Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.
Il “no” dei verdi tedeschi
Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.
Il riarmo è in atto da anni
A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.
Tira e molla sui dazi
A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.
Confusione? No, grazie
Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.
Effetto domino
Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.
Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.
A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.
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Le bigtech affossano Wall Street
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.
Le cause del crollo
Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.
Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo
A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.
Bitcoin tra l’incudine e il martello
Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.
Sturmtruppen in Borsa
Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.
Previsioni errate
Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.
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Elezioni tedesche, tutto come previsto
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Poche sorprese dalle elezioni tedesche. La consultazione ha infatti ricalcato le indicazioni dei sondaggi: a vincere sono stati i Cristiano-Democratici dell’alleanza Cdu-Csu con il 28% e 208 seggi. Seguono l’estrema destra dell’Afd (20,8%, 152 seggi), i socialdemocratici della Spd (16,4%, 120 seggi), i verdi (11,6%, 85 seggi), la Linke (8,8%, 64 seggi) e il partito dei danesi e dei frisoni dello Schleswig Holstein con un seggio, garantito dalla tutela delle minoranze linguistiche. E’ però dalla differenza con le elezioni precedenti che si comprende meglio chi ha vinto e chi ha perso: a crescere sono stati Afd (+10,4%) e Linke (+3,9%), che hanno aumentato i loro consensi più del previsto, mentre i democristiani hanno lasciato il 2% sul terreno, i verdi sono arretrati del 3,1%, i liberali (non entrati in parlamento) hanno perso il 7,1% e i socialdemocratici – i grandi sconfitti – addirittura il 9,3%. Nessun seggio per la Bsw, la formazione di sinistra radicale che per 14.000 voti non ha superato lo sbarramento del 5% (per la cronaca, la sua leader Sahra Wagenknecht ha chiesto un riconteggio dei suffragi, sperando in una rettifica del 4,97% ottenuto). L’unica vera sorpresa è stata l’affluenza, molto più alta del previsto, che contrariamente a quanto si dice potrebbe aver premiato gli elettori moderati, meno abituati alla mobilitazione di massa alle urne.
Spese militari
Il leader della Cdu, Friedrich Merz, ha annunciato che punterà sulla Große Koalition con la Spd, anche se i margini non sono molto alti. Ma l’impresa del nuovo governo sembra molto difficile, soprattutto per la crisi economica che attanaglia la Germania. L’impoverimento della classe media tedesca è sotto gli occhi di tutti, e un intervento incisivo su questo fronte è necessario per arginare un’eventuale, ulteriore crescita dell’Afd. Un partito forte soprattutto nell’ex Germania Est, i cui abitanti soffrono maggiormente il rapido declino dell’economia. Il voto di protesta non sembra però scalfire il piano già annunciato da Merz in campagna elettorale: introdurre un maxi-stanziamento per la difesa fino a 200 miliardi di euro, per sopperire a un eventuale disimpegno americano in Europa. Per approvare questa misura, il prossimo cancelliere potrebbe proporla al Bundestag nella composizione pre-elettorale, che per legge è attivo fino al 24 marzo; la mossa servirebbe a evitare le barricate da parte dei due partiti anti-militaristi – cioè i vincitori di fatto Afd e Linke. Sempre con il “vecchio” Bundestag, Merz pensa anche di allentare i limiti sul debito, che attualmente non permette deficit a livello federale oltre lo 0,35%. Una decisione che avrebbe del clamoroso, data la posizione storica della Cdu. Per queste riforme, il prossimo cancelliere potrebbe cercare i consensi di socialdemocratici, verdi e liberali, prima che questi ultimi abbandonino il parlamento.
La reazione delle Borse
Le Borse europee hanno reagito in ordine sparso ai risultati delle consultazioni in Germania. Francoforte ha apprezzato l’esito del voto, mentre Piazza Affari è salita in apertura di settimana, tornando però dopo poco tempo ai suoi ritmi ordinari. In realtà, non c’è alcun motivo che possa giustificare un rialzo borsistico post-elettorale: la crisi economica tedesca (ed europea) è conclamata e Merz è sembrato disinteressarsene: non per niente, nei suoi discorsi programmatici ha dato ben poco spazio all’economia, relegandola nel classico angolino. Mentre sarebbe necessario un intervento strutturale: le famiglie sono impoverite e il dilagare del voto di protesta mostra una situazione quasi da pre-Rivoluzione Francese. Con la possibilità concreta che, dall’ex Ddr, il boom di destra e sinistra radicali si amplifichi anche nel resto del Paese, che sta sperimentando sintomi sicuramente poco rassicuranti. Un esempio su tutti è il peggioramento della rete ferroviaria, con ritardi inediti per la ferrea organizzazione tedesca. Ritardi che hanno persino costretto le ferrovie svizzere a fermare nelle stazioni di confine i convogli provenienti dalla Germania, per evitare rallentamenti a catena anche sul territorio elvetico.
