Federal Reserve, la cauta ripresa dei tagli

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Come previsto, la Fed ha tagliato i tassi dopo una lunga pausa. L’intervento è stato di 25 punti base e ha portato il costo del dollaro dalla forbice compresa fra il 4,25% e il 4,50% a quella tra il 4% e il 4,25%. Non è stato dunque introdotto il jumbo cut di 50 punti insistentemente chiesto da Donald Trump: più probabile che si verifichi un altro taglio (se non due) da 25 pb entro fine anno. Potremmo dunque parlare di “pareggio” nella querelle istituzionale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve, anche se è probabile che il taglio dipenda ben più dalle preoccupazione sui dati relativi al mercato del lavoro e alla disoccupazione che non dalle ripetute e ostili pressioni di Trump. La prudenza nell’intervento è probabilmente motivata dal nuovo aumento del vortice inflattivo, che ha costretto la Fed a barcamenarsi fra i timori opposti legati, appunto, alla disoccupazione (che avrebbero richiesto un jumbo cut) e quelli relativi alla crescita dei prezzi (che invece frenano l’abbassamento dei tassi). Secondo il presidente Fed Jerome Powell, sul pur controllato rialzo delle stime di inflazione per i prossimi due anni ha avuto un impatto non secondario (anche se minore del previsto) il sistema dei dazi introdotto da Trump: a dover pagare un prezzo per le tariffe sono le aziende, che a loro volta trasferiscono gli aumenti sulle spalle della clientela.

Operazione già scontata

Le Borse hanno reagito con una sostanziale neutralità al taglio della Federal Reserve: i mercati avevano già scontato l’operazione, ritenendola molto probabile, e si sono concentrati su altri stimoli. L’unico effetto della sforbiciata è stata la puntata del dollaro, arrivato vicino a quota 1,19 sull’euro.
I più iniziano a pensare che il biglietto verde possa scendere ulteriormente, intorno a 1,25. La valuta americana, almeno in questo periodo, dimostra una fragilità endemica che amplifica gli effetti dei dazi, ma questo non dispiace alle Borse: sembra paradossale, ma di solito il dollaro debole favorisce i mercati.

Pit stop per automotive e banche

Gli indici hanno trascorso un periodo improntato alla cautela, con una rotazione settoriale che ha premiato moderatamente le aziende del settore difesa. Sulla fase debole dei listini hanno invece avuto un impatto il calo europeo dell’automotive (dovuto alla debolezza della domanda dell’elettrico e al taglio delle stime relative a Porsche), il rallentamento della Cina e il mancato gradimento, da parte dei mercati, del rilancio dell’opa Bbva su Sabadell, evidentemente considerato insufficiente. Scontata la reazione della Borsa spagnola, improntata alla debolezza, mentre in tutta Europa il settore creditizio sembra aver esaurito la sua forza. Si sa che quando il mondo bancario si prende una pausa, la Borsa di Milano ne risente: non è quindi una sorpresa la reazione neutrale di Piazza Affari all’ottima notizia per la nostra economia, e cioè il miglioramento del rating Fitch dell’Italia, passato da BBB a BBB+ con outlook stabile. Un avanzamento che fa il paio con il passaggio della valutazione Idr a breve termine da F2 a F1 e le previsioni relative a un calo del deficit nel triennio 2025-27. Per gli investimenti, il periodo sembra consigliare l’attesa: fino a quando il mercato regge, meglio non alleggerire e non appesantirsi troppo in Borsa. Nell’obbligazionario, invece, non ci inganni lo stop ai tagli Bce in settembre: il costo dell’euro ha ormai raggiunto una percentuale neutrale e la rendita attesa è ormai bassa. I prossimi Btp avranno quasi sicuramente una rendita sotto il 2%: Nelle azioni americane del settore tecnologico ha fatto scalpore il maxi investimento di Nvidia in Intel, con un acquisto di azioni per 5 milioni di dollari e l’avvio di una collaborazione operativa: la notizia ha portato i titoli dell’azienda di semiconduttori e microprocessori fino al +26%. Oracle si è invece spinta fino al +40%, dato veramente sproporzionato, considerata la capitalizzazione dell’azienda, influenzato dall’accordo che vedrà il gruppo gestire la versione americana di TikTok.

La scalata dell’argento

Sul fronte delle materie prime, il petrolio rimane a valori molto moderati; a rallegrarsi della situazione è Trump, che punta a una quotazione moderata non solo del dollaro, ma anche del greggio, per motivi essenzialmente di consenso elettorale. L’oro è sempre in alto, confermandosi bene rifugio soprattutto in queste drammatiche condizioni geopolitiche. E’ invece salito, e di molto, l’argento. E sono molte le voci che lo vedono in grande ascesa nei prossimi mesi. Tuttavia, il metallo dei secondi gradini del podio è ancora molto indietro rispetto al differenziale di prezzo con l’oro degli anni 1970-80; in realtà, l’argento ha reso come un titolo decennale.

Risiko, Banco Bpm torna in campo

Sul fronte del risiko, Banco Bpm torna in campo, ma con una nuova, possibile operazione: tramontato il tentativo di acquisizione da parte di Unicredit, ora Piazza Meda potrebbe unirsi a Crédit Agricole Italia, che già controlla il 20% della banca lombardo-veneta e con cui ha anche vari accordi di collaborazione. Giuseppe Castagna, che si era opposto all’opa Unicredit, si è dimostrato più che possibilista sulla banque verte: pur affermando che l’opzione Agricole non sia quella preferita da Banco Bpm, né l’unica possibilità, ha comunque riconosciuto che a ora è “l’opportunità più chiara”, e che un m&a potrebbe rivelarsi “un bene per l’economia italiana”. E’ interessante capire se il governo opporrà il golden power o meno. Sta però di fatto che l’Agricole sembra non avere fretta: Jérome Grivet, amministratore delegato del gruppo francese, si è detto pronto ad aspettare “anche anni”. I contorni di una possibile fusione non sono così chiari: si parla di CA come cacciatore, ma sembra possibile anche la dinamica opposta, con Banco Bpm nel ruolo di compratore e il Crédit Agricole di preda. E intanto Mps è alla finestra, e – ha affermato Castagna – è una valida alternativa ai francesi. Insomma: questa partita metterebbe in difficoltà i bookmakers, mentre la ex protagonista – Unicredit – è scesa sotto il 2% in Generali, in previsione di una possibile uscita dal Leone di Trieste. Nel momento in cui sembra abbandonare il risiko bancario e assicurativo italiano, Andrea Orcel mantiene invece il faro su quello tedesco, più nel dettaglio su Commerzbank. Un dossier molto interessante, con Unicredit ormai quasi al 30%, alla vigilia di una lotta senza esclusione di colpi che vedrà, tra i difensori dell’autonomia della banca tedesca, anche il governo di Berlino, contrario a questa operazione.

