Mediobanca, ora Montepaschi è più vicina
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la netta bocciatura dell’ops su Banca Generali da parte dell’assemblea di Mediobanca, Alberto Nagel cerca di organizzare le ultime, difficili difese dall’offerta Montepaschi. Mentre sui media sono comparse pubblicità che invitano i soci a non aderire all’offerta Mps, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia fa la conta dei nomi che potrebbero appoggiarlo. Una lista che però si assottiglia: sembra che vari azionisti cerchino di disimpegnarsi per non prendere posizione. Il vecchio patto di consultazione, che a inizio 2025 era vicino al 12%, è sceso sotto il 7,5% del capitale, con il disimpegno di azionisti come Gavio, Lucchini e Ferrero dal “salotto finanziario” milanese. Mentre, di contro, salgono nel capitale gli hedge fund, che ragionano su basi non ideologiche, ma di pura convenienza finanziaria.
Obiettivo: Generali?
Queste mosse rischiano di diminuire il già esiguo drappello che aveva approvato l’ops su Banca Generali (cioè il 35% del capitale). Sono quindi poche le possibilità che gli aderenti non superino il 50%; l’unico vero ostacolo all’operazione potrebbe dipendere da un alt da parte della Bce o dall’inchiesta della procura sulle quote Delfin e Caltagirone. Se gli “attaccanti” avranno la meglio, sono scontate le dimissioni di Nagel, sulla cui successione impazza già un “toto-nomi”. Ma soprattutto si aprirà la partita sul controllo di Generali e sulla sua governance, oltre che sulle scelte commerciali (come l’accordo di partnership con Natixis, che potrebbe saltare). Il Leone sembra il vero target dell’operazione, e anche uno dei motivi per cui il governo ha messo il cappello sull’ops Montepaschi-Mediobanca: lo Stato ha infatti interesse a controllare Generali per il nodo cruciale della sottoscrizione di titoli di Stato.
Il “piccolo pizzicotto” di Giorgetti
Mentre il risiko sta entrando nella sua fase decisiva, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha esortato le banche a essere più attive nel sostegno alle famiglie (un “piccolo pizzicotto”, lo ha definito lo stesso titolare del Mef). Gli istituti di credito, ha affermato il ministro durante un intervento al Meeting di Rimini, traggono beneficio dai rating dell’Italia e dall’ottima stagione degli spread: ora possono finanziarsi a “condizioni più favorevoli” e per questo devono offrire “benefici concreti in favore delle famiglie”. Tutto vero. Se non che, le attuali regole non incentivano le banche ad aprire i cordoni della borsa. I vari sistemi normativi transnazionali su requisiti patrimoniali e rischiosità dei prestiti sono stati introdotti a difesa del sistema bancario, ma rendono più difficili i finanziamenti, burocratizzandone gli iter. Le banche dovranno certamente offrire sostegno a famiglie e aziende, ma sono tenute a soggiacere a una serie di controlli che 30 anni fa non c’erano. Quindi, gli istituti di credito potranno sicuramente fare qualcosa in più, ma è escluso un ritorno alla situazione pre-Basilea, cioè ai tempi in cui all’imprenditore era sufficiente entrare in filiale per ottenere un sostegno economico.
L’allarme di Bayrou
Le Borse europee hanno evidenziato un ribasso, affossate dalle difficoltà del listino di Parigi. I mercati hanno reagito a una dichiarazione molto forte del premier francese François Bayrou sul debito pubblico. “Il nostro Paese è in pericolo perché siamo sull’orlo del sovraindebitamento e dobbiamo agire senza alcun ritardo”, ha detto il primo ministro. Negli ultimi 20 anni “il nostro debito è aumentato di 12 milioni di euro all’ora”. Quest’anno, ha proseguito, la spesa per il debito diventerà “la voce di bilancio più importante del Paese. Le rate che dobbiamo rimborsare saranno più pesanti del bilancio dell’istruzione nazionale e di quello delle forze armate”. In cifre, i 60 miliardi dell’anno scorso diventeranno 66, e nel 2026 (“nel caso migliore”) 75. “Se la strada che scegliamo è fare finta che il problema non esista”, ha ammonito il premier, “non ne usciremo”. Bayrou ha quindi annunciato un voto di fiducia sul suo governo: l’Assemblea Nazionale si riunirà in sessione straordinaria il prossimo 8 settembre sul “controllo delle nostre finanze”, ha detto il primo ministro.
