Chi cresce piano, cresce sano e va lontano...
Le Borse continuano a salire con gradualità e senza troppi scossoni. Piazza Affari ha chiuso la settimana rafforzando la sua “maglia rosa” europea, senza farsi ostacolare dai nuovi dati (in rialzo) dell'inflazione americana. E lasciandosi ancora una volta trainare dai titoli finanziari
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua la lenta progressione delle Borse che, salvo qualche eccezione, sembrano trottare regolari e senza troppi scossoni. La scorsa settimana, quasi tutti i listini europei hanno fatto segnare una chiusura positiva e Piazza Affari ha ancora una volta registrato un incremento (+1,6%), pur fallendo l'aggancio ai 34.000 punti (la soglia simbolica, comunque, è stata poi raggiunta in sede di riapertura). Non hanno esercitato alcuna influenza negativa i dati dell'inflazione americana, in crescita al 3,2%: il risultato, infatti, non sposta le aspettative dei mercati sull'inizio della discesa dei tassi Fed. In altri termini, ci si aspetta ancora che Jerome Powell avvii il meccanismo a giugno/luglio. O che forse ritardi un po', ma non troppo. A questo punto, la vera questione è rappresentata dal ritmo dei ribassi (che si prevede lento) e dalle percentuali (che non saranno alte, almeno inizialmente).
Le streghe son tornate. Ma nessuno le ha viste
Praticamente ignorato da Milano e dalle altre Borse il cosiddetto “giorno delle quattro streghe”, o quadruple witching day. Una data che si presenta quattro volte l'anno (nel 2024 in data 15 marzo, 21 giugno, 20 settembre e 20 dicembre) e che vede la scadenza contemporanea di future e opzioni sugli indici azionari e sui singoli titoli, con un forte rischio di volatilità. La mancata reazione alla quadrupla deadline è abbastanza semplice da spiegare: di solito, le “quattro streghe” fanno paura alle Borse quando i mercati sono già volatili, e non è questo il caso. Se poi aggiungiamo il nuovo rally dei bancari, possiamo comprendere in che modo i titoli borsistici italiani stiano marciando in sicurezza, quasi come fossero un convoglio militare scortato che avanza in territorio protetto. Il rialzo è poi stato consolidato alla riapertura delle attività: per alcuni osservatori, il traino delle Borse Usa avrebbe potuto spingere Milano; tuttavia, la performance di oltre oceano ha coinvolto soprattutto i sette big tecnologici, dimostrandosi in questo modo poco più che settoriale. Tra l'altro, proprio New York ha assistito al crollo di uno storico titolo Ict, Adobe, i cui servizi di fotoritocco sono intaccati dalla valanga-intelligenza artificiale. Siamo ormai giunti alla prima, grande resa dei conti fra informatica “tradizionale” e nuova tecnologia.
Maggio: vendere o non vendere?
Come abbiamo già affermato, in Borsa un andamento lento ma costante è da preferirsi a grafici ripidi e incerti. I mercati sono tonici un po' in tutta Europa, e ciò rappresenta un risultato già ragguardevole, considerato tutto ciò che accade nel mondo e i timori legati all'inflazione. Da parte loro, i dati economici non si stanno rivelando particolarmente brillanti, ma a contare di più sono gli utili, che appaiono soddisfacenti. Soprattutto per le aziende finanziarie – il che favorisce particolarmente Milano. Ora, è conto alla rovescia per maggio, che molto spesso si rivela un mese negativo (sell in May and go away, recita un noto proverbio americano, che esprime in modo aperto una tradizionale strategia di investimento). Se lo storno primaverile si verificherà, sarà per aumentare i pesi azionari di chi è sul mercato.