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Le Borse ignorano ancora le tariffe di Trump. Ma fino a quando?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 1 agosto si avvicina e Donald Trump conferma i dazi del 30% per le merci provenienti dall’Unione Europea e dal Messico. Il presidente degli Stati Uniti, nello stesso tempo, minaccia nuove tariffe: il Congresso sta discutendo un disegno di legge che introdurrebbe dazi secondari fino al 500% contro chi acquista dalla Russia gas, petrolio e uranio; Trump ha annunciato l’appoggio alla misura, ma solo se gli sarà assicurata “flessibilità”. Il presidente, infatti, non vuole avere le “mani legate” nelle trattative con Mosca, mantenendo la “porta aperta” ai negoziati. Inoltre, ha minacciato l’inquilino della Casa Bianca, se la Russia non raggiungerà un accordo con l’Ucraina entro 50 giorni, chi commercia con Mosca sarà oggetto di dazi secondari al 100%. Le nuove misure colpirebbero molti Paesi, ma sarebbero rivolte soprattutto alla Cina e agli altri Brics. Trump, come detto, vuole però tenersi aperta una via di trattativa. Con la Russia. Ma, ça va sans dire, anche e soprattutto con Pechino, con cui Washington sta già trattando sul futuro dei dazi reciproci fra le due potenze, con colloqui a più livelli.

L’Europa protesta

E l’Europa? Esprime la sua delusione per il ritorno alla casella di partenza, lamentando che le trattative con gli Stati Uniti erano in atto e sembravano anche a buon punto. Maroš Šefčovič, commissario Ue per il Commercio, la Sicurezza economica, le Relazioni interistituzionali e la Trasparenza, ha detto chiaro e tondo che dopo cento ore di colloqui personali con gli americani e altre trattative a cui ha partecipato il suo team, le due delegazioni erano vicine a un accordo. Fino a quando Trump ha fatto saltare il banco. Per l’Ue, ha detto, Šefčovič, i dazi del 30% sono inaccettabili: se un accordo non sarà trovato, l’Unione sarà costretta a introdurre il suo bazooka, cioè misure di compensazione per circa 90 miliardi di euro. Si rischia una guerra commerciale, rinfocolata non solo dalle parole e dalle azioni aggressive di Trump, ma anche dai suoi toni, di molto sopra le righe. Il leader Usa sembra sottovalutare un rischio molto forte per l’economia americana, che in caso di dazi sarebbe colpita da impatti negativi, se non devastanti. A perderci sarebbero consumatori (leggi: elettori) e aziende statunitensi, con le facili conseguenze del caso.

Boe: “il protezionismo indebolisce il dollaro”

Non solo: come ha osservato il rapporto semestrale della Banca d’Inghilterra sulla stabilità del sistema finanziario, una conferma delle tariffe porterà il dollaro a indebolirsi ulteriormente. Trump, come si usa dire, sta tirando la corda, ma la sua amministrazione è sicuramente consapevole dei gravi rischi di questa politica per l’economia americana. Per questo motivo, si prevede che le “sparate” del presidente Usa rimarranno tali, e che il punto di caduta con l’Unione Europea sarà probabilmente al 10%, come nel caso dei rapporti commerciali Usa-Gran Bretagna. Se dovessimo arrivare a questo risultato, sarà sicuramente per una svolta di Trump – ormai compulsivo nell’annunciare una misura e smentirla a breve termine – più che per l’inesistente forza negoziale dell’Europa, che ha ceduto su tutta la linea agli americani sulla Digital tax, senza peraltro ottenere nulla in cambio. L’Ue, in altre parole, non cessa di dimostrare la sua inconsistenza: se il mercato unico funzionasse, i Paesi dell’Unione potrebbero anche scegliere di compattarsi e diminuire la loro presenza sul mercato americano, commerciando di più tra loro e aprendo nuovi canali con i Brics. Invece, ogni Stato membro va per la sua strada e i risultati si vedono.

Le Borse fanno ancora spallucce

Se molti investitori di tutto il mondo lasciano il dollaro perché non lo considerano sicuro come una volta, le Borse, soprattutto in Europa, rispondono alla nuova offensiva trumpiana con l’ormai usuale reazione: una moderata debolezza iniziale e un tranquillo recupero. La forza dei mercati è a suo modo sorprendente, come la scarsissima volatilità evidenziata dagli indici. Lo abbiamo ricordato più volte: dopo il tonfo dello scorso 2 aprile e il graduale recupero, le Borse hanno preso le misure e sembrano ignorare le devastanti sollecitazioni provenienti dall’amministrazione americana. Vedremo ora che cosa succederà il 1 agosto. Se un buon esito delle trattative eviterà una guerra commerciale – grazie a un ulteriore rinvio o al raggiungimento di accordi, anche provvisori – i listini non potranno che goderne. Nello sventurato caso in cui i dazi al 30% entrassero davvero in vigore, invece, i mercati rischierebbero due contraccolpi: uno diretto (a causa di uno stress degli indici dovuto alla definitiva introduzione delle misure tariffarie) e uno indiretto, proveniente dai primi effetti della telenovela-dazi sugli utili delle aziende quotate. Questo rischio è il più pericoloso: il calo degli indici, che le Borse “vaccinate” hanno tenuto a lungo fuori della porta, rischierebbe di rientrare dalla finestra, con la dinamica “i dazi abbassano gli utili; il calo degli utili provoca uno storno dei titoli in Borsa”. Trump afferma che gli Stati Uniti stanno guadagnando miliardi di dollari ogni giorno, ma che senso ha questo balzo in avanti se il denaro che entra viene poi perso per le contrazioni economiche causate dal protezionismo? Questi pericoli dovrebbero offrire ancora più motivazioni a Trump per fermare il giochino degli annunci e dei contro-annunci e iniziare ad affrontare in modo sistematico i vari nodi dell’economia americana e della politica interna ed estera statunitensi.

