Taglio dei tassi Bce: se ne parlerà a giugno
Il board della Banca Centrale Europea ha scelto di non toccare il costo del denaro, rimandando la decisione al prossimo vertice sulla politica monetaria. Il cambio di passo sembra molto probabile, ammesso che "non ci siano ulteriori battute d'arresto" nella situazione geopolitica, come ha affermato il consigliere Olli Rehn. Diversa la situazione in casa Fed: ora, a causa dell'inflazione, i mercati scommettono contro i tre ritocchi annunciati dal presidente Jerome Powell
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Come previsto, la Bce ha deciso di lasciare i tassi invariati, aprendo però alla possibilità di avviare la stagione dei tagli nel corso della prossima riunione sulla politica monetaria, prevista a giugno. Ammesso che tensioni e guerre non si mettano di mezzo. Ammesso, cioè,che "non ci siano ulteriori battute d'arresto, per esempio nella situazione geopolitica e quindi nei prezzi dell'energia", ha affermato Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del board Bce.
La Fed ci ripensa?
Intanto è l'inflazione americana (al 3,5%) a mettere seriamente in dubbio l'intenzione della Fed di procedere a tre ritocchi verso il basso. Tutto questo mentre il quadro generale non appare positivo: Wall Street è in netto calo, mentre il decennale ha lasciato sul terreno più del 4%. Risultato: i mercati iniziano a scommettere su una giravolta hawkish da parte della banca centrale americana. Sembrava quasi sicuro che in 12-18 mesi Jerome Powell diminuisse il costo del denaro di 1,75 punti complessivi, ma ora sembra più probabile un approccio più cauto, con uno o due tagli. O addirittura nessuno, dato che l'economia dello Zio Sam continua ad andare bene – sicuramente meglio di quella europea: questo trend legittimerebbe la Fed a tenere le bocce ferme ancora per un po'. E a farsi precedere dalla Banca Centrale Europea.
Borse nervose
Le Borse vanno a zig zag, tendendo verso il basso. Generalmente, vediamo aperture di settimane positive e chiusure in calo, ma non a livelli preoccupanti. Il nervosismo dei mercati risente di vari timori, non ultimi quelli della crisi tra Iran e Israele (con i suoi effetti sul petrolio) e della crescita inferiore alle attese di vendite al dettaglio e produzione industriale cinesi (pur in un contesto che ha visto l'economia di Pechino salire del 5,3%, di poco sopra le previsioni). Tuttavia, a influenzare i mercati sono soprattutto gli utili, che si sono rivelati in gran parte positivi. Anche per questo, la situazione attuale prosegue a configurarsi come un piccolo ritracciamento fisiologico e non come lo storno che tutti attendono. E che prima o poi dovrà giocoforza presentarsi, perché dopo 18 mesi di rialzi quasi ininterrotti il mercato deve rifiatare. Difficile, però, prevedere se il cambio di passo sarà poco incisivo oppure molto deciso. In ogni caso le statistiche ci dicono che, in presenza di un primo trimestre positivo, nel 95% dei casi l'anno si chiude a livelli più alti rispetto a quelli di apertura.
L'impennata del petrolio
Le evoluzioni della nuova crisi in Medio Oriente potrebbero anticipare o ritardare l'arretramento dei mercati, anche per gli effetti delle tensioni sul prezzo del petrolio. Nei giorni scorsi, il Brent ha raggiunto i massimi dallo scorso ottobre, per poi attestarsi nei pressi dei 90 dollari al barile (più basso il valore del Wti). A meno di clamorosi rivolgimenti di fronte, è comunque difficile che la quotazione del greggio resti a lungo oltre quota 90, così come è ancora meno probabile una crisi tale da portare il costo della benzina a 3 euro al litro, come qualcuno ha paventato.
Nuovi record per l'oro
A stabilire record assoluti è invece l'oro. Le tensioni geopolitiche hanno probabilmente spinto gli investitori ad attribuire nuovamente al "re dei metalli" quel ruolo di bene rifugio che sembrava aver perso. Ma questa ipotesi, da sola, non basta a spiegare l'ottima performance dell'oro. Si può ipotizzare che alcuni Paesi ne stiano accumulando grandi quantità, magari per far fronte a difficoltà, crisi internazionali oppure a sanzioni presenti o future. La salita verticale del suo valore resta comunque anomala. Anche perché, a fronte di questo trend, le azioni aurifere non evidenziano prestazioni ugualmente brillanti. Mentre gli altri metalli, alluminio a parte, non mostrano andamenti particolarmente positivi.