Il Giappone non è più sotto zero
Torniamo ai tassi, ma questa volta andiamo in Giappone. La banca centrale di Tokyo, storicamente poco propensa a toccare le percentuali, ha alzato ieri il costo del denaro dall'attuale -0,1% alla fascia compresa tra lo 0% e lo 0,1%. Dal punto di vista pratico non cambia assolutamente nulla: il ritocco ha effetti praticamente impercettibili e la situazione sarebbe pressoché identica se i tassi fossero elevati all'1%. Eventualità che, peraltro, non è sul tavolo, almeno secondo le dichiarazioni della Banca del Giappone: l'intervento è una tantum e un inasprimento non si verificherà. La mossa dell'istituto centrale fa rumore essenzialmente per il suo aspetto simbolico: in primo luogo, l'ultimo rialzo di Tokyo era avvenuto nel 2007, mentre la permanenza sotto zero resisteva dal 2016. Inoltre, la mossa avviene in controtendenza rispetto alle decisioni attese da Bruxelles, Londra e Washington – che però hanno tassi di riferimento ben più alti. L'ambiente, dunque, resterà “accomodante”, come ha assicurato il governatore Kazuo Ueda.
Swisscom si prende Vodafone Italia
Il mercato delle telecomunicazioni è stato sbalzato al centro della scena con un annuncio clamoroso: Swisscom ha siglato un accordo vincolante per acquisire il 100% di Vodafone Italia per il maxi importo di 8 miliardi di euro, che saranno pagati in contanti. D'emblée. La mega acquisizione, il cui closing è previsto per il 2025, integrerà Vodafone Italia in Fastweb, società con cui il gruppo rossocrociato opera in Italia, ma lascerà aperta la possibilità di mantenere il vecchio brand inglese per non oltre cinque anni. Si crea un colosso con ricavi combinati pari a 7,3 miliardi di euro, con dividendi succosi per gli azionisti Swisscom. Vodafone, da parte sua, incassa, abbandona un mercato saturo e con tariffe ormai risicate come quello italiano e può investire in mercati emergenti. Essenzialmente, un'operazione di M&A così poderosa si giustifica con le condizioni attuali del mercato italiano telco, che è abbastanza saturo. La telefonia è l'unico settore in cui le privatizzazioni hanno creato un vantaggio per i consumatori. Per il resto, si sono verificati troppi passaggi da monopoli pubblici a monopoli privati – che con il mercato non c'entrano assolutamente nulla. La fusione per acquisizione avviene, inoltre, in un frangente che vede Tim in difficoltà, anche a causa dei tassi alti e del conseguente rialzo degli interessi sul debito da pagare. C'è da temere per la scomparsa di un operatore sul mercato? Generalmente, quando sparisce un competitor occorre sempre stare all'erta, soprattutto sul versante tariffario. Poi si vedrà.
Case green, chi paga?
Nuovo successo per le proteste dei trattori: la Commissione Europea (con un'astuta mossa pre-elettorale, avrebbe detto Fantozzi) ha redatto alcune proposte per mandare in soffitta l'obbligo dei terreni a riposo, che avrebbe costretto i coltivatori a tenere incolto il 4% delle loro fondi agricoli. In cambio, si pensa di introdurre incentivi a chi agirà ugualmente in questa direzione per libera scelta. Un passo indietro, dunque, da parte del dirigismo radicale dell'Ue, i cui diktat possono trasformarsi in norme ammazza-economia oppure, in alternativa, in grida manzoniane, che nessuno poi rispetta. Le partite ancora in corso sono comunque numerose e di grande significato: l'addio alle auto con motore endotermico, su cui Bruxelles non arretra di un centimetro, e l'ultima trovata, che vuole obbligare una parte dei proprietari di case meno “verdi” (più o meno 5 milioni nella sola Italia) a tirare fuori dal portafoglio somme molto forti per ristrutturarle – con il divieto per i proprietari inadempienti di affittare o vendere immobili ai proprietari di case in classi energetiche basse, a partire dal 2030. In pratica, quasi un esproprio mascherato. E' fin troppo ovvio che non sarà possibile costringere i proprietari di case a contrarre forti esposizioni debitorie per ottemperare alla direttiva – farlo significherebbe rischiare una crisi sociale (e un rivolgimento politico) di proporzioni inimmaginabili. Altrettanto improbabile è pensare che siano gli Stati membri a tirare fuori somme così enormi. Anche in questo caso, l'Ue non potrà che ripensare questa misura. Considerando, magari, che l'Europa è un mercato di 300 milioni di abitanti e che sulla transizione ecologica conta poco e niente. Soprattutto se Paesi molto estesi e abitati come India, Cina e, in parte, Stati Uniti proseguiranno a puntare su prodotti inquinanti (ben più dei nostri) e poco adeguati a una strategia ecologica.
