Le Borse scommettono sulla ripartenza

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).

La lezione dei dazi

Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.

Guardare lontano

La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.

Finanziari alle stelle

L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.

Nessun piano B

Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.

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Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.

I motivi dell’inversione di tendenza

L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.

Non solo petrolio

Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.

Scenario moderato…

Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.

… o rischioso

Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.

L’oro si riassesta

Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.

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I mercati navigano a vista

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.

Percezione di provvisorietà

Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.

Il nodo di Hormuz

La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.

Bond o azioni?

Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.

Oro, in vista un assestamento?

Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.

Foto di Roger Ce su Unsplash


Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

Foto di Hide Obara su Unsplash


Le Borse tornano in forma

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Torna il sereno per le Borse europee, che hanno recuperato le scosse telluriche e la volatilità dello scorso mese, anche se Wall Street ha ottenuto una migliore performance. Milano ha stabilito nuovi massimi, per poi fermarsi in attesa dei dati macro Usa. Ad agevolare la ripresa (e i record), i dati annuali delle aziende, soprattutto quelle del settore finanziario, che hanno ancora una volta sorpreso tutti in positivo; unica eccezione rilevante Bff Bank, che ha subito un forte calo sia dell’utile 2025, sia delle previsioni relative a quest’anno, con il conseguente crollo in Borsa di oltre il 40%. Tuttavia l’istituto rappresenta solo una piccola spezzatura, che da sola non è in grado di influire sulla performance dei titoli finanziari.

Volo nipponico

Record anche per il Nikkei, che ha reagito positivamente alla netta vittoria elettorale della premier in carica Sanae Takaichi in Giappone. Con più di due terzi dei seggi alla Camera, la leader del partito liberaldemocratico ha i numeri per introdurre riforme costituzionali, ma anche cambiamenti alla gestione dell’economia, prevedendo tra le altre cose tagli alle imposte. E i mercati dimostrano di apprezzarlo.

Oro e argento si stabilizzano

Le materie prime hanno fermato il crollo, stabilizzandosi su valori comunque importanti: intorno ai 5.000 dollari l’oncia l’oro e a 80 circa l’argento. Difficile fare previsioni: a fine 2026 i prezzi dei due metalli potrebbero essere più alti rispetto a ora, ma non sono escluse correzioni violente nel corso dell’anno. Per questo, occorre tenere d’occhio le quotazioni, riservandosi di incrementare le posizioni in oro e argento in caso di calo del 10% o più, mentre è meglio rimanere fermi qualora si verificassero storni più contenuti.

La crisi di Stellantis

Oltre a Bff Bank, a calare sensibilmente a Piazza Affari è stata Stellantis (-25% circa) che ha pagato la svalutazione di oltre 22 miliardi (con la retromarcia sull’elettrico) e perdite totalmente inaspettate. A influire sul sell off massiccio in Borsa sono stati soprattutto la sospensione dei dividendi e la perdita netta attesa nel secondo semestre dello scorso anno. Condizioni, queste, che esigerebbero un aumento di capitale, che però non avverrà: Stellantis vuole ricorrere a un prestito ibrido di 5 miliardi di euro proprio per evitare questa eventualità. La “fuga” dall’elettrico dipende soprattutto dalla marca Chrisler, che ha quasi azzerato investimenti nelle e-cars dopo la decisione di Donald Trump di bloccare gran parte degli incentivi. Il brand aveva puntato moltissimo sull’elettrico americano ed è stato costretto a riconsiderare la sua piattaforma produttiva.