Maxifusione nel settore energetico
A far avanzare la Borsa di Milano è, ancora una volta, il settore bancario, in un periodo in cui le protagoniste del risiko stanno affilando le armi per prevalere nelle rispettive contese.
Poco impatto ha invece avuto l’annuncio del nuovo supergruppo di ingegneria energetica: l’accordo per la fusione tra l’italiana Saipem e la norvegese Sunsea7 non ha infatti inciso granché sul listino milanese – anzi, il titolo della società italiana ha leggermente ritracciato. Eppure, la logica industriale alla base dell’operazione è molto importante: l‘intesa darà vita a un colosso del settore, con 43 miliardi di portafoglio ordini aggregato e 20 di ricavi, oltre che una presenza complementare sul territorio e spese di ricerca e investimenti messe a fattor comune. Il nuovo gruppo, a quanto prevede l’accordo, si chiamerà Saipem7, verrà quotato a Milano e Oslo e sarà detenuto dagli azionisti delle due società con quote paritetiche. Saipem viene da aumenti di capitale e salvataggi e ha perso circa il 90% dai massimi storici del 2012; tuttavia, l’accordo di fusione dimostra quanto la società sia appetibile dal punto di vista industriale e infrastrutturale.
Juve, l’eliminazione incide sul titolo
Montagne russe per il titolo Juventus. I movimenti sono iniziati lo scorso 10 febbraio, quando la criptovaluta Tether ha acquistato il 5,01% della società bianconera, favorendo una crescita del 24% in Borsa in una settimana. Poi è arrivata l’eliminazione dalla Champions League, a opera del Psv Eindhoven. E le azioni bianconere hanno lasciato sul campo oltre il 12%, per poi recuperare, ma soltanto in parte. Il febbraio finanziario della Juve solleva due tematiche. La prima consiste nell’ingresso delle criptovalute nel calcio, che potrebbe espandersi ad altre società in breve tempo. La seconda riguarda l’importanza crescente dei risultati sportivi nella valutazione di un club quotato. Nel documento programmatico, la Juventus aveva previsto il raggiungimento degli ottavi di finale di Champions e l’eliminazione ha bruciato 15 milioni di euro sul fronte dei minori ricavi. Un vero problema, soprattutto per il fair play finanziario Uefa e i suoi impatti su eventuali aumenti di capitale.
Storno in vista?
Più in generale, le Borse sono attualmente poco mosse: anche Wall Street, in questi giorni, è un po’ nervosa, scontando forse i dazi e la possibilità di una “guerra commerciale” sui chip con la Cina. Bank of America ha lanciato un allarme, evidenziando il rischio di una bolla high tech in grado di portare il S&P 500 addirittura a un -40%. Forse la previsione è troppo catastrofica; tuttavia, una correzione per le sette grandi protagoniste del Nasdaq sarebbe più che giustificabile, dato che queste aziende corrono da due anni e mezzo. Certo è che stiamo attraversando un periodo all’insegna della cautela: al momento soltanto l’oro corre, e sembra non volersi fermare. Per il resto, la situazione sembra la classica quiete prima della tempesta. Ma, più che un crollo imminente delle Borse, sembra più probabile uno storno moderato, che faccia rifiatare i listini dopo una lunga stagione positiva.
Generali dietro la collina
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova stagione del risiko bancario, improvvisamente rivitalizzato dalle offerte pubbliche di scambio protagoniste di questa stagione invernale, sembra aperta a colpi di scena di ogni genere. A cominciare dal rialzo, da parte di Banco Bpm, dei valori relativi all’opa su Anima – strategia che molti hanno visto come intervento difensivo nei confronti dell’ops di Unicredit.Non per niente Andrea Orcel ha minacciato di far saltare l’offerta, paventando “rischi patrimoniali”. E scatenando sua volta una risposta da Bpm, che ha espresso “preoccupazione in relazione ai contenuti del comunicato stampa diffuso da Unicredit”.
