Le Borse archiviano un 2025 molto positivo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si avvicinano a San Silvestro con un andamento cauto, che chiude all’insegna della calma un anno di grandi soddisfazioni per i mercati. D’altra parte, le contrattazioni piatte di fine anno sono abbastanza una costante: nel periodo natalizio sono pochissimi gli operatori che si dedicano alla compravendita di titoli, e questo dicembre è stato un mese piuttosto tranquillo e senza grandi sbalzi. Compatibilmente con i diversi calendari delle festività (più nutriti in Italia, Francia e Germania), la prima seduta sostanziosa del 2026 si terrà il 5 gennaio, ponte permettendo.
Brinda l’Europa
Si chiude dunque un 2025 in forte salita, che ha premiato i listini di varie parti del mondo, con particolari avanzamenti per i titoli dell’intelligenza artificiale e del settore difesa (che ha risentito dei maxi-progetti di riarmo), oltre alle “solite” banche e ai metalli preziosi. A soffrire, invece, il comparto automobilistico europeo, penalizzato dalla tendenza green radicale di Ursula von der Leyen e protagonista di un tentativo di rimbalzo solo dopo la parziale retromarcia di dicembre. Per il resto, alcuni settori più di altri hanno risentito negativamente dei dazi, che però – se eccettuiamo il tonfo di aprile, poi recuperato in scioltezza – non hanno avuto forza sufficiente per invertire il trend positivo dei listini. In particolare, i mercati europei hanno stappato lo spumante, con una crescita media di circa il 20%; il quadro positivo è stato favorito dagli utili, ancora succosi, e dal taglio dei tassi, ma anche dal quadro valutario e dalla volatilità abbastanza contenuta, a parte il severo storno di aprile e quello, più attutito, di ottobre. Chiude benissimo Milano, che in un anno ha aumentato il suo valore del 30%.
Il grande interrogativo di Wall Street
Nella crescita di Wall Street, il gruppo è stato invece tirato dai tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Una spada di Damocle grava però su un settore giovane, innovativo e in crescita verticale: i dubbi sulla possibilità di una bolla, che spesso vengono sollevati da esperti, analisti e giornali specializzati. La percezione diffusa fa leva sulle similitudini tra la situazione attuale del settore IA e le condizioni del Nasdaq a inizio 2000. Qualsiasi cosa accada, è bene enfatizzare che la Borsa guarda soprattutto gli utili: proprio per questo, una volta definita meglio la situazione, avverrà una scrematura fisiologica dei player IA, con pochi vincitori e molti perdenti. Proprio ciò che è accaduto nella bolla dotcom di inizio millennio. Per evitare brutte sorprese, il settore dell’intelligenza artificiale riflette sull’opportunità di proseguire i mega-investimenti che ne hanno contraddistinto le strategie: alcune case iniziano a rimandarli o a spalmarli su un periodo di tempo più lungo per salvaguardare la sostenibilità economica. Emblematico è il caso di Oracle, che proprio a causa dei forti investimenti IA ha raggiunto ricavi al di sotto delle previsioni, con il successivo crollo del titolo. A spingere le Borse, lo ripetiamo, sono soprattutto gli utili. Ciò significa che una società come Nvidia, che è valutata una volta e mezza il pil italiano, dovrà raggiungere ricavi stratosferici per giustificare questi numeri.
Chi è rimasto indietro
Visti i risultati 2025, era davvero difficile chiudere l’anno da perdenti. Ma, come sempre accade, c’è chi è rimasto indietro, portando a casa un guadagno minore, o addirittura le briciole. L’esposizione su titoli governativi in euro, per esempio, nel 2025 si è rivelata poco performante. Chi ha in portafoglio solo obbligazioni internazionali chiuderà l’anno con rendite vicine allo zero, o addirittura in negativo; di poco migliori, ma comunque mediocri, i portafogli bilanciati internazionali in euro. Penalizzanti anche gli investimenti in dollari: l’anno è stato infatti molto positivo per chi ha deciso, in totale controtendenza, di limitarli. Ad approfittare meno della situazione sono state le grandi case internazionali, che gestendo molti asset sono fisiologicamente più lente nello spostare investimenti da un comparto all’altro. Una caratteristica che, in presenza di una forte rotazione settoriale, ha giocato un ruolo importante nell’affermazione delle piccole boutique, che quando si muovono sul mercato non influenzano i prezzi e si possono permettere più libertà nell’operare. Il quadro 2025 ha dunque premiato la tempestività delle decisioni e la diversificazione degli investimenti.
