Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?
L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.
Parola d'ordine: mantenere
Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.
Punto di domanda
Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.
Braccio di ferro sul grano
Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.
Calciatori d'Arabia
L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.
Perplessità elettriche
Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.
Piccole (e grandi) filiali chiudono
Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.
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Italia finalmente in crescita
Il prodotto interno lordo del nostro paese si è incrementato più delle previsioni e il rapporto debito-pil chiuderà il 2022 in calo rispetto all'anno precedente. Mentre ottobre si è confermato il mese del rimbalzo, che non è stato scalfito (almeno per ora) dal boom del prezzo del grano
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Nel corso di ottobre, i mercati hanno registrato il rimbalzo che tutti auspicavamo. Certo, siamo ancora lontani da un recupero netto (l'azionario è ancora a -20%), ma la svolta ci autorizza a conservare timide speranze sulla prosecuzione del trend. Particolarmente positivo l'obbligazionario, che sembra finalmente in rialzo, almeno sulla parte lunga della curva, sia in Europa, sia negli Stati Uniti.
Pil, Italia in maglia rosa
A ciò si aggiunge una notizia positiva per l'Italia: il pil è cresciuto più delle previsioni, rendendo lo spread, sceso a 215, minore rispetto a molti altri differenziali. Inaspettatamente, il nostro paese farà registrare la crescita più solida all'interno dell'Ue: grazie anche all'inflazione, il rapporto debito-pil si rivelerà decisamente più basso rispetto all'anno scorso.
In cifre, si prevede che questo valore a dicembre scenda a quota 150, mentre la crescita – influenzata dal “combinato disposto” fra l'aumento del prodotto interno lordo e l'inflazione – dovrebbe superare l'11%.
Grano, nuovi problemi all'orizzonte
Se ottobre può essere archiviato come un mese positivo per i mercati, l'ultima seduta del mese ha però visto un'impennata del prezzo di grano e mais, causata dallo stop russo all'accordo. Finora, questo rialzo non ha avuto impatti sugli indici, influenzati positivamente dal calo del prezzo del gas, ma pone un'incognita sul futuro. Soprattutto perché è parte di un circolo vizioso di azioni e reazioni sul campo di battaglia russo-ucraino che rischia di coinvolgere l'Occidente in maniera più diretta.
Europa e Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora compreso pienamente che le sanzioni non stanno più di tanto danneggiando la Russia: Mosca commercia tranquillamente con gli altri paesi non allineati e vende le proprie materie prime in Asia, continente da cui poi si approvvigiona.
Lula e il sogno della moneta unica sudamericana
Tra i paesi che commerciano senza restrizioni con la Russia c'è anche il Brasile, i cui scambi con Mosca sono aumentati di oltre il 100%. Il ritorno di Lula alla presidenza, sancito domenica scorsa dalle urne, non cambierà la situazione. Anzi: il suo mandato potrebbe ulteriormente raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti. Soprattutto nel caso in cui il presidente brasiliano tornasse a parlare di un progetto che, se realizzato, rappresenterebbe un duro colpo a secoli di strategie politiche monroviane: la creazione di una moneta unica sudamericana. Dal punto di vista politico non ci sarebbero ostacoli, dato che per la prima volta nella storia tutti i paesi latini del Sudamerica sono governati da esponenti di sinistra o centro-sinistra.
Realizzare un “euro sudamericano” sarebbe però molto difficile dal punto di vista economico per la presenza di paesi molto instabili, come Venezuela e Argentina, che non rientrerebbero nei parametri di ammissione. Mentre non sarebbe scontata l'adesione dell'Ecuador “dollarizzato”.
Inoltre, non si sa quanto un simile piano possa giovare al Brasile, vera locomotiva del Sudamerica: per il paese sarebbe più conveniente guardare all'esempio europeo (il cui pieno progetto è ancora in fase di realizzazione) e tenersi stretto il real.
Per il resto, la sfida di Lula appare molto impegnativa. In primo luogo, dovrà gestire il potere in maniera diametralmente opposta rispetto ai mandati precedenti, impegnandosi in una lotta senza quartiere alla corruzione.