Tra i due litiganti…
Mentre sale il livello dello scontro fra Piazza Gae Aulenti e Piazza Meda, rumours insistenti parlano di un possibile ingresso in campo di Intesa Sanpaolo, finora rimasta fuori dai giochi. In questo caso, la partita sarebbe (il condizionale è d’obbligo) l’offerta Mps su Mediobanca: il gruppo bancario guidato da Carlo Messina potrebbe affiancarsi ai senesi per trasformare il classico “topolino che cerca di mangiare un elefante” in un’operazione molto più proporzionata. La vera preda (sempre secondo le voci) sarebbe Generali. Un gruppo particolarmente appetibile: un po’ perché, nel caso di unione tra Intesa e il Leone (già naufragata qualche anno fa), verrebbe a formarsi il conglomerato bancassicurativo più grande d’Europa; un po’ perché un’operazione di questo tipo ha molte probabilità di essere benvista dalla politica; un po’ ancora perché, per un istituto di credito, l’acquisto di un gruppo assicurativo è teoricamente più semplice, grazie al Danish Compromise (norma europea relativa alla vigilanza che permette una disciplina più favorevole delle partecipazioni assicurative nei requisiti patrimoniali di un istituto bancario). Le voci, ovviamente, restano tali: per capirne di più si dovrà attendere aprile, mese in cui saranno rinnovate le cariche di Intesa Sanpaolo. In ogni caso, è facile osservare quanto fosse strano il disimpegno di Messina dalle grandi manovre in atto nel sistema finanziario italiano. D’altro canto, Generali potrebbe diventare appetibile anche per Unicredit, soprattutto nel caso in cui i dossier relativi a Banco Bpm e Commerzbank si rivelassero troppo ardui.
I rischi del “carta contro carta”
Le difficoltà del risiko 2025 sono comunque sotto gli occhi di tutti. Perché le “grandi manovre” vengono condotte in un periodo che non è proprio così favorevole a questi tipi di operazioni, dato che ultimamente il valore dei titoli finanziari si è alzato, e di molto. Fino a un anno e mezzo fa, le banche costavano relativamente poco: era quindi possibile acquistarle pronta cassa. Oggi il loro valore è aumentato di molto, obbligando i “cacciatori” a ricorrere a una formula – quella del “carta contro carta” – ben più difficile da far accettare agli azionisti della “preda”. Perché un conto è aderire a un’offerta e portare a casa denaro liquido e certo, un altro è cedere azioni per trovarsi in mano altre azioni, con tutti i rischi del caso.
Borse in grande spolvero
Detto questo, Piazza Affari è sembrata ringalluzzita dalle nuove pagine del romanzo-risiko, raggiungendo i massimi dal 2008 e vestendo la maglia rosa. In un quadro di crescita che ha investito l’intera Europa, dove le Borse sono state spinte dai titoli del settore difesa. In un periodo in cui il nostro continente è investito da una improvvisa febbre bellicista, la sola ipotesi di rialzo degli investimenti in armi ha spinto le azioni del comparto talmente in alto da trainare interi indici.
L’indotto degli armamenti
Come interpretare un’escalation dei titoli defence europei mentre la pace in Ucraina sembra improvvisamente possibile? Sicuramente, qualche esponente politico può essere genuinamente mosso da pruriti guerreschi, ma è possibile anche dare una lettura un po’ più maliziosa a questo improvviso entusiasmo.
E attribuire un ruolo importante, se non decisivo, all’esclusione delle spese militari (e del loro impatto sul debito) dal patto di stabilità: spendendo denaro pubblico per armi, droni e carri armati, i Paesi avrebbero la possibilità di creare un indotto in grado di mandare in ricircolo nuovo denaro, senza dover sottostare alle strette maglie dei controlli comunitari. Se, per esempio, le spese militari italiane passassero dall’1,6% al 3% del pil, libererebbero quasi 23.000 miliardi di stanziamenti aggiuntivi, andando a toccare a cascata vari altri settori. E’ difficile trovare altre spiegazioni logiche, dato che – come ha affermato pochi giorni fa Carlo Cottarelli – già oggi le spese militari europee sono superiori del 50% rispetto a quelle dichiarate dalla Russia.
Il tavolo che conta
Oltre a questo, è bene ricordare che un esercito europeo non esiste e la sua formazione incontra molte difficoltà: il potere che i singoli Paesi Ue hanno sulle proprie truppe e la mancanza di un coordinamento che non sia quello Nato; le strategie (e le posizioni politiche) diversificate; la neutralità di alcuni Paesi Ue; la presenza di molte lingue nell’Unione e una mobilità minore di quella esistente negli Stati Uniti. La “disunione” europea è emersa chiaramente al confronto convocato all’Eliseo da Emmanuel Macron sull’Ucraina – riunione a cui, tra l’altro, sono stati invitati solo alcuni Paesi dell’Unione (e la Gran Bretagna, non si capisce a che titolo) e Ursula von der Leyen in rappresentanza dell’Ue: al termine del dibattito, ognuno è tornato a casa con una posizione diversa, trasformando un vertice in poco più che un’inutile riunione conviviale.
