Le Borse europee pagano dazio. Ma poi recuperano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee hanno aperto questa settimana in ribasso. Molti giornali hanno parlato di crollo; tuttavia, il termine è apparso per lo meno esagerato. Un po’ perché il “lunedì nero” è avvenuto in un quadro che vede gli indici del nostro continente a +10% da inizio anno e in positivo da ancora più tempo. Un po’ ancora perché i rimbalzi del giorno successivo sembrano aver ridimensionato gli allarmi rossi scattati in apertura di settimana.
Wall Street soffre di più
Appare ben più preoccupante la situazione di Wall Street, proprio perché la Borsa americana inanella prestazioni negative da almeno tre mesi, e l’indice Fear and Greed della Cnn ha evidenziato che il mercato è pericolosamente vicino alla percezione di “paura estrema” da parte degli investitori. Nel 2025 (tenuto conto anche del deprezzamento del dollaro) l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti del 15% circa. Ma, se vogliamo dirla tutta, la crisi di New York è soprattutto crisi del tecnologico; altri settori hanno subito flessioni tutto sommato medio-basse oppure hanno sostanzialmente tenuto, e altri ancora vanno in netta controtendenza. Un titolo sulla cresta dell’onda è Berkshire Hathaway, che è in ottima salute ed esplora nuovi orizzonti, se è vero che ha l’intenzione di emettere un bond in yen.
Non solo tariffe doganali
Principali indiziati per il “lunedì nero” sono i dazi trumpiani in vigore da oggi nei confronti dell’Europa. Niente da dire: la decisione dell’amministrazione americana ha avuto sicuramente il suo peso, così come le speranze che i loro effetti siano meno devastanti di quanto temuto hanno contribuito al successivo rimbalzo (insieme al calo al 2,2% dell’inflazione nell’area euro). In fondo, se un residente negli Stati Uniti può acquistare oggi una bottiglia di vino italiano a 10 dollari sarà in grado di farlo anche domani a 12,50. Per gli americani, i prezzi erano cresciuti maggiormente quando l’euro valeva 1,60 dollari – eppure il crollo del mercato non c’è stato e i consumatori Usa hanno continuato ad acquistare prodotti europei. In ogni caso, uno storno (poi, come detto, ampiamente ridimensionato) era comunque atteso dopo tre mesi di picchi nei grafici: facile pensare che i mercati aspettassero il primo intoppo per far rifiatare le Borse, e che gli speculatori ne approfittassero.
Trump, perché?
A muovere Donald Trump nella sua ostinazione sui dazi sono soprattutto due convinzioni: da un lato che le imposte di frontiera siano in grado di favorire il rimpatrio delle attività delocalizzate dalle aziende americane dai tempi dell’amministrazione Clinton; dall’altro che i cittadini statunitensi tornino ad acquistare prodotti made in Usa, proprio per la loro ritrovata convenienza economica. Se il primo motivo può sembrare plausibile, il secondo è un chiaro errore di valutazione: gli americani ricchi, o di classe media, proseguiranno ad acquistare prodotti stranieri, soprattutto europei che – tecnologia a parte – hanno una qualità nettamente migliore rispetto a quelli statunitensi. Anche fermare la delocalizzazione però non è facile, immediato e conveniente: i costi di produzione americana sono molto elevati e occorre trovare la manodopera – il che allunga i tempi. Con il rischio, magari, che gli investimenti milionari per ritrasferire le strutture dal Messico agli Stati Uniti diventino superflui in caso di vittoria democratica alle elezioni di mid term. Per questo motivo, le grandi imprese potrebbero andarci caute, o semplicemente attendere, vanificando gli sforzi di Trump.
Il mese del risiko
Se a Piazza Affari le utility hanno evidenziato ottime performance, svolgendo egregiamente il loro mestiere di titoli difensivi, e i farmaceutici si sono comportati abbastanza bene, le banche hanno avuto la loro parte nel calo di inizio settimana, salvo poi rimbalzare alla seduta successiva. Tutto questo mentre il risiko bancario entra in una fase indubbiamente molto calda. La Bce e Banca d’Italia hanno dato il via libera all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit sulle azioni di Banco Bpm. Per il gruppo di Piazza Gae Aulenti, il primo ostacolo è superato – e sono già passati più di tre mesi dall’annuncio dell’ops. Prossimo passo, convincere gli azionisti di Piazza Meda ad aderire all’offerta (e ciò non è scontato, dato che l’offerta è carta contro carta, e quindi poco attraente) e il governo a non mettersi di traverso (e anche questo non è ovvio). C’è comunque l’impressione che le maggiori attenzioni saranno concentrate sulla partita Mediobanca-Mps-Generali. Una telenovela che continua ad arricchirsi di nuovi capitoli: ultimo tra questi, la lettera inviata da Piazzetta Cuccia alla Bce, con cui la banca d’affari ha segnalato un sospetto concerto tra Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio. Nel caso in cui l’opa senese su Mediobanca andasse in porto, puntualizza il documento, i due azionisti arriverebbero a un passo dal controllo di Generali. Non è escluso che la stessa Unicredit possa entrare nella partita Mediobanca, se l’ops di Banco Bpm non raggiungesse i risultati sperati. Una scelta di questo tipo avrebbe le sue motivazioni: Unicredit tornerebbe a dotarsi di una presenza importante nell’asset management dopo che la gestione Mustier aveva venduto Pioneer e altri “gioielli di famiglia” per tagliare i costi.
