bene nel settore finance: Bff Bank (la ex Banca Farmafactoring) ha visto a fine settimana cadere in picchiata il valore dei suoi titoli (-10% giovedì e un ulteriore 26,3% venerdì). Il motivo è semplice: nel corso della conferenza di presentazione dei dati di esercizio del primo trimestre (con utili in calo del 21% e incremento dei ricavi del 15%), l'amministratore delegato Massimo Belinghieri ha rivelato il blocco dei dividendi, imposto da Banca d'Italia dopo un'ispezione dello scorso gennaio. Una misura che è stata affiancata anche dallo stop alla parte variabile degli stipendi e all'apertura di filiali oltre confine. L'istituto centrale ha evidenziato una differenza di metodi di contabilizzazione dei crediti dal 2021 in avanti, non adeguato ai dettami dell'Eba. La comunicazione ha innescato vendite a cascata, con il conseguente crollo del titolo. Le preoccupazioni sono legittime, ma eccessive, dato che la banca si sta già muovendo per adeguarsi ai rilievi di Via Nazionale. Non per niente, il titolo sta recuperando e gli analisti di Mediobanca lo hanno definito neutral. A queste condizioni, le azioni Bff Bank potrebbero rivelarsi un investimento possibile in previsione di un suo ritorno in carreggiata, dato che a questi prezzi il suo titolo è molto interessante. Ottima prestazione, invece, per Enel, che conferma le buone prospettive del settore energetico.

Giù i tassi, dopo la Svizzera è la volta della Svezia

Intanto, sul fronte dei tassi, nei Paesi europei che hanno una valuta propria si muove qualcosa. Dopo la Svizzera, che già il 21 marzo aveva deciso di sforbiciare il costo del denaro dello 0,25%, portandolo a 1,5%, è ora la volta della Svezia. Riksbank, istituto centrale di Stoccolma, ha infatti deciso (per la prima volta dal 2016) di ammorbidire la stretta monetaria, sempre con un calo di 25 punti base, e di portare il valore di riferimento a 3,75%. Con questa mossa, la banca centrale ha voluto dare fiato a un'economia che arranca, mentre l'inflazione si sta avvicinando ai target identificati dallo stesso organismo di vigilanza. Se da questo punto di vista le cose andassero positivamente, potrebbero verificarsi ulteriori aggiustamenti. Forse due entro fine mese.

Niente tagli, siamo inglesi

Niente tagli, invece, a Londra. La Bank of England ha deciso di lasciare ancora le bocce ferme e di non schiodarsi dal 5,25%. Una scelta ampiamente prevista, nonostante gli appelli del mondo politico ed economico: l'inflazione è ulteriormente scesa, ma è ancora al 3,2%. Vale a dire, il "mitico" obiettivo del 2% si avvicina ma non è ancora a portata di mano. Nessun segnale decisivo, invece dalla Fed, che potrebbe rimanere bloccata più a lungo, mentre la Bank of England facilmente seguirà le orme dell'Eurotower.

Bce, tutto pronto

Sarà quindi la Banca Centrale Europea la prima fra le big three del mondo occidentale (Bce, Fed Boe) a procedere ai tagli? Sembra di sì, anche per le dichiarazioni confortanti che stanno giungendo da più parti nei dintorni dell'Eurotower. In pratica non ci sono piu motivi per non tagliare, quindi a giugno si inizierà la pur lenta discesa. La decisione sta portando una coda polemica all'interno del board: non perché qualcuno voglia rinviare ulteriormente l'ammorbidimento della stretta monetaria, ma perché le "colombe" hanno apertamente criticato i tempi dell'operazione, sostenendo che l'avvio avrebbe dovuto verificarsi prima. Il contrasto tra l'ala hawkish e quella dovish potrebbe tornare a manifestarsi nel prossimo futuro, quando si deciderà se, al quasi sicuro taglio di giugno, ne seguiranno altri oppure se per il 2024 non si muoverà più nulla. Nel primo caso potrebbe verificarsi una strana (e difficilmente pronosticabile solo due mesi fa) divergenza fra Bce e Fed, con la prima in discesa e la seconda ferma oltre il 5%. Se succedesse, potrebbe accadere qualcosa di imprevedibile sul fronte del cambio euro-dollaro? Non è semplice da dire perché i tassi di cambio dipendono da molti fattori e sono difficili da prevedere. Tanto più quello del dollaro. Tutto ciò che possiamo affermare è che, in generale, è più facile che il biglietto verde si indebolisca rispetto alla nostra moneta che non l'evenienza opposta.