Contemporaneamente, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov iniziavano a confrontarsi a Riad su eventuali negoziati di pace, aprendo il “tavolo che conta” ai fini delle trattative.
In attesa dei dazi
Sullo sfondo, si fa largo la consapevolezza che i soldi stanziati dagli Stati Uniti per l’Ucraina andranno restituiti: lo ha fatto capire chiaro e tondo Donald Trump, che ha suggerito a Kiev di pagare i debiti in terre rare, di cui il Paese è ricco. Volodymyr Zelensky ha respinto sdegnosamente la proposta al mittente; tuttavia, ci si chiede quale reale potere decisionale avranno le autorità ucraine quando si decideranno le sorti (e gli indirizzi economici) del Paese. Il presidente americano è particolarmente attivo anche sul fronte dei dazi, molti annunciati come arma di pressione su vari tipi di trattative, altri di più probabile applicazione, come quello sulle auto, che dovrebbe scattare ad aprile.
Problematiche potrebbero inoltre rivelarsi le tariffe doganali del 25% annunciate da Trump su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti – un vero e proprio gioco d’azzardo, che rischierebbe, alla fine, di causare un aumento dei costi e favorire la Cina. Particolarmente preoccupante è il caso del commercio dei rottami: nel caso fossero applicate nuove tariffe doganali, i produttori di alluminio secondario si troverebbero a vendere sul mercato a un prezzo maggiore. Se quindi gli Stati Uniti acquistassero rottami in Europa a una tariffa più alta del 15%-20% rispetto ai produttori del nostro continente, rischierebbero di creare un problema a tutta la filiera Ue del riciclo, mandando i nostri prodotti fuori mercato. Certo, l’Europa potrebbe sempre reagire con controdazi sull’esportazione del rottame, ma Bruxelles ha un processo decisionale troppo lento, che non induce a ottimismo su una reazione pronta ed efficace. A proposito di metalli, l’oro continua il suo trend in salita, favorito dalle incertezze geopolitiche.
Petrolio e dollaro, da parte loro, si trovano in una fase di trading range, mentre il gas è ancora oggetto di dinamiche speculative. Forse, soltanto un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina sarebbe in grado di spingere il valore del metano a prezzi più ragionevoli, anestetizzando le turbolenze di mercato causate prima dal Covid, poi dallo scoppio del conflitto.
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Fuochi artificiali dal risiko bancario
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una nuova ops riporta alla ribalta il “monopoli” bancario. Dopo le offerte di Unicredit su Banco Bpm e di Montepaschi su Mediobanca, è infatti la volta di Bper, che ha messo nel mirino Banca Popolare di Sondrio. Un istituto tra i meglio gestiti in Italia e, per questo, molto ambito. Si tratta, per la precisione, di un’offerta pubblica di scambio volontaria pari a 4,3 miliardi di euro sulla totalità delle azioni ordinarie dell’istituto valtellinese, con un premio del 6,6%, in nome – almeno secondo Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper – dei “modelli di business coerenti” e della condivisione degli “stessi valori” da parte delle due aziende.
Un “gioco dell’ops” molto lungo. E incerto
Come Banco Bpm (a sua volta impegnato in un’opa su Anima) e Mediobanca, anche Pop Sondrio non gradisce il tentativo di conquista. L’offerta “nel suo insieme è distruttrice di valore ed è ostile” all’istituto di credito, ha sottolineato senza mezzi termini una nota del Comitato per l’autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio, che riunisce piccoli azionisti valtellinesi.
Il comunicato ha evidenziato similitudini con altre ops “da poco lanciate e attualmente in corso”, che rischiano di fare del sistema bancario italiano uno “tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato”.
Pop Sondrio è l’istituto di credito che più a lungo ha resistito all’obbligo di trasformazione in società per azioni introdotto dal governo Renzi per le Popolari: solo a fine 2021, e dopo anni di ricorsi, la banca retica ha approvato obtorto collo la nuova forma sociale. Nonostante questo, l’80% circa delle partecipazioni è ancora in mano ad “azionisti vari”, che potrebbero anche decidere la non adesione all’ops in forza di un legame identitario mai sopito.
Tanto più che, come le operazioni Unicredit-Banco Bpm e Mps-Mediobanca, anche l’ops Bper-Pop Sondrio segue la formula “carta contro carta”, che rende un’eventuale adesione molto meno attrattiva.
