Recessione alle porte

Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.

Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.

I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.

Vecchi rimedi

La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.

E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.

In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.

Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.

Aria di bonaccia

In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.

Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.

Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.

Federer, fine di un'era

Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.

L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).

Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.

Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.

Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.

Trent'anni dal “mercoledì nero”

Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.

L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.

Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.

Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.

Petrolio, la grande incognita

C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.

Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.

Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.

Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.

Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.

Il merge di Ethereum

Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.

Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.

In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.

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La volatilità è ancora protagonista

Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.

Il rimbalzo che non c'è

In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).

Gestori divisi

I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.

Alt al dollaro

In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.

Il caro-petrolio non ferma il turismo

A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.

Tasse, verso un nuovo aumento?

In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.

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Criptovalute: un crollo annunciato?

Dopo il tracollo della stablecoin Terra, le monete virtuali hanno perso circa il 30% del loro valore in meno di una settimana. Difficile prevedere se il settore si riprenderà: resta il dilemma se questi asset debbano passare sotto il vaglio di una nuova regolamentazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Non accenna a placarsi la bufera che la scorsa settimana ha colpito le cryptovalute. Spinte dal quasi azzeramento della stablecoin Terra, il cui ancoraggio al dollaro non ha evitato il crollo, le monete virtuali sono giunte a lasciare sul terreno circa 200 miliardi di dollari in un solo giorno, mentre il bitcoin – che lo scorso novembre valeva 69.000 dollari – ora si è attestato poco sotto i 30.000, e la scorsa settimana aveva sfondato in basso il muro dei 27.000.
Il calo fortissimo delle crypto ha suscitato reazioni di vario tipo: qualcuno ha sostenuto la fragilità di questi investimenti, qualcun altro ha addossato la responsabilità a una volatilità intrinseca di queste divise, altri ancora hanno parlato di deliberato attacco al bitcoin, colpito “di traverso” tramite un'operazione contro l'ecosistema Terra/Luna.
Difficile capire chi abbia ragione: tutte le teorie restano speculazioni, anche perché non si è ancora arrivati a comprendere la vera natura delle cryptomonete (sono davvero valute? Oppure si tratta di asset finanziari alternativi? O ha ragione chi invoca attenzione verso un grande schema Ponzi?).
Detto questo, il problema è un altro: occorre capire se il crack della scorsa settimana rappresenti l'inizio di un crollo sostenuto del comparto oppure una scossa tellurica forte e violenta, che poi darà spazio a una ripartenza. Certo è che un'eventuale ripresa dovrà fare i conti con l'imminente regolamentazione del settore, già annunciata dalla Gran Bretagna, che sarà probabilmente seguita su questa strada da Unione Europea e Stati Uniti. Le autorità monetarie non possono chiudere gli occhi davanti all'utilizzo che alcune persone e organizzazioni fanno di questi asset, impiegati anche per attività illecite e criminali (una su tutti, il ransomware).
Altro problema che dovrà essere affrontato è l'alta carica inquinante delle cryptomonete: se si sceglie la strada dell'ecologia e dell'Esg, il percorso deve essere coerente, e non solo dove conviene.

Ecologismo a singhiozzo

Ma questo discorso, in questi mesi, non è molto popolare. In un periodo contraddistinto da una spasmodica ricerca di energia che possa sostituire il gas russo, la politica non va più troppo per il sottile in materia di inquinamento. Fino a pochi mesi fa si prefigurava un futuro a emissioni zero, mentre ora si contempla anche la possibilità di riaprire le centrali a carbone. In questa situazione, si pensa anche di attivare nuovamente le miniere italiane messe a riposo.
Se vogliamo evitare ipocrisie di sorta, dobbiamo ammettere che sia sulla transizione ecologica, sia sulle eventuali, nuove sanzioni su petrolio e gas russi i decisori parlano (e deliberano) senza calcolare gli impatti sull'economia reale.
Gran parte dei politici, che ora invitano a un'austerity energetica per poter votare nuove sanzioni, non hanno mai lavorato in azienda. E sanno che il problema non sono i due gradi in meno di aria condizionata, come proclamato da Draghi nella sua ormai famosa boutade, ma la stessa sopravvivenza delle imprese e delle filiere produttive, messe a rischio dai continui cicli di sanzioni approvate dal Parlamento Europeo.