Il futuro delle auto europee

Il disimpegno dalle e-cars si è verificato anche in Europa, ma dipende essenzialmente dello scarso successo dell’elettrico tra gli acquirenti – mentre fra le cause è molto meno importante la timida inversione della Commissione Ue nella strategia green radicale. La decisione, di per sé, introduce una risposta più moderata al problema, sperando che non sia giunta troppo tardi.
Qualche osservatore afferma che l’automotive europeo (ma anche altri settori) potrebbe ricevere una spinta dall’accordo di libero scambio Ue-India, che coinvolge varie industry, puntando a raddoppiare l’export di Bruxelles verso Dehli entro il 2032. Tuttavia, ammesso e non concesso che le case automobilistiche dell’Unione sfondino davvero in questo mercato (impresa difficile, dati i numeri di Tata), ciò avverrà fra qualche anno. Fino ad allora, varie aziende automotive europee sono a rischio. Soprattutto le imprese italiane e tedesche (non per niente i due governi stanno procedendo all’unisono per affrontare gli ostacoli in sede comunitaria), ma anche quelle francesi.

Banca di Francia, le dimissioni del governatore

A proposito di Francia, hanno fatto scalpore le dimissioni del governatore della banca centrale, Villeroy de Galhau, che lascerà l’incarico il prossimo giugno, in anticipo rispetto alla scadenza naturale di fine 2027. Il banchiere, in una lettera ai dipendenti, ha puntualizzato che la sua scelta è stata del tutto autonoma, sottolineando di aver messo al corrente della decisione il presidente Emmanuel Macron, l’esecutivo transalpino e la numero uno della Bce Christine Lagarde. Secondo ciò che ha spiegato de Galhau, non c’è nessuno strappo, né alcun motivo straordinario: semplicemente, il governatore ha reputato di aver portato a termine l’incarico e di aver deciso di arrivare fino a giugno per concedere abbastanza tempo a Macron per scegliere il suo sostituto. Tutto ciò si verifica in una situazione molto complicata per la Francia, che non è riuscita ad approvare la nuova Finanziaria e ha dovuto ricorrere a una legge d’emergenza per consentire l’esercizio provvisorio nel 2026. Confermandosi ancora una volta il “malato d’Europa”.

Milano Cortina, pareggio a 1,7 miliardi

E’ stata fissata a 1,7 miliardi di euro la quota di pareggio per i Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina. Lo afferma il Sole 24 Ore. La somma serve per coprire le spese di organizzazione, che si sono alzate del 15%. Tutto ciò mentre i biglietti, i cui costi sono generalmente alti, sono lungi dall’esaurire la capienza degli impianti e di raggiungere la quota target (1,5 milioni di ingressi venduti). Qualsiasi cosa accada, occorre tenere in considerazione l’impatto positivo che le nuove infrastrutture avranno sui territori. Un impatto che non si vede subito, e non rientra nei documenti di “entrate e uscite”, ma che potrà essere valutato fra parecchi anni.

Foto di Kelly Sikkema su Unsplash


Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.

Nessun approccio dogmatico

Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.

Terremoto metalli

Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.

La ripresa delle Borse

Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.

Bollette ancora su

Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.

Milano-Cortina al cancelletto di partenza

Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.

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Oro e argento: una corsa inarrestabile?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.

Silvermania

Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.

Troppo caro per l’industria

Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.

Faro sulla Fed

Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.

Il dopo-Powell

Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.

Nuovi stress test

E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.

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Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.

Borse in ripiegamento

Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.

Il nodo della Corte Suprema

La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.

Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola

Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.

Sale il gas

Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.

Porsche in retromarcia

Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.

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2026, la grande incognita dei tecnologici

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno iniziato il 2026 proseguendo il trend positivo di San Silvestro, e non sono state toccate neppure dell’attacco americano in Venezuela, confermando il segno più alla riapertura. Il fenomeno mostra ancora una volta che – come abbiamo spesso ripetuto – i listini hanno sviluppato anticorpi molto forti contro le pesanti incertezze causate da turbolenze, geopolitiche e non. Il periodo di crisi causato prima dal Covid e poi dalla guerra russo-ucraina ha dunque contribuito a “vaccinare” le Borse, che sono così riuscite a passare indenni altri momenti molto sfavorevoli; anche lo scivolone post-dazi di aprile, che inizialmente sembrava aver messo alla prova la resilienza dei mercati, è stato recuperato in un paio di mesi. Ciò, ovviamente, non significa che non si debba rimanere in guardia dai rischi di nuove crisi sullo scacchiere mondiale; al contrario, i mercati dovranno sempre tenere antenne puntate e prestare la massima attenzione. Tuttavia, i listini sanno difendersi molto di più rispetto a quattro anni fa: da ottobre 2022 le Borse ignorano maggiormente i segnali geopolitici e guardano solo alla crescita e agli utili, spostando il loro orizzonte sul lungo periodo.