Buone notizie dal Pil

Sono solo correzioni di pochi decimali di punti, ma l'effetto sulla morale è indubbio: il Pil italiano (+0.3%) corre di più rispetto a quello francese e quello tedesco (entrambi a un +0,2%). Il dato rettifica lo 0,1% previsto da Banca d'Italia. Il Paese va dunque discretamente bene, anche se ha i soliti problemi di conti pubblici. E la difficoltà a uscire dal pantano del Superbonus, con il vortice creato e le polemiche suscitate anche in seno alla maggioranza, non aiuta di certo. Un esempio di questo clima di tensione è dato dall'emendamento introdotto dal ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. La misura prevede che le organizzazioni finanziarie non potranno più compensare i crediti del superbonus con debiti di tipo previdenziale. A causare discussioni è soprattutto la retroattività del provvedimento, anche alla luce del fatto che la Bce non consente di ricorrere a questa formula per le leggi fiscali. Difficile prevedere il risultato della discussione tra i membri del governo (con una posizione molto dubbiosa da parte del vicepremier Antonio Tajani). Certo è che intervenire su condomini e privati potrebbe creare nuove povertà e gettare nel panico molte famiglie, e ciò rende la soluzione impraticabile. Tanto più in tempo di elezioni europee: con un simile provvedimento, i partiti di governo rischierebbero un travaso di voti, cosa che nessun esecutivo vorrebbe. Le istituzioni finanziarie, da questo punto di vista, non hanno invece alcuna influenza sul consenso elettorale. E, con gli utili che continuano a macinare, non ne risentirebbero certo in maniera determinante.

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Credit Suisse, un blitz per il salvataggio

Le autorità elvetiche hanno scongiurato il rischio di fallimento della banca, organizzando in tempi record l'acquisizione da parte di Ubs. Sospiro di sollievo da parte dei mercati. Ma non tutti hanno reagito bene...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Una corsa contro il tempo, che aveva come scadenza l'apertura dei mercati. Stiamo parlando, naturalmente, del salvataggio di Credit Suisse, che solo pochi giorni fa era a fortissimo rischio e che è stata rimessa sui binari in extremis dalle istituzioni elvetiche, grazie all'acquisizione in tempi record da parte di Ubs. Anche se con parecchi strascichi su vari fronti, da quello occupazionale alla caduta d'immagine della piazza finanziaria confederata, fino al forte impegno economico delle casse pubbliche – e, quindi, dei contribuenti svizzeri.

