Arriva giugno. E si apre il balletto dei tassi

Alla prossima riunione del board Bce sarà quasi sicuramente avviato l'allentamento della stretta monetaria, che potrebbe offrire un clamoroso bis a luglio. La Fed, invece, non ci pensa neanche, almeno per il momento. E la Bank of England cerca di prendere tempo. Per tutti e tre gli istituti centrali sarà comunque decisivo l'esito delle rispettive elezioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue l'andamento ondivago ma tranquillo delle Borse europee. La scorsa settimana, Milano ha recuperato dai minimi e chiuso in negativo, per poi rialzarsi alla riapertura, con un ritrovato interesse sui finanziari. Lo zig zag della Borsa è fisiologico, soprattutto in un periodo contraddistinto da utili e dividendi che Piazza Affari ha superato indenne. Non c'è stato spazio neppure per il tradizionale sell in May, anche per l'imminente appuntamento elettorale.

Bce, volo di colombe

Quasi insignificante, invece, il nervosismo sui tassi. Anzi: le recenti dichiarazioni di esponenti Bce sui tagli di giugno (e sulla clamorosa possibilità di una replica a luglio) hanno influenzato il rialzo di Piazza Affari. Anche perché le esternazioni iniziano a essere numerose. Aveva servito un bell'assist Piero Cipollone, membro italiano del board Bce, nel corso di un intervento al Festival dell'Economia di Trento. "Il 6 giugno avremo il consiglio e mi aspetto che ci sia una prima mossa di riduzione dei tassi. Poi, bisognerà discutere, vedere". In funzione dei dati che emergeranno. Era poi stata la volta di Philip Lane, capo-economista della Banca Centrale Europea, che in un'intervista al Financial Times aveva confermato la quasi sicurezza della prima sforbiciata: “a meno di grosse sorprese, quello che vediamo in questo momento è sufficiente per rimuovere il livello massimo di restrizione”. Con la possibilità di proseguire su questa strada se l'inflazione si avvicinerà chiaramente all'obiettivo del 2%, pur con una politica monetaria che "deve rimanere in territorio restrittivo". Il che non significa certo limitarsi a un solo ritocco. Lo ha chiaramente fatto capire François Villeroy de Galhau, governatore della banca di Francia. "A volte leggo che dovremmo tagliare i tassi soltanto una volta ogni trimestre", ha dichiarato in un'intervista a Börsen Zeitung, "e quindi escludere luglio", per aspettare volta per volta i dati. Strategia che non lo trova completamente d'accordo. "Non dico che dovremmo impegnarci già a luglio, ma manteniamo la nostra libertà su tempi e ritmi". Vale a dire: a giugno si taglia, a luglio non è escluso a priori. Bundesbank permettendo: l'istituto centrale tedesco sembra favorevole al taglio di giugno, ma abbastanza scettico su un bis a luglio. Naturalmente, le decisioni in materia saranno influenzate anche dalla scadenza elettorale dell'8 e 9 giugno.

La Boe attende le elezioni

Stessa storia per la Bank of England, che alla prossima scadenza, a quanto ci si attende, non taglierà. L'inflazione è pur scesa per il terzo mese di fila, anche grazie al calo dei prezzi dell'energia, mentre sui beni il trend è addirittura in deflazione. Ma evidentemente questi dati non sono sufficienti, anche perché resta alta l'inflazione nei servizi (5,9%). E' molto probabile che l'istituto centrale inglese preferisca attendere le elezioni generali, che il premier Rishi Sunak (un po' a sorpresa) ha fissato per il prossimo 4 luglio. In questo caso, la Boe avrà anche la possibilità e il tempo di osservare le mosse della Bce, cercando di valutare se è possibile uniformarsi, anche in parte, alla "consorella" di Francoforte.

