Usa-Cina: prove tecniche di accordo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.
Lo storno è un ricordo
L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.
Economia cauta, Europa lenta
Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.
Prosegue il “gioco dell’opa”
Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.
I rincari fanno piangere il carrello della spesa
L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.
Verso una nuova Rerum Novarum?
Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.
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Sorpresa: le Borse recuperano. Ma l'economia soffre ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Pochi si erano spinti anche solo a pensarlo, ma è successo per davvero: le Borse hanno annullato con una velocità inaspettata gli storni dovuti alle tariffe doganali di Donald Trump. E si sono riassestate in breve tempo intorno ai livelli pre-dazi. Ciò che è accaduto è incredibile perché, dati i valori attuali degli indici, il 2 aprile è stato letteralmente cancellato dai mercati. Come se non fosse mai esistito. Ancora una volta, a vincere è stato chi ha mantenuto i nervi saldi: la storia insegna che, salvo pochi e circostanziati crack, è sempre meglio non reagire istintivamente ai crolli degli indici. Con l’aggancio si è tornati a un andamento normale dei trend. In questa logica si inserisce la flessione temporanea delle Borse europee di ieri mattina, dipesa soprattutto dal mancato insediamento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per pochi voti non ha ottenuto la maggioranza in prima battuta. Tuttavia, nel pomeriggio il cancelliere ha ottenuto la fiducia in seconda votazione, e le Borse europee hanno completato una rimonta già in atto. Anche il Dax, indice europeo più penalizzato in mattinata, ha evidenziato segnali di recupero.
Anche New York riduce il divario
Anche la Borsa americana, contro il parere e il volere di tutti, è stata protagonista di una netta ripresa: Wall Street è salita al -4% da inizio anno mentre il Nasdaq è ancora un po’ sacrificato (intorno al -7%), ma il momento negativo del dollaro facilita l’investitore europeo nell’acquisto di azioni tecnologiche statunitensi. Attualmente, a fare la differenza fra i mercati Usa e Ue sono i tassi: la Bce li ha tagliati e la Fed no. E’ comunque indubbio che l’amministrazione Trump abbia portato a un riposizionamento di asset azionari sui mercati che trattavano a sconto. I dazi hanno fatto sì che grossi player con centinaia miliardi dollari in gestione abbiano spostato (e lo stiano facendo ancora) flussi continui di acquisti dal mercato americano a quelli europei. E l’Italia, mercato dai multipli bassi, ne ha particolarmente goduto.
La produzione non riparte
Se le Borse sono tornate alla normalità, l’economia reale non si è mossa di un centimetro e subisce un significativo blocco delle attività produttive legato all’effetto-annuncio dei dazi. Ciò colpisce in maniera generalizzata, ma ad accusare il colpo sono in maniera particolare gli Stati Uniti, dove il primo trimestre si è chiuso leggermente in negativo, mentre le materie prime e il petrolio sono in sofferenza perché quotate in dollari. Unica eccezione l’oro, che mantiene la sua posizione ben oltre i 3.000 dollari l’oncia. Il rallentamento dell’economia americana sta proseguendo anche nel secondo trimestre, che verosimilmente chiuderà con dati non positivi.
Slalom parallelo
Intanto, Trump prosegue nel suo andamento a zig-zag. Da un lato tratta con i Paesi europei e – dopo un confronto basato su dazi e controdazi a tre cifre – cerca di negoziare con la Cina. Che a sua volta auspica di raggiungere un accordo ma nel contempo mostra i muscoli (“per oltre 70 anni”, ha dichiarato Xi Jinping, “lo sviluppo della Cina si è fondato sull’autosufficienza e sul duro lavoro”, e mai sugli altri). D’altro canto, nonostante i negoziati con l’Unione Europea e gli abboccamenti con Pechino, l’inquilino della Casa Bianca rilancia sul fronte delle tariffe doganali, annunciandole per i prodotti farmaceutici. Come sembra evidente, Trump ha fatto dei dazi un azzardo da cui partire per negoziare accordi commerciali più favorevoli agli Stati Uniti, ma la situazione gli è sfuggita di mano. E ora cerca in modo confuso di fermare una guerra commerciale senza esclusione di colpi, anche se non rinuncia a nuovi annunci a effetto.