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Tassi, la Bce non si muove
La Banca Centrale Europea è stata chiara: il costo del denaro, per ora, non cala. Il board, con le parole della presidente Christine Lagarde, ha “solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. L'imminenza delle elezioni europee, tuttavia, rende abbastanza probabile un segnale dell'Eurotower prima di giugno
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'inflazione stimata cala ancora, ma i tassi restano fermi. Lo ha deciso il board della Banca Centrale Europea, che non ha smentito le previsioni. “In questa riunione non abbiamo discusso di tagli“, ha affermato Christine Lagarde, presidente della Bce; “abbiamo solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. In breve, scordiamoci un cambio di rotta ad aprile: occorrerà sicuramente aspettare la fine della primavera, se non l'estate.
L'incognita elezioni
Le dichiarazioni della presidente Bce non sorprendono affatto, anche se i mercati iniziavano a scommettere su un alleggerimento anticipato rispetto alle previsioni. E' chiaro che le banche centrali non devono dare l'impressione di correre dietro ai mercati: per questo motivo, la posizione della Bce era inevitabile. Anche se probabilmente un piccolo anticipo rispetto alle previsioni ci sarà. Prima di tutto perché l'Europa è in stagnazione e ha bisogno di uno stimolo in quel senso. E poi perché dal 6 al 9 giugno sono in calendario le elezioni per il parlamento europeo, che rendono plausibile un segnale distensivo, pur obtorto collo, da parte della Bce. Una correzione simbolica, magari di 5 centesimi e nulla più, potrebbe orientare la scelta di una parte di elettori indecisi. Per questo motivo, l'avvio della politica di ribassi Bce potrebbe anticipare quello della Federal Reserve, considerato che per le elezioni presidenziali americane bisognerà aspettare novembre. A questo bisogna aggiungere che l'economia statunitense va decisamente meglio rispetto alla nostra – il che fornisce frecce all'arco degli “attendisti”. E' pur vero che Jerome Powell, in audizione al senato Usa, pur affermando che il Fomc sta attendendo certezze concrete che l'inflazione scenda al 2%, (attualmente “non siamo sicuri” di questo, ha detto), ha indorato la pillola rassicurando che l'obiettivo non è lontano. E con esso l'inizio del calo dei tassi. Va da sé che i termini “vicino” o “lontano”, privi di riferimenti certi, danno adito a un florilegio di interpretazioni. E di scommesse sui mercati.
Germania, allarme infrastrutture
A far tremare l'Europa è la crisi tedesca: per parafrasare un noto detto, basta un vetro rotto a Francoforte per far crollare palazzi nell'intero continente. Un ulteriore esempio di come la “locomotiva d'Europa” stia ansimando ci viene da un'inchiesta della Bild: lo studio rivela che in molti casi le infrastrutture sono vecchie e devono essere riparate oppure distrutte (come accaduto per un ponte sul Rahmede, in Renania-Vestfalia, divenuto pericoloso e fatto saltare per aria, per evitare conseguenze drammatiche). Secondo la Bild, per ristrutturare le strade e le ferrovie servirebbero cifre improponibili. Un commento è d'obbligo: a furia di sostenere e condurre politiche restrittive, è facile che in periodi di crisi ci si trovi con problemi di manutenzione ordinaria e impossibilità di finanziarla. Ciò si riverbera a cascata su vari ambiti. Prima di tutto sui trasporti delle merci, i cui ritardi poi vanno a creare un effetto domino sull'economia.