Mala tempora currunt

Perché è sempre più chiaro: questi provvedimenti stanno danneggiando i sanzionatori molto più dei sanzionati. È emblematico il caso di Renault, che perderà 2 miliardi dalla cessione della Lada e dall'abbandono (pur temporaneo) del mercato russo: i danni subiti dall'azienda automobilistica francese saranno molto maggiori di quelli inferti a Mosca. E la possibilità di riacquisto delle quote entro sei anni non cambia la situazione attuale, già resa precaria dai ribassi dell'automotive e dalle impennate continue del petrolio. L'oro nero è ormai oltre quota 110 e potrebbe salire ancora, provocando effetti devastanti sui consumatori.
Nel mondo occidentale, il caro-petrolio danneggerebbe soprattutto i consumatori americani, meno ricchi e più indebitati rispetto agli europei, oltre che più dipendenti dall'automobile.
Ciò che spaventa di più, però, sono gli impatti del caro-petrolio e del caro-gas sulle materie prime agricole, già sotto pressione per lo stop al grano ucraino. In questo caso, a fare paura non sono tanto gli aumenti dei prezzi in occidente, ma il rischio di un disastro umanitario in Africa e nei paesi non industrializzati.
Uno scenario, questo, che si potrebbe tranquillamente evitare. Per prima cosa, cercando finalmente di fermare la guerra. E poi bloccando, a livello istituzionale, la finanziarizzazione del petrolio. Nello stesso tempo è urgente attivare una catena di solidarietà in grado di evitare conseguenze disastrose su un intero continente.

L'inflazione galoppa

Altre due variabili non fanno dormire sonni tranquilli. In primo luogo, i lockdown cinesi, che creano problemi sulla filiera degli approvvigionamenti e affondano quasi tutte le borse asiatiche, vanificando la sostanziale tenuta di questi mercati in seguito al conflitto russo-ucraino. E poi l'inflazione nel mondo industrializzato, che ha fatto registrare un nuovo rialzo negli Usa; Washington ha fatto registrare un tasso dell'8,3% (lo 0,2% in più rispetto alle previsioni). E non è detto che abbia raggiunto il picco.
Davanti a queste cifre, la Fed può fare ben poco rispetto ai pronostici (e cioè il rialzo dei tassi al 3%): potrà anticipare l'operazione, o magari introdurre piccoli correttivi di uno zero virgola, ma non di più. In altre parole, la Federal Reserve non può permettersi rialzi maggiori. Anche perché l'obiettivo di Jerome Powell è riportare l'inflazione al 2% appena possibile.
Per chi investe in obbligazioni Usa, il risultato è molto semplice: con un'inflazione all'8% e tassi al 3%, il rendimento è del -5%. È il caso di ripeterlo: nonostante la forte volatilità, le azioni continuano a rendere di più rispetto ai bond e ci vorranno anni per recuperare le perdite nell'obbligazionario, se non gestito attivamente all’interno dei portafogli.
Negli Stati Uniti. Ma soprattutto in Europa, dove i forti rimbalzi delle ultime sedute di Borsa hanno invece dato spazio a un certo ottimismo sull'azionario. Troppo presto per capire se si tratti di un normale picco dopo un ribasso molto forte o di una fase di riassestamento: il trading range rimane troppo ampio per poter azzardare giudizi e definire possibili trend. Ma, di questi tempi, non è un risultato da buttare via.