Washington contro Pechino
Sullo sfondo c’è comunque il fil rouge delle sue presidenze, che vede la Cina come nemico numero uno. Washington rimprovera a Pechino di essersi espansa fino a minacciare lo strapotere Usa, e di averlo fatto anche violando regole di mercato e appropriandosi di brevetti e marchi non sempre nel pieno rispetto delle regole Wto. Trump deve quindi muoversi tra questi due fuochi: il rischio di escalation della guerra commerciale e la rivalità sino-americana. Il presidente degli Stati Uniti pensava di avere un’arma per togliere potere al gigante asiatico: il raggiungimento di un accordo fra Russia e Ucraina, che avrebbe potuto spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino favorito dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, Putin, Zelensky e la posizione inflessibile di Gran Bretagna e Ue hanno sabotato i suoi sforzi, portando l’inquilino della Casa Bianca (almeno secondo le sue ultime dichiarazioni) a un passo dalla bandiera bianca. Lo stop sul fronte ex sovietico ha reso più urgente un disgelo tra Washington e Pechino, i cui dispetti reciproci non sono certo una cosa nuova: già la prima amministrazione Trump aveva bloccato gli investimenti nuovi in Cina (politica confermata poi da Joe Biden) spingendo poco a poco le aziende americane a delocalizzare in altri Paesi.
Le critiche di Buffett
I dazi di Trump hanno incassato dure critiche anche da parte di Warren Buffett, nel corso dell’annuncio con cui l’imprenditore ha comunicato il proprio pensionamento (a 94 anni) e il conseguente addio a Berkshire Hathaway. “Il commercio può essere un atto di guerra”, ha tuonato l’oracolo di Omaha, integrando una precedente dichiarazione anti-dazi (“le tariffe sono una tassa sulle merci”). La ricetta di Buffett è, diciamo così, conservatrice: gli Stati Uniti devono continuare a scambiare merci con il resto del mondo. Che è poi, ha ricordato, “quello che sappiamo fare meglio”. Queste indicazioni si uniscono a varie altre frasi celebri di Buffett che nel tempo sono assurte quasi a consigli universali, con cui confrontarsi in momenti di crisi o di passaggio epocale. Una su tutte: occorre investire in società che fanno utili, ma soprattutto che esisteranno ancora fra 50 anni. Un aforisma particolarmente attuale, in epoca di fintech che aprono e chiudono e di rischi di nuove bolle.
Petropolis
Mentre in Italia il risiko bancassicurativo è in pieno svolgimento, il palcoscenico dei merger è attivo anche a livello internazionale. Secondo Bloomberg, Shell sta valutando l’acquisto di Bp e avrebbe già commissionato un dossier ai suoi advisor. La maxi-operazione potrebbe essere agevolata da un ulteriore calo del prezzo del petrolio e dalla discesa del titolo della “preda”. Attualmente, Shell vale circa tre volte Bp (149 miliardi di sterline contro 56) e ha in corso un’operazione di riacquisto di azioni proprie. L’acquisizione sarebbe interessante, pur nella sua difficoltà, soprattutto in un periodo così particolare per gli asset petroliferi. Se l’unione si facesse, andrebbe a nascere un “campione inglese” in grado di competere con i maggiori concorrenti americani.
Mediobanca scompagina il risiko
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
A pochi giorni dalla vittoria in Generali, con la conquista della maggioranza assoluta da parte della sua lista, Mediobanca ha annunciato un’operazione clamorosa: il lancio di un’offerta pubblica di scambio per la totalità delle azioni di Banca Generali.
Il meccanismo dell’ops è chiaro: l’istituto guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel acquisterà le azioni della banca del Leone al valore di 1,7 titoli della compagnia assicurativa triestina. Con un risultato – sempre se tutto andrà secondo i piani: Mediobanca uscirà dall’azionariato della principale azienda assicurativa italiana per acquisire il controllo del 100% di Banca Generali.
C’è però lo scoglio della passivity rule a cui Piazzetta Cuccia è soggetta, essendo una società sotto offerta pubblica: la prossima assemblea ordinaria, già fissata per il 16 giugno, dovrà dare il via libera all’operazione con il 50% più un’azione. Altrimenti, nulla di fatto.