Debito francese? Peggio dei dazi
Sembra, dalle prime avvisaglie, che il rischio di sovraindebitamento francese abbia influito sugli indici in maniera maggiore rispetto a quanto ha fatto per i dazi di Trump. Le spiegazioni possono essere di vario tipo. In primo luogo, dopo lo storno del 2 aprile, i mercati hanno iniziato a prendere le misure al presidente americano e a “vaccinarsi” contro le sue uscite estemporanee; il debito di un Paese importante come la Francia – aggravato dalla crisi istituzionale e dalla difficoltà di dare al Paese un governo stabile – è invece un problema strutturale, che non può che generare preoccupazioni per l’Ue, sulla tenuta dell’euro e sull’economia mondiale.. Inoltre, le Borse attendevano un motivo per rifiatare: da tre anni i grafici salgono, e prima o poi è fisiologico che si fermino. Ora gli investitori non devono lasciarsi prendere dai “soliti” timori e consolidare la loro presenza sui mercati, almeno finché le difficoltà non dovessero diventare problemi di lungo termine. Warren Buffett ha insegnato che per interfacciarsi con le Borse occorre guardare soprattutto agli utili delle aziende. Non tutti, però, mettono in pratica questa indicazione. E i risultati si vedono.
Fed, è arrivato il momento di tagliare i tassi?
Il dollaro, intanto, continua la sua fase di debolezza, che probabilmente non si fermerà molto presto. Secondo gli analisti di Bank of America, il biglietto verde calerà ancora in rapporto con l’euro se la Federal Reserve taglierà i tassi entro fine anno con l’inflazione in aumento. Da parte sua, nel corso del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed Jerome Powell ha aperto alla possibilità di ammorbidire la stretta monetaria con una sforbiciata che – a quanto si prevede – non dovrebbe comunque superare i 25 punti base. Il tutto in un contesto tutt’altro che facile: il debito pubblico americano è comunque molto forte, i tassi a lungo termine rimangono alti e c’è un segnale di rallentamento sui dati occupazionali. Questa situazione è un campanello d’allarme in vista dell’andamento che le Borse potrebbero registrare il prossimo anno.
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Borse, si chiude un novembre molto positivo
I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999. Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.
Il fallimento Signa
Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.
La posizione delle banche centrali
A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.
Petrolio e gas
Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.
Record oro, balzo bitcoin
A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.
La morte di Charles Munger
Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.
Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.
“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.
“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.
“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.
“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.
“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.
“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.
Investire in tempo di inflazione
La recessione sembra vicina: ormai non ci si chiede più se ci colpirà, ma quanto durerà. Proviamo a dare indicazioni su come navigare i mercati finanziari in questi tempi difficili
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sono bastati i dati di settembre sull'occupazione negli Stati Uniti, diffusi venerdì scorso, per mandare in tilt le Borse Usa. L'incremento dei posti di lavoro, anche se leggermente più basso rispetto alle attese, è stato valutato dai mercati come un'approvazione (non gradita) del rialzo dei tassi da parte della Fed. Il dato ha dunque provocato un calo di Dow Jones (-2,10%), Nasdaq (-3,80%) e S&P 500 (-2,80%), trascinando con sé anche le Borse asiatiche.