Per i “cacciatori”, l’impresa è quindi piuttosto ardua (paradossalmente, il dossier meno difficile è proprio l’ops Bper-Pop Sondrio, a condizione che la banca ducale riesca a dare rassicurazioni concrete al territorio). Ne sentiremo comunque parlare per molti mesi: in Italia, le offerte di acquisto o di scambio innescano in iter molto lungo, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove le operazioni si concludono anche in un paio di settimane,
“Pronto? Chi compra?”
La nuova campagna acquisizioni non si limita al mondo bancario. Voci insistenti parlano di un interesse di Iliad verso Tim. La società francese, divenuta simbolo della telefonia a prezzi economici, proverebbe nuovamente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nostro Paese dopo il flop dell’acquisizione Vodafone Italia, poi entrata in Fastweb (gruppo Swisscom).
Il dossier Tim potrebbe sembrare meno difficile del previsto, grazie ai prezzi modici di una società scorporata dal vero asset dell’ex Telecom, e cioè la rete.
Nella marcia dell’azienda francese verso l’ex monopolista, però, ci sarebbero anche alcuni concorrenti, tra cui Poste Mobile, il cui possibile intervento è visto da qualcuno come un tentativo dello Stato di ostacolare l’arrivo di una proprietà straniera, rientrando parzialmente nell’azionariato di Tim.
La Borsa sale
In questa girandola di tentati M&A, le Borse europee hanno reagito bene, con Milano che ha chiuso la scorsa settimana a 1,6%. Hanno corso, in particolare, Popolare di Sondrio – con un picco positivo venerdì scorso e un parziale ritracciamento da lunedì – e Iveco, che ha chiuso la settimana di oltre il 19% e sta continuando a salire. Il forte incremento della casa torinese è avvenuto dopo l’annuncio di un possibile spin off delle due società del settore difesa (Idv e Astra), a margine della presentazione dei dati 2024, chiuso con risultati migliori del previsto.
Così, un titolo che lo scorso dicembre navigava sui 9 euro ora veleggia oltre i 14. Il business di Iveco nel defence è stato a lungo quasi ignorato dai mercati. Era infatti usuale vedere la società come un’azienda dell’automotive, sottovalutando l’attività del gruppo nella costruzione di veicoli militari e loro componentistica. La Borsa di Milano, in ogni caso, ha nuovamente raggiunto i massimi, sfondando quota 37.000. E le aspettative di taglio tassi ingenerano ottimismo su tutti i listini europei: ci troviamo ancora in un trend positivo, e potrebbe essere il caso di fare un po’ di fine tuning su titoli che saranno favoriti dalla diminuzione del costo del denaro, come utility e petroliferi.
L’oro brilla più che mai
Il taglio dei tassi, naturalmente, ha conseguenze chiare sulle obbligazioni, il cui rendimento è in calo. A non fermarsi è invece l’oro, che contro le previsioni corre verso la quotazione di 3.000 dollari l’oncia.
Il trend dipende dall’esigenza di beni rifugio ma anche dagli acquisti effettuati da Paesi come Cina e Russia, desiderosi di sganciarsi dai circuiti internazionali per sfuggire agli effetti di sanzioni presenti o future.
A dare un ulteriore impulso al “re dei metalli” potrebbe essere l’avvio di un programma pilota in Cina, che darà per la prima volta luce verde alle assicurazioni per l’acquisto di oro. Il progetto ha le potenzialità per liberare miliardi di dollari di investimenti auriferi, in grado di pompare ulteriormente la sua quotazione. Se, per ipotesi, le compagnie assicurative si dotassero di oro per il 5% dei loro investimenti, il metallo potrebbe schizzare persino a 4.000 dollari.
Preoccupa, invece, l’aumento del gas sulla Borsa di Amsterdam, mentre il petrolio resta tranquillo nella fascia bassa di oscillazione.
Porsche a picco
Un venerdì da incubo, invece, per il titolo Porsche, ai minimi dal suo ingresso alla Borsa di Francoforte (2022). E’ infatti bastato un annuncio pessimista, da parte della casa di Stoccarda, sui profitti 2025 per trascinare le azioni a -6,8% (con un valore che è la metà rispetto ai massimi storici). Nel mentre, è stata comunicato il ritorno ai motori a combustione interna, chiaro passo indietro rispetto all’agenda elettrica.
Il decremento delle azioni Porsche rende ulteriormente cristallina la già evidente crisi dell’automotive tedesco. Diversa, invece, la causa dell’arretramento di Tesla, che prosegue dai primi di febbraio: la società di Elon Musk era talmente salita dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana da rendere quasi fisiologico un ritracciamento.
Foto di Jingda Chen su Unsplash