Il risiko tiene banco

Come detto, Piazza Affari, come gli altri mercati, ha praticamente ignorato il nuovo capitolo della soap opera dei dazi. Ma non si è mostrata indifferente alla settimana importante del risiko bancario. In primo luogo, il Tar del Lazio ha accolto le istanze di Unicredit, che considerava illegittimo il golden power sull’ops Banco Bpm. Tutto ciò mentre l’Ue ha espresso dubbi sulla luce rossa del governo italiano, che “potrebbe costituire una violazione” del diritto europeo. Poi, Crédit Agricole ha comunicato di aver chiesto il via libera alla Bce per salire oltre il 20% nell’azionariato Banco Bpm. La contendibilità di Piazza Meda è stata premiata con un rimbalzo del titolo dopo la sentenza del Tar. Ora Andrea Orcel dovrà decidere se riprendere l’attacco a Banco Bpm o lasciare un dossier su cui Unicredit rischia letteralmente di incartarsi. E’ invece riuscita l’offerta Biper sulla Popolare di Sondrio, anche se con circa il 58% delle adesioni e reazioni contrastanti, soprattutto in Valtellina. Continua infine l’opposizione di Mediobanca all’offerta Mps, che rende la complessa partita del risiko ancora imprevedibile.

Fondi di coesione, allarme per le regioni

Un nuovo allarme rosso scuote l’economia italiana. La Commissione Ue, fresca di voto di fiducia al Parlamento Europeo, sta pensando di riformare la gestione dei fondi di coesione, che sarebbero trasferiti non più alle regioni, ma direttamente allo Stato. L’operazione priverebbe la Lombardia di 4,4 miliardi di euro e costituirebbe un rischio per i benefici provenienti dalla gestione diretta delle risorse. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente (e drammaticamente) per un’altra trovata dell’esecutivo di Ursula von der Leyen: tagliare gli stessi fondi di coesione del 30% per destinare questa percentuale al bilancio comunitario per la difesa. Se questa operazione andasse in porto, si rischierebbero conseguenze imprevedibili per l’intera gestione dei territori in Europa.

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Russia-Ucraina: è l'ora delle trattative

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mondo ha gli occhi puntati sulle trattative dirette (le prime dal 2022) fra la delegazione russa e quella ucraina, che autorizza a sperare nell’interruzione di questa terribile strage. Nonostante le accuse incrociate, praticamente scontate, traspare da entrambi i contendenti la volontà di arrivare a una pace, anche se è ancora prematuro immaginarne i contorni e le condizioni.
E’ molto probabile che, oltre a questioni territoriali e militari, la Russia metta sul piatto della bilancia la revoca dei vari pacchetti di sanzioni, anche europee (l’ultimo, il 17esimo, è stato adottato ieri, e un altro è già stato annunciato). Oltre a Mosca, a beneficiare di uno stop all’embargo sarebbe l’Europa, la cui economia è stata danneggiata in modo grave dal quadro sanzionatorio.
Una volta finita la guerra occorrerà poi organizzare la ricostruzione dell’Ucraina, in cui l’Ue cercherà di ritagliarsi uno spazio – almeno quello lasciato libero dagli Stati Uniti, che con Kiev hanno già siglato l’accordo sulle terre rare.

Il prezzo del petrolio

Tra i temi sul tavolo, anche se non ufficialmente, sembra esserci anche il prezzo del petrolio, che divide Stati Uniti e Russia. Trump è ben felice che si mantenga basso: è una chiara strategia dell’amministrazione repubblicana per ingraziarsi i favori dei cittadini americani, lavorando per mantenere il pieno di benzina particolarmente economico. Putin, da parte sua, è molto svantaggiato dai prezzi soft del greggio, che vende a Cina e India a tariffe già molto scontate. Intendiamoci: se il petrolio scendesse ancora più in basso si rischierebbe di sfondare il già precario punto di equilibrio, causando recessione e cali delle Borse. Ma l’attuale valore di Brent e Wti potrebbe rivelarsi un’arma di pressione su Mosca. Più la guerra va avanti, più il suo peso si fa sentire anche sulla Russia: per questo motivo, è possibile un approccio meno rigido di Putin su un cessate il fuoco.

Borse in consolidamento

Le Borse, pur attente ai segnali di trattativa fra Mosca e Kiev, sono sembrate più condizionate in positivo dai tagli dei tassi in Cina e in negativo dall’incertezza sui dazi e dal downgrade del rating americano, declassato da Moody’s da AAA ad AA1. La decisione, causata in gran parte dall’enorme debito pubblico, pari a circa 36mila miliardi di dollari, priva Washington dell’ultima tripla A rimasta, allineando il rating Moody’s a quello di S&P e Fitch. Le prime reazioni negative dei mercati al downgrade sono state comunque annullate da un nuovo rimbalzo, che ha riportato gli indici sui trend precedenti. Le Borse europee, in generale, viaggiano intorno ai massimi, in una fase neutrale di consolidamento. Più lenti i listini americani, che però nel corso di questo mese hanno recuperato molto dai minimi e sembrano aver superato la fase di storno che aveva caratterizzato i primi mesi dell’anno. Per gli investitori è una fase di difficile interpretazione; oggi come oggi sembra però conveniente puntare sui titoli petroliferi, proprio in previsione di un ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, e magari acquistare qualche spezzatura del settore automobilistico. Incertezza invece sull’oro, che grazie alle trattative russo-ucraine – e la conseguente minor richiesta di beni rifugio – potrebbe aver concluso la sua corsa.

Dazi, punto di rottura

Abbiamo più volte ricordato che le Borse hanno digerito i dazi in tempi sorprendentemente rapidi, ma l’economia non ha ancora smaltito il colpo se non da ko, almeno da knock down.
L’osservazione è particolarmente calzante per l‘Unione Europea, che si sta dimostrando elefantiaca nella ricerca di un negoziato con Washington. D’altra parte, ha affermato Federico Fubini sul Corriere della Sera, per l’Ue rispondere non è facile: se venisse scelta la via dei controdazi si amplificherebbe il rischio di un “avvitamento” e di una spinta inflattiva; in caso di mancata reazione, invece, ci si esporrebbe a ulteriori attacchi da parte di Trump. Mario Draghi, in un discorso tenuto a Coimbra, ha parlato di dazi come “punto di rottura”: è un azzardo, ha detto l’ex presidente Bce, “credere che i nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti torneranno alla normalità”. Ma l’Europa, ha proseguito Draghi, deve provarci, e deve farlo con il massimo della forza, ragionando finalmente a una sola voce, e non con 27 risposte dissonanti. Se poi l’Ue vorrà davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana, ha aggiunto Draghi, “dovrà produrla da sé”. Nulla sarà più come prima, dunque? Riteniamo che la situazione sia difficile e problematica, in grado persino di ridefinire l’idea di Occidente. Tuttavia, con un po’ di buona volontà si può uscire dal tunnel. Elettori importanti di Trump, ma anche membri della sua amministrazione, hanno apertamente criticato la follia dei dazi; questo potrebbe indurre il presidente degli Stati Uniti (non estraneo a marce indietro e rivolgimenti dell’ultima ora) a tornare sui suoi passi. Anche perché il primo a essere danneggiato dalle tariffe è il consumatore americano. Che poi, una volta raggiunte le urne, diventa elettore e decide di conseguenza.