Nagel: l’operazione è offensiva
Commentando il lancio dell’offerta, Nagel ha assicurato che non si tratta di un’operazione difensiva, “ma offensiva”, spingendosi a rivelare che se ne parla da cinque anni. Tuttavia, molti osservatori hanno collegato l’ops (e la sua tempistica) con l’offerta di Montepaschi su Mediobanca: se Piazzetta Cuccia uscisse completamente da Generali, sarebbe automaticamente meno contendibile, perché è vulgata comune che sia il Leone di Trieste il vero obiettivo di Siena. In parole più semplici, è molto facile che la vera ragione dell’offerta sia un tentativo di bloccare le mire di Mps su Mediobanca. Ora ci si chiede come reagirà il governo, che ha accolto favorevolmente l’offerta di Montepaschi su Mediobanca (in prospettiva Generali) e non vuole certamente rischiare di perdere la faccia. Difficile, però, che l’esecutivo utilizzi il golden power, già piazzato sulla strada dell’operazione Unicredit-Banco Bpm.
La Borsa brinda
L’inaspettata mossa di Mediobanca è piaciuta alla Borsa, che approfittando anche dell’exploit di Piazzetta Cuccia ha proseguito una rimonta già in atto. Già, perché gli entusiasmi per il nuovo capitolo del risiko si sono inseriti in un quadro di rimbalzo generale degli indici. Un rimbalzo che, onestamente, non ci aspettavamo – almeno non in queste dimensioni. Anche lo S&P 500, che inizialmente aveva subito un calo, è stato protagonista di un’ottima performance: la grande volatilità in basso sembra essere scomparsa e, anche in caso di una prossima discesa, quasi sicuramente non si verificherà un nuovo crollo.
Cina d’oro
Il recupero delle Borse dipende anche dal tentativo di Donald Trump di fare retromarcia sui dazi, cercando nel contempo di non perdere credibilità. Sempre che non sia troppo tardi: se l’Europa è decisa a trattare, la Cina potrebbe decidere di proseguire il gioco duro, nonostante gli abboccamenti del presidente americano. Traspare giusto un tenue spiraglio di trattativa, che emerge anche dal lieve calo dell’oro registrato lunedì scorso, segno di cauto ottimismo sulla distensione sino-americana. Nei periodi in cui la crisi fra le due potenze si era acuita, Pechino aveva continuato ad approvvigionarsi di asset aurei, in cerca di un bene rifugio: la banca centrale cinese, solo a marzo, ha portato a termine il quinto acquisto consecutivo di oro, mentre a febbraio ne aveva comprate 50 tonnellate. E il “re dei metalli” aveva stabilito record su record. Gli indizi lasciano presagire che la Cina si sia dotata di molto più oro di quanto dichiara (si dice addirittura dieci volte). E che potrebbe tornare a farlo qualora i negoziati fra Trump e Xi Jinping dovessero naufragare.
Sorpresa in Canada
Una sconfitta, però, il presidente americano l’ha già incassata: nelle elezioni canadesi ha prevalso il liberale Mark Carney, sfavorito della vigilia. A spingere il premier in carica – che aveva sostituito il predecessore Justin Trudeau, dimissionario – è stata la reazione dei cittadini della Foglia d’Acero ai dazi di Trump e alle sue sparate annessionistiche nei riguardi del vicino settentrionale.
Carney è partito dai livelli bassissimi di consenso ereditati da Trudeau, ma ha recuperato poderosamente sul suo rivale, il conservatore Pierre Poilievre. Che, intendiamoci, avversa i dazi di Trump e le sue pretese di assorbire il Canada come e quanto Carney. Lo sconfitto ha però pagato le politiche economiche all’insegna del Canada First, slogan che riecheggiava quello trumpiano, pur da fronti opposti e inconciliabili: proprio per aver imitato il programma del tycoon, il leader conservatore ha sprecato, come si suol dire, un rigore a porta vuota. Poilievre ha comunque assicurato a Carney il sostegno nella lotta contro i dazi di Trump e nella difesa della sovranità nazionale canadese. Un aiuto che sarà molto utile al premier, dato che quasi sicuramente i liberali disporranno di quattro seggi in meno rispetto al 50% dei voti in aula e saranno obbligati a provare la strada del governo di minoranza.