Cambio di leader

Per ora, dunque, si può prevedere un mercato 2026 costruttivo e positivo – magari non come l’anno scorso, a causa della maggior volatilità, ma comunque in crescita. Una grande differenza fra il 2025 e l’anno appena iniziato sembrerebbe l’affermarsi di una tendenza alla maggior omogeneità fra i vari comparti: mentre il 2025 è stato spesso caratterizzato da periodi di marcata rotazione settoriale, ora sembra più probabile che gli indici borsistici si muovano un po’ più all’unisono. Probabile anche un cambio di “maglia gialla” al vertice del gruppo: il 2025 ha visto una prevalenza dei mercati europei, mentre quest’anno a trainare la crescita potrebbero essere le Borse americane; ci si aspetta comunque una correlazione stretta fra i due poli, che dovrebbero fare entrambi bene. Come anche il Nikkei, che ha le potenzialità per reagire positivamente alla politica di moderato rialzo dei tassi decisa dalla banca centrale. La strategia valutaria vedrà invece gli Stati Uniti impegnati ad ammorbidire nuovamente la stretta monetaria, mentre ci si aspetta immobilismo da parte della Bce. Un’incognita prevista è quella legata al ciclo elettorale americano, specialmente se, come sembra, il Congresso rafforzerà una maggioranza di segno opposto a quella dell’amministrazione in carica.

Intelligenza artificiale: nuovi record o bolla?

Incerto il futuro borsistico delle aziende tecnologiche – soprattutto quelle che si occupano di intelligenza artificiale. In questo settore, da molto tempo in grande spolvero, sono stati convogliati centinaia di miliardi di dollari in investimenti, rendendo indispensabile un ritorno economico adeguato. In presenza di utili in grado di giustificare l’ingente impegno finanziario, questi titoli facilmente saliranno ancora. Altrimenti il valore in Borsa calerà. Insomma: il quadro sembra aperto anche alle soluzioni più divergenti, dalla possibilità di nuovi massimi al rischio bolla. Una piccola spia rossa è già comparsa a fine 2025 e ha riguardato Oracle: è bastato che, proprio a causa degli investimenti sull’intelligenza artificiale, i ricavi si attestassero al di sotto delle previsioni per causare un arretramento significativo delle azioni. Se dunque si verificasse un rallentamento generalizzato degli investimenti delle grandi bigtech sull’intelligenza artificiale, il settore potrebbe rallentare, frenando a sua volta la crescita economica.

Finanziari, preziosi e automotive

Un’altra incognita è rappresentata dai titoli finanziari, che l’anno scorso hanno spinto le Borse di Milano e di Madrid sul tetto d’Europa. Il 2026 di queste azioni potrebbe rivelarsi più tranquillo, riservando magari qualche soddisfazione a chi investirà su selezionati titoli bancari. Hanno invece tutte le potenzialità per crescere ancora i titoli collegati ai metalli preziosi: attualmente c’è molta volatilità sull’argento, con fluttuazioni fra il 3% e il 4%, ma alla fine sembra quasi scontato un grafico in forte crescita, capace di raggiungere i 90 dollari fra 12 mesi. E’ molto probabile che l’argento continui a correre più dell’oro, in grado comunque di arrivare il prossimo dicembre ai massimi, forse oltre i 5.000 dollari l’oncia. Per questo, sembra corretto mantenere i titoli dei metalli preziosi. Iniziando magari a investire anche sul settore automobilistico europeo, penalizzato dal green deal negli ultimi tre anni e ora, con il dietrofront della Commissione Ue, protagonista di un ritorno al centro del palcoscenico. A proposito di automotive, ha fatto parlare il sorpasso “in frenata” di Byd nei confronti di Tesla. Il gruppo di Elon Musk ha infatti chiuso il 2025 con 1,64 milioni di veicoli consegnati, a -8,3% rispetto all’anno precedente, mentre Byd ha archiviato l’esercizio con 2,25 milioni di auto vendute. A causare il cambio al vertice, i prezzi decisamente più abbordabili dei veicoli prodotti dalla casa cinese, che può anche sfruttare un maggior coinvolgimento del mercato europeo sulle auto elettriche, in rallentamento negli Stati Uniti.