Sempre più in alto
Fra i trionfatori del 2025 ci sono i metalli, specialmente oro e argento, che non accennano a fermare una corsa a pieni polmoni. Se per il “re” giallo era possibile prevedere una progressione geometrica, è stato un po’ più sorprendente il balzo dell’argento, che aveva iniziato l’anno sotto i 30 dollari e lo chiuderà sopra i 75. I segnali per l’inizio del 2026 sembrano positivi, ma è difficile prevedere se e quando un avanzamento così poderoso si fermerà e se lo storno sarà moderato oppure forte. Sono molti gli scenari possibili: nuovi record, uno stop temporaneo, un ritracciamento o una discesa verticale e improvvisa, anche del 20%. Certo è che, prima o poi, i due metalli dovranno prendersi una pausa. In questa situazione, potrebbe rivelarsi utile cedere una parte di questi asset e mantenerne un po’ come copertura.
Pazzo bitcoin
Discorso diverso per i bitcoin, che a meno di sprint clamorosi dell’ultimo momento chiuderanno a un valore inferiore rispetto a 12 mesi fa. Nel corso dell’anno, la principale criptovaluta aveva sfondato il muro dei 100.000 dollari, spinta dall’endorsment del presidente americano Donald Trump, da poco eletto, e dall’inclusione della moneta virtuale negli Etf. Il bitcoin si era poi stabilizzato fino al crollo di novembre, dovuto principalmente ai realizzi dei primi detentori di questo asset. Le previsioni 2026 dividono gli analisti: chi pensa che l’inclusione negli Etf possa sostenere la divisa virtuale scommette su un trend rialzista; viceversa, le tensioni geopolitiche e il conseguente desiderio di certezze (che non favoriscono investimenti ad alto rischio) sembrano suggerire una dinamica opposta. Tanto più che le analisi sulle criptovalute sono difficili anche per la volatilità intrinseca che le contraddistingue.
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Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.
Le preoccupazioni Bce
Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.
La (parziale) retromarcia di Trump
I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.
Bitcoin in rotta
Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.
Il caso Airbus
Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.
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Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.
Come uno stress test
Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.
Fed, in evidenza il partito pro-tagli
Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.
La pace piace
Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.
Qualcuno volò sul nido delle bigtech
Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.
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Borse senza una direzione precisa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.
Su e giù
La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.
Bolla Ia: sì o no?
Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.
Saltano gli schemi
Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.
Il nodo Taiwan
Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.
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L'intelligenza artificiale sulle montagne russe
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’intelligenza artificiale prima sale, poi scende. E’ tutto iniziato con l’accordo fra Amazon e Open Ai, intesa settennale che prevede la possibilità, per la proprietaria di ChatGpt, di utilizzare con effetto immediato il cloud di Amazon Web Services, per un corrispettivo di 38 miliardi di dollari. L’accordo, con cui Open Ai vuole ridurre la dipendenza da Microsoft e, nel contempo, utilizzare capacità di calcolo enormi, aveva inizialmente causato un balzo in avanti del 6% per il gruppo con sede a Seattle.
