La crisi di governo aumenta l'incertezza. Ma...
Le dimissioni di Mario Draghi da premier stanno creando preoccupazioni presso tutte le istituzioni continentali, visti gli scenari recessivi in atto e l’onere di dover approvare una legge di bilancio in autunno.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
La crisi di governo è stata descritta da vari media in maniera catastrofica, come se un'eventuale caduta dell'esecutivo avesse la forza per spingere l'Italia nel baratro. Una reazione che, oggettivamente, sembra un po' esagerata.
Intendiamoci: sarebbe stato sicuramente meglio evitare questa crisi, dato che l'assegnazione della nostra quota di PNRR non è ancora completa, la guerra continua a infuriare, la siccità morde e la legge di Bilancio non è poi tanto lontana. Però il cambio di un governo, o il voto anticipato, rientrano nella logica di un paese democratico. La congiuntura negativa non è un affare che si può risolvere in pochi giorni: anche se le dimissioni di Mario Draghi dovessero rientrare, i problemi si ripresenteranno puntuali fra alcuni mesi, quando si arriverà alla fine naturale della legislatura. E si dovrà per forza tornare alle urne.
Sembra comunque probabile e ragionevole che non si andrà a elezioni anticipate. E questo indipendentemente da quanto deciderà Draghi. In primis perché il presidente Mattarella è contrario a sciogliere le camere in questo momento; in secondo luogo, perché molti parlamentari – soprattutto quelli che molto probabilmente non saranno riconfermati – sono refrattari a tornare a casa e a perdere vari mesi di stipendio.
La Borsa non apprezza
Le Borse in genere detestano i periodi di incertezza: è per questo che la scorsa settimana il nostro listino è stato contraddistinto da vendite indiscriminate su tutti i settori e ha raggiunto livelli che non si vedevano da maggio 2020. A nostro parere, i livelli raggiunti rappresentano nel medio periodo buone opportunità di acquisto. Le società continuano, pur in uno scenario mondiale complesso, a fare utili e a distribuire lauti dividendi e non si capisce per quale motivo i nostri titoli debbano trattare a sconto anche del 30% rispetto a società simili degli altri listini europei. Verso la fine della settimana è tornata un po’ più di calma e ieri, finalmente, abbiamo visto il primo corposo rimbalzo da tre mesi a questa parte. Forse è un inizio di inversione del trend ribassista dei primi 6 mesi dell’anno. Anche lo spread, che, in seguito alle dimissioni di Draghi, aveva toccato i 240 punti base, è rientrato ad un livello inferiore ai 220 e, se il governo continuasse la sua azione, con ogni probabilità sarà sotto i 200 entro fine estate.
The final countdown
Mentre va avanti questo imbarazzante balletto da Prima Repubblica, i dati sul costo dell’elettricità sono terrificanti: a fronte di un costo di 79 euro a kilowatt ora del 2021 siamo arrivati ai 500 euro odierni, un dato che rischia di far collassare intere filiere produttive. Ma i giornali non ne parlano…. Meglio pensare alle vacanze, poi a ottobre chi vivrà vedrà. Per fortuna, è stata già confermata la proroga del taglio alle accise, un'operazione inevitabile in considerazione del prezzo del petrolio. Finora, l'oro nero si è leggermente indebolito, e veleggia a cavallo di quota 100: ancora troppo poco per riportare i prezzi alla normalità.
Il problema principale, però, è ancora legato al gas. Questa settimana scade il periodo di manutenzione del Nordstream: in un impietoso conto alla rovescia, i secondi ci stanno portando al momento della verità, in cui verremo a sapere se i rifornimenti dalla Russia torneranno ad affluire in Europa oppure se i “lavori in corso” si trasformeranno in uno stop di più lunga portata.
A nostro avviso, è probabile che la Russia riprenda la fornitura, ma in quantitativi ridotti. Mosca ha ormai rimpiazzato l'Europa come partner principale, deviando una parte importante del gas a vari paesi asiatici, soprattutto alla Cina, che ha segnato il record di importazione di “oro blu”. All'Europa rimane una piccola fetta di torta, meno della metà rispetto a quanto riceveva nel 2021.
Una percentuale ridotta che permette comunque alla Russia di incassare di più rispetto all'anno scorso. Le sanzioni hanno infatti spinto in alto il prezzo del gas e favorito la speculazione, permettendo così a Mosca di moltiplicare i guadagni e di finanziare la guerra.
Come era ampiamente prevedibile, dunque, le sanzioni si sono rivelate preziose alleate dell'economia russa. E ancora di più di quella cinese, la cui merce ha rimpiazzato molti beni che non possono più arrivare dall'Europa. Un esempio ci è dato dalle automobili: le vendite di Volkswagen sul mercato russo sono calate del 69%, proprio mentre la cinese Haval ha spiccato un balzo a tre cifre (+635%).
L'Italia ha provato a metterci una pezza, con l'accordo da 30 miliardi di metri cubi l'anno stretto pochi giorni fa con l'Algeria, che fa del paese nordafricano il nostro primo fornitore di gas.
Stati Uniti, l'inflazione vola
Si è parlato più volte dell'Europa come prima vittima delle sanzioni. Ma, se Atene piange, Sparta non ride di certo. In un mondo occidentale interconnesso, anche gli Stati Uniti iniziano a soffrire di più di quanto prevedessero: la benzina è aumentata sensibilmente, e questo rialzo si sente molto in un Paese dove utilizzare l'auto per andare al lavoro è quasi una scelta obbligata. Soprattutto tra i pendolari di fascia medio-bassa.
In generale, l'inflazione a stelle e strisce è decollata, spaventando i mercati: i dati definitivi di giugno mostrano un 9,1% contro l'8,8% atteso. Sembra inevitabile un rialzo dei tassi di 75 punti, se non di più. I cittadini sono inferociti e impauriti, proprio mentre si avvicinano le elezioni di mid term, che dovrebbero bocciare sonoramente l'operato dell'attuale amministrazione democratica. Ci si attende infatti che il picco e la successiva discesa non avvengano prima del prossimo gennaio, due mesi dopo il rinnovo del parlamento.
In questa situazione, c'è stato un “rimbalzino” dell'euro sul dollaro: nonostante le difficoltà su entrambi i lati dell'oceano, l'attesa delle decisioni Bce sul rialzo dei tassi ha dato una pur moderata iniezione di fiducia alla nostra moneta.
Gli investimenti promettenti
In questa situazione, in che modo è possibile entrare nel mercato? Considerato il segno più a Piazza Affari, potrebbero rivelarsi interessanti i titoli bancari e finanziari italiani, ma anche quelli energetici, considerato il basso livello raggiunto.
Invitanti anche gli investimenti assicurativi: il settore continua a rivelarsi in salute, e – secondo un rapporto di Swiss Re – a fine 2022 la raccolta premi sfonderà, a livello mondiale, il muro dei 7.000 miliardi di dollari, per la prima volta nella storia.
Sotto osservazione invece l'oro, che ultimamente ha subito importanti ribassi, confermando di aver perso, forse definitivamente, lo status di bene rifugio.
Inflazione? Niente panico
Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.
Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.
L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.
Venti (gelidi) a est
Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.
L'Europa s'è desta?
L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.
Monday, crazy Monday
Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.
No panic!
Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.
Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.