Difesa comune

A Coimbra, Draghi ha anche parlato del piano di difesa unica europea, caldeggiandone l’adozione. Definire un simile traguardo alla stregua di un’utopia, ha aggiunto, “equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare”. Tutto vero. Ma è lecito chiedersi se davvero l’ombrello difensivo Usa sia del tutto compromesso. E se la possibilità di essere attaccati rappresenti un rischio reale oppure un’opinione. Legittima, magari autorevole, ma comunque un’opinione. Per questi motivi, riteniamo che un piano di debito comune – in sé un’ottima idea – dovrebbe essere sviluppato per urgenze reali e condivise, come favorire l’economia, agevolare le imprese, creare posti di lavoro, investire sulla sanità e sulla sicurezza delle nostre città.

Tu vuoi fa’ l’americano…

Un ottimo volano per l’economia italiana sarà sicuramente la disputa della 38esima America’s Cup “Louis Vuitton” a Napoli, tra la primavera e l’estate del 2027. Secondo i piani del governo, l’evento velistico renderà più veloce il risanamento dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la sua trasformazione in un polo turistico, balneare e commerciale. Oltre, naturalmente, a una ricaduta di immagine positiva sull’Italia.
E’ ovviamente compito delle istituzioni nazionali e locali lavorare per quest’ultimo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto nel corso del grande afflusso di pellegrini a Roma.

Le mosse di Unicredit

Lo sbarco dell’America’s Cup a Napoli potrebbe anche favorire un disgelo tra governo italiano e Unicredit, che è sponsor della manifestazione. Si vedrà. Intanto, il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe chiesto alla Consob una sospensione di 30 giorni dell’offerta pubblica di scambio, per poter disporre di più tempo per esaminare gli spazi di intervento possibili dopo il golden power governativo. Proprio mentre Banco Bpm sta organizzando una campagna di difesa dall’ops.
Le cose non vanno meglio sul fronte tedesco: il governo di Berlino ha rilasciato dichiarazioni a difesa dell’indipendenza di Commerzbank, rendendo questa strada più ardua di una salita alpina.
Per Piazza Gae Aulenti i dubbi sono molti. Orcel è un manager molto preparato, e potrebbe decidere di cambiare strategia, senza scoprire le sue carte fino all’affondo finale.
Non è certo impossibile che Unicredit stia elaborando un “piano C”, virando sul mega-dossier Mediobanca-Generali, che è forse la partita più importante dell’attuale risiko bancario.

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Le Borse europee pagano dazio. Ma poi recuperano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno aperto questa settimana in ribasso. Molti giornali hanno parlato di crollo; tuttavia, il termine è apparso per lo meno esagerato. Un po’ perché il “lunedì nero” è avvenuto in un quadro che vede gli indici del nostro continente a +10% da inizio anno e in positivo da ancora più tempo. Un po’ ancora perché i rimbalzi del giorno successivo sembrano aver ridimensionato gli allarmi rossi scattati in apertura di settimana.

Wall Street soffre di più

Appare ben più preoccupante la situazione di Wall Street, proprio perché la Borsa americana inanella prestazioni negative da almeno tre mesi, e l’indice Fear and Greed della Cnn ha evidenziato che il mercato è pericolosamente vicino alla percezione di “paura estrema” da parte degli investitori. Nel 2025 (tenuto conto anche del deprezzamento del dollaro) l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti del 15% circa. Ma, se vogliamo dirla tutta, la crisi di New York è soprattutto crisi del tecnologico; altri settori hanno subito flessioni tutto sommato medio-basse oppure hanno sostanzialmente tenuto, e altri ancora vanno in netta controtendenza. Un titolo sulla cresta dell’onda è Berkshire Hathaway, che è in ottima salute ed esplora nuovi orizzonti, se è vero che ha l’intenzione di emettere un bond in yen.

Non solo tariffe doganali

Principali indiziati per il “lunedì nero” sono i dazi trumpiani in vigore da oggi nei confronti dell’Europa. Niente da dire: la decisione dell’amministrazione americana ha avuto sicuramente il suo peso, così come le speranze che i loro effetti siano meno devastanti di quanto temuto hanno contribuito al successivo rimbalzo (insieme al calo al 2,2% dell’inflazione nell’area euro). In fondo, se un residente negli Stati Uniti può acquistare oggi una bottiglia di vino italiano a 10 dollari sarà in grado di farlo anche domani a 12,50. Per gli americani, i prezzi erano cresciuti maggiormente quando l’euro valeva 1,60 dollari – eppure il crollo del mercato non c’è stato e i consumatori Usa hanno continuato ad acquistare prodotti europei. In ogni caso, uno storno (poi, come detto, ampiamente ridimensionato) era comunque atteso dopo tre mesi di picchi nei grafici: facile pensare che i mercati aspettassero il primo intoppo per far rifiatare le Borse, e che gli speculatori ne approfittassero.

Trump, perché?

A muovere Donald Trump nella sua ostinazione sui dazi sono soprattutto due convinzioni: da un lato che le imposte di frontiera siano in grado di favorire il rimpatrio delle attività delocalizzate dalle aziende americane dai tempi dell’amministrazione Clinton; dall’altro che i cittadini statunitensi tornino ad acquistare prodotti made in Usa, proprio per la loro ritrovata convenienza economica. Se il primo motivo può sembrare plausibile, il secondo è un chiaro errore di valutazione: gli americani ricchi, o di classe media, proseguiranno ad acquistare prodotti stranieri, soprattutto europei che – tecnologia a parte – hanno una qualità nettamente migliore rispetto a quelli statunitensi. Anche fermare la delocalizzazione però non è facile, immediato e conveniente: i costi di produzione americana sono molto elevati e occorre trovare la manodopera – il che allunga i tempi. Con il rischio, magari, che gli investimenti milionari per ritrasferire le strutture dal Messico agli Stati Uniti diventino superflui in caso di vittoria democratica alle elezioni di mid term. Per questo motivo, le grandi imprese potrebbero andarci caute, o semplicemente attendere, vanificando gli sforzi di Trump.