Il caso Tim
Intanto, le Borse mantengono un margine di oscillazione limitato: l'anno è partito bene (specialmente per Milano, che più di una volta ha vestito la maglia rosa dei listini europei) e, almeno per adesso, si mantiene solido. A preoccupare è, in questo periodo, il crollo di Tim, con un -25% in tre giorni. Tra i responsabili, il piano presentato dalla compagnia telefonica, con obiettivi di crescita e di abbattimento del debito giudicati pretenziosi (anche se il management ha buttato acqua sul fuoco, affermando che gli obiettivi sono raggiungibili). I dati sono usciti male e hanno causato il crollo in Borsa, con investitori spaventati da un debito maggiore del previsto, reso ancor più problematico dai tassi di interesse alti. Questo allarme, unito alle conseguenze della vendita della rete, ha reso lecito un interrogativo; a queste condizioni, dove avverrà la redditività futura? Allo scetticismo si è aggiunta, probabilmente, una buona dose di speculazione: alcuni hedge fund erano forse short già prima della comunicazione del piano, reso noto lo scorso 7 marzo, e ne hanno approfittato. A questi livelli, in ogni caso, il titolo Tim inizia a rivelarsi una buona opportunità di acquisto, con spazio di risalita del 20-25%.
Medaglia d'oro
Tranquillità, invece, sul fronte dei cambi e dell'energia. Il rapporto euro-dollaro resta nella fascia di sicurezza, come il petrolio, i cui livelli non sono per il momento influenzati dalla crisi di Aden. L'assenza di volatilità fa bene al prezzo del greggio: finché su questo fronte ci sarà la tranquillità, i livelli tariffari dell'oro nero non dovrebbero variare. Lo spread è ai minimi di tre anni (tra il silenzio generale). Rame e alluminio rimbalzano in modo poco significativo, mentre a stabilire primati su primati è l'oro. Nonostante il record assoluto del “re dei metalli”, è lecito osservare che nell'ultimo anno, con il deprezzamento del dollaro, un investitore in euro ha percepito lo stesso rendimento di chi ha scelto di “rifugiarsi” nell'oro. E' anche vero che un guadagno del 3%-4% legato al metallo giallo non ha una correlazione logica con il calo dell'inflazione, che dovrebbe invece alleggerire il valore dei beni rifugio. Secondo un'interpretazione (che resta tale, naturalmente), a scompaginare le carte potrebbero essere stati paesi come Russia e Cina, che a causa delle sanzioni attuali e del blocco dei depositi all'estero (la prima) e per timore di embarghi futuri (la seconda) si sarebbero premunite riempiendo di oro (e di sicurezza) i loro forzieri.
Bob a Cortina
Mancano meno di due anni ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina, ma le incertezze regnano sovrane: nonostante la scadenza ravvicinata, non si sa ancora dove si svolgeranno le gare di bob, slittino e skeleton. Il cantiere per la pista di v è stato aperto, anche se non c'è la sicurezza che il Cio approvi l'opera (la luce verde del comitato olimpico è necessaria per ospitare le gare nel nuovo impianto), né che, una volta finiti i Giochi, l'opera non diventi una cattedrale nel deserto, come quella di Cesana legata a Torino 2006. La soluzione ottimale sarebbe stata, a questo punto e con siffatti ritardi, virare sull'impianto di St Moritz (località vicina a Milano e già attrezzata per il bob), dirottando il denaro originariamente stanziato per la pista di Cortina alla viabilità sulle strade delle località olimpiche e alle ferrovie. Per consentire alla kermesse a cinque cerchi di lasciare al territorio un'eredità tangibile.
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Borse, lo storno può attendere
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.
Cattive notizie? Meglio ignorarle
In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.
Gas, nuove insidie da est
In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.
La privatizzazione di Poste Italiane
Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.
Debito subnazionale
A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.
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Bancari, l'investimento dell'anno
I tassi alti favoriscono ancora il settore del credito, che dovrebbe dare ancora soddisfazione ai mercati per tutto il 2024. Cioè fino a quando i tassi di interesse rimarranno sufficientemente alti, favorendo il raggiungimento di forti utili. Nel 2025, però, la stretta monetaria sarà gradualmente allentata, rendendo più difficile la progressione di questi titoli
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Tornano a brillare i titoli bancari, che evidentemente hanno ancora un potenziale inespresso. In un periodo che combina una rotazione settoriale a una buona intonazione dei mercati, le aziende di credito rimangono un settore che si dimostra in grado di premiare gli investitori e di superare anche periodi di stanca (pur temporanea) come lo scorso mese. Il mondo bancario rimane molto interessante per gli ottimi utili che gli istituti di credito hanno raggiunto e probabilmente macineranno nel corso del 2024, sulla spinta dei tassi di interesse alti. E che permetteranno la corresponsione di ottimi dividendi, attualmente compresi tra il 6% e il 10% in Italia e in Europa. I primi cali del costo del denaro, probabilmente, avranno uno scarso effetto sui titoli del comparto; nel 2025 poi, con un allentamento costante e incisivo della stretta monetaria, la stagione dei maxi-utili potrebbe finire, archiviando la lunga luna di miele tra investitori e banche.