Investimenti assicurativi, una “polizza” per l'investitore

A dare una boccata di ottimismo sono le trimestrali delle aziende, che - imprese tecnologiche a parte - si confermano abbastanza buone e in grado di dare supporto ai mercati. Soprattutto a chi investe nella componente value, che può ricevere ritorni fino al 7% l'anno.
Un settore particolarmente virtuoso è quello assicurativo, che offre un'ottima base difensiva, soprattutto per i buoni dividendi offerti. È pur vero che il comparto in sé non ha grandi margini di crescita; tuttavia, il mondo della polizza offre rendimenti sicuri, pagando mediamente circa il 3,70%, sicuramente meglio rispetto a un'obbligazione. Per questo motivo, investire in azioni di una compagnia assicurativa attualmente potrebbe rivelarsi una delle scelte migliori per chi vuole entrare sul mercato.

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Nulla di nuovo sul fronte Generali

L'assemblea del Leone ha scelto la continuità ad ampia maggioranza. Vincono Mediobanca e Donnet, si chiude una contesa durata mesi. La crisi dell'auto e il crollo del titolo Amazon

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Si è conclusa venerdì scorso la lunga contesa per il controllo del gruppo Generali, che per mesi aveva visto contrapposti gli azionisti capitanati da Mediobanca (che ricandidavano Philippe Donnet come amministratore delegato) e la cordata Caltagirone-Del Vecchio-Benetton.
L'assemblea di venerdì scorso, con un eloquente 55,9% del capitale e dieci consiglieri eletti contro tre, ha infatti optato per la squadra dell'ad uscente, confermando il ruolo centrale di Piazzetta Cuccia nella gestione del Leone.
Nonostante il clima da “mezzogiorno di fuoco” creato dai media, questo risultato era abbastanza scontato: in questi anni Donnet e la sua squadra hanno lavorato bene e non si riesce a capire fino in fondo quali fossero le ricette di Caltagirone.
Se la contesa è finita, il clima di ostilità non si è del tutto esaurito: nel primo cda svoltosi ieri, tre consiglieri di minoranza hanno scelto di non rinnovare la fiducia all'amministratore delegato (due i contrari e un'astensione). Mentre sarebbe bene che tutti optassero per un'unità di intenti, data la centralità di Generali per il paese. Soprattutto in un periodo così difficile per la nostra economia

Forti rallentamenti per l'auto

Tra i sistemi produttivi colpiti dalla crisi c'è l'industria dell'auto: è notizia di ieri il calo delle vendite di Stellantis, che ad aprile 2022 ha fatto registrare un -41% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Dalle case automobilistiche sale forte la richiesta di introduzione di nuovi incentivi.
La crisi del settore motor non è però cosa di questi giorni. Parte della responsabilità è delle forniture: l'anno scorso si erano verificate criticità sui chip, quest'anno è stata la volta dell'aumento del rame.
A questi problemi si aggiungono il caro-benzina e la transizione elettrica. Nel primo caso, lo sconto della tassazione sul carburante è stato prolungato al prossimo luglio, ma prima o poi finirà. E l'acquisto di un'autovettura è una scelta a lungo termine.
Anche l'incertezza sul futuro delle auto a benzina può convincere i conducenti a tenere ancora per un po' la vecchia macchina. Della serie: “aspettiamo qualche anno e vediamo come si mette”: l'acquisto di un'auto è tutto tranne che un investimento.

Bitcoin: c'è chi dice no

Nel mondo c'è anche chi pensa che il bitcoin non sia nemmeno un investimento. In questo gruppo militano sicuramente Warren Buffet e Charlie Munger, che – nonostante l'età avanzata - hanno tenuto la scena nel corso dell'assemblea di Berkshire Hathaway.
Buffett - uomo che ha sempre investito in economia reale - ha confermato la sua avversione per le criptovalute. Dichiarando che non acquisterebbe tutti i bitcoin del mondo, neppure se gli fossero offerti in blocco a 25 dollari.
Charlie Munger si è spinto persino oltre. “Nella mia vita”, ha detto il 98enne vicepresidente di Berkshire, “cerco di evitare le cose stupide, quelle malvagie e quelle che mi mettono in cattiva luce. E il bitcoin fa tutte e tre le cose. Prima di tutto è stupido perché è ancora probabile che vada a zero. È malvagio perché mina il sistema della Federal Reserve. E in terzo luogo ci fa sembrare stupidi rispetto al leader comunista in Cina. Che è stato abbastanza intelligente da vietare il bitcoin nel suo paese." Le riserve di Buffet e Munger non sono affatto campate per aria. Essenzialmente perché non si riesce ancora a capire che cosa sia davvero una criptovaluta. Ciò che è certo è che è una striscia alfanumerica, anche molto inquinante. Le cose potrebbero cambiare se molti paesi seguissero El Salvador, che ha fissato il bitcoin come valuta. Ma questo scenario è ben lontano (oltre che molto difficile) dal verificarsi