Europa più resistente
Attualmente, i mercati europei sembrano più resistenti rispetto a quelli americani: in settembre l'Euro Stoxx 50 ha perso il 4,6% contro il 9% dell’indice S&P americano. È pur vero che l'andamento delle economie Usa e Eu è molto divergente, dato che la prima subisce un rallentamento, la seconda è decisamente malata. Ma negli Stati Uniti l'inflazione tocca tutto: case, salari, prezzi al consumo. Quella europea è invece dipendente dalle materie prime, maggiori responsabili dell'inflazione galoppante. Il consiglio è sempre lo stesso: è ormai tardi per vendere, tutti gli indici mondiali perdono almeno il 25% da inizio anno e vale la pena di ricordare che, nella storia, dopo i ribassi, gli indici hanno sempre recuperato e conseguito nuovi massimi. Qui di seguito riportiamo un grafico esplicativo di quanto detto:

La logica ci porta dunque a dire che, con un po’ di cautela e con un orizzonte temporale di medio periodo, vale la pena cominciare a investire. È così che si comportano gli smart investor, a cominciare da Warren Buffet, che ha costruito parte della sua fortuna comprando azioni durante il crollo del mercato nel famoso “lunedì nero” del 1987. Oggi un investitore ha la possibilità di entrare in un mercato sofferente per poi approfittare dei futuri rialzi. I settori più consigliati sono il bancario e l'energetico. Attualmente, gli istituti di credito valgono il 40% del loro book value, e saranno probabilmente i primi a riprendersi, anche in virtù del rialzo dei tassi e del fatto che, una volta finita la recessione, saranno tra le prime società a beneficiare in termini di maggiori utili
Petrolio ancora su
I titoli energy potrebbero invece rivelarsi un buon affare soprattutto a causa dei nuovi rialzi del petrolio, spinto dal taglio della produzione del 2% (2 milioni di barili al giorno) da parte dell'Opec+. Una decisione caldeggiata soprattutto dall'Arabia Saudita, che ha convinto il presidente americano Joe Biden a cercare di correre ai ripari, per evitare aumenti alla pompa e conseguenti malumori dei cittadini, in vista delle imminenti elezioni di mid term. L'amministrazione Usa si è convinta ad intervenire sulle riserve strategiche americane, ma anche ad ammorbidire i rapporti con paesi da tempo considerati ostili, come l'Iran e il Venezuela di Nicolás Maduro. È la classica situazione di un paese che si scopre debole e che è obbligato a rimuovere le sanzioni a un paese quando le applica a un altro. L'Europa cerca invece di stabilire un tetto al prezzo del greggio, ma solo a quello russo, lasciando tutto il resto alla mercé della speculazione. La sanzione potrebbe venire applicata mediante una proibizione alle compagnie Ue di assicurare le petroliere se trasportano greggio russo venduto ad un prezzo più alto rispetto al cap. Questa norma sarebbe, tuttavia, facilmente aggirabile. Anche perché la Russia prosegue a vendere le sue materie prime ai molti Stati che non applicano le sanzioni, e non è escluso che questi le possano rivendere all'Europa a prezzi maggiori. Ricordiamolo: paesi importanti come Cina, India e Brasile non applicano le sanzioni contro la Russia, rafforzando il loro atteggiamento con un'astensione alle risoluzioni prese in sede Onu. Un atteggiamento di benevola neutralità che non è in discussione da nessuna parte. Neppure in Brasile, dato che l'unico punto di contatto tra Luiz Lula e Jair Bolsonaro, acerrimi avversari al ballottaggio presidenziale, è un atteggiamento critico nei confronti dell'amministrazione americana.
Il trionfo dell'inerzia
In una situazione così magmatica, prosegue l'azione confusa e inconcludente dei leader europei per affrontare l'emergenza gas. Un'urgenza che avrebbe dovuto essere risolta già a fine 2021. E invece ha subito rinvii su rinvii, per poi rimanere intatta dopo il vertice di Praga. Ancora una volta in Europa non è servito a niente il famoso motto latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Anzi, a peggiorare le cose, in un sovranismo che pervade, ogni Paese fa da sé (altro che Orban) e la Germania, come già detto la settimana scorsa, ha approvato sovvenzioni a famiglie e imprese per 200 miliardi di euro, un fatto gravissimo che metterà fuori gioco la filiera industriale italiana che sta affrontando una crisi devastante. Il timore è che nei mesi a venire le tensioni sociali esploderanno pressoché ovunque in un’Europa solidale a parole, ma individualista, totalmente egoista nei fatti e suicida nelle decisioni strategiche di politica economica. Anche perché i segnali negativi si moltiplicano. Ultimo allarme, il dato sulle vendite al dettaglio in Italia nel mese di agosto, calato dello 0,4%. Lo “zero virgola” che non deve ingannare, dato che nei mesi estivi è sempre prevista una forte crescita per il forte afflusso di turisti. Facile comprendere che gli italiani stanno già tagliando (e di molto) la spesa a causa del caro bollette.