L'arrivo del contagio

La crisi del Credit Suisse si era aperta poco dopo il fallimento di Silicon Valley Bank. Il gruppo svizzero aveva accusato il colpo dopo l'annuncio delle autorità americane, che avevano garantito i correntisti, ma non tutti gli obbligazionisti dell'istituto californiano. Il taglio annunciato ai possessori di bond Svb aveva quindi visto azioni e obbligazioni bancarie scendere di prezzo – con annessa crisi di fiducia sulla sostenibilità dei bilanci. E diffidenza nei confronti delle banche più vulnerabili. Come, appunto, Credit Suisse, bollata dalla stampa internazionale con il poco lusinghiero appellativo di “nuova Lehman”. A sancire l'inizio delle turbolenze è stata una dichiarazione rilasciata, nel corso di un convegno, da Ammar al-Khudairy, presidente di Saudi National Bank. Che altro non è che il primo azionista di Cs con il 9,88%. Il banchiere saudita ha affermato che “ora controlliamo il 9,8% delle banca; andare oltre il 10% comporterebbe troppe nuove regole da rispettare”. Un'esternazione non così clamorosa, che, in tempi normali, sarebbe stata archiviata alla fine del convegno. Ma che in un momento di fortissimo pericolo per la banca è stata presa come pretesto per un attacco speculativo, spinto dall'ampia copertura mediatica della dichiarazione. Risultato: titolo ai minimi, a 1,65 franchi (ne valeva oltre 90 nel 2007). Così, mentre al-Khudairy cercava di calmare la tempesta, accusando da una parte gli speculatori e dall'altra dicendosi sicuro che il governo svizzero non avrebbe lasciato fallire l'istituto, la Banca Nazionale Svizzera – dopo un momento di esitazione - è venuta in aiuto a Cs, accordandogli un prestito di 54 miliardi di franchi. Nel mentre, le autorità confederate hanno spinto per una fusione tra Ubs e Credit Suisse, che – dopo serrate trattative – si è concretizzata, proprio a poche ore dalla riapertura dei mercati. Il prezzo dell'operazione sarà di 3 miliardi di franchi, dopo che un'offerta da 1 miliardo ed una successiva da 2 miliardi erano state sdegnosamente rifiutate dal board Cs. La Banca Nazionale, che ha caldeggiato l'operazione, garantirà l'operazione per oltre 100 miliardi di franchi, e cioè il 20% del pil svizzero. Una somma enorme.

Operazione lampo

L'operazione che ha evitato il crac del Credit Suisse (facendolo, in realtà, sparire tra le braccia del suo storico rivale) si è rivelato un vero e proprio blitz, che ha sorpreso tutti per la sua rapidità. La fusione è stata sicuramente favorita dall'indipendenza della Svizzera e del suo istituto centrale, che ha la possibilità di “creare” il denaro, senza essere sottoposto ai farraginosi meccanismi a cui deve soggiacere la Bce. In ogni caso, l'operazione lampo non è stata creata dal nulla. Quasi sicuramente esisteva un “piano B”, un progetto di salvataggio del Credit Suisse da sviluppare in caso di rischi estremi per la banca. Già, perché da tempo Cs evidenziava forti problemi, e qualcosa covava sotto la cenere. Fin dal 2021, quando il fallimento di Archegos Capital Management aveva causato alla banca svizzera perdite per oltre 5 miliardi di dollari.

I contenti e gli scontenti

A tirare un sospiro di sollievo, naturalmente, le Borse (che hanno rimbalzato dopo la notizia) è il duo Bce-Bank of England, entrambe molto preoccupate di un'eventuale reazione forte dei mercati e di una pressione sui titoli bancari europei. Plauso anche da parte di Asb, l'associazione svizzera dei banchieri: secondo il suo presidente Marcel Rohner, l'operazione ha salvato la credibilità della piazza finanziaria elvetica, e la reputazione della Svizzera, pur “intaccata”, non è stata distrutta. Ci sono, però, anche voci critiche. Prima di tutto, è stata evidenziata un'anomalia: sono stati garantiti gli azionisti, ma non i possessori di obbligazioni subordinate: rovesciando la normale gerarchia del rischio, le autorità di controllo elvetiche hanno azzerato 17 miliardi di CoCo bond, aprendo la porta a una prevedibile serie di cause (già annunciate). La decisione è stata possibile perché, tecnicamente, l'operazione Ubs-Cs non è un salvataggio, ma una fusione. Tuttavia il disagio, anche fuori del perimetro di Credit Suisse, si è rapidamente diffuso: il timore fra i sottoscrittori di CoCo è che l'affaire Credit Suisse possa costituire un precedente pericoloso. Un via libera che al verificarsi di casi simili sia in grado di sovvertire nuovamente l'ordine del rischio. Per un mercato enorme, pari a circa 260 miliardi di euro in tutto il mondo. A ricorrere non saranno solo gli obbligazionisti Cs: ad annunciare cause anche alcuni azionisti di Ubs, che hanno lamentato la mancanza di un voto per dare l'ok alla fusione. Preoccupazione anche dalle organizzazioni sindacali Uss e Aseb, per il rischio che l'accorpamento fra i due colossi del credito causi 10.000 esuberi: l'Uss ha tuonato che non devono essere i dipendenti a pagare “per gli errori dei dirigenti della banca e delle autorità”. C'è anche un rischio istituzionale: il parlamento svizzero potrebbe essere chiamato a una sessione straordinaria (obbligatoria se almeno un quarto dei membri di una delle due camere lo richiede) per discutere dell'operazione. Molto difficile, però, che il Consiglio Federale (o le cause annunciate) possano mettere in dubbio la fusione. Chiunque conosca il mercato sa che banche di quelle dimensioni non possono fallire: sarebbero troppe e troppo devastanti le conseguenze sul sistema economico.