Fed, attesa a pié fermo

Chi invece resta come un soldato sull'attenti è la Federal Reserve. Sfumato un taglio a giugno e forse uno a settembre, i mercati scommettono sulla sforbiciata di dicembre. Anche se aumentano le voci che vedrebbero addirittura un trend di segno opposto, e cioè un rialzo dei tassi. Questa possibilità sembra emergere dalle minute dello scorso aprile, che esprimono preoccupazioni sul fronte inflattivo. Mentre l'economia e i dati sul lavoro vanno bene, rendendo sopportabile l'impatto dei tassi alti. A dare credito a questi rumors anche l'opinione di Jamie Dimon: secondo l'amministratore delegato di Jp Morgan, i tassi potrebbero salire ancora un poco. Tuttavia, questa ipotesi resta molto improbabile. Il prossimo novembre si svolgeranno le presidenziali americane e la scadenza obbliga i banchieri centrali a lasciare il più tranquillo possibile l'elettorato. Anche perché le preoccupazioni attuali sull'inflazione potrebbero rivelarsi troppo pessimistiche: secondo Jim Cramer, giornalista economico e conduttore Cnbc, i segnali di ribasso ci sono tutti. E prima di fine giugno è possibile che gli incubi della Fed  appaiano infondati. Per la verità, i dati sull'inflazione americana sono contraddittori: un mese sorprende al rialzo, un altro al ribasso. E proprio questo andamento a zig zag favorisce l'immobilismo. Probabilmente non ci saranno movimenti e resterà tutto fermo fino alla tradizionale riunione annuale di Jackson Hole.

Ita-Lufthansa, fusione ad alto rischio

E' ancora in atto il braccio di ferro tra Margrethe Vestager e Lufthansa sulla fusione tra la compagnia di bandiera tedesca e Ita. La commissaria europea per la concorrenza ha ritenuto insufficiente la proposta del carrier, che accettava di rinunciare a 38 (e non più 24) slot su Linate, chiedendo di abbandonarne 60. E non è tutto: Margrethe Vestager non cede neppure sui voli intercontinentali, chiedendo a Lufthansa un taglio importante fra l'Italia e l'America settentrionale. Un diktat bello e buono che, oltretutto, coinvolgerebbe anche Sky Team, l'alleanza di cui la compagnia aerea tedesca fa parte, e più nel dettaglio United Airlines e Air Canada, partner in code sharing per queste tratte. Che, tra l'altro, a ridurre i voli sull'Italia non ci pensano proprio e hanno così rinviato la richiesta al mittente. Un vero e proprio tiro alla fune, quello tra Lufthansa e la Commissione Europea, con il rischio che la corda si spezzi. Perché il gruppo tedesco ha fatto chiaramente capire che vuole portare a termine l'operazione, "ma non a tutti i costi". Ciò significa che se l'acquisizione non fosse più conveniente - se cioè la rinuncia agli slot e di centinaia di milioni di utili non rendesse più profittevole la fusione – dalla Germania potrebbe arrivare uno stop, doloroso anche e soprattutto per Ita e per le casse pubbliche di casa nostra. A guadagnarci da un clamoroso naufragio dell'acquisizione sarebbero le compagnie low cost, ma soprattutto Air France-Klm. Per questo motivo, la rigidità di Margrethe Vestager è stata associata a una posizione filo-francese nell'ambito della lotta tra Parigi e Berlino per il  controllo delle rotte. Da parte sua, la commissaria ha provato a intervenire su queste voci, affermando che il problema è la concorrenza, e il "rischio che salgano i prezzi e calino le frequenze". Se però un carrier come Ryanair è così interessato alla guerra degli slot, significa che difficilmente l'operazione causerebbe un rialzo dei prezzi, semmai il contrario. Inoltre, la low cost irlandese ha una quota di mercato molto alta in Europa, ma per qualche strano motivo non è stata inclusa tra i concorrenti di Lufthansa. La decisione arriverà il 4 luglio, a meno di nuovi slittamenti. Continuiamo a pensare che, nonostante tutto, la fusione sia irreversibile: Lufthansa si è spinta troppo avanti per rinunciare e la Commissione Europea non può inimicarsi in modo così aperto la Germania, creando una crisi istituzionale di cui l'Europa proprio non ha bisogno. Ammesso e non concesso che le elezioni confermino l'attuale "governo" dell'Ue: se Ursula von der Leyen dovesse essere sostituita, si porterebbe dietro anche Margrethe Vestager e con lei, probabilmente, l'intransigenza sulle rotte europee di Ita e su quelle intercontinentali di Star Alliance.

Foto di David Hofmann su Unsplash


I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari

Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.

Tassi, previsti pochi scostamenti

Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.

Il ritorno degli affitti

A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.

Inter, il debito di Zhang

Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.

India, le sfide del nuovo premier

Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra  Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.

Foto di Raj Rana su Unsplash


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