Euro, la debolezza è temporanea
La crisi del gas sta anche affossando l'euro, che continua a far registrare minimi storici. Almeno in questo caso, tuttavia, la nostra moneta dovrebbe tornare in tempi non esageratamente lunghi sopra la parità con il dollaro: la forza attuale del biglietto verde non ha molta logica, in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa negli Stati Uniti. La ragione della forza momentanea del dollaro è dovuta in gran parte alle tensioni geopolitiche in Europa e al forte divario che si registra oggi fra gli Stati Uniti - dove i tassi a breve hanno raggiunto ormai il 4% - e l’Europa che, giustamente, li mantiene appena sopra l’1%. Sul versante asiatico, visto che quest’anno non ci si fa mancare niente, è Pechino ora ad avere grossi problemi. L'economia cinese ha in corso una devastante crisi immobiliare seguita al fallimento di Evergrande (ma non solo), una crescita decisamente inferiore al previsto legata all’assurda politica di continui lockdown per contenere il coronavirus, una potenziale crisi di relazioni internazionali legate alle continue rivendicazioni su Taiwan e un accentramento di poteri su Xi Jinping. Poteri che, se confermati nell’ormai prossimo congresso del partito comunista, gli conferirebbero una carica a vita. Tutto questo ha da tempo spaventato gli investitori, principalmente americani, che da un lato stanno spostando gli insediamenti industriali di loro aziende dalla Cina all’India e al Vietnam, dall’altro hanno azzerato nuovi possibili investimenti su Pechino.
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Nulla di nuovo sul fronte Generali
L'assemblea del Leone ha scelto la continuità ad ampia maggioranza. Vincono Mediobanca e Donnet, si chiude una contesa durata mesi. La crisi dell'auto e il crollo del titolo Amazon
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Si è conclusa venerdì scorso la lunga contesa per il controllo del gruppo Generali, che per mesi aveva visto contrapposti gli azionisti capitanati da Mediobanca (che ricandidavano Philippe Donnet come amministratore delegato) e la cordata Caltagirone-Del Vecchio-Benetton.
L'assemblea di venerdì scorso, con un eloquente 55,9% del capitale e dieci consiglieri eletti contro tre, ha infatti optato per la squadra dell'ad uscente, confermando il ruolo centrale di Piazzetta Cuccia nella gestione del Leone.
Nonostante il clima da “mezzogiorno di fuoco” creato dai media, questo risultato era abbastanza scontato: in questi anni Donnet e la sua squadra hanno lavorato bene e non si riesce a capire fino in fondo quali fossero le ricette di Caltagirone.
Se la contesa è finita, il clima di ostilità non si è del tutto esaurito: nel primo cda svoltosi ieri, tre consiglieri di minoranza hanno scelto di non rinnovare la fiducia all'amministratore delegato (due i contrari e un'astensione). Mentre sarebbe bene che tutti optassero per un'unità di intenti, data la centralità di Generali per il paese. Soprattutto in un periodo così difficile per la nostra economia
Forti rallentamenti per l'auto
Tra i sistemi produttivi colpiti dalla crisi c'è l'industria dell'auto: è notizia di ieri il calo delle vendite di Stellantis, che ad aprile 2022 ha fatto registrare un -41% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Dalle case automobilistiche sale forte la richiesta di introduzione di nuovi incentivi.
La crisi del settore motor non è però cosa di questi giorni. Parte della responsabilità è delle forniture: l'anno scorso si erano verificate criticità sui chip, quest'anno è stata la volta dell'aumento del rame.