BancoBpm, scambi quasi raddoppiati
Particolarmente vivace, in questo ultimo mese, il titolo di BancoBpm, protagonista di una crescita esponenziale dei volumi di scambio, che ha attirato anche l'attenzione della Consob: secondo Il Sole 24 Ore, l'aumento (da una media di 17 milioni si è passati a 30, con punte di 50 in un giorno) si è verificato dopo la cessione, da parte di Fondazione Crt, dell'1,8% delle azioni. Ci si chiede se questo trend sia in grado di favorire o disincentivare un'eventuale acquisizione dell'istituto lombardo-veneto da parte di Unicredit o di un altro grande gruppo; vedremo nei prossimi mesi se BancoBpm cercherà di effettuare una manovra difensiva, magari attraverso l'acquisizione di “pesci più piccoli”, con l'obiettivo di rendere più difficile un'eventuale scalata.
Italia penultima per emissioni azionarie
Il settore bancario ha contribuito a fare della Borsa di Milano il miglior listino europeo del 2023. Ma c'è anche l'altro lato della medaglia. Secondo l'Osservatorio sul mercato dei capitali di Equita, l'Italia è il penultimo Paese europeo per emissioni azionarie. Per quale motivo? Probabilmente, influisce molto la natura delle aziende che operano nel nostro ecosistema, che sono in gran parte Pmi. Alcune di esse hanno una capitalizzazione talmente modesta da rivelarsi invendibili. E poi quotarsi costa, soprattutto se le dimensioni dell'azienda sono minuscole. E può non convenire anche per industrie più grandi, soprattutto familiari. Se un'impresa che potrebbe capitalizzare oltre un miliardo ma ha un business stabile e collaudato e magari ha già risolto la questione della successione, perché dovrebbe quotarsi per forza, dividendo i proventi con il mercato? Insomma, molte aziende non entrano nei listini per i costi o per motivi strategici: la Borsa non è sempre considerata elemento per poter crescere. Anzi: chi è già sbarcato sui mercati, ma ritiene che l'operazione non abbia portato valore aggiunto, considera l'opportunità di fare un passo indietro. Non per niente, uno dei problemi che affligge Piazza Affari è il ciclo di delisting che ultimamente ha contraddistinto la Borsa di Milano.
Il caro-mutui danneggia l'immobiliare
Intanto, l'imminente calo dei tassi viene recepito dal mercato dei mutui variabili, che per la prima volta dopo un lungo periodo iniziano ad arretrare sul fronte dei costi. Ma non c'è tanto da festeggiare: in tre anni, secondo un'inchiesta della Fabi, gli interessi sui mutui sono addirittura triplicati. Risultato? Diminuisce il numero dei richiedenti prestito, e ciò influisce sul numero delle compravendite immobiliari, che calano sensibilmente. Rischiando di mandare in tilt l'intero settore del real estate. Le banche non sono esenti da responsabilità. Perché, in tempi non sospetti, avrebbero dovuto spingere le formule a tasso fisso, invece che invogliare i clienti a scegliere il variabile cercando un effimero risparmio di decimali (per esempio, da un 1% a un possibile 0,70%), con i rischi connessi. Una scelta che si sarebbe dimostrata etica, ma anche lungimirante, dato che il calo delle compravendite immobiliari, alla lunga, presenta pericoli non indifferenti anche per il settore bancario.