La reazione dei mercati

Inizialmente, i mercati hanno reagito con isteria, ma il via libera all'accordo Ubs-Cs ha portato serenità, con un buon rimbalzo a Piazza Affari. È dunque un momento favorevole per valutare un investimento con attenzione e con il supporto di un consulente esperto. Prima della crisi delle banche americane era consigliabile non incrementare le posizioni. Ora, con il forte calo di questi dieci giorni, sembra lecito attendersi un forte recupero. Una banca solida come Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha perso il 25% in una settimana: il prezzo del titolo in borsa potrebbe affrontare una rapida fase di rimbalzo, soprattutto in vista di una trimestrale prevedibilmente molto positiva – come probabilmente accadrà per la maggioranza degli istituti di credito italiani. Naturalmente, l'outlook dipende anche da una previsione ottimistica: cioè, la quasi certezza che le nostre banche non saranno contagiate dal caso Credit Suisse, anche perché le loro esposizioni obbligazionarie nei confronti della banca tigurina sono trascurabili o nulle. Oltre a questo, è bene ricordare che, dopo la crisi Lehman, il sistema bancario europeo è riuscito a imporsi regole ferree che sembrano aver funzionato. Il settore è ora forte e stabile, diversamente da quello americano che si è dimostrato fragile soprattutto nel caso delle banche periferiche e regionali. L'unico campanello d'allarme potrebbe invece scattare se i cinesi che hanno depositi o investimenti nelle banche europee decidessero di spostarli altrove, impauriti dall'eventualità di sanzioni a Pechino (e ai suoi cittadini) a imitazione di quelle già applicate alla Russia. Un rischio per ora remoto, ma che non deve essere ignorato.

 La Bce tira dritto

In tutto questo bailamme qual è stata la reazione della Bce? Praticamente nulla. Christine Lagarde ha regolarmente alzato i tassi di 50 punti. Come se nulla fosse successo, come se la crisi del Credit Suisse non si fosse verificata. Sembra molto lontano il whatever it takes di draghiana memoria. Il comportamento attuale del board dell'Eurotower sembra più simile a quello dei vari Politburo dell'era sovietica, che tracciavano in piani quinquennali e non li cambiavano neppure in presenza di elementi che avrebbero richiesto una reazione rapida o un cambio di strategia. L'estrema rigidità della Bce è stata male accolta dai mercati, causando una forte volatilità assorbita solo per le notizie provenienti dall'asse Berna-Zurigo.