A questi problemi si aggiungono il caro-benzina e la transizione elettrica. Nel primo caso, lo sconto della tassazione sul carburante è stato prolungato al prossimo luglio, ma prima o poi finirà. E l'acquisto di un'autovettura è una scelta a lungo termine.
Anche l'incertezza sul futuro delle auto a benzina può convincere i conducenti a tenere ancora per un po' la vecchia macchina. Della serie: “aspettiamo qualche anno e vediamo come si mette”: l'acquisto di un'auto è tutto tranne che un investimento.
Bitcoin: c'è chi dice no
Nel mondo c'è anche chi pensa che il bitcoin non sia nemmeno un investimento. In questo gruppo militano sicuramente Warren Buffet e Charlie Munger, che – nonostante l'età avanzata - hanno tenuto la scena nel corso dell'assemblea di Berkshire Hathaway.
Buffett - uomo che ha sempre investito in economia reale - ha confermato la sua avversione per le criptovalute. Dichiarando che non acquisterebbe tutti i bitcoin del mondo, neppure se gli fossero offerti in blocco a 25 dollari.
Charlie Munger si è spinto persino oltre. “Nella mia vita”, ha detto il 98enne vicepresidente di Berkshire, “cerco di evitare le cose stupide, quelle malvagie e quelle che mi mettono in cattiva luce. E il bitcoin fa tutte e tre le cose. Prima di tutto è stupido perché è ancora probabile che vada a zero. È malvagio perché mina il sistema della Federal Reserve. E in terzo luogo ci fa sembrare stupidi rispetto al leader comunista in Cina. Che è stato abbastanza intelligente da vietare il bitcoin nel suo paese." Le riserve di Buffet e Munger non sono affatto campate per aria. Essenzialmente perché non si riesce ancora a capire che cosa sia davvero una criptovaluta. Ciò che è certo è che è una striscia alfanumerica, anche molto inquinante. Le cose potrebbero cambiare se molti paesi seguissero El Salvador, che ha fissato il bitcoin come valuta. Ma questo scenario è ben lontano (oltre che molto difficile) dal verificarsi
La crisi dei tecnologici
Warren Buffett difficilmente investe in tecnologia: “non la capisco”, ha affermato più volte. Qualunque cosa si possa pensare di questo approccio, è sempre bene ricordare che questi titoli si sviluppano a multipli molto elevati. E prima o poi si ridimensionano, avvicinandosi al loro valore reale.
La scorsa settimana, a calare sono state Apple (su cui Buffett investe dal 2016) e Amazon: la prima ordinatamente, la seconda facendo registrare una vera e propria picchiata. Sicuramente non inattesa: Amazon era l'ultimo dei titoli FANG che non si era ancora “disintegrato”: con un mercato tecnologico in grande sofferenza, il crollo era solo questione di tempo.
Ciò ha comunque dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno – l’inadeguatezza delle teorie che vedono il mercato in crescita continua. Lo dice la storia: dei primi dieci titoli per capitalizzazione degli anni Settanta, sei sono cambiati nel decennio successivo. Negli anni Novanta, i top erano i telefonici. Che esistono ancora, ma sono stati rimpiazzati dai tecnologici, in forte difficoltà dopo il 2002. Fra dieci anni, in tutta probabilità, la hit parade delle azioni suonerà ancora un’altra musica.
Buone le trimestrali
A salvarsi, in questo periodo di sofferenza, sono state le trimestrali, che hanno visto una buona performance anche delle aziende tradizionali.
Ma l’inflazione ci impone comunque una certa cautela. Anche se, sui due lati dell’oceano, le cause sono diverse. In Europa dipende quasi interamente dai costi dell’energia e delle materie prime, mentre negli Stati Uniti si verifica un’inflazione di tipo salariale, con più posti di lavoro a disposizione rispetto al numero dei lavoratori. Una situazione diametralmente opposta a quella italiana, caratterizzata da un forte dumping. Soprattutto al sud che, secondo una statistica, è la macroregione europea con il maggiore tasso di disoccupazione. A lavorare, secondo questi dati, è il 41% dei cittadini – una cifra da interpretare con attenzione e leggere congiuntamente con il ricorso al reddito di cittadinanza e la presenza di situazioni di lavoro non regolare.