In secondo luogo, il presidente non potrà scontentare le parti produttive del paese, che hanno votato in gran parte per Bolsonaro, né il parlamento, ancora dominato da una maggioranza di destra. Anche per questo motivo, Lula ha scelto come vicepresidente Geraldo Alckmin, iscritto al Partito Socialista ma proveniente da un movimento centrista e decisamente pro-mercato.
Tassi, niente di nuovo a Francoforte e Washington
Qualsiasi risultato delle presidenziali non avrebbe comunque messo in discussione la crescita economica brasiliana, dovuta anche al rincaro delle materie prime di cui il paese è esportatore. Tutto questo mentre l'inflazione è scesa in misura tale da bloccare ulteriori aumenti dei tassi.
Aumenti ancora in agenda per Bce e Fed, che alternativamente ritoccano il livello verso l'alto (domani sarà il turno della Federal Reserve, con un probabile rialzo di 75 basis point). Allo stato attuale molti analisti prevedono che i tassi americani non siano destinati a superare il picco massimo del 5%; poi, inevitabilmente, si andrà verso una discesa.
Una certa influenza potranno averla le elezioni di mid term, previste per martedì prossimo: se i democratici dovessero perdere anche il senato, la situazione economica potrebbe avere riflessi positivi, generati da politiche di bilancio meno espansive e un approccio diverso sul fronte ucraino.
Il cinguettio di Elon Musk
Sempre oltre oceano, si conclude la telenovela-Twitter: dopo un tira e molla estenuante, Elon Musk ha infatti comprato il social network dei cinguettii.
Nel commentare questa operazione, i giornali si sono concentrati sul drastico cambio di linee guida che fonderanno il nuovo Twitter, più aperto a una molteplicità di opinioni e posizioni, sia dal punto di vista politico, sia etico, e meno tollerante nei confronti dei bot.
La vera sfida, però, risiede nella sostenibilità finanziaria dell'azienda: economicamente Twitter ha seri problemi ed è stato pagato troppo rispetto al suo valore corrente. Un problema che affligge anche Facebook, il cui sbarco sul metaverso si è rivelato poco fruttuoso, e che ha perso oltre il 70% della sua capitalizzazione da inizio anno. Musk sarà dunque chiamato a rendere redditizio Twitter in un periodo in cui il modello economico dei social network è entrato un po’ in crisi.
Se, comunque, il closing dell'operazione Twitter ha conquistato spazio sui giornali, anche per la popolarità della piattaforma, il vero “colpaccio” di Musk è un altro: l'acquisizione del 20% di Glencore, prima società al mondo per commercio di materie prime. L'operazione porta Tesla ad un miglior controllo della propria catena di approvvigionamento e, di conseguenza, a coprire la filiera a monte. Ricordiamolo: Tesla, nonostante la perdita del 43% da inizio anno, può vantare una capitalizzazione di 720 miliardi di dollari – cifra che è maggiore rispetto a tutti gli altri produttori di auto del mondo messi insieme.
Periodo buono per i bancari
Infine, un focus su Unicredit, il cui utile è salito a 4 miliardi (Russia esclusa), raggiungendo con due anni di anticipo il traguardo previsto dal suo piano strategico.
Il dato, in gran parte inatteso, dipende anche dai buoni risultati delle continue operazioni di buy back, oltre che dai conti solidi del gruppo e dall'aumento dei tassi, che favorisce l'intero sistema bancario.
Attendiamo ora gli utili di Intesa Sanpaolo, che si preannunciano, come quelli di Unicredit, superiori alle aspettative.
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Elon Musk prende Twitter. Ma non si vedono impatti positivi sul Nasdaq
Dopo una notte di trattative, il patron di Tesla ha chiuso l'opa-blitz sul 100% del social network. Ma gli indici tecnologici non ne hanno praticamente risentito, anzi continuano la loro discesa. Intanto, il rally del dollaro e il calo dello yuan movimentano i mercati valutari
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Elon Musk ce l'ha fatta. Dopo una notte di trattative, il proprietario di Tesla ha acquistato il 100% di Twitter per 54,2 dollari ad azione, sborsando 44 miliardi di dollari. Come spesso succede in questi casi, pecunia non olet: l'offerta era troppo attraente perché gli azionisti non capitalizzassero l'utile. Il prezzo riconosciuto è un congruo premio rispetto alla quotazione sul mercato e all'andamento del Nasdaq da ottobre in avanti. Nasdaq che, per inciso, non ha risentito quasi per nulla dell'operazione, non discostandosi dalle difficoltà di una settimana molto sofferta.
