Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.

Mutui meno cari

Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.

Inflazione sotto controllo

Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.

La crisi dell’auto in Germania (e non solo)

Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.

Venti di cambiamento sull’agenda 2035?

Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.

Borse indifferenti al taglio

Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.

Telenovela San Siro

Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.

Foto di Jess Bailey su Unsplash


Lo storno di settembre

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.

Tassi, si scende

Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.

Il rapporto Draghi

A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.

Auto elettriche, una sfida persa in partenza?

Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.

Ma il target 2035 non si ferma

Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.

Il paradosso del lusso

Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.

Azioni bancarie, quale futuro?

Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.

Foto di Mark Basarab su Unsplash


#fuoriluogo2024 - Taiwan: l'isola contesa

Grande successo di pubblico per Giulia Pompili, giornalista del “Il Foglio” che sabato 7 settembre ha tenuto un workshop, aperto alle domande del pubblico, dedicato a Taiwan e durante il quale ha delineato il quadro dell’area dell’estremo oriente che si presenta “calda” e periodicamente manifesta momenti di crisi, in grado di coinvolgere l’intero pianeta.

Ha risposto con puntualità e disponibilità alle molte domande di un pubblico attento e interessato. Grazie Giulia


Borse ai livelli di fine luglio: torna la calma piatta

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Si è chiuso l’agosto “pazzo” delle Borse, che ha visto i mercati calare vistosamente e poi recuperare, chiudendo il mese più o meno ai livelli di fine luglio. Dopo la performance negativa e la lenta risalita, una serie di correzioni velocissime ha innescato un recupero deciso nel corso delle ultime tre settimane, annullando lo storno. E facendo scattare una sorta di ripartenza da zero, come accade nel Monopoli o nel gioco dell’oca. E la chiamano estate, verrebbe da dire.

Appuntamento con i tassi

Ora sulle Borse è tornata la calma piatta. Ed è consigliabile, per gli investitori, un atteggiamento consono alla situazione attuale. Vale a dire: attesa, magari con qualche acquisto di titoli energetici, almeno finché il petrolio manterrà livelli medio-bassi. Se nel prossimo futuro non si verificasse un evento particolare, in grado di influenzare gli scambi, il livello dei mercati potrebbe rimanere calmo e poco perturbato almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Fino ad allora, l’avvenimento top sarà l’ormai scontato taglio dei tassi che a settembre sarà operato dalla Fed e quasi sicuramente anche dalla Bce. E questo, nonostante le resistenze dei falchi, più precisamente di Joachin Nagel. Il governatore della Bundesbank ha suggerito all’Eurotower di non procedere troppo velocemente ai tagli, confermando la posizione storica della banca centrale tedesca. Una situazione curiosa, visto che proprio i dati relativi all’inflazione riscontrati a Berlino hanno convinto la Bce ad ammorbidire la politica monetaria, e che il sentiment prevalente in Germania è ormai contrario alla prosecuzione delle restrizioni. Si sa che le banche centrali vogliono sempre mantenere un’indipendenza (o pseudo tale) rispetto alla politica, e che la Bundesbank è tradizionalmente refrattaria a certe operazioni. Ma la Bce non può esimersi dall’offrire un’ancora di salvataggio che possa rivelarsi uno stimolo per l’economia europea. Soprattutto per quella tedesca, la cui congiuntura negativa sembra molto più lunga del previsto e rischia di trascinare con sé l’intera Europa.

Elezioni-terremoto

La crisi economica tedesca, con i suoi annessi e connessi, ha favorito la clamorosa vittoria dell’estrema destra di Afd e il contemporaneo balzo avanti della sinistra radicale di Sahra Wagenknecht nelle elezioni in Turingia e in Sassonia. Pur trattandosi di consultazioni locali, sembra riproporsi lo scenario che si è già verificato in Francia, con le elezioni-blitz indette dal presidente Emmanuel Macron, i cui risultati hanno creato un’instabilità di lungo periodo e di difficile risoluzione. Le Borse, ricordiamolo, avevano reagito solo in un primo tempo alle elezioni transalpine, finendo poi di ignorare le lunghe consultazioni che finora non hanno permesso di formare un governo a Parigi. Una situazione molto problematica, dato che la legge francese non consente di tornare al voto in tempi brevi e che a fine settembre la République dovrà iniziare a discutere la Finanziaria. In un puzzle non certo semplice da comporre: Parigi ha seri problemi di bilancio, con il deficit che viaggia sopra il 5%, e l’incertezza politica che non aiuta di certo. A complicare ulteriormente le cose c’è il ritorno del patto di stabilità, che obbligherà i Paesi in difficoltà a tagliare le spese, proprio in un periodo in cui sarebbero necessari investimenti e cordoni della borsa aperti per rilanciare le economie in crisi e per aiutare la parte meno abbiente della popolazione.