Il mese del risiko

Se a Piazza Affari le utility hanno evidenziato ottime performance, svolgendo egregiamente il loro mestiere di titoli difensivi, e i farmaceutici si sono comportati abbastanza bene, le banche hanno avuto la loro parte nel calo di inizio settimana, salvo poi rimbalzare alla seduta successiva. Tutto questo mentre il risiko bancario entra in una fase indubbiamente molto calda. La Bce e Banca d’Italia hanno dato il via libera all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit sulle azioni di Banco Bpm. Per il gruppo di Piazza Gae Aulenti, il primo ostacolo è superato – e sono già passati più di tre mesi dall’annuncio dell’ops. Prossimo passo, convincere gli azionisti di Piazza Meda ad aderire all’offerta (e ciò non è scontato, dato che l’offerta è carta contro carta, e quindi poco attraente) e il governo a non mettersi di traverso (e anche questo non è ovvio). C’è comunque l’impressione che le maggiori attenzioni saranno concentrate sulla partita Mediobanca-Mps-Generali. Una telenovela che continua ad arricchirsi di nuovi capitoli: ultimo tra questi, la lettera inviata da Piazzetta Cuccia alla Bce, con cui la banca d’affari ha segnalato un sospetto concerto tra Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio. Nel caso in cui l’opa senese su Mediobanca andasse in porto, puntualizza il documento, i due azionisti arriverebbero a un passo dal controllo di Generali. Non è escluso che la stessa Unicredit possa entrare nella partita Mediobanca, se l’ops di Banco Bpm non raggiungesse i risultati sperati. Una scelta di questo tipo avrebbe le sue motivazioni: Unicredit tornerebbe a dotarsi di una presenza importante nell’asset management dopo che la gestione Mustier aveva venduto Pioneer e altri “gioielli di famiglia” per tagliare i costi.

Polizze catastrofi naturali obbligatorie, un rinvio… a metà

E’ entrato in vigore soltanto per le aziende di grandi dimensioni l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa contro i rischi di calamità naturali e di eventi catastrofali. L’imposizione è stata infatti rinviata per le medie aziende (che comunque dovranno mettersi in regola entro il 1 ottobre) e quelle piccole (la cui scadenza sarà il 1 gennaio 2026). Il parziale rinvio è del tutto comprensibile. Si ha infatti l’impressione che la norma sia stata approvata troppo in fretta: troppi sono i punti ancora poco chiari, in una questione di grande complessità come l’ambito del cat-nat. In particolare, le organizzazioni di categoria hanno sollevato dubbi sulla copertura assicurativa dei macchinari in affitto o in leasing e il problema del costo dei premi, mentre non è del tutto evidente quali sovvenzioni o agevolazioni su risorse pubbliche saranno off limits per le imprese che non avranno ottemperato all’obbligo assicurativo (per 90 giorni, comunque, il blocco degli incentivi è sospeso). Di fronte a un problema crescente come le catastrofi naturali, l’obbligatorietà della polizza è pienamente comprensibile. Ma sarebbe stato ugualmente saggio prendersi un po’ di tempo per fugare tutte le incertezze legate a un’operazione di così vasta portata.

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Generali dietro la collina

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova stagione del risiko bancario, improvvisamente rivitalizzato dalle offerte pubbliche di scambio protagoniste di questa stagione invernale, sembra aperta a colpi di scena di ogni genere. A cominciare dal rialzo, da parte di Banco Bpm, dei valori relativi all’opa su Anima – strategia che molti hanno visto come intervento difensivo nei confronti dell’ops di Unicredit.Non per niente Andrea Orcel ha minacciato di far saltare l’offerta, paventando “rischi patrimoniali”. E scatenando sua volta una risposta da Bpm, che ha espresso “preoccupazione in relazione ai contenuti del comunicato stampa diffuso da Unicredit”.

Tra i due litiganti…

Mentre sale il livello dello scontro fra Piazza Gae Aulenti e Piazza Meda, rumours insistenti parlano di un possibile ingresso in campo di Intesa Sanpaolo, finora rimasta fuori dai giochi. In questo caso, la partita sarebbe (il condizionale è d’obbligo) l’offerta Mps su Mediobanca: il gruppo bancario guidato da Carlo Messina potrebbe affiancarsi ai senesi per trasformare il classico “topolino che cerca di mangiare un elefante” in un’operazione molto più proporzionata. La vera preda (sempre secondo le voci) sarebbe Generali. Un gruppo particolarmente appetibile: un po’ perché, nel caso di unione tra Intesa e il Leone (già naufragata qualche anno fa), verrebbe a formarsi il conglomerato bancassicurativo più grande d’Europa; un po’ perché un’operazione di questo tipo ha molte probabilità di essere benvista dalla politica; un po’ ancora perché, per un istituto di credito, l’acquisto di un gruppo assicurativo è teoricamente più semplice, grazie al Danish Compromise (norma europea relativa alla vigilanza che permette una disciplina più favorevole delle partecipazioni assicurative nei requisiti patrimoniali di un istituto bancario). Le voci, ovviamente, restano tali: per capirne di più si dovrà attendere aprile, mese in cui saranno rinnovate le cariche di Intesa Sanpaolo. In ogni caso, è facile osservare quanto fosse strano il disimpegno di Messina dalle grandi manovre in atto nel sistema finanziario italiano. D’altro canto, Generali potrebbe diventare appetibile anche per Unicredit, soprattutto nel caso in cui i dossier relativi a Banco Bpm e Commerzbank si rivelassero troppo ardui.

I rischi del “carta contro carta”

Le difficoltà del risiko 2025 sono comunque sotto gli occhi di tutti. Perché le “grandi manovre” vengono condotte in un periodo che non è proprio così favorevole a questi tipi di operazioni, dato che ultimamente il valore dei titoli finanziari si è alzato, e di molto. Fino a un anno e mezzo fa, le banche costavano relativamente poco: era quindi possibile acquistarle pronta cassa. Oggi il loro valore è aumentato di molto, obbligando i “cacciatori” a ricorrere a una formula – quella del “carta contro carta” – ben più difficile da far accettare agli azionisti della “preda”. Perché un conto è aderire a un’offerta e portare a casa denaro liquido e certo, un altro è cedere azioni per trovarsi in mano altre azioni, con tutti i rischi del caso.