 

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Price cap, inutile fraseggio a centrocampo

L'accordo sul tetto al prezzo del gas è appena stato raggiunto, ma l'Ue cerca di apportare qualche miglioria al testo. Secondo le indiscrezioni, però, anche la nuova versione del protocollo si rivelerà poco incisiva contro la speculazione. Mentre, a quanto afferma il direttore dell'Aie, il 2023 potrebbe portarci una carenza di metano oltre i 27 miliardi di metri cubi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo l'accordo (o pseudo tale) sul tetto al prezzo del gas, l'Unione Europea ci prova ancora. È allo studio il price cap 2, che – almeno a parole – dovrebbe fissare limiti più stringenti alla speculazione e alla volatilità dell'oro blu.
Dalle prime avvisaglie, però, il nuovo protocollo sembra una fotocopia del primo: abbassa, è vero, il prezzo massimo, ma continua a mantenerlo su limiti altissimi.
Il problema è stato evidenziato anonimamente anche da un diplomatico dell'Unione Europea coinvolto nell'organizzazione dell'ennesimo consiglio sull'energia. L'intenzione di alcuni paesi Ue di giungere a un vero accordo, ha fatto ampiamente capire, “non è quella che ci aspettavamo”. L'indiscrezione, ovviamente, non sorprende. Perché è ormai chiaro che ogni paese sta facendo da sé: Spagna e Portogallo hanno fissato un tetto a misura di azienda (circa 65 euro a kilowattora contro i 130 ufficiali), la Germania ha messo a disposizione di famiglie e imprese un budget molto ampio e la Francia calmiera i prezzi.
Ma c'è chi può e chi non può. L'Italia, evidentemente, non può: lo scostamento di bilancio – ha fatto capire Ursula von der Leyen - è streng verboten.
Insomma: si balla ancora sfrenatamente negli sfarzosi saloni del Titanic, mentre la nave lentamente si inabissa. E nessuno è immune al rischio se, come ha detto Fatih Birol, direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel 2023 l'Unione Europea rischia una carenza di metano pari a oltre 27 miliardi di metri cubi. Il che significherebbe cavarsela per questo inverno, ma non per il prossimo.
Le illusioni potrebbero dunque sciogliersi come neve al sole: la sostanziale tenuta di ottobre e novembre è dipesa sostanzialmente dalle temperature sotto la media fatte registrare in gran parte d'Europa. Ma ora, come era ampiamente prevedibile, è calato il freddo.

Scenari da incubo
Un 2023 all'insegna di ulteriori rincari energetici e razionamenti è stato previsto anche da uno studio realizzato da S&P Global Ratings. L'agenzia ha proposto uno scenario negativo (con probabilità pari a uno su tre) che potrebbe verificarsi nel caso in cui la guerra russo-ucraina si protraesse nel corso del prossimo anno.
Le previsioni, come anticipato, non si discostano dall'allarme del direttore Aie ed evidenziano rischi di ulteriori rincari e di contingentamenti. La nuova e più pesante crisi energetica si distribuirebbe un po' dappertutto, ma la Polonia sarebbe l'area più svantaggiata, anche a causa della vicinanza con il fronte di guerra.
Secondo S&P, lo scenario negativo vedrebbe anche una recessione più grave del previsto, soprattutto in Europa, con un Pil in calo dell'1,3% nel 2023 e la Germania come paese più colpito; tassi Usa ancora più alti; Bce costretta a seguire la Fed per evitare il deprezzamento dell'euro; rallentamento minore dell'area Asia-Pacifico, macroregione più orientata ai mercati interni.
Premesso che tutti gli esercizi e le previsioni restano tali, lo scenario sembra verosimile. I dati attuali mostrano che l'inizio del 2023, per l'Europa, sarà molto problematico, e potrà superare le stime più negative. Verosimile anche la previsione sulla Germania, mentre l'Italia ha le carte in regola per cavarsela meglio: il nostro paese è l'unico nell'Ue che vede un Pil superiore al periodo pre-Covid. Questo, probabilmente, perché a causa delle restrizioni e dei diktat di Bruxelles l'Italia si è attrezzata meglio a superare le crisi.