Btp Valore, il solito successo
E' partito il collocamento del Btp Valore, che offrirà un rendimento minimo garantito del 3,25% per i primi due anni, del 4% dal terzo anno in poi e un premio fedeltà per chi terrà i bond fino alla scadenza del sesto, mentre le cedole corrisposte saranno trimestrali. I primi giorni del collocamento mostrano il successo dell'operazione, come ampiamente previsto. Anche perché la pubblicità apparsa in televisione ha puntato solo e unicamente sulla rendita offerta da questo strumento, oltre che sulla sua natura garantita. Una facile presa per i risparmiatori, intenzionati ad approfittare delle ultime performance interessanti prima che i tassi inizino a calare, portandosi dietro i rendimenti dei buoni governativi.
Draghi: “per la transizione servono 500 miliardi l'anno”
Ha fatto scalpore l'intervento di Mario Draghi alla riunione informale Ecofin svoltasi tra il 22 e il 24 febbraio a Gent (Belgio), con la presenza dei ministri delle Finanze degli Stati membri Ue. L'ex presidente Bce ha affermato che l'Europa, per poter realizzare la transizione ecologica e quella digitale, dovrà investire 500 miliardi di euro l'anno. L'importo-monstre, ha proseguito Draghi, avrà anche il compito di colmare il distacco dagli Usa. Se non che, tutti questi soldi l'Europa non li ha – e tanto meno gli Stati membri. Anche per questo, Draghi ha suggerito l'intervento dei privati, realizzando per esempio un fondo Bei che serva proprio a finanziare le due transizioni. Ammesso che l'approccio radicale al green venga mantenuto. Perché si osserva un inizio di scetticismo dei grandi fondi americani nei confronti dell'esposizione “verde” e, in generale, per quella Esg. Gli strumenti di investimento seguono la vecchia strategia follow the money: forse, in un prossimo futuro si potrebbe delineare una tendenza meno spinta nei confronti della transizione ecologica a marce forzate.
Mercedes, frenata sull'elettrico
La retromarcia sul green potrebbe coinvolgere massicciamente l'automotive, soprattutto in Europa. Emblematico è il caso di Mercedes, che ha messo un freno al coinvolgimento nella produzione di auto elettriche. Praticamente, la casa tedesca ha affermato che continuerà a produrre vetture tradizionali, mentre il target che avrebbe dovuto portare le e-cars a rappresentare il 50% delle vetture prodotte slitterà dal 2025 al 2030. Per ora, ci permettiamo di aggiungere. Le ragioni sono chiare. Prima di tutto, le auto elettriche proprio non piacciono: il loro prezzo è troppo elevato, non ci sono infrastrutture sufficienti per la ricarica e, oltretutto, il processo di rifornimento è lunghissimo e inadatto al normale utilizzo di un mezzo privato di trasporto. Ammesso che ci si possa rifornire, ovviamente. Perché non più tardi di qualche fa, in Scandinavia e negli Stati Uniti molte e-cars si sono bloccate a causa del gelo, rivelando tutti i loro limiti. Proprio per questo, l'Ue dovrà fare i conti con l'approccio dirigista che la contraddistingue, imboccando la via della flessibilità e rendendosi disponibile a cambiare strategia ogni qual volta compaia un dubbio, una criticità o un'innovazione in grado di superare la precedente posizione. Fra dieci anni, l'auto a idrogeno potrebbe rappresentare un'alternativa praticabile e sicuramente meno inquinante rispetto alle macchine elettriche, inefficienti e difficili da smaltire alla fine del loro ciclo. Sarebbe quindi saggio, per l'Unione Europea, abbandonare la sua atavica rigidità e mostrarsi in grado, con un bagno di umiltà, di cambiare in corsa i propri obiettivi.
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Prosegue la rotazione settoriale: ora sorride il settore assicurativo
Mentre la Borsa di Milano chiude in attivo, ma sempre in un'ottica di trading range, a fare la fiammata è Unipol, con un balzo del 21%. Con la fusione interna, il gruppo bolognese accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili, offrendo soddisfazione ai suoi investitori. Soffre Eni, che però ha ottime prospettive di rilancio
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Subito dopo il balzo dell'1,15%, che l'ha portata a 31.685 punti (sui livelli di giugno 2008), la Borsa ha chiuso la scorsa settimana su toni cauti, influenzata (come gli altri listini europei) anche dal rallentamento di Wall Street che ha indebolito tutti gli indici europei. Piazza Affari ha comunque riportato un +2,2% settimanale, il miglior dato in Europa. Tuttavia, stiamo parlando di movimenti che non discostano Milano da un trend all'insegna di trading range e rotazione settoriale. Che rende difficile identificare un settore su cui puntare.