Come se non bastasse è tornato il pericolo-spread. Ancora più insidioso, dato che il Bund non sta vivendo i suoi momenti migliori. Il rischio è più grave di quanto si pensi, dato che lo si sta ampiamente sottovalutando. Perché c'è sempre qualcuno che ne potrebbe approfittare. Non dobbiamo dimenticare che esiste anche una “finanza speculativa” che per far soldi è particolarmente spietata.
Rublo su, euro giù
L'euro intanto ha sfondato il cambio a 1,08 e si è portato a 1,05. La situazione si riflette anche nell'ulteriore crescita dei tassi Usa, quelli a due anni al 2% e i decennali al 3%, contro l’1% del Bund. Oggi, chi vuole investire nell'obbligazionario si rivolge al dollaro.
Per quanto tempo è prevista la sottovalutazione dell'euro? Probabilmente la risposta dipende dalla questione ucraina, in particolare da quanto durerà.
Finora, a essere danneggiata dalla guerra è stata solo l'economia europea: il rublo, seppur teoricamente, è tornato a livelli pre-invasione e la Russia sembra aver evitato ancora il default tecnico del suo debito in valuta estera, grazie a un'iniezione di capitale ricevuta da tre investitori.
Mosca si muove anche sulle azioni russe che erano quotate su listini europei, con la proposta di negoziarle in rubli sul Moex. Una mossa che potrebbe remunerare molto bene dato che – un esempio su tutti – se oggi fosse possibile convertire le azioni Gazprom in rubli, si raddoppierebbe l'investimento rispetto all’ultimo valore rilevato prima che entrassero in vigore le sanzioni.
E invece, a pagare i danni sono, come sempre, i risparmiatori: gli hedge fund americani, infatti, le aggirano operando da paesi come le Cayman o le Isole Vergini, che con la Russia continuano ad avere rapporti normali.
Come sopravvivere alla volatilità
Il conflitto russo-ucraino ha scatenato un'ondata di panic selling, soprattutto sui mercati europei. Ma, quando si investe, è sempre meglio non farsi sopraffare da emozioni, incertezze e paure. Ecco il mix da scegliere in questi giorni difficilie.
Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci propone la sua analisi puntuale sull' attuale complesso contesto di mercato
Appena una settimana fa scrivevamo che Putin aveva riconosciuto le repubbliche ribelli del Donbass. In pochi giorni la situazione è precipitata: giovedì scorso è esploso il conflitto e la Russia sta incontrando difficoltà rispetto ai probabili piani di una guerra-lampo. Lunedì si è tenuto un primo round di colloqui, che presto riprenderanno, ma una soluzione appare lontana.
Intanto, pur in pochi giorni, le operazioni belliche hanno già causato eventi importanti, alcuni clamorosi: tra questi, un cambio repentino nella politica antimilitarista del Parlamento tedesco, l'adesione della Svizzera alle sanzioni internazionali, l’Unione Europea che fornisce armi a un paese terzo, gli atleti russi completamente esclusi dalle competizioni sportive.
Europa, la grande sconfitta
In questo contesto, ancora molto fluido, è davvero difficile tracciare una valutazione economica puntuale della situazione.
C'è solo un punto fermo: l'impatto delle sanzioni – che sembrano anche un monito alla Cina, per frenare i suoi appetiti su Taiwan – sarà probabilmente devastante per l'economia russa, ma potrebbe danneggiare (e molto) tutto l'Occidente. La Bce si aspetta un impatto fino all’1% sul pil, mentre l’inflazione continua a segnare livelli molto alti in Europa: venerdì scorso la Francia ha riportato +0,8% mese su mese (+4,1% anno su anno), ma consumi in calo, mentre lunedì il Cpi spagnolo ha segnato +0,6% MoM (+7,4% YoY) e martedì il dato di febbraio per l’Italia ci ha consegnato un’inflazione al 6,2% su base annua.