L'operazione, la cui chiusura è prevista entro l'estate, avrà quindi uno scarso impatto sui mercati; l'unico cambiamento si concretizzerà nelle regole e nella policy del network, destinato a democratizzarsi e a concedere maggiore libertà di espressione ai suoi utenti, anche se molti temono invece un ulteriore imbarbarimento dei social network.
Per il resto, lo ripetiamo, è accaduto quanto si verifica in gran parte delle opa ostili. È molto probabile che anche l'offerta di acquisto attualmente in corso di svolgimento in Italia, quella dei Benetton nei confronti di Atlantia, finisca per andare in porto. Unica differenza, i tempi, che saranno inesorabilmente più lunghi, a causa dei noti rallentamenti dovuti alla burocrazia italiana.
Inflazione record. Ma...
Intanto, nell'eurozona l'inflazione ha raggiunto i nuovi massimi. Tra i responsabili di questa situazione c'è, naturalmente, il rincaro delle materie prime. La situazione dovrebbe preoccuparci, certo, ma niente panico: si sta infatti verificando una dicotomia fra le previsioni delle case di investimento (che vedono un ulteriore rialzo) e i produttori, convinti che un nuovo rincaro causerebbe la recessione in tutta Europa.
L'esempio del petrolio è fin troppo chiaro: il suo valore può rimpallare tra 100 e 110, ma difficilmente andrà oltre – se infatti arrivasse a quota 130, la nostra economia si troverebbe in una fase di recessione acuta, che nessuno vuole.
Molte materie prime hanno già iniziato a scendere (con l'eccezione del rame, che è ancora in crescita): l'alluminio, protagonista solo poco tempo fa di un rally da record, è in calo, e persino l'oro ha perso circa 140 dollari dai massimi di marzo. Quest'ultima picchiata ha spazzato via le illusioni di revival del metallo giallo come bene rifugio. Una categoria, quest'ultima, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento; unico porto sicuro, oggi come oggi, sembra essere il franco svizzero, che si mantiene in una situazione di “quasi-parità” con l'euro – e si rafforzerebbe ulteriormente se la Banca Nazionale non pagasse di tasca sua per evitare il “sorpasso”.
È probabile che, passato il picco, le materie prime raggiungano una certa stabilità, e non a questi prezzi. Tendenzialmente, l'inflazione potrebbe quindi scendere e ritornare verso quei livelli del 2/3% che rappresentano una sorta di punto di equilibrio per il sistema finanziario.
Naturalmente, bisogna fare i conti con le due incognite con cui siamo costretti a convivere: la guerra e il Covid.
Lo yuan zoppica, il dollaro corre
Proprio una conseguenza della nuova fase pandemica, che ha causato il nuovo lockdown cinese e il conseguente rallentamento della produzione a Shanghai, sta spingendo in basso lo yuan.
Tutto questo mentre prosegue la risalita del dollaro, che ha prima “bucato” la soglia psicologica di 1,08 e poi si è spinto sotto 1,07, raggiungendo i livelli più alti da due anni a questa parte. A trainare il biglietto verde, ancora una volta, l'aspettativa di rialzo dei tassi a breve negli Stati Uniti.
Il rendimento americano a due anni ha già superato il 2%, contro lo “zero virgola” europeo, e questo contribuisce a creare un effetto di remunerazione significativo. La crescita statunitense fa correre il dollaro mentre le aspettative molto più diluite dell'eurozona (dove la Germania ha già annunciato un nuovo aumento di deficit dell'1%) non frenano il calo della nostra valuta, che neppure la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è riuscito a scalfire.