Chi ride e chi no
Questa volta è stato il mondo assicurativo a sorridere, grazie al +21% di Unipol; il gruppo bolognese, con l'acquisizione interna di UnipolSai, accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili. Ottenendo il plauso del mercato e soddisfazioni per i suoi investitori. Eni invece cala, a causa del -66% di utili 2023. Nessun allarme, però: in generale, i gruppi energetici e petroliferi, che oggi sembrano in difficoltà, potrebbero restituire ottimi dividendi la prossima primavera. E dare un po' di respiro agli investitori.
Inflazione americana
A influenzare (anche se non in maniera così drammatica) le Borse sono stati i dati di gennaio sull'inflazione americana, pubblicati dal Bureau of Labor Statistics: i risultati hanno evidenziato che l'indice dei prezzi al consumo su base annua è salito del 3,1%, contro il 2,9% previsto di mercati, mentre l'indice core, che esclude cibo ed energy, è cresciuto del 3,9%, contro le attese del 3,7%. In teoria, questi sono piccoli aggiustamenti, e i discostamenti dalle previsioni, quando si tratta di pochi decimi di punto, non influiscono più di tanto. Nonostante questo, i dati potrebbero dare alla Federal Reserve l'idea di rinviare il taglio dei tassi. Ciò significa che quasi sicuramente Jerome Powell attenderà alcuni mesi prima di iniziare la riduzione del costo del denaro. D'altra parte – lo si sapeva già - la discesa delle percentuali Fed è praticamente impossibile prima di giugno. Non solo: la Bce potrebbe anticipare la consorella americana nell'avvio di questa operazione.
I cinesi tagliano
Per ora è la Banca centrale cinese a tagliare i tassi: non succedeva dallo scorso agosto. Vedremo quanto la decisione macroeconomica di Pechino influirà sulle Borse mondiali. Sicuramente, le autorità monetarie cinesi stanno cercando di fermare, o almeno rallentare, la deriva economica con una mossa che cerca di dare sollievo a un mercato immobiliare in crisi. L'operazione da sola non basta per invertire la rotta, ma è probabilmente necessaria almeno per correre ai ripari. Tutto ciò mentre Pechino prosegue la sua politica di accaparramento di materie prime da un lato, e il suo wording aggressivo con Taiwan dall'altro. Entrambe le mosse (soprattutto la seconda) sono una dimostrazione di debolezza. Economica e politica.
Petrolio a zig zag
Il petrolio ha mostrato un andamento altalenante e, dopo un picco, ha subito un calo. Ma resta sempre a ridosso delle due fasce, quella di sicurezza (70-80 dollari al barile) e la successiva (80-90), anche con disallineamenti tra Brent e Wti. I metalli invece sono nel mezzo di un trading range molto stretto: il loro prezzo riflette una domanda scarsa dell'industria, dovuta alla crisi dei giganti europeo e cinese, con annessi pericoli di stagnazione. L'oro rimane appena oltre quota 2.000, ma oggi come oggi non sembra un investimento troppo conveniente. Per esserlo dovrebbe rendere più del 3,5% (tasso composto dalla performance attuale del Bund e l'1% annuo di mantenimento). Con il calo dell'inflazione, poi, sembra più conveniente mantenerne una quantità minima, ma come “assicurazione” contro eventuali episodi di volatilità causati da crisi geopolitiche.