Banche, versamenti maxi al fisco

In un’economia che zoppica, c’è qualcuno che brinda. Sono le banche, capaci di recuperare le perdite di inizio agosto e di incamminarsi verso nuovi record. Un dato curioso rivela quanto gli istituti di credito siano in salute: secondo un’analisi della Fabi, dal 2019 al 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani hanno versato all’erario 20 miliardi: 6,1 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,7 nel 2021, 3,3 nel 2022 e 6,7 nel 2023, l’anno d’oro. La progressione iniziata dal 2022 in avanti, a quanto ci si aspetta, dovrebbe portare i gruppi creditizi a liquidare ben 8 miliardi alla fine di quest’anno. Una buona notizia, se non fosse per un paradosso: non sempre le aziende di credito utilizzano i loro utili per liberare stimoli per l’economia. Che invece avrebbe disperato bisogno di un sostegno, per poter combattere la crisi e svoltare nuovamente.

Bigtech, sale il consumo energetico

Nel mondo, si intensifica la guerra ai consumi energetici. Ma alcune bigtech sembrano – volente o nolente – imboccare il percorso opposto. Secondo un’analisi del sito Tom’s Hardware, effettuata sui dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2023 Google e Microsoft hanno consumato più energia di 100 stati sovrani in tutto il mondo. Questa tendenza stride con le promesse delle stesse grandi aziende della tecnologia, che si erano impegnate a diminuire i consumi. La responsabilità sembrerebbe essere dell’intelligenza artificiale generativa, che ha portato questi gruppi a drenare un quantitativo enorme di energia. Le cause di questo fenomeno, come si è visto, possono anche non essere addossate alla volontà di queste imprese, che potrebbero essersi viste costrette dalle circostanze ad aumentare i consumi; tuttavia, spesso si giudica questo settore con una certa ipocrisia: mentre si invocano restrizioni “verdi” per le automobili, al settore tech si tende a perdonare tutto. Lo dimostra anche l’attenzione verso il bitcoin, che consuma quantitativi altissimi di energia elettrica, ma è stato protagonista persino di un Etf. E questo nonostante l’alto quantitativo di fabbisogno energetico della principale criptovaluta,  capace di dare fondo a un quantitativo di energia maggiore rispetto a quello utilizzato da un Paese come l’Argentina. Occorrerebbe, insomma, una narrazione più coerente e meno improntata ai doppi standard che ultimamente stanno imperversando nell’economia e non solo.

Foto di Larkin Hammond su Unsplash


#fuoriluogo2024

Alicanto Capital SGR è lieta di invitarvi a

“Taiwan: l’isola contesa”

Giulia Pompili – giornalista del “Foglio” ed esperta dell’area Indo-Pacifico – conduce un workshop, aperto alle domande del pubblico,

sulle aree di crisi dell’Asia Orientale

 

Sabato 7 settembre  9:00 – 9:45

Auditorium Padri Filippini

Via San Giovanni battista De La Salle

 

Foto Andrea De Santis Unsplash

 

#fuoriluogo2024


La Fed annuncia il taglio dei tassi. E le Borse brindano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Era dato per scontato e infatti è successo per davvero: durante il simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell ha annunciato l’imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. “E’ arrivato il momento di aggiustare la politica monetaria”, ha detto il presidente della Federal Reserve: “la direzione di marcia è chiara”. La decisione dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro Usa che – ha ricordato Powell – si è “notevolmente raffreddato”, in un contesto che oltretutto non dipende da una crescita, non avvenuta, dei licenziamenti.

Incertezze sull’entità

A settembre, dunque, la Federal Reserve interverrà sul costo del dollaro, anche se non è ancora stata decisa l’entità del taglio: il ritmo, ha detto Powell, dipenderà dai dati. Non è quindi noto se la sforbiciata sarà di 25 o di 50 centesimi; nel primo caso ci si attende poi un altro calo, sempre dello 0,25%, prima delle elezioni americane, mentre nella seconda ipotesi tutto lascia presagire che non ci saranno più movimenti prima di novembre. Nonostante questa incertezza, l’intervento di Powell si è rivelato sufficiente per dare fiato alle Borse, che hanno reagito con rialzi generalizzati: Wall Street ha chiuso in positivo, i listini asiatici hanno recuperato le perdite e Piazza Affari ha archiviato la settimana di contrattazioni con un +1% circa, vestendo la simbolica maglia rosa europea. Dopo il patatrac di inizio agosto, dunque, le Borse sono tornate a offrire performance: il forte calo dipendeva da varie concause (prima tra tutte l’apprezzamento dello yen) su cui si è avventata una forte dose di speculazione; ciò ha favorito un rapido rientro delle quotazioni. La Borsa di Milano, per esempio, ha recuperato gran parte delle perdite accumulate: all’allineamento con i valori precedenti manca una percentuale compresa fra il 2% e il 3%, dinamica che può essere spiegata con la stagione dei dividendi, senza la quale Piazza Affari sarebbe probabilmente in linea con i numeri di luglio.