Il Nasdaq e le Borse asiatiche avevano reagito positivamente, per poi ripiegare: le vendite di azioni a New York si sono ripercosse anche in Estremo Oriente con una correzione importante, causata dai timori di una bolla. A influire sul calo delle Borse, che si è esteso all’Europa, anche la dichiarazione di David Solomon e Ted Pick, rispettivamente ceo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che durante una conferenza a Hong Kong hanno paventato un possibile storno molto severo nei prossimi due anni. “Una contrazione del 10%-15%”, ha detto Solomon, “accade spesso, anche nel corso di cicli di mercato positivi”; “dovremmo accogliere favorevolmente la possibilità che avvengano ribassi del 10%-15%”, ha confermato Pick, non spinti “da una specie di effetto macroeconomico”. Come sembra di capire, la sfida dell’intelligenza artificiale è solo all’inizio, e non sarà priva di ostacoli. Perché le valutazioni appaiono molto più alte rispetto al reale valore delle società: si stima, per esempio, che Nvidia, per sostenere il suo valore in Borsa, dovrà totalizzare almeno 150 miliardi di utile in cinque anni – traguardo da cui oggi sembra distante. Ma, a parte questo, c’è chi viaggia come un treno e chi rimane indietro: per ogni gruppo che corre, ce ne sono molti che arretrano, o scompaiono.
In ordine sparso
A influenzare il grafico in discesa si aggiungono i dubbi e le opacità legate all’accordo Stati Uniti-Cina su dazi e terre rare. Anche le Borse europee, come anticipato, si sono prese una pausa. Dopo vari mesi di chiusura in positivo, sono infatti arrivate vicine ai massimi, ma poi hanno aperto la nuova settimana in ordine sparso per, infine, arretrare. A questo si aggiunge il costante recupero del dollaro sull’euro (ora il rapporto fra le due valute veleggia su quota 1,15) e il ritracciamento dell’oro e dell’argento, nuovamente in ribasso rispetto ai massimi. Il petrolio è sempre in posizione soft, ma gli automobilisti non lo percepiscono: il rialzo del dollaro rende automaticamente un po’ meno conveniente il prezzo alla pompa, anche se siamo ben lontani dai valori del 2022. I bitcoin, infine, sono in discesa.
Top e flop
A Piazza Affari ha aperto la settimana in grande spolvero il titolo di A2A, che ha raggiunto i massimi da febbraio 2008. La prestazione dipende in buona parte da Morgan Stanley, che ha innalzato la valutazione sull’azienda energetica da equal weight a overweight, aumentando il prezzo target da 2,55 a 3,25. L’ottimo giudizio si è innestato in un periodo favorevole per il comparto delle utility, che ha coinvolto positivamente anche altre aziende, come Enel. Crollo invece per Campari, dopo il sequestro di azioni per oltre 1,2 miliardi di euro della controllante lussemburghese Lagfin, accusata di “dichiarazione fraudolenta mediante artifici” e di “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”. Il titolo ha pagato dazio anche se, ha puntualizzato Lagfin in una nota, la questione riguarda la stessa holding e non il gruppo Campari, né la società italiana “Davide Campari-Milano” e neppure altre aziende controllate. La holding si è comunque detta “certa di avere sempre operato nel pieno rispetto di tutte le norme, incluse quelle fiscali italiane”, affermando che “si difenderà vigorosamente con sereno rigore in tutte le sedi deputate”.
Taglio Fed: sì, ma…
Mentre la Bce lascia il costo dell’euro invariato, negli Stati Uniti si allenta ancora la stretta monetaria: la Federal Reserve ha tagliato nuovamente i tassi di 25 basis point, abbassando la forbice fra il 3,75% e il 4%. Ci si attende un altro intervento a dicembre, anche se un’eventuale persistenza delloshutdown americano rischia di far saltare l’eventuale taglio di fine anno (comunque già scontato dagli investitori) o di posporlo a gennaio o febbraio 2026. Per il momento, il mercato del lavoro americano non è a rischio; tuttavia, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che guidare immersi nella nebbia obbliga il conducente a un rallentamento. In questo caso, la mancata visibilità è causata dall’assenza di informazioni sul lavoro, che non vengono prodotte proprio a causa dello stop temporaneo alle attività non essenziali: per questo motivo, la sospensione (dei dati macro) ne causerebbe un’altra (degli interventi sul costo del dollaro). In una situazione che comunque vede un rallentamento già in atto del mercato del lavoro e nuovi rischi sul versante dell’inflazione. Tutti sperano che lo shutdown si trasformi presto un brutto ricordo; c’è però l’impressione che solo un passo indietro di Donald Trump – magari mascherato da atto di responsabilità e di attitudine al negoziato – possa risolvere la situazione in tempi brevi.