La crisi dei tecnologici

Warren Buffett difficilmente investe in tecnologia: “non la capisco”, ha affermato più volte. Qualunque cosa si possa pensare di questo approccio, è sempre bene ricordare che questi titoli si sviluppano a multipli molto elevati. E prima o poi si ridimensionano, avvicinandosi al loro valore reale.
La scorsa settimana, a calare sono state Apple (su cui Buffett investe dal 2016) e Amazon: la prima ordinatamente, la seconda facendo registrare una vera e propria picchiata. Sicuramente non inattesa: Amazon era l'ultimo dei titoli FANG che non si era ancora “disintegrato”: con un mercato tecnologico in grande sofferenza, il crollo era solo questione di tempo.
Ciò ha comunque dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno – l’inadeguatezza delle teorie che vedono il mercato in crescita continua. Lo dice la storia: dei primi dieci titoli per capitalizzazione degli anni Settanta, sei sono cambiati nel decennio successivo. Negli anni Novanta, i top erano i telefonici. Che esistono ancora, ma sono stati rimpiazzati dai tecnologici, in forte difficoltà dopo il 2002. Fra dieci anni, in tutta probabilità, la hit parade delle azioni suonerà ancora un’altra musica.

Buone le trimestrali

A salvarsi, in questo periodo di sofferenza, sono state le trimestrali, che hanno visto una buona performance anche delle aziende tradizionali.
Ma l’inflazione ci impone comunque una certa cautela. Anche se, sui due lati dell’oceano, le cause sono diverse. In Europa dipende quasi interamente dai costi dell’energia e delle materie prime, mentre negli Stati Uniti si verifica un’inflazione di tipo salariale, con più posti di lavoro a disposizione rispetto al numero dei lavoratori. Una situazione diametralmente opposta a quella italiana, caratterizzata da un forte dumping. Soprattutto al sud che, secondo una statistica, è la macroregione europea con il maggiore tasso di disoccupazione. A lavorare, secondo questi dati, è il 41% dei cittadini – una cifra da interpretare con attenzione e leggere congiuntamente con il ricorso al reddito di cittadinanza e la presenza di situazioni di lavoro non regolare.
Come se non bastasse è tornato il pericolo-spread. Ancora più insidioso, dato che il Bund non sta vivendo i suoi momenti migliori. Il rischio è più grave di quanto si pensi, dato che lo si sta ampiamente sottovalutando. Perché c'è sempre qualcuno che ne potrebbe approfittare. Non dobbiamo dimenticare che esiste anche una “finanza speculativa” che per far soldi è particolarmente spietata.

Rublo su, euro giù

L'euro intanto ha sfondato il cambio a 1,08 e si è portato a 1,05. La situazione si riflette anche nell'ulteriore crescita dei tassi Usa, quelli a due anni al 2% e i decennali al 3%, contro l’1% del Bund. Oggi, chi vuole investire nell'obbligazionario si rivolge al dollaro.
Per quanto tempo è prevista la sottovalutazione dell'euro? Probabilmente la risposta dipende dalla questione ucraina, in particolare da quanto durerà.
Finora, a essere danneggiata dalla guerra è stata solo l'economia europea: il rublo, seppur teoricamente, è tornato a livelli pre-invasione e la Russia sembra aver evitato ancora il default tecnico del suo debito in valuta estera, grazie a un'iniezione di capitale ricevuta da tre investitori.
Mosca si muove anche sulle azioni russe che erano quotate su listini europei, con la proposta di negoziarle in rubli sul Moex. Una mossa che potrebbe remunerare molto bene dato che – un esempio su tutti – se oggi fosse possibile convertire le azioni Gazprom in rubli, si raddoppierebbe l'investimento rispetto all’ultimo valore rilevato prima che entrassero in vigore le sanzioni.
E invece, a pagare i danni sono, come sempre, i risparmiatori: gli hedge fund americani, infatti, le aggirano operando da paesi come le Cayman o le Isole Vergini, che con la Russia continuano ad avere rapporti normali.

