Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’incertezza domina i mercati. Dopo la settimana molto difficile che ha visto le Borse europee calare, con un boom di vendite (Milano la peggiore con un -2,6%), la riapertura dopo il week-end ha evidenziato un rimbalzo effimero, stoppato il giorno seguente da un avvio incerto. E questo nonostante il deposito dell’ipo da parte di Anthropic e la buona prestazione registrata da Tokyo martedì. E soprattutto malgrado le trimestrali finora comunicate, in gran parte buone, che non hanno però impedito la sofferenza delle Borse.
La Francia rallenta l’Italia
I problemi che hanno un impatto sugli indici sono i soliti, a cominciare dal debito pubblico francese, che da ormai un mese ha fatto salire lo spread con i Bund tedeschi. Il differenziale transalpino, che veleggia fra i 150 e i 170 punti, ha portato con sé anche quello italiano, che ha lasciato da tempo quota 80 per avvicinarsi a 120. Perché questa equazione? Presto detto: nell’immaginario collettivo degli investitori, le due realtà sono collegate: si ritiene che, se la Francia andasse in crisi, trascinerebbe con sé anche l’Italia. Come da vecchio detto, se si rompe un bicchiere a Parigi, a Milano si infrange un vetro. La connessione percepita tra Francia e Italia ha provocato vendite del nostro biennale, proprio per coprire il rischio transalpino. Detto questo, nonostante i problemi di Oltralpe, è molto difficile che uno Stato fallisca, soprattutto se si tratta di un Paese centrale per l’Ue ed Eurolandia.
L’incognita dei tecnologici
I vari problemi sul tavolo (oltre al debito francese, le “solite” crisi geopolitiche, l’inflazione e la crescita dei tassi) hanno convinto gli investitori a vendere azioni di vari settori, soprattutto i bancari. Degno di nota anche il nervosismo del Nasdaq sull’intelligenza artificiale, che però rivela un riposizionamento dopo un incremento molto forte: nei primi sei mesi dell’anno, l’indice americano dei tecnologici era salito molto, trainato dai titoli che non appartengono al ristretto gruppo delle big seven: sono ora le stesse azioni “minori” a rifiatare e a provocare un forte arretramento, anche se i valori sono ancora doppi rispetto a inizio anno. Oltre a ciò, questo calo non spaventa i grandi dell’intelligenza artificiale: Meta procede a un aumento di capitale di 100 miliardi proprio per finanziare l’IA, e Anthropic, nonostante il momento dei mercati, ha deciso di quotarsi. Il settore che ha perso di più è quello dei semiconduttori, che però sembrano vicini alla fase finale della correzione. Si potrebbe dunque iniziare a comprare qualcosa fra le aziende specializzate in chip, anche se il mercato non sembra ancora “pulito” e il rischio di una nuova discesa prima del riassestamento non è così remoto. La situazione appare, in generale, molto complicata: come detto, le trimestrali sono andate bene, o almeno si sono rivelate ancora in linea; tuttavia, i mercati stanno guardando già i prossimi dati parziali, le cui previsioni – a causa di tassi, energia e crisi industriale – sono tutt’altro che positive.
Tempo di elezioni
Intanto, nell’immediato, a introdurre nuove carte in tavola ci sono i vari appuntamenti elettorali già conclusi o in programma a breve. Tra i primi, le presidenziali brasiliane, che hanno sancito al ballottaggio la vittoria di Lula su Flávio Bolsonaro; l’esito della tornata ha causato un crollo della Borsa brasiliana a -17% e una svalutazione del real pari al 12% rispetto al dollaro. I mercati hanno espresso il timore che il presidente rieletto confermi il suo piano di spesa pubblica e di indebitamento, con i timori connessi alle casse dello Stato. La prossima settimana si svolgeranno invece le elezioni di mid term americane. Per quanto riguarda la Camera il risultato sembra già scritto, a favore dei Democratici. Molto probabile, ma meno scontato, che anche il Senato (che, ricordiamolo, si rinnova per solo un terzo) sfugga ai Repubblicani, anche a causa della possibile perdita di Stati tradizionalmente in mano al Gop, come il Texas. La ragione del probabile rovesciamento di fronte è chiara: gli americani votano soprattutto con il portafoglio, e la guerra contro l’Iran, voluta da Donald Trump, ha portato la benzina a 6 dollari al gallone. Se il conflitto russo-ucraino aveva inciso molto sulle tasche degli europei, ma non particolarmente su quelle degli americani, l’attacco a Teheran ha portato il greggio fino a 120 dollari al barile, facendo infuriare gli elettori Usa. E questo nonostante, oltre oceano, l’energia sia più economica rispetto a ciò che accade da noi: negli Stati Uniti il gas costa molto meno che alle nostre latitudini (dove ormai ha sfondato quota 90) e il prezzo alla pompa è più moderato rispetto a quello europeo.
Previsioni positive
In Italia si è deciso di evitare il peggio almeno con la benzina, grazie all’accordo fra il governo e le compagnie petrolifere, che stanno seguendo le orme dell’Eni nel fissare un tetto a medio termine ai prezzi. Un’intesa di questo tipo è più utile rispetto a eventuali tassazioni supplementari, perché l’impatto sulle tasche del cittadino è visibile e immediato. Resta da capire quanto durerà il caro-petrolio. A quanto si sa, Hormuz è in gran parte aperta, nonostante di tanto in tanto si presentino crisi locali e problemi. Il permanere delle quotazioni alte, come avevamo già sottolineato in precedenza, permane perché i Paesi hanno deciso di attingere alle riserve strategiche per evitare un ulteriore rincaro del prezzo alla pompa, decisamente ingestibile. Se fosse così, saremmo in fase di ricostituzione delle scorte, con un possibile ribasso del costo del greggio entro sei mesi. Non per niente, la curva forward del petrolio con la consegna a maggio è sotto i 90 dollari, una valutazione che sembra confermare questa teoria.
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