Tassa sulle banche, per Messina è “gestibile”
Mentre la tassa sulle banche fa discutere, Carlo Messina butta acqua sul fuoco. Precisando che per conoscere l’aliquota vera e propria occorrerà attendere il varo della manovra, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha comunque sottolineato: “L’impatto che potremmo avere sia sul risultato netto che sul patrimonio netto è completamente gestibile. E quindi non siamo assolutamente preoccupati per questo impatto”. Un’altra voce autorevole prova dunque a quietare le apprensioni legate a questo intervento: l’entità dell’imposizione, così come è stata anticipata, sembra accettabile, a fronte degli utili record raggiunti dagli istituti di credito. In ogni caso il titolo di Intesa, insieme Mps, sembra fra i più interessanti in un momento in cui si aprono opportunità interessanti nell’acquisto di azioni bancarie.
Scope ottimista sull’Italia
Interessante anche, in un’ottica più macro, l’investimento sul sistema Italia: anche Scope, agenzia di rating con sede a Berlino, ha confermato la valutazione BBB+ dei buoni del tesoro tricolori, ma con un outlook passato da “stabile” a “positivo”.
I vari miglioramenti dimostrano che qualche passo in direzione di un approccio virtuoso è stato compiuto: sia chiaro, l’Italia non ha superato i suoi problemi, ma ora è messa meglio di altri Paesi europei.
Foto di Marivi Pazos su Unsplash
Nuovo tira e molla sui dazi: Borse sulle montagne russe
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il fine settimana borsistico europeo è stato contraddistinto da un “giro” sulle montagne russe: prima uno storno, poi il recupero quasi totale.
Ancora una volta, secondo gran parte degli osservatori, c’è un responsabile: il tira e molla sui dazi, con il presidente americano Donald Trump che annuncia le tariffe e poi si corregge. La minaccia iniziale di applicare tasse doganali dal 1 giugno ai prodotti dell’Unione Europea, definita troppo lenta nelle trattative, ha dato un colpo in basso ai listini; poi, la proroga unilaterale dell’ultimatum al 9 luglio li ha spinti su. Annullando quasi del tutto lo storno.
La solita boutade
Che i due effetti-annuncio abbiano influito sul “su e giù” degli indici è indubitabile. Però non bisogna attribuire alle bizze di Trump un potere troppo grande sui grafici delle Borse. Perché – diciamocela tutta – pochi hanno creduto veramente che il presidente degli Stati Uniti potesse annunciare tariffe doganali così alte poco più di una settimana prima della loro entrata in vigore. Una mossa che sarebbe decisamente illogica, oltre che autolesionistica. Chiaro quindi (e qualcuno lo ha capito) che la minaccia del 50% fosse una boutade – anzi: la solita boutade, dato che finora gli strilli trumpiani contro i partner occidentali si sono rivelati poco più che vuote minacce. Una boutade, abbiamo detto, che però ha scatenato le consuete manovre speculative a breve termine. Favorite, occorre dirlo, anche dal terreno fertile preparato dalla narrazione più diffusa, che tende a vedere un dramma anche in una perdita che non arriva al 2%, persino in un contesto in cui i mercati (Stati Uniti compresi) avevano mostrato rimbalzi dal 15% al 18%. E in un periodo dell’anno, quello compreso fra la tarda primavera e l’estate, che da sempre risente negativamente della stagionalità.
Ostacoli strutturali
Vedremo ora che cosa accadrà di qui al 9 luglio. Certamente, pur nella natura surreale di questa telenovela-dazi, ci sono due elementi indubitabili. In primo luogo, Trump sembra non aver ancora capito che gli annunci a effetto, proclamati per obbligare le controparti a trattare, fanno male soprattutto all’economia americana, che uscirebbe con le ossa rotte se le tariffe doganali venissero introdotte davvero. In seconda battuta, l’Unione Europea è davvero troppo lenta e burocratica, ed è l’unica istituzione che non si è ancora seduta a trattare con Trump. Una parte della responsabilità può essere attribuita alla sua leadership, ma un’altra parte dipende da motivi strutturali: l’Ue non parla a una voce, ma esprime interessi divergenti di Paesi che spesso si contrastano l’un l’altro. Per assurdo, sarebbe forse più produttivo se ciascuno degli Stati membri si sedesse a un tavolo separato con la delegazione americana, un po’ come ha deciso di fare la Svizzera, paese extra-Ue, senza perdere tempo.