Obbligazionario

Infine, uno sguardo all’obbligazionario. I Treasury americani, di cui è attesa un’emissione 2026 di 1,7 milioni di dollari (quasi pari al pil italiano), sembrano mantenere rendimenti interessanti (i decennali sono ancora oltre il 4%), ma risentono di un rischio di cambio molto forte. Attualmente, il rapporto euro-dollaro è posizionato oltre 1,16; difficile capire se scenderà intorno a quota 1,15 o si spingerà sopra 1,20; quest’ultima opzione sembra comunque più probabile. Per questo motivo, i bond a stelle e strisce non sono remunerativi come sembrano, dato che rischiano di guadagnare per interessi e perdere nel cambio. L’obbligazionario offre da parte sua poco spazio, soprattutto il governativo: con un rendimento del 2%, che poi al netto dell’inflazione ne restituisce poco più della metà, il settore garantisce sicurezza, ma non performance. Le obbligazioni corporate, invece, promettono performance inizialmente superiori a quelle dei titoli di Stato.

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Le Borse archiviano un 2025 molto positivo

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse si avvicinano a San Silvestro con un andamento cauto, che chiude all’insegna della calma un anno di grandi soddisfazioni per i mercati. D’altra parte, le contrattazioni piatte di fine anno sono abbastanza una costante: nel periodo natalizio sono pochissimi gli operatori che si dedicano alla compravendita di titoli, e questo dicembre è stato un mese piuttosto tranquillo e senza grandi sbalzi. Compatibilmente con i diversi calendari delle festività (più nutriti in Italia, Francia e Germania), la prima seduta sostanziosa del 2026 si terrà il 5 gennaio, ponte permettendo.

Brinda l’Europa

Si chiude dunque un 2025 in forte salita, che ha premiato i listini di varie parti del mondo, con particolari avanzamenti per i titoli dell’intelligenza artificiale e del settore difesa (che ha risentito dei maxi-progetti di riarmo), oltre alle “solite” banche e ai metalli preziosi. A soffrire, invece, il comparto automobilistico europeo, penalizzato dalla tendenza green radicale di Ursula von der Leyen e protagonista di un tentativo di rimbalzo solo dopo la parziale retromarcia di dicembre. Per il resto, alcuni settori più di altri hanno risentito negativamente dei dazi, che però – se eccettuiamo il tonfo di aprile, poi recuperato in scioltezza – non hanno avuto forza sufficiente per invertire il trend positivo dei listini. In particolare, i mercati europei hanno stappato lo spumante, con una crescita media di circa il 20%; il quadro positivo è stato favorito dagli utili, ancora succosi, e dal taglio dei tassi, ma anche dal quadro valutario e dalla volatilità abbastanza contenuta, a parte il severo storno di aprile e quello, più attutito, di ottobre. Chiude benissimo Milano, che in un anno ha aumentato il suo valore del 30%.