Juventus in perdita
Sul fronte sportivo, si osserva che la Juventus ha annunciato un bilancio del primo semestre dell'esercizio 2023/24 in perdita di 95,1 milioni di euro, in peggioramento al rosso di 29,5 “consuntivata nel primo semestre dell’esercizio precedente”, afferma una nota del club bianconero. Una perdita che praticamente triplica i passivi precedenti e, prosegue il comunicato, dipende per 60 milioni circa “dagli effetti diretti correlati alla mancata partecipazione della prima squadra alle competizioni Uefa”. In pratica, la Juventus ha già giocato il suo jolly, l'aumento di capitale che, a quanto si vede, non è stato sufficiente per intaccare il rosso. La risposta a questi dati dovrebbe risiedere in un organico fair play finanziario: da un lato non c'è più posto per affari milionari come l'acquisto di Cristiano Ronaldo; dall'altro occorre gestire in maniera massiccia il mercato in uscita. Come ha fatto il Napoli che, fresco di scudetto (e di qualificazione Champions) ha ceduto Kim al Bayern. Risultato, gli azzurri sono la miglior squadra italiana per bilanci: secondo una proiezione riportata dalla Gazzetta dello Sport, con i suoi 123 milioni di euro, il Napoli sarebbe addirittura il club con il secondo miglior utile d'Europa, dopo il Manchester United. Certamente, quest'anno le prestazioni sportive dei partenopei lasciano a desiderare, ma ciò dipende da altri fattori, dato che la gestione del mercato in uscita non ha impedito alla squadra di rimanere quasi intatta.
Buyback
Un commento di Schroders ha evidenziato che il fenomeno dei buyback è in piena salute, e non solo negli Stati Uniti: soprattutto nel 2022, ma anche nel 2023, le aziende britanniche hanno riacquistato i loro titoli in modo ben maggiore rispetto al solito. Questo trend, prosegue Schroders, è in crescita in Europa, ma non soltanto: i buyback sono infatti aumentati tra le grandi imprese francesi e tedesche, ma anche giapponesi. E il divario tra Stati Uniti (storicamente molto più attivi nel riacquisto di azioni proprie) e resto del mondo si sta assottigliando. Questi fenomeni accadono quando i consigli di amministrazione vedono una decisa sottovalutazione dei titoli rispetto al minimo del mercato. Un esempio: se Eni vale sette volte gli utili, ogni investimento di 100 euro ne restituirà 13 a fine anno. In un mercato normale, questo 13% resta in tasca, anche in presenza di volatilità. Con un guadagno che rende valori multipli rispetto al Bund tedesco.
Nuovo scalo aereo
Sul fronte dei trasporti, sbarca a Milano un nuovo brand aereo: BeOnd, compagnia che offre ai suoi passeggeri solo viaggi in classe premium. La società, che da novembre offre già voli da Monaco, Zurigo e Riad a Malé (Maldive), opererà dunque sui cieli sopra la metropoli ambrosiana, ma anche da Bangkok e Dubai. La notizia dimostra che Milano è ancora in grado di destare attenzione e attirare i capitali: è pur sempre la capitale della moda e del lusso, e una delle città leader nell'arte, nella musica e nel design. In attesa, naturalmente, di capire quale sarà l'impatto dei prossimi Giochi Olimpici Invernali.
Ita-Lufthansa, corsa a ostacoli
Sempre parlando di traffico aereo, c'è però una notizia non positiva. L'Antitrust Ue ha infatti posto le sue condizioni per l'avvio operativo della nuova Ita targata Lufthansa. Condizioni che molti hanno definito draconiane: le proposte già avanzate dalla compagnia tedesca, che ha acquisito il 41% di quella italiana, con un piano che la vedrà crescere fino al 100%, sono state definite insufficienti, e integrate con nuovi obblighi. Tra questi, la cessione di slot e di rotte, anche nordamericane (in questo viene coinvolta anche United, perché partner di Lufthansa nel programma fedeltà e di codeshare Star Alliance), ma anche l'assistenza alle compagnie aeree che subentreranno. Con tanto di servizi di assistenza per i passeggeri a terra di questi vettori concorrenti, accesso alle lounge e codeshare (nonché accumulo di miglia) con voli Star Alliance. E' quest'ultimo obbligo – quello non solo di abbandonare gli slot, ma di aiutare compagnie aeree concorrenti – che non piace ai due vettori, tanto più che coinvolge anche società extra-europee, quindi più difficili da inglobare nell'accordo. Alla fine, è probabile che venga raggiunto un compromesso accettabile – si spera, con benefici per il consumatore: occorrerà evitare che, come è successo negli anni passati, le tariffe vadano a raddoppiare o triplicare, in nome magari di una malintesa idea di concorrenza.
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