Borse in grande spolvero

Detto questo, Piazza Affari è sembrata ringalluzzita dalle nuove pagine del romanzo-risiko, raggiungendo i massimi dal 2008 e vestendo la maglia rosa. In un quadro di crescita che ha investito l’intera Europa, dove le Borse sono state spinte dai titoli del settore difesa. In un periodo in cui il nostro continente è investito da una improvvisa febbre bellicista, la sola ipotesi di rialzo degli investimenti in armi ha spinto le azioni del comparto talmente in alto da trainare interi indici.

L’indotto degli armamenti

Come interpretare un’escalation dei titoli defence europei mentre la pace in Ucraina sembra improvvisamente possibile? Sicuramente, qualche esponente politico può essere genuinamente mosso da pruriti guerreschi, ma è possibile anche dare una lettura un po’ più maliziosa a questo improvviso entusiasmo.
E attribuire un ruolo importante, se non decisivo, all’esclusione delle spese militari (e del loro impatto sul debito) dal patto di stabilità: spendendo denaro pubblico per armi, droni e carri armati, i Paesi avrebbero la possibilità di creare un indotto in grado di mandare in ricircolo nuovo denaro, senza dover sottostare alle strette maglie dei controlli comunitari. Se, per esempio, le spese militari italiane passassero dall’1,6% al 3% del pil, libererebbero quasi 23.000 miliardi di stanziamenti aggiuntivi, andando a toccare a cascata vari altri settori. E’ difficile trovare altre spiegazioni logiche, dato che – come ha affermato pochi giorni fa Carlo Cottarelli – già oggi le spese militari europee sono superiori del 50% rispetto a quelle dichiarate dalla Russia.

Il tavolo che conta

Oltre a questo, è bene ricordare che un esercito europeo non esiste e la sua formazione incontra molte difficoltà: il potere che i singoli Paesi Ue hanno sulle proprie truppe e la mancanza di un coordinamento che non sia quello Nato; le strategie (e le posizioni politiche) diversificate; la neutralità di alcuni Paesi Ue; la presenza di molte lingue nell’Unione e una mobilità minore di quella esistente negli Stati Uniti. La “disunione” europea è emersa chiaramente al confronto convocato all’Eliseo da Emmanuel Macron sull’Ucraina – riunione a cui, tra l’altro, sono stati invitati solo alcuni Paesi dell’Unione (e la Gran Bretagna, non si capisce a che titolo) e Ursula von der Leyen in rappresentanza dell’Ue: al termine del dibattito, ognuno è tornato a casa con una posizione diversa, trasformando un vertice in poco più che un’inutile riunione conviviale.
Contemporaneamente, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov iniziavano a confrontarsi a Riad su eventuali negoziati di pace, aprendo il “tavolo che conta” ai fini delle trattative.

In attesa dei dazi

Sullo sfondo, si fa largo la consapevolezza che i soldi stanziati dagli Stati Uniti per l’Ucraina andranno restituiti: lo ha fatto capire chiaro e tondo Donald Trump, che ha suggerito a Kiev di pagare i debiti in terre rare, di cui il Paese è ricco. Volodymyr Zelensky ha respinto sdegnosamente la proposta al mittente; tuttavia, ci si chiede quale reale potere decisionale avranno le autorità ucraine quando si decideranno le sorti (e gli indirizzi economici) del Paese. Il presidente americano è particolarmente attivo anche sul fronte dei dazi, molti annunciati come arma di pressione su vari tipi di trattative, altri di più probabile applicazione, come quello sulle auto, che dovrebbe scattare ad aprile.
Problematiche potrebbero inoltre rivelarsi le tariffe doganali del 25% annunciate da Trump su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti – un vero e proprio gioco d’azzardo, che rischierebbe, alla fine, di causare un aumento dei costi e favorire la Cina. Particolarmente preoccupante è il caso del commercio dei rottami: nel caso fossero applicate nuove tariffe doganali, i produttori di alluminio secondario si troverebbero a vendere sul mercato a un prezzo maggiore. Se quindi gli Stati Uniti acquistassero rottami in Europa a una tariffa più alta del 15%-20% rispetto ai produttori del nostro continente, rischierebbero di creare un problema a tutta la filiera Ue del riciclo, mandando i nostri prodotti fuori mercato. Certo, l’Europa potrebbe sempre reagire con controdazi sull’esportazione del rottame, ma Bruxelles ha un processo decisionale troppo lento, che non induce a ottimismo su una reazione pronta ed efficace. A proposito di metalli, l’oro continua il suo trend in salita, favorito dalle incertezze geopolitiche.
Petrolio e dollaro, da parte loro, si trovano in una fase di trading range, mentre il gas è ancora oggetto di dinamiche speculative. Forse, soltanto un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina sarebbe in grado di spingere il valore del metano a prezzi più ragionevoli, anestetizzando le turbolenze di mercato causate prima dal Covid, poi dallo scoppio del conflitto.

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Fuochi artificiali dal risiko bancario

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Una nuova ops riporta alla ribalta il “monopoli” bancario. Dopo le offerte di Unicredit su Banco Bpm e di Montepaschi su Mediobanca, è infatti la volta di Bper, che ha messo nel mirino Banca Popolare di Sondrio. Un istituto tra i meglio gestiti in Italia e, per questo, molto ambito. Si tratta, per la precisione, di un’offerta pubblica di scambio volontaria pari a 4,3 miliardi di euro sulla totalità delle azioni ordinarie dell’istituto valtellinese, con un premio del 6,6%, in nome – almeno secondo Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper – dei “modelli di business coerenti” e della condivisione degli “stessi valori” da parte delle due aziende.

Un “gioco dell’ops” molto lungo. E incerto

Come Banco Bpm (a sua volta impegnato in un’opa su Anima) e Mediobanca, anche Pop Sondrio non gradisce il tentativo di conquista. L’offerta “nel suo insieme è distruttrice di valore ed è ostile” all’istituto di credito, ha sottolineato senza mezzi termini una nota del Comitato per l’autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio, che riunisce piccoli azionisti valtellinesi.
Il comunicato ha evidenziato similitudini con altre ops “da poco lanciate e attualmente in corso”, che rischiano di fare del sistema bancario italiano uno “tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato”.
Pop Sondrio è l’istituto di credito che più a lungo ha resistito all’obbligo di trasformazione in società per azioni introdotto dal governo Renzi per le Popolari: solo a fine 2021, e dopo anni di ricorsi, la banca retica ha approvato obtorto collo la nuova forma sociale. Nonostante questo, l’80% circa delle partecipazioni è ancora in mano ad “azionisti vari”, che potrebbero anche decidere la non adesione all’ops in forza di un legame identitario mai sopito.
Tanto più che, come le operazioni Unicredit-Banco Bpm e Mps-Mediobanca, anche l’ops Bper-Pop Sondrio segue la formula “carta contro carta”, che rende un’eventuale adesione molto meno attrattiva.
Per i “cacciatori”, l’impresa è quindi piuttosto ardua (paradossalmente, il dossier meno difficile è proprio l’ops Bper-Pop Sondrio, a condizione che la banca ducale riesca a dare rassicurazioni concrete al territorio). Ne sentiremo comunque parlare per molti mesi: in Italia, le offerte di acquisto o di scambio innescano in iter molto lungo, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove le operazioni si concludono anche in un paio di settimane,

“Pronto? Chi compra?”