 


I dividendi frenano la crisi

Le aziende italiane staccano le prime cedole, che in generale sono molto buone e in linea con le previsioni. Se il trend fosse confermato, i risultati delle imprese quotate potrebbero sostenere il valore delle quotazioni. Guerra (e Covid) permettendo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Le previsioni sui dividendi delle aziende italiane prefiguravano rendimenti generosi, per una media fra il 4,5% e il 5% e lo stacco delle prime cedole ha confermato l'ottimismo. In particolare, a offrire remunerazioni molto alte sono Stellantis, Mediolanum e Banco Bpm, recentemente agli onori della cronaca per l'ingresso di Crédit Agricole fra i propri azionisti.
Più bassa invece la cedola di Unicredit: il gruppo bancario ha anche rinviato (dal 27 aprile al 4 maggio) l'approvazione della trimestrale, per gestire la forte esposizione verso la Russia. Un problema destinato ad avere un impatto significativo per la banca di piazza Gae Aulenti, che ha già registrato un calo delle quotazioni del 30% da inizio anno.

Bond, convenienti solo oltre oceano

Sicuramente sono buone le prime trimestrali americane, che hanno visto sorridere soprattutto le aziende tradizionali. Anche se sulle imprese statunitensi pende una spada di Damocle: il rialzo dei tassi, che probabilmente si spingerà anche oltre il 3% dichiarato entro fine anno.
La mossa della Fed è in grado di rilanciare il comparto obbligazionario che con percentuali di questo genere può tornare a proporsi come alternativa credibile all'azionario. Un'eventualità simile è invece da escludersi in Europa. Un esempio su tutti, il rendimento del Bund tedesco, che la scorsa settimana ha toccato lo 0,80%, un livello che non si vedeva da più di dieci anni. Se non che, con l'inflazione al 7%, la perdita per gli obbligazionisti “cassettisti” è fin troppo chiara – ed è molto maggiore rispetto ai tempi in cui i buoni del tesoro tedeschi offrivano una performance di -0,30%, ma con inflazione a zero.
Certamente la guerra russo-ucraina e i suoi risvolti continuano a piazzare ostacoli sulla strada della ripresa dei mercati e dell'economia: il petrolio non scende da quota 100, il prezzo del gas galoppa e i beni alimentari costano sempre di più. In particolare, la crisi bellica sta impattando sulla produzione di grano in Ucraina, con ovvi rincari su pasta, pane e filiera alimentare in generale. Un problema serio in Europa e drammatico nell'Africa subsahariana, dove il rincaro dei beni di prima necessità potrebbe creare un vero disastro umanitario.

Cina, il lockdown ferma le aziende

Ad aggravare il contesto ci sono i nuovi lockdown cinesi, che coinvolgono circa 400 milioni di persone, concentrate nelle aree produttive del paese. Lo stop delle attività, oltre a creare problemi molto importanti per la popolazione, si sta riverberando a cascata sulle società occidentali, costrette a fermare la produzione in aree chiave del territorio cinese.
Per contrastare un effetto domino che potrebbe causare ulteriori difficoltà all'economia di tutto il mondo, le autorità locali hanno annunciato, per la città di Shanghai, l'introduzione di sistemi “a bolla” negli stabilimenti. Vale a dire: i lavoratori non lasceranno l'impresa – e dormiranno anche al suo interno – per riattivare la produzione senza rischiare contatti con persone al di fuori del perimetro aziendale. Un sistema, questo, sperimentato anche in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino.
A quanto si sa, a questo schema aderirà Tesla, che fornirà pasti, sacchi a pelo e materassi ai dipendenti, oltre a un'indennità aggiuntiva.