Bce cauta

Abbiamo parlato della Fed. E la Bce? Come da tradizione, Francoforte ha affrontato il palco di Jackson Hole con molta più cautela. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower (la presidente Christine Lagarde non era presente), ha infatti espresso buone sensazioni sulla marcia dell’inflazione verso il 2%, ricordando però che il target non è ancora stato raggiunto. E che ci vorrà ancora del tempo, probabilmente fino alla fine del prossimo anno.

Quindi, l’insicurezza sul traguardo obbliga, secondo Lane, a rimanere in territorio restrittivo fino a quando occorrerà. Anche se, ha aggiunto il capo economista Bce, non bisogna esagerare, per evitare ulteriori danni all’economia.

La fase attuale dell’inflazione europea dipende soprattutto dalla crisi di Hormuz, che ha fatto lievitare alcuni prezzi, primo tra tutti il costo del caffé: è quindi un fenomeno di derivazione geopolitica, e non causato dalla domanda. Dall’altro lato, però, ci sono i pericoli di recessione, con cui occorre inevitabilmente fare i conti. Ancora una volta, dunque, Francoforte è chiamata a un intervento di equilibrismo: per questo motivo, le dichiarazioni di Lane non implicano necessariamente un nuovo immobilismo della banca centrale sui tassi. Quindi è probabile che, a ruota della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea (che un taglio, in fondo, lo ha già operato) opti per un’aggiustatina al costo dell’euro il prossimo settembre. A chiederlo è persino la Germania, che solitamente si schiera sul fronte opposto: le difficoltà economiche di Berlino, causate soprattutto dall’addio forzato alla politica di approvvigionamento di gas russo a basso costo, hanno armato le autorità tedesche di una dose di sana Realpolitik. Nonostante la cautela di Lane, dunque, la Bce darà molto probabilmente un “colpetto” di 25 punti a settembre, per poi congelare i tassi per alcuni mesi. Ancora una volta si guarderà più all’inflazione che non alla situazione critica dell’economia europea, che necessiterebbe di interventi ben più aggressivi.

Dollaro in picchiata

Il salto di Powell nel nido delle colombe ha avuto effetti negativi sulla quotazione, già debole, del dollaro. Il biglietto verde veleggia tra 1,10 e 1,20 proprio a causa del nuovo approccio aggressivo sui tassi della Fed, a causa del quale vari investitori hanno smontato alcune tra le loro posizioni sulla valuta americana. Occorre però ricordare che, per l’economia Usa, il calo del dollaro non rappresenta una catastrofe, come sarebbe invece per l’euro: gli Stati Uniti sono abituati a svalutare la loro moneta per rendere l’economia competitiva. Questa politica è resa possibile anche dall’assenza di vincoli sul debito, che porta Washington a creare deficit (oggi all’8%) senza particolari problemi, e tanto meno drammi. In ogni caso, sembra più probabile un dollaro assestato verso la quotazione di 1,10 piuttosto che una marcia verso il livello di 1,15.

Franco e oro, continua la corsa

Continua invece a correre il franco svizzero, che sconta il suo ruolo di bene rifugio e risente particolarmente del taglio dei tassi (tra l’altro molto più bassi rispetto a quelli di Bce, Fed e Boe) già attuato dalla Banca Nazionale Svizzera. La moneta elvetica si è ancora una volta avvicinata pericolosamente al record di 0,93 centesimi sull’euro, anche se finora non ha più toccato quel valore. Impressionante anche la quotazione dell’oro, che ormai si è stabilizzato oltre i 2.500 dollari l’oncia, anche grazie ai tassi e alla necessità, non tramontata, di coprirsi dall’inflazione e dai suoi colpi di coda.

Giorgetti contro la pianificazione del Pnrr

Ha fatto molto rumore la dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che ha criticato i fondi Pnrr, paragonandoli alla pianificazione quinquennale dell’Unione Sovietica del tempo che fu. Il titolare del Mef non ha tutti i torti: il Pnrr è stato concepito molto male, le sue tempistiche sono assurde e rischiano di creare danni, rendendo l’Europa ancora più incapace di rivelarsi competitiva sul mercato mondiale. Se l’Ue è una Ferrari a cui è stato montato il motore di un’utilitaria, un problema c’è. E la mancanza di autocritica costruttiva non è certo il modo più efficace di superarlo.

Foto di Samuel Perez su Unsplash


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