Questa divergenza costituisce un’ulteriore preoccupazione per la Bce, e ci fa sospettare che la prima vittima delle sanzioni sarà proprio l'Europa. Il blocco Swift per alcune banche russe rischia davvero di mettere in difficoltà molte aziende del nostro continente (soprattutto tedesche, italiane e in second'ordine francesi) che hanno commesse con Mosca.
E' molto difficile, come è anche inutile ricordarlo, che le perdite vengano indennizzate, mentre è probabile che non si limiteranno al breve termine, ma danneggeranno le nostre imprese per un periodo più lungo. I settori più colpiti sembrano essere quelli del lusso, della moda, del turismo e del food di alta gamma.
L'Europa sarà quindi la grande sconfitta. Meno problemi, invece, per l'Asia, che ha pochissimo scambio con la Russia e sostanzialmente tiene. In particolare, il Giappone rappresenta un'economia molto concentrata sulla situazione interna: quindi, come ha resistito alla crisi economica causata dal Covid, sta, per ora, riuscendo a gestire anche le conseguenze della guerra russo-ucraina.
Volatilità ai massimi
I mercati occidentali, invece, sono in balia delle notizie e della volatilità: mentre il Vix ha raggiunto i massimi dell'anno, l'indice S&P 500 YTD ha fatto registrare -11,23% e l'Eurostoxx -11,71%. Un esempio del panic selling che si è verificato viene dalle maggiori banche italiane: in 12 giorni Intesa Sanpaolo ha perso circa il 25% (sebbene dal mercato russo provenga solo l'1% del suo utile) e Unicredit più del 30%.
Il motivo di questa reazione è semplice: molti investitori non sopportano l'incertezza e sono spaventati dall'ipotesi di un rallentamento della crescita, con tutte le conseguenze del caso, sull'economia europea nei prossimi mesi: un atteggiamento che avevamo già visto a marzo 2020 con l’esplosione della pandemia, ma che, per fortuna di chi aveva avuto il coraggio (perchè di coraggio a volte si deve parlare) di mantenere le posizioni o addirittura di incrementarle, questo atteggiamento dicevamo si è poi rivelato un grosso errore.
Non ci stancheremo mai di ripetere che l’investimento in capitale di rischio richiede pazienza, costanza, nervi saldi e tempo.
Ricordiamo che Warren Buffet deve gran parte dei suoi risultati eccezionali alla capacità di comperare titoli quando nessuno li vuole: una delle sue massime è "be greedy when others are fearful and be fearful when others are greedy."
Prevedere il futuro è infatti impossibile soprattutto quando si parla di geopolitica. Probabilmente non si è ancora toccato il fondo della discesa dei mercati ed è molto probabile che la volatilità resti sostenuta. Tuttavia, già oggi, ci sono buone opportunità di acquisto. Vale la pena di ricordare che chi vende oggi probabilmente rientrerà sui mercati a prezzi piu alti. In altri termini, la miglior strategia è tenere duro, se si può.
Portafoglio diversificato
Tenere duro, sì. Ma in che modo? Oggi come oggi, una buona ricetta per investire può consistere nella diversificazione di portafoglio: occorre avere una visione globale e diversificare l‘esposizione tra Asia, Stati Uniti e materie prime, in un periodo in cui quasi tutte sono in ascesa (l'alluminio è addirittura ai massimi storici).
L'incognita-tassi
In questo scenario si fanno ancora più profonde le incertezze delle Banche centrali sui tassi, che già prima della crisi ucraina erano molto marcate. Il conflitto in corso dovrebbe ritardare la politica di rialzo dei tassi pur in presenza di un'inflazione davvero preoccupante come dicevamo già prima. L’idea di fondo è che alla fine si sceglierà di non sacrificare la crescita accettando un’inflazione che si spera possa avere toccato il picco proprio nel mese di febbraio.
Inflazione? Niente panico
Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.
Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.
L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.
Venti (gelidi) a est
Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.
L'Europa s'è desta?
L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.
Monday, crazy Monday
Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.
No panic!
Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.
Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.