Ricette vetuste
Detto questo, lo scenario ucraino è sempre più preoccupante, un po' perché la guerra sta ampliando il suo raggio (Kiev inizia a colpire sistematicamente obiettivi in territorio russo), un po' perché i bombardamenti di Mosca stanno distruggendo le infrastrutture del paese, catapultandolo indietro di 50 anni.
L'inflazione resta, invece, un punto di domanda. Anche se, paradossalmente, quella americana sembra più facile da combattere con l'aumento dei tassi, perché colpisce tutta la scala del valore.
In Europa, lo abbiamo sottolineato molte volte, il problema è invece il rincaro energetico, che rende inutile la vecchia ricetta a base di rialzi. Questa strategia rischia dunque di non scalfire lo tsunami inflattivo, portando nel contempo l'Europa in recessione e contribuendo a distruggere la sua economia e a espellere dalla competizione varie aziende del nostro continente.

Auto elettriche, nuovi stop
Sul fronte dell'energia si segnalano altre due notizie curiose. La prima riguarda le auto elettriche: dopo le indiscrezioni su un possibile stop temporaneo di questi veicoli in Svizzera, ora è la volta di Germania e Svezia, che hanno sospeso gli ecobonus per l'acquisto delle e-cars. Le misure, che rischiano di creare un trend, potrebbero mettere in seria discussione lo stop alle vetture endotermiche già fissato dal parlamento europeo per il 2035. L'agenda elettrica sarebbe quindi bloccata non da riflessioni di carattere economico e di salvaguardia delle nostre aziende automotive, ma dalla crisi energetica che non accenna a placarsi.
La seconda notizia è invece il presunto caso di corruzione, da parte delle autorità del Qatar, della vicepresidente del parlamento europeo e di alcune figure di profilo medio-basso della politica continentale. La vicenda rende lecita alcune domande: questa inchiesta rivela un fenomeno casuale o è solo la punta dell'iceberg? I “piani alti” sono immuni? E: esiste una lobby legata alla transizione energetica che ha lavorato per imporre certe scelte (anche discutibili) in ambito comunitario?

Investimenti bilanciati
Sul fronte degli investimenti, il rimbalzo che ha permesso un parziale recupero dei mercati azionari è a un punto di svolta. Nel prossimo futuro, a rivelarsi determinanti per la sua sorte saranno gli utili, che nel terzo trimestre si sono rivelati positivi ma che non fanno sperare troppo per la prossima scadenza. Soprattutto nei titoli tecnologici, che sono in deciso calo.
Per contro, c'è ottimismo per il mercato obbligazionario, che dopo aver navigato in territorio negativo per parecchio tempo è pronto per restituire buoni rendimenti: se fino a poco tempo fa gli investitori spostavano capitali sulle azioni per mancanza di alternative, ora si può tornare a puntare sui bond, ancora sottopesati.
Una formula sensata potrebbe prevedere un investimento bilanciato, partendo con il 75% o l'80% in obbligazioni, mantenendo un po' di liquidità in entrata e riversandola in un secondo tempo sull'azionario, che andrebbe a crescere dal 20%-25% al 30%-35%. Una scelta simile potrebbe restituire rendimenti anche superiori al 5%.

Unicredit, cresce il pillar 2?
Oltre ai tecnologici, sono in discesa anche i titoli bancari. Alcuni rumours puntano il faro su Unicredit, che pur aveva registrato ottimi utili. Secondo indiscrezioni, la Bce potrebbe alzare i requisiti di pillar 2 della banca di Piazza Gae Aulenti dall'1,75% al 2% dei suoi risk weighted assets per potenziare la resistenza del gruppo dai rischi che derivano da guerra e recessione.
Finora non c'è nulla di ufficiale. Tuttavia, se davvero l'Eurotower si muovesse in questa direzione, la richiesta potrebbe suonare come un segnale inviato a un gruppo bancario ancora in affari con la Russia, che rappresenta il 15% delle attività di Unicredit. Attività che l'istituto milanese non ritiene opportuno dismettere.

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