La nuova campagna acquisizioni non si limita al mondo bancario. Voci insistenti parlano di un interesse di Iliad verso Tim. La società francese, divenuta simbolo della telefonia a prezzi economici, proverebbe nuovamente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nostro Paese dopo il flop dell’acquisizione Vodafone Italia, poi entrata in Fastweb (gruppo Swisscom).
Il dossier Tim potrebbe sembrare meno difficile del previsto, grazie ai prezzi modici di una società scorporata dal vero asset dell’ex Telecom, e cioè la rete.
Nella marcia dell’azienda francese verso l’ex monopolista, però, ci sarebbero anche alcuni concorrenti, tra cui Poste Mobile, il cui possibile intervento è visto da qualcuno come un tentativo dello Stato di ostacolare l’arrivo di una proprietà straniera, rientrando parzialmente nell’azionariato di Tim.

La Borsa sale

In questa girandola di tentati M&A, le Borse europee hanno reagito bene, con Milano che ha chiuso la scorsa settimana a 1,6%. Hanno corso, in particolare, Popolare di Sondrio – con un picco positivo venerdì scorso e un parziale ritracciamento da lunedì – e Iveco, che ha chiuso la settimana di oltre il 19% e sta continuando a salire. Il forte incremento della casa torinese è avvenuto dopo l’annuncio di un possibile spin off delle due società del settore difesa (Idv e Astra), a margine della presentazione dei dati 2024, chiuso con risultati migliori del previsto.
Così, un titolo che lo scorso dicembre navigava sui 9 euro ora veleggia oltre i 14. Il business di Iveco nel defence è stato a lungo quasi ignorato dai mercati. Era infatti usuale vedere la società come un’azienda dell’automotive, sottovalutando l’attività del gruppo nella costruzione di veicoli militari e loro componentistica. La Borsa di Milano, in ogni caso, ha nuovamente raggiunto i massimi, sfondando quota 37.000. E le aspettative di taglio tassi ingenerano ottimismo su tutti i listini europei: ci troviamo ancora in un trend positivo, e potrebbe essere il caso di fare un po’ di fine tuning su titoli che saranno favoriti dalla diminuzione del costo del denaro, come utility e petroliferi.

L’oro brilla più che mai

Il taglio dei tassi, naturalmente, ha conseguenze chiare sulle obbligazioni, il cui rendimento è in calo. A non fermarsi è invece l’oro, che contro le previsioni corre verso la quotazione di 3.000 dollari l’oncia.
Il trend dipende dall’esigenza di beni rifugio ma anche dagli acquisti effettuati da Paesi come Cina e Russia, desiderosi di sganciarsi dai circuiti internazionali per sfuggire agli effetti di sanzioni presenti o future.
A dare un ulteriore impulso al “re dei metalli” potrebbe essere l’avvio di un programma pilota in Cina, che darà per la prima volta luce verde alle assicurazioni per l’acquisto di oro. Il progetto ha le potenzialità per liberare miliardi di dollari di investimenti auriferi, in grado di pompare ulteriormente la sua quotazione. Se, per ipotesi, le compagnie assicurative si dotassero di oro per il 5% dei loro investimenti, il metallo potrebbe schizzare persino a 4.000 dollari.
Preoccupa, invece, l’aumento del gas sulla Borsa di Amsterdam, mentre il petrolio resta tranquillo nella fascia bassa di oscillazione.

Porsche a picco

Un venerdì da incubo, invece, per il titolo Porsche, ai minimi dal suo ingresso alla Borsa di Francoforte (2022). E’ infatti bastato un annuncio pessimista, da parte della casa di Stoccarda, sui profitti 2025 per trascinare le azioni a -6,8% (con un valore che è la metà rispetto ai massimi storici). Nel mentre, è stata comunicato il ritorno ai motori a combustione interna, chiaro passo indietro rispetto all’agenda elettrica.
Il decremento delle azioni Porsche rende ulteriormente cristallina la già evidente crisi dell’automotive tedesco. Diversa, invece, la causa dell’arretramento di Tesla, che prosegue dai primi di febbraio: la società di Elon Musk era talmente salita dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana da rendere quasi fisiologico un ritracciamento.

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I dazi deprimono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.

Bullismo o tattiche negoziali?

La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.

La Cina non è vicina

Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.

Europa debole

Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.

Euro debole

Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.

Bank of America: “investite in Europa”

In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.

La Bce ritocca i tassi, la Fed no

Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.

Commerzbank alza gli scudi

Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.

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Intelligenza artificiale, DeepSeek scatena uno tsunami sul Nasdaq

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Fino a pochi giorni fa, il nome di Liang Wenfeng era sconosciuto al grande pubblico occidentale. Ma lunedì scorso è cambiato tutto: la sua DeepSeek, start up di intelligenza artificiale con sede a Hangzhou, ha infatti conquistato le prime pagine dei giornali, dopo aver causato panico nella Silicon Valley e al Nasdaq. E’ bastato che DeepSeek superasse ChatGpt come app gratuita meglio valutata dagli utenti per alimentare un vero e proprio tsunami: Nvidia ha perso di botto oltre il 17%, lasciando sul terreno circa 589 miliardi di dollari per valore di mercato, e sono arretrati sensibilmente anche altri produttori di microchip (Micron e Broadcom) e bigtech come Alphabet, Microsoft e Oracle.