E’ tutto da rifare
Per Trump, insomma, i dazi (contro i quali vari Stati americani hanno fatto causa) e i toni aggressivi nei confronti di Canada, Groenlandia e Panama si sono rivelati deleteri. Soprattutto perché i consumatori americani si sono visti impoveriti da una strategia poco lungimirante e insensata. Un risultato che a Trump non può piacere. Soprattutto perché il contraccolpo delle tariffe sull’economia Usa ha colpito categorie di persone che avevano votato il duo Trump-Vance sperando di migliorare la loro posizione economica, intaccata dalla globalizzazione. L’elettore americano, ancora più che quello europeo, fa in fretta a cambiare bandiera se le sue tasche sono improvvisamente più leggere. Trump lo sa: per questo motivo cerca ora una soluzione che rimetta in carreggiata l’economia salvaguardando ciò che è rimasto della sua immagine pubblica. Possibilmente prima che inizi la campagna elettorale per le consultazioni di mid term. A rovesciare la situazione in suo favore potrebbe intervenire solo una rapida pace fra Russia e Ucraina, per la quale il presidente americano si è speso molto. Tuttavia, il potere di contrattazione degli Stati Uniti è minore di quanto si pensasse: un po’ perché Putin ha probabilmente in mente di procedere a nuove conquiste prima di accettare la tregua; un po’ perché Zelensky resiste, confortato dal sostegno assicurato dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.
La rivincita del contante
La giornata di lunedì passerà alla storia per il clamoroso blackout che ha colpito la penisola iberica e, per un certo periodo, anche la Catalogna francese e il sud della République. I resoconti di un lungo periodo senza corrente elettrica – problema a cui si è rimediato dopo molte ore – sono inquietanti: ospedali attivi solo con i generatori (se funzionanti); aerei e treni fermi; persone bloccate in metropolitana o in ascensore; Master 1000 di tennis sospesi; telecomunicazioni in pausa; appelli ai cittadini di restare a casa, come ai tempi del lockdown di covidiana memoria. E internet inservibile. Il che, ovviamente, ha comportato l’impossibilità di saldare i propri conti con le carte di credito. La catena El Corte Inglés ha comunicato lunedì stesso l’apertura regolare, ma la disponibilità del solo pagamento in contanti, e così hanno fatto altri esercizi. Fenomeni di questo genere confermano quanto sia impraticabile la strategia cashless e quanto sia utile mantenere in tasca sempre un po’ di denaro per poter fronteggiare blackout, tilt informatici (come quelli che si erano verificati lo scorso luglio in mezza Europa) o anche problemi ordinari alle linee dei Pos. Resta inspiegabile, invece, che non si abbiano indizi chiari sulla causa del disastro.
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Fondi "stellati"
Ottimi i giudizi di Morningstar sui fondi Alpi e sui comparti di Sicav di Alicanto Capital.
Alicanto Bond Euro Sicav cl I e C (Obbligazionari Diversificati Eur) gestito da Andrea Salza ha un Rating Morningstar 5 stelle e il Morningstar Medalist Rating Neutral
Alpi Multi-Strategy cl. A .e I (Bilanciati Flessibili Eur Globali) gestito da Massimo Siletti ha un Rating Morningstar 5 stelle (3 anni) e il Morningstar Medalist Rating Bronze
Alpi Macro Trend cl. A .e I (Bilanciati Prudenti Eur) gestito da Guido Alliod e Andrea Salza ha un Rating Morningstar 5 stelle (3 anni) e il Morningstar Medalist Rating Bronze
Alicanto Equity Alpha Sicav cl C (Azionari Europa Large Cap Blend) gestito da Nadia Blasone ha un Rating Morningstar 2 stelle e il Morningstar Medalist Rating Neutral
I criteri Morningstar relativi ai Rating sono illustrati qui
Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.
Tutto giù, oro su
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.
Scontro istituzionale
I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.
In attesa della retromarcia
Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.
Resa dei conti in Generali
In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.