Usa: aumentano solo le spese militari
Intanto, la Camera americana ha approvato la legge di bilancio (che ora passerà al Senato), basata su un forte taglio delle tasse, oltre all’abolizione delle imposte sulle mance (che negli Stati Uniti sono praticamente obbligatorie) e sugli straordinari, gli sgravi per chi compra auto made in Usa e il decremento del 22,6% (pari a 163 miliardi di dollari) delle spese relative ad ambiente, sanità pubblica e assistenza ai meno abbienti, edilizia, energie rinnovabili, formazione e cooperazione internazionale. I maxi-tagli non riguarderanno, però, le spese militari, che, anzi, aumenteranno. Una decisione che non deve sorprendere, nonostante l’insofferenza di Trump nei confronti delle endless wars in cui sono coinvolti gli americani: gli Stati Uniti non possono smettere di spendere nel settore difesa se vogliono mantenere la leadership tecnologica militare nei confronti della Russia e soprattutto della Cina.
Treasury ai massimi dal 2007
Il taglio delle tasse deciso da Trump ha influito anche sui rendimenti dei Treasury: i trentennali hanno toccato quota 5,17% (ai massimi dal 2007) per poi ripiegare di poco sotto il 5%, mentre i decennali si sono riassestati sotto la percentuale di 4,5% dopo aver superato il 4,7%. Se questi valori fossero mantenuti, i titoli di debito pubblico americani potrebbero dare fastidio al comparto azionario statunitense, soprattutto nel settore dei tecnologici, ancora sopravvalutati e non alieni dal rischio bolla. I listini americani, è bene ricordarlo, stanno già soccombendo nel confronto con quelli europei: il gap, dato il calo del dollaro, è attualmente di 20 punti, ma sarebbe comunque alto anche se il biglietto verde non stesse attraversando una fase di debolezza.
Petrolio, la paura fa… 60
Ancora bassa la valutazione del petrolio: il Brent e soprattutto il Wti si avvicinano pericolosamente a quota 60 – un valore che fa paura, perché sembra un limite non più invalicabile. Secondo gli esperti, la quotazione soft del greggio potrebbe prolungarsi per mesi. E questo non può piacere alla Russia, che già “svende” il suo petrolio a Paesi che non aderiscono alle sanzioni, e neppure agli Stati Uniti: Trump è tradizionalmente favorevole a valori moderati dell’oro nero, per contenere il prezzo alla pompa e compiacere i suoi elettori; tuttavia, se le quotazioni sono troppo basse, ne risente la redditività dei petrolieri americani, per cui cessa di essere conveniente persino l’attività di trivellazione. A fine settimana, l’Opec+ esaminerà la situazione, ma probabilmente proseguirà la strategia improntata alla produzione di 410.000 barili al giorno.
Oro e bitcoin
Molto basse anche le quotazioni delle materie prime, mentre l’oro ha ripiegato, pur mantenendo valori alti. Il futuro del metallo giallo dipenderà dal suo ritrovato ruolo di bene rifugio, in un quadro geopolitico drammatico. Ma sarà influenzato anche dai maxi-acquisti cinesi: Pechino ha ripreso ad acquistare metalli preziosi, unico asset che sfuggirebbe a eventuali sanzioni a tappeto – come dimostrato dal caso russo. Il futuro dell’oro potrebbe essere ancora roseo: Citi prevede una nuova salita del “re dei metalli”, a 3.500 dollari l’oncia. Impossibile invece comprendere a che livello potranno arrivare i bitcoin, che hanno ripreso a macinare record: probabilmente, il galoppo della principale criptovaluta proseguirà almeno fino a quando l’attuale amministrazione americana resterà in carica.
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Le bigtech affossano Wall Street
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.
Le cause del crollo
Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.
Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo
A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.
Bitcoin tra l’incudine e il martello
Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.