Sanzioni, posti di lavoro a rischio
Oltre alla prudenza della Bce, l'euro paga anche l'effetto delle sanzioni e la paura per il futuro, che si fa sempre più profonda: se l'Europa volesse bloccare l’import di gas e petrolio dalla Russia, solo l'Italia rischierebbe la perdita di un milione di posti di lavoro. Senza, tra l'altro, che la guerra si fermi.
Non per niente, le aziende iniziano a opporsi a questa politica. Un esempio su tutti, i calzaturifici marchigiani che, sostenuti dalla regione, hanno deciso di partecipare alla fiera di settore, in corso a Mosca dal 26 al 29 aprile. La scelta era tra il boicottaggio e i licenziamenti – e la risposta di un imprenditore a questo dilemma è facile da indovinare.
Come più volte ricordato, l'apparato sanzionatorio, al cui aggravamento si sta opponendo solo la Germania, danneggerà molto più l'Unione Europea e le sue aziende che non la Russia, pronta a “cambiare cavallo” e a vendere gas e materie prime a Cina, India e altri clienti, in grado di rimpiazzare bene eventuali ritirate da parte dell'Occidente.
I due gradi della discordia
E proprio l'Occidente sembra evidenziare una divergenza di atteggiamenti tra chi governa e la cittadinanza, che a differenza della politica deve fronteggiare giornalmente i problemi pratici. Soprattutto in Italia.
La strategia comunicativa di Draghi sta creando divisioni entro e oltre i confini. L'ormai famoso “diktat dei due gradi” non è certamente popolare nel paese.
Né è facile trovare fonti alternative alla Russia, almeno in breve tempo: le missioni di Draghi in Algeria, Egitto o Congo non potranno fornire all'Italia i quantitativi di gas che attualmente transitano dai gasdotti di Mosca. Basta citare Paolo Gentiloni: il commissario europeo ha detto che l’Italia sarà dipendente dal gas russo fino al 2027, un tempo quasi eterno. Una campagna di cambio forniture può essere intrapresa solo a lungo termine e senza strappi, soprattutto se a rimetterci sono i singoli cittadini.
Banche caute, ma capitalizzate
Infine, due parole sulle banche europee. Secondo Standard&Poor's, gli istituti di credito hanno tutte le potenzialità per gestire al meglio gli impatti della guerra sui mercati. Per ora, l'agenzia di rating ha ragione: pur con una previsione di ribasso dell'economia, le banche sono fortemente capitalizzate, anche grazie al rafforzamento che gli schemi di vigilanza comunitari hanno promosso in questi anni.
In Italia, molte aziende di credito distribuiranno lauti dividendi. Le azioni bancarie, è vero, sono calate del 30% da inizio anno e una diminuzione della crescita sembra inevitabile; tuttavia, questo calo non sarà tale da imporre aumenti di capitale.
Ci sono poi casi particolari, come quello di Unicredit: a causa dell'esposizione con la Russia, il gruppo di piazza Gae Aulenti ha rimandato la comunicazione dei dati trimestrali (che saranno comunque ragionevolmente buoni) e in tutta probabilità rivedrà la politica dei dividendi. Altre banche si sono dimostrate caute, anche perché il futuro è tutt'altro chiaro. Dipenderà, ancora una volta, dalla geopolitica e dall'evoluzione degli scenari pandemici.
Nasdaq, solo una fiammata dal "terremoto Twitter"
L'operazione di Elon Musk sul social network ha provocato un forte rialzo dell'indice, ma si prevede che il picco sia passeggero. La crescita degli Usa arriva invece dai nuovi dati sui posti di lavoro, mentre le stime europee (e italiane) devono subire l'ennesimo ribasso
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Per i mercati questo è un momento interlocutorio: il classico periodo di passaggio fra un quarter e l'altro, che ci introduce ai primi dati trimestrali. Il consueto clima di attesa tipico della primavera è stato, però, rotto da un'operazione inaspettata: Elon Musk, l'uomo più ricco del mondo, ha aperto improvvisamente il portafoglio e ha acquistato il 9,2% di Twitter, sborsando 2,9 miliardi di dollari per aggiudicarsi 73.486.938 azioni.