Un chatbot molto economico

A scatenare il terremoto a Wall Street è stata sicuramente la consapevolezza che le prestazioni del chatbot cinese possono rivelarsi migliori di quelle dei suoi concorrenti americani, ma soprattutto la differenza enorme di costi tra l’Ia made in Usa e quella sviluppata da Liang Wenfeng. DeepSeek abbatte i consumi dei competitor statunitensi e necessita di chip meno sofisticati (quelli, cioè, non inclusi nelle sanzioni Usa alla Cina). Ma, soprattutto, il suo sviluppo è costato davvero poco: realizzare ChatGpt-4 ha richiesto circa 100 milioni di dollari di investimenti, mentre il bot di Liang Wenfeng solo 6. Scoprire che una piccola realtà cinese, saltata fuori dal nulla (anche se fondata nel 2023) e realizzata con un importo molto minore, è capace di fronteggiare bigtech americane costate un’enormità, minacciando il primato dello Zio Sam nell’Ia, non poteva che sconquassare le Borse Usa. E così ha fatto, scatenando la paura del topolino in grado di mettere sotto scacco un branco di elefanti. Una cosa è emersa, e cioè la consapevolezza che l’intelligenza artificiale non è un club per monopolisti, ma c’è ancora spazio per la concorrenza e per nuove imprese.

Non è un “cigno nero”

Lo shock a Wall Street, che ha trasformato il grafico del Nasdaq in una parete a strapiombo, potrebbe assomigliare molto a un “cigno nero” per i tecnologici. Ma molto probabilmente non lo sarà. Semplicemente, le bigtech si stanno sgonfiando dopo aver corso molto, forse troppo. E ora si è verificato il ricalibramento che ci si aspettava per i tecnologici americani e che non dovrebbe stimolare un effetto domino. Non per niente, se Wall Street ha trascorso un lunedì da incubo, il resto dei mercati ha reagito più moderatamente, a parte i singoli casi di Siemens, Schneider Electric e Asml, sotto pressione perché specializzata nella produzione di chip. A una sofferenza dell’Eurostoxx ha risposto la tranquillità della Borsa italiana, che non ha praticamente fatto una piega.
La reazione blanda dell’Europa è una medaglia a due facce. Perché mostra anche una realtà incontrovertibile: nel duello Usa-Cina per l’intelligenza artificiale, noi siamo poco più che spettatori. Se il modello americano è molto efficiente e quello cinese dirigista, gli investimenti Ue sono legati più a fondi pubblici che a venture capital e devono comunque non scontentare gli spesso litigiosi Paesi membri. Ciò rende tutto molto macchinoso, escludendo l’Europa dalla partita. E questo non è un fatto positivo, dato che oggi chi controlla la tecnologia controlla il mondo.

Mps-Montepaschi, un assalto difficile

In Italia, le prime pagine dei giornali sono state conquistate dall’ops lanciata da Montepaschi su Mediobanca. Più che una risposta alle grandi manovre della concorrenza (i tentativi di Unicredit di rilevare Commerzbank e Banco Bpm), l’operazione tentata da Rocca Salimbeni pare finalizzata alla conquista di Generali proprio mentre il Leone ha avviato una partnership con Natixis nel risparmio gestito. Pesa anche la volontà di rivincita di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, che hanno contemporaneamente quote del “cacciatore” (Montepaschi) e delle “prede”, vera e presunta (Mediobanca e Generali). L’ops sembra un tentativo dei due soci di peso di Siena di tornare sul gruppo triestino, di cui avevano cercato (invano) di prendere il controllo. Il Tesoro sembra favorevole all’offerta – contrariamente a quanto era avvenuto con Unicredit-Banco Bpm, che aveva visto un’aperta opposizione da parte del governo.
Tuttavia, la conquista senese di Piazzetta Cuccia appare una strada in salita: il cda di Mediobanca ha già respinto l’offerta come “distruttiva di valore”. Così come resta difficile che vada in porto l’ops Unicredit-Banco Bpm: oltre alla forte resistenza dell’amministratore delegato di Piazza Meda Giuseppe Castagna, emerge lo scarso appeal delle offerte carta contro carta. Per il dossier Commerzbank occorrerà invece attendere le elezioni tedesche.

Tutti vogliono la Groenlandia

Nessuno lo avrebbe pensato fino a poco fa, ma oltre al voto in Germania, altre consultazioni saranno molto importanti per l’economia europea: quelle previste in aprile in Groenlandia.
Gli oltre 50.000 abitanti del territorio costituente del Regno di Danimarca sceglieranno infatti i rappresentanti chiamati a tracciare le linee guida per il futuro. I toni aggressivi di Donald Trump, espressi in una telefonata molto aspra con la premier danese Mette Fredriksen, hanno catapultato l’immensa e placida isola del nord al centro dell’attenzione. Se un’aggressione militare americana è fuori da ogni immaginazione, potrebbero invece manifestarsi pressioni Usa sulla popolazione groenlandese. In questo caso, “pressioni” è sinonimo di “denaro”: i cittadini della Groenlandia sono in maggioranza favorevoli all’indipendenza, ma tutto a un tratto diventano contrari (80%) qualora la sovranità nazionale significasse la perdita degli ingenti sussidi stanziati da Copenaghen.
Da questo ragionamento emergerebbe che Nuuk sarà di chi la paga di più (anche se, ovviamente, la situazione non è così semplice come potrebbe apparire). Sicuramente, il ruolo dell’Unione Europea in questa crisi è (o almeno dovrebbe essere) fondamentale. L’Ue è presente nella capitale dell’isola con un ufficio, e punta a dire la sua (naturalmente con l’autorizzazione della Danimarca e della Groenlandia) nell’estrazione e nell’utilizzo di uranio, metalli rari e altre materie prime presenti nell’isola. Vedremo se Bruxelles, una volta tanto, riuscirà a far sentire il suo peso e instaurare una collaborazione win-win-win con Copenaghen e Nuuk, fermando le mire espansionistiche americane.

Tassi, possibile sorpresa Fed?

Sembra acclarato che il 2025 della Federal Reserve sarà abbastanza stabile, con tagli poco frequenti, se non simbolici. Ma c’è chi prevede addirittura uno stop completo alla discesa. In particolare, a utilizzare toni hawkish nelle sue previsioni è stato Larry Fink nel corso del World Economic Forum di Davos. Secondo il ceo di Blackrock, l’economia americana proseguirà a correre nel corso di quest’anno, almeno fino al primo trimestre. Per questo motivo, ha affermato Fink, la Federal Reserve potrebbe decidere di tenere i tassi stabili per alcuni mesi e poi tagliarli un po’. Ma, sempre secondo il ceo di Blackrock, se l’economia si confermasse brillante, la banca centrale americana potrebbe addirittura invertire la rotta e alzare il costo del denaro.
Una scelta che invece è preclusa alla Banca Centrale Europea, il cui percorso obbligato contempla il calo inesorabile dei tassi.

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Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

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Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

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