Sturmtruppen in Borsa
Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.
Previsioni errate
Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.
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Borse, un inizio d'anno ondivago
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.
Wall Street, ritorno alla casella di partenza
L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.
I tassi cambiano le carte in tavola
I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.
Il rincaro del petrolio
Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.
Le minacce di Breton…
Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.
… e di Trump
Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.
Borse, buone sensazioni per il nuovo anno
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.
Occhiali rosa per il 2025
Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.
I settori più promettenti
Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.
Cripto, valute e…
L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.
Le incognite del gas
Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.
Un presidente pro-mercato
L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.
Rimescolamento politico nel mondo occidentale
L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.
Bce, il dopo-Lagarde
Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.
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2024, ecco i vincitori e gli sconfitti
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee hanno chiuso positivamente l’ultima settimana piena del 2024, recuperando quello che avevano perso nei sette giorni precedenti. Piazza Affari, come è accaduto più volte nel corso dell’anno, ha primeggiato in Europa: il buon andamento dipende essenzialmente dal recupero dei titoli che erano stati penalizzati il 17 e 18 dicembre. Lineare l’andamento di Wall Street, che galleggia grazie al buon andamento dei tecnologici, e soprattutto dell’intelligenza artificiale: per la Borsa Usa, gli ultimi 15 giorni sono stati abbastanza lineari, senza movimenti anomali, anche se con un po’ di volatilità. Il dicembre di New York si chiude, comunque, in positivo.
Il crollo del won
In Estremo Oriente, si segnala il recupero di Tokyo, sulla scia di Toyota. Un rimbalzo messo però a rischio da un’apertura fiacca di questa settimana. I listini cinesi stanno invece soffrendo l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un bel rimbalzo che aveva seguito un periodo di volatilità, la Cina sta quindi archiviando un dicembre borsistico sfavorevole. In Estremo Oriente spicca la situazione eccezionale che si sta verificando in Corea del Sud, in particolare il crollo del won. Il movimento anomalo della valuta di Seul si è verificato in seguito alla grave crisi politica dovuta all’inspiegabile proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol, poi revocata, e seguita dalla sospensione dalla carica di capo di Stato e da un mandato d’arresto. La crisi politica ha avuto impatti seri sulla Borsa coreana: gli investitori internazionali vogliono stabilità, e quando intravedono problemi istituzionali scappano a gambe levate. In altri termini, chi ha i soldi li toglie. Il “caso Yoon” ha quindi provocato sfiducia, che si è tradotta nel crollo della valuta locale, oltre che in una forte volatilità sulla Borsa di Pusan. La situazione coreana mostra in modo emblematico quanto un anno trascorso tutto sommato in una situazione di normalità possa essere compromesso da una decisione politica irresponsabile e difficilmente comprensibile.
Chi brinda a Capodanno
C’è invece chi chiude il 2024 lontano da preoccupazioni, e che ha già messo in fresco lo spumante per essersi conquistato un posto fra i vincitori dell’anno che si sta chiudendo. In questo gruppo hanno sicuramente trovato posto le sette grandi bigtech americane, i cui titoli pesano il 33% dell’indice: queste aziende hanno trascinato il Nasdaq a un +28% annuale. Curiosamente, le “sette sorelle” hanno raggiunto da sole gli stessi numeri registrati dai listini europei, che pure stanno chiudendo l’anno in positivo, con l’Eurostoxx 50 a +10% e il 600 a un più modesto +6%.
Corona di alloro anche per le criptovalute, che hanno ottenuto prestazioni incredibili per due ragioni fondamentali. La prima di ordine tecnico: l’introduzione di vari Etf sui bitcoin, che ha creato un effetto domanda legato alla scarsità dell’offerta. Un mero effetto speculativo che, proprio per le sue caratteristiche, potrebbe provocare ulteriori impennate di questo strumento. Il secondo motivo è legato alla politica americana, e più precisamente alla inaspettata dichiarazione pro-cripto di Donald Trump nelle ultime fasi della sua campagna elettorale. Un’esternazione che ha spinto le monete virtuali in alto dopo l’elezione del tycoon: basti dire che prima delle elezioni, i bitcoin veleggiavano intorno ai 60.000 dollari, mentre dopo la vittoria del candidato repubblicano sono balzati oltre i 105.000, per poi riassestarsi sopra i 90.000.