Battaglia su Twitter

Tutto questo mentre il nome di Elon Musk è in evidenza per un'altra operazione: i 43 miliardi di dollari sul piatto per il 100% di Twitter. Un'offerta che è inferiore del 40% rispetto al massimo valore raggiunto dalla società dei cinguettii: si può dire che il magnate americano abbia scelto i tempi con accuratezza, dopo essersi convinto che è più economico acquistare un social network già collaudato piuttosto che partire da zero, come da intenzioni iniziali.
Il tentativo del numero uno di Tesla è sostenuto dal mercato - che attualmente rende Twitter l'unica società tecnologica a offrire performance in Borsa - e applaudito dai sostenitori del “libero pensiero”, principio che Musk vuole introdurre nella policy del social network.
All'offerta di “mister Tesla”, l'attuale proprietà di Twitter ha reagito con un'alzata di scudi, innescando una battaglia dagli esiti tutt'altro che chiari.

Addio al quantitative easing: sarà vero?

Tra i protagonisti della scorsa settimana c'è anche la Banca Centrale Europea, che ha comunicato la rimodulazione del quantitative easing per il terzo trimestre. Vedremo se l'Eurotower lo farà davvero: più volte, Christine Lagarde ha annunciato operazioni che alla fine sono state rimandate, smentite o annacquate.
Per ora siamo davanti a un annuncio e nulla più, probabilmente diffuso per tastare il polso dei mercati e studiare reazioni e impatti. Non per niente, gli acquisti di bond vanno avanti. In futuro potrebbero anche diminuire, ma sembra escluso che la Bce possa permettere una caduta libera dei titoli di stato, cosa che metterebbe di nuovo al centro la possibilità di un break up dell'euro.
Nell'incertezza che la Bce segua le scelte della Fed sui tassi, è certo invece che l'inflazione europea è molto diversa da quella americana. Oltre oceano, il fenomeno è infatti anche legato ai salari, in un mercato del lavoro molto effervescente: per ogni disoccupato americano c'è una media di 1,7 posti disponibili. Mentre in Europa siamo esattamente all'opposto.

Il dollaro si avvicina all'euro

La guerra russo-ucraina continua a influire negativamente sull'euro: il dollaro ha sfondato la soglia psicologica di 1,08. Il biglietto verde potrebbe rafforzarsi ulteriormente, anche se è molto difficile che arrivi alla parità visto l'elevato livello del debito pubblico Usa.
Sul valore del dollaro incombe anche la posizione della Cina, che – se solo lo volesse – potrebbe liquidare il debito pubblico americano, facendo impennare i rendimenti dei titoli di stato. Un'arma molto potente, che Pechino ha in mano da molti anni e che un giorno potrebbe minacciare di utilizzare.
Un giorno, appunto, ma non ora. L'economia cinese dipende troppo dall'esportazione nel mondo occidentale e un'operazione così estrema si rivelerebbe un boomerang ancora più distruttivo che non le sanzioni introdotte dall'Europa contro la Russia.

Bitcoin in calo

Infine un accenno ai bitcoin, che continuano il loro movimento laterale. E questo non sorprende: le criptovalute sono un asset ancora troppo fluido, che però sembra mantenere una buona correlazione con il mercato tecnologico e il Nasdaq.
Il trading range dei bitcoin da inizio anno è comunque molto vasto, compreso fra i 35.000 e i 45.000 dollari. Aspetto non trascurabile poi è la negoziazione delle criptovalute: acquistarle è molto semplice, ma venderle presenta complicazioni. Sempre più banche creano, infatti, molte difficoltà ad accettare denaro da piattaforme specializzate nella compravendita di monete virtuali per timori legati all'antiriciclaggio e alla tracciabilità.
In futuro, questi problemi potrebbero anche essere risolti, ma ora sembra ancora troppo presto per considerare le criptovalute una normale e agevole forma di investimento.


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