Il grande interrogativo di Wall Street

Nella crescita di Wall Street, il gruppo è stato invece tirato dai tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Una spada di Damocle grava però su un settore giovane, innovativo e in crescita verticale: i dubbi sulla possibilità di una bolla, che spesso vengono sollevati da esperti, analisti e giornali specializzati. La percezione diffusa fa leva sulle similitudini tra la situazione attuale del settore IA e le condizioni del Nasdaq a inizio 2000. Qualsiasi cosa accada, è bene enfatizzare che la Borsa guarda soprattutto gli utili: proprio per questo, una volta definita meglio la situazione, avverrà una scrematura fisiologica dei player IA, con pochi vincitori e molti perdenti. Proprio ciò che è accaduto nella bolla dotcom di inizio millennio. Per evitare brutte sorprese, il settore dell’intelligenza artificiale riflette sull’opportunità di proseguire i mega-investimenti che ne hanno contraddistinto le strategie: alcune case iniziano a rimandarli o a spalmarli su un periodo di tempo più lungo per salvaguardare la sostenibilità economica. Emblematico è il caso di Oracle, che proprio a causa dei forti investimenti IA ha raggiunto ricavi al di sotto delle previsioni, con il successivo crollo del titolo. A spingere le Borse, lo ripetiamo, sono soprattutto gli utili. Ciò significa che una società come Nvidia, che è valutata una volta e mezza il pil italiano, dovrà raggiungere ricavi stratosferici per giustificare questi numeri.

Chi è rimasto indietro

Visti i risultati 2025, era davvero difficile chiudere l’anno da perdenti. Ma, come sempre accade, c’è chi è rimasto indietro, portando a casa un guadagno minore, o addirittura le briciole. L’esposizione su titoli governativi in euro, per esempio, nel 2025 si è rivelata poco performante. Chi ha in portafoglio solo obbligazioni internazionali chiuderà l’anno con rendite vicine allo zero, o addirittura in negativo; di poco migliori, ma comunque mediocri, i portafogli bilanciati internazionali in euro. Penalizzanti anche gli investimenti in dollari: l’anno è stato infatti molto positivo per chi ha deciso, in totale controtendenza, di limitarli. Ad approfittare meno della situazione sono state le grandi case internazionali, che gestendo molti asset sono fisiologicamente più lente nello spostare investimenti da un comparto all’altro. Una caratteristica che, in presenza di una forte rotazione settoriale, ha giocato un ruolo importante nell’affermazione delle piccole boutique, che quando si muovono sul mercato non influenzano i prezzi e si possono permettere più libertà nell’operare. Il quadro 2025 ha dunque premiato la tempestività delle decisioni e la diversificazione degli investimenti.

Sempre più in alto

Fra i trionfatori del 2025 ci sono i metalli, specialmente oro e argento, che non accennano a fermare una corsa a pieni polmoni. Se per il “re” giallo era possibile prevedere una progressione geometrica, è stato un po’ più sorprendente il balzo dell’argento, che aveva iniziato l’anno sotto i 30 dollari e lo chiuderà sopra i 75. I segnali per l’inizio del 2026 sembrano positivi, ma è difficile prevedere se e quando un avanzamento così poderoso si fermerà e se lo storno sarà moderato oppure forte. Sono molti gli scenari possibili: nuovi record, uno stop temporaneo, un ritracciamento o una discesa verticale e improvvisa, anche del 20%. Certo è che, prima o poi, i due metalli dovranno prendersi una pausa. In questa situazione, potrebbe rivelarsi utile cedere una parte di questi asset e mantenerne un po’ come copertura.

Pazzo bitcoin

Discorso diverso per i bitcoin, che a meno di sprint clamorosi dell’ultimo momento chiuderanno a un valore inferiore rispetto a 12 mesi fa. Nel corso dell’anno, la principale criptovaluta aveva sfondato il muro dei 100.000 dollari, spinta dall’endorsment del presidente americano Donald Trump, da poco eletto, e dall’inclusione della moneta virtuale negli Etf. Il bitcoin si era poi stabilizzato fino al crollo di novembre, dovuto principalmente ai realizzi dei primi detentori di questo asset. Le previsioni 2026 dividono gli analisti: chi pensa che l’inclusione negli Etf possa sostenere la divisa virtuale scommette su un trend rialzista; viceversa, le tensioni geopolitiche e il conseguente desiderio di certezze (che non favoriscono investimenti ad alto rischio) sembrano suggerire una dinamica opposta. Tanto più che le analisi sulle criptovalute sono difficili anche per la volatilità intrinseca che le contraddistingue.

Foto di BoliviaInteligente su Unsplash


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