L’elezione di Trump ha anche favorito il rialzo di Tesla, collegato al sostegno di Elon Musk al presidente eletto e al suo ingresso nella nuova amministrazione americana. I livelli raggiunti dal titolo non si spiegano altrimenti, considerata la crisi delle auto elettriche. Chiude l’anno con i botti anche l’oro, in uno scenario in cui sono salite le commodity agricole, mentre quelle industriali hanno chiuso neutrali.
Ride anche il dollaro, che si trova in una posizione di forza. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto svanire, data la contrarietà di Trump alla ipervalutazione della valuta americana.
Una chiusura a due facce
Fra i trionfatori del 2024 c’è anche, naturalmente, il franco svizzero, che ha trascorso un anno senza mai scendere alla parità con l’euro, sfiorandola soltanto in occasione dei minimi dell’anno, verso fine maggio. La galoppata del franco è, però, la classica vittoria di Pirro. Perché a goderne in pieno sono solo poche categorie di persone – tra cui i viaggiatori frequenti e i frontalieri italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare all’ombra della bandiera rossocrociata. In generale, il franco troppo forte danneggia l’economia svizzera, in particolar modo le esportazioni e il turismo, voci importanti per i bilanci della Confederazione. Si prevede, però, che i trend non cambieranno di molto, almeno se la situazione geopolitica mondiale resterà così caotica, e fino a quando l’economia Ue si mostrerà incerta, aumentando la domanda di beni rifugio. I bond hanno registrato buone prestazioni dovute all’onda lunga della stretta monetarie. Ma ora le banche centrali (più la Bce della Fed) stanno iniziando a tagliare, aprendo una stagione di contrazione sui tassi delle obbligazioni. E i mercati stanno già scontando i prossimi interventi.
Chi ha perso
Il grande sconfitto dell’anno che sta volgendo al termine è invece il sistema economico europeo, in particolare l‘industria automobilistica e il suo indotto, guidato dalla componentistica. Il green deal – o meglio, l’approccio radicale con cui è condotta – è tra i responsabili di un disastro annunciato. La transizione “verde” nel suo complesso potrebbe avere ricadute molto pesanti sull’occupazione: secondo una stima 2023 della Commissione Europea, infatti, questa politica rischia di causare 78 milioni di posti di lavoro persi entro il 2030, di cui 24 milioni non ricollocabili. Lo stesso studio, è vero, aggiunge che, alla fine, si verificherà un saldo attivo di 24 milioni. Però urge ricordare che il primo dato è praticamente certo, il secondo no. Inoltre, che ne sarà dei lavoratori non ricollocabili? Infine, un cenno alla tecnologia, che vince in Borsa ma arretra sul terreno della fiducia da parte dei cittadini. Nel corso dell’anno si sono verificate due severe panne informatiche – una mondiale (che ha bloccato Borse, operazioni bancarie, pagamenti elettronici, persino treni e aerei) e una italiana (limitata alle transazioni elettroniche). A queste si è aggiunto, poco dopo Natale, l’attacco hacker a un fornitore terzo di Infocert (azienda specializzata nelle identità digitali Spid), che si è risolto in un furto di indirizzi e-mail (2,5 milioni) e numeri telefonici (1,1) di clienti. La società si è affrettata a puntualizzare che “nessuna credenziale di accesso ai servizi“ è stata compromessa; tuttavia, l’operazione fraudolenta degli hacker, che hanno pubblicato alcuni dati nel dark web, ha contribuito a minare la fiducia nella digitalizzazione spinta, e a togliere serenità agli utenti finali. La sicurezza informatica, in un mondo in cui la tecnologia (a torto o a ragione) è vista come una nuova frontiera, sarà un problema sempre più grande, anche in relazione all’espansione dell’intelligenza artificiale e dei suoi ambiti di applicazione.
Foto di Ray Shrewsberry su Unsplash