L'annuncio ha fatto registrare una buona performance giornaliera sull’indice Nasdaq, ma non è questa la conseguenza più importante che deriva dall'operazione. La fiammata dice, infatti, poco e niente: i titoli tecnologici trattano tradizionalmente a multipli molto elevati ed alla base della loro sostenibilità c'è la velocità di crescita delle società, sulla quale ha un impatto rilevante il livello dei tassi di interesse.
La riflessione principale è un'altra e si concentra sul controllo dell'informazione, di cui oggi i social network sono un canale molto forte e diffuso, soprattutto in un'epoca di crisi della carta stampata. Infatti queste grandi piattaforme decidono chi può parlare e chi no, che cosa si può dire e che cosa è invece vietato pubblicare sulla base di criteri soggettivi e abbastanza discutibili. Un potere, questo, che suscita più di una preoccupazione, se persino il Presidente degli Stati Uniti allora in carica (qualunque cosa si possa dire di lui) ha dovuto piegarsi a una “squalifica” di un anno e mezzo da parte di Twitter.
Il problema è il solito, ma elevato all'ennesima potenza: chi controlla i controllori? L'assenza di una risposta plausibile è abbastanza preoccupante.
Meno volatilità
In Europa la volatilità si è ridotta, come di solito accade quando i mercati stanno cercando una stabilità. Influisce anche il periodo di passaggio di cui abbiamo già parlato: a giorni inizieranno le campagne sui dividendi, che nel nostro continente si annunciano molto ricchi e quindi forieri di stabilità – a condizione che dal fronte di guerra non arrivino notizie peggiori.
Gli emergenti, da parte loro, hanno raggiunto risultati discreti, anche se poi i numeri dipendono dall’essere esportatori o importatori di commodity. Un esempio su tutti, la Turchia, che a differenza di ciò che è accaduto in Europa, ha archiviato buoni risultati sul fronte obbligazionario, mentre nell'azionario non ha ceduto più terreno dei paesi dell'Eurozona.
I mercati asiatici hanno fatto meglio, anche perché la guerra russo-ucraina ha un impatto più moderato su quelle macroaree rispetto all’Europa. Il loro problema è piuttosto legato a materie prime, che però Mosca continua a fornire, a prezzi ridotti rispetto a quelli che paghiamo noi europei.
Nel giudicare i vari mercati, ci sono anche le questioni, molto importanti, del livello di rischio e dei flussi di investimento. In questo caso, i kingmaker sono gli asset manager americani, che hanno una posizione dominante anche per la debolezza europea. In teoria, il mercato del nostro continente presenta valutazioni più attraenti rispetto a quello Usa, ma i gestori più grandi sono quelli statunitensi, che poi spostano gli investimenti oltre Atlantico. Anche perché l’Europa rimane un insieme di Stati sovrani senza una linea politica ed economica comune.Gli Stati Uniti sono ancora il dominus del mondo, mentre l'Europa non si scrolla di dosso la nomea di continente satellite, incapace di unirsi e di imporsi con una sola voce. L'euro ne è una grande dimostrazione: la nostra moneta è un po' un gigante dai piedi d'argilla: valuta forte, ma penalizzata dalla mancata unione politica e fiscale. Questa situazione fa tremare la divisa unica europea ogni qual volta venti di crisi attraversano, come una perturbazione atlantica in pieno inverno, il nostro continente.
L'euro soffre
E ora a colpire la stabilità dell'euro è la guerra, anche se, salvo eventi eccezionali, è difficile che il biglietto verde sfondi quota 1,08. Fa più impressione la parabola del franco svizzero, che è tornato quasi a raggiungere la parità sulla nostra valuta. Parità e nulla più, ma solo per una scelta della Banca Nazionale Svizzera, che continua a comprare euro per salvare le esportazioni e il turismo: se Bundesplatz smettesse di frenarne la corsa, il franco si rafforzerebbe ancora di più, raggiungendo livelli insostenibili per l'economia elvetica.