Polizze catastrofi naturali obbligatorie, un rinvio… a metà
E’ entrato in vigore soltanto per le aziende di grandi dimensioni l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa contro i rischi di calamità naturali e di eventi catastrofali. L’imposizione è stata infatti rinviata per le medie aziende (che comunque dovranno mettersi in regola entro il 1 ottobre) e quelle piccole (la cui scadenza sarà il 1 gennaio 2026). Il parziale rinvio è del tutto comprensibile. Si ha infatti l’impressione che la norma sia stata approvata troppo in fretta: troppi sono i punti ancora poco chiari, in una questione di grande complessità come l’ambito del cat-nat. In particolare, le organizzazioni di categoria hanno sollevato dubbi sulla copertura assicurativa dei macchinari in affitto o in leasing e il problema del costo dei premi, mentre non è del tutto evidente quali sovvenzioni o agevolazioni su risorse pubbliche saranno off limits per le imprese che non avranno ottemperato all’obbligo assicurativo (per 90 giorni, comunque, il blocco degli incentivi è sospeso). Di fronte a un problema crescente come le catastrofi naturali, l’obbligatorietà della polizza è pienamente comprensibile. Ma sarebbe stato ugualmente saggio prendersi un po’ di tempo per fugare tutte le incertezze legate a un’operazione di così vasta portata.
Borse in bilico fra tormentone-dazi, riarmo europeo e tassi Fed
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.
Europa batte Usa
Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.
Il ritorno delle banche
Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.
Usa, timori di inflazione
Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.
Canada, Carney nuovo premier
Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.
Ottawa, Europa?
Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.
Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti
Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.
Northvolt in bancarotta
E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.
Fondi a 5 stelle
L’ottimo lavoro svolto dai gestori, la loro esperienza e conoscenza dei mercati si riflette sulla qualità dei risultati dei fondi. Alicanto Bond Euro e Alpi Multi-Strategy sono classificati da Quantalys.it come Fondi a 5 stelle.
La metodologia Quantalys attribuisce un voto ai fondi che vengono ordinati per quintili. Sono assegnate 5 stelle ai fondi che appartengono al primo 20% della classifica.
Alpi Multi-Strategy e’ gestito da Massimo Siletti. Ha l’obiettivo di ottenere rendimenti consistenti in tutti i contesti di mercato. Attraverso una strategia flessibile globale con approccio multi-asset dinamico, il gestore investe in accordo con i segnali generati da un modello proprietario sviluppato nel corso degli anni ed in continua evoluzione. Il processo di investimento basa la creazione di alpha sulla interazione tra 4 strategie tra loro non correlate: Trend Following, Mean Reversion, Risk Parity e Value. La performance del fondo nel 2024 è stata di +12,65%. Il risultato al 28/02/2025 è di 5,74%.
Alicanto Bond Sicav è gestito da Andrea Salza. La strategia ha come universo di investimento l’ntero mercato Euro Investment Grade con scadenze a medio termine (riferimento: ICE BofAML 1-3 Year Euro Broad Market Index). A fronte dell’aumento di complessità che ha investito il mercato del reddito fisso, il gestore persegue la costante ottimizzazione tra il rischio di tasso e quello di credito, attraverso una selezione attiva ed un’allocazione dinamica di titoli e settori, con un’attenta gestione del rischio che parte dalla diversificazione tra un numero elevato di primari emittenti.
Alicanto Bond Sicav ha recentemente ricevuto per la seconda volta anche il Premio Funds People per la buona relazione rischio/rendimento.
Il fondo nel 2024 ha realizzato una performance di +9,5%. A fine febbraio 2025 il rendimento era di +1,09%.
Mercati, una fase di difficile lettura
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.
Europa batte Usa
Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.
Il ritorno delle banche
Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.
Usa, timori di inflazione
Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.
Canada, Carney nuovo premier
Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.
Ottawa, Europa?
Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.
Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti
Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.
Northvolt in bancarotta
E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.
Foto rawpixel.com
Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.
Il “no” dei verdi tedeschi
Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.
Il riarmo è in atto da anni
A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.
Tira e molla sui dazi
A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.
Confusione? No, grazie
Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.
Effetto domino
Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.
Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.
A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.
Foto di Brice Cooper su Unsplash