Il dollaro, si diceva, è comunque in buona salute. E lo sono anche gli Stati Uniti, che hanno registrato una buona creazione di ricchezza. grazie ai dati favorevoli sui posti di lavoro. Tuttavia, negli Usa, la destinazione del denaro è molto concentrata, e il cittadino che il prossimo novembre si recherà alle urne per le elezioni di medio termine penserà alle proprie tasche e all'aumento della benzina, non ai dati pur buoni della loro economia.
Se per gli Stati Uniti i progressi sono dunque visibili, ma distribuiti male, le stime di crescita europea sono continuamente al ribasso. L'Ue, che aveva già ridotto le previsioni dell'Italia, le ha ulteriormente ridimensionate, portandole al 1,7%. Anche in questo caso, la guerra è stata determinante. Ma non siamo gli unici a vedere un futuro poco confortante: le autorità tedesche hanno preannunciato ai loro cittadini che per il futuro dovranno rivedere il loro stile di vita. Argomenti delicatissimi, questi, perché non si sa mai come i cittadini possano reagire a questi cambiamenti repentini.
Sta di fatto che, in un modo o nell'altro, l'inflazione toglie potere d'acquisto e cambia, naturalmente in peggio, la vita dei consumatori. E quando non sono i prezzi ad alzarsi, è la quantità (o il peso) degli articoli in vendita a diminuire: si tratta della cosiddetta shrinkflation, effetto di una strategia utilizzata da alcune aziende per nascondere agli acquirenti un effettivo rincaro, contrastando in maniera meno evidente l'erosione dei margini.
Petrolio, la politica influenza i prezzi
Il petrolio ha invece attraversato una fase di moderati ribassi, innescata anche dall'ok del Presidente Biden allo sblocco delle riserve strategiche degli Stati Uniti.
Mentre sul fronte delle importazioni del gas russo in Europa, le posizioni sono molto chiare: a fronte di alcuni Paesi che vorrebbero sanzioni e stop all’import di gas russo, rispondono con un no deciso Germania, Austria e Italia, le cui economie verrebbero affondate in caso di una scelta così estrema. Al solito, ognuno guarda i propri legittimi interessi: si desume che è sempre facile fare la morale agli altri quando le conseguenze per il tuo Paese sono nulle.
Ma, se dovessimo avviare boicottaggi su scelte basate sui diritti umani, non potremmo certo fermarci alla Russia: dovremmo anche porre problemi morali su paesi come l'Arabia Saudita (che per molti anni ha bombardato lo Yemen, fino alla recentissima tregua), Emirati Arabi, Algeria e Azerbaigian (altre aree notoriamente critiche per diritti umani) e Venezuela (paese che ha uno dei tassi di criminalità maggiori al mondo).
Petrolio a parte, l'oro tiene, mentre l'alluminio è sceso di quasi il 15% dai massimi. L'unica materia prima a volare è il rame, che ha ripreso il trend forte avviato nel 2020 e ha raggiunto livelli record.
L'impressione è che le materie prime continueranno a rimanere forti. I produttori e i trasformatori affermano comunque che i prezzi non potranno superare livelli non sopportabili per il consumatore finale – perché questo innescherebbe una recessione.
Saipem: ritorno in pista?
Sul fronte delle grandi aziende, invece, l'aumento di capitale deliberato da Saipem ha fatto bene al suo rating: Standard&Poor's ha aumentato la valutazione da BB- a BB, con outlook positivo. La comunicazione dell'agenzia ha premiato chi ha avuto il coraggio di comprare le obbligazioni: infatti che le ha acquistate fra gennaio e marzo (su tutto, il bond più interessante era quello in scadenza nel 2028) avrà un rendimento superiore al 6%, per tutto il periodo, quindi in grado di coprirsi dall'inflazione.
L'investimento, come già avevamo detto allo scoppio della crisi si è dimostrato molto valido e, per logica, abbastanza sicuro: sarebbe stato impensabile non salvaguardare un asset strategico per il paese.
Meno logico è che i vertici, capaci di portare a un importante dissesto finanziario, siano ancora al loro posto. È vero che alcuni azionisti hanno annunciato l'avvio di un'azione di responsabilità, ma le class action in Italia difficilmente hanno avuto un esito soddisfacente finora. Per questo, molto probabilmente, tutto finirà in una bolla di sapone.