Case "green"
L'Ecofin ha approvato a maggioranza la nuova normativa sulle case green, che punta ad abbattere il consumo energetico e le emissioni degli immobili entro il 2035 e a realizzare palazzi a emissioni inquinanti zero per il 2050. La misura è stata ammorbidita rispetto alla versione originale proposta dalla Commissione Europea e prevede, per gli edifici residenziali esistenti, che ogni Paese membro Ue sia vincolato ad abbattere del 16% il consumo medio di energia entro il 2030 e del 20% o più per il 2035. La riduzione dovrà essere composta per il 55% o più dal calo del consumo medio di energia di almeno il 43% delle abitazioni con le performance energetiche peggiori. La misura disciplina anche gli edifici non residenziali (entro il 2030 occorrerà procedere alla ristrutturazione del 16%, che dovrà alzarsi al 26% nel 2033) e quelli ancora da costruire. La normativa prevede anche varie esenzioni e delega gli Stati membri a tracciare una via autonoma per raggiungere gli obiettivi vincolanti. Una versione più morbida, si è detto. Anche se non tutti i dubbi sono fugati: secondo l'Enea, poco più della metà degli immobili a cui è stato attribuito l'attestato di prestazione energetica rientra nelle classi peggiori, cioè la F e la G. In teoria, non sono previsti obblighi nei confronti dei proprietari. Tuttavia, con quali mezzi è previsto il raggiungimento degli obiettivi vincolanti previsti dalla misura? E chi dovrà pagare gli interventi? Gi Stati avranno potere decisionale, ma saranno quasi sicuramente esclusi da interventi in prima persona, perché di denaro disponibile non ne hanno. A meno che si voglia caricare i piccoli proprietari di un peso molto arduo da sostenere, il denaro dovrà quindi metterlo l'Europa. In alternativa, nel caso in cui le elezioni portino a orientamenti diversi, la nuova Commissione e il parlamento rinnovato avranno la possibilità di entrare nuovamente sull'argomento, ammorbidendo ulteriormente la direttiva. E magari sospendendo anche la poco lungimirante scadenza del 2035 per lo stop alla produzione di auto endotermiche.
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Patto di stabilità, raggiunto l'accordo
I 27 ministri dell'Economia Ue hanno approvato all'unanimità il nuovo testo. Si tratta di un compromesso tra i Paesi del Nord Europa e quelli con il debito pubblico più alto: da un lato si abbassa il tetto deficit-Pil (dal 3% all'1,5%), dall'altro si allungano i tempi di rientro e si esclude una parte degli interessi. Inesistente la reazione della Borsa, già in clima natalizio
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Alla fine, l'accordo sulla nuova versione del patto di stabilità è stato raggiunto. I ministri dell'Economia dei 27 Stati membri hanno infatti redatto una proposta di testo, che passa ora all'esame del Parlamento europeo. L'approvazione dell'aula, praticamente scontata, è attesa nella prima parte del 2024, in piena campagna elettorale per il rinnovo del legislativo Ue.
Compromesso
La nuova versione del patto di stabilità (che sostituirà quella “storica”, sospesa nel 2020 per consentire ai Paesi membri di affrontare l'emergenza Covid senza restrizioni) rappresenta un compromesso tra i cosiddetti “Paesi frugali”, guidati da Olanda, Germania e dal blocco nordeuropeo, e quelli con debito pubblico alto, sostenuti dalla Francia. Ciascuna delle due parti - ça va sans dire – ha dovuto cedere qualcosa. Su richiesta tedesca, non basterà rispettare il “vecchio” tetto del 3% deficit-Pil, ma occorrerà abbassare ulteriormente il valore all'1,5%. Tuttavia, su pressioni di Parigi, da questo computo sarà esclusa una parte degli interessi e delle spese per investimenti fino al 2027. Il nuovo testo richiede anche un avanzo primario minimale. Un altro punto a favore dei “Paesi indebitati” concede la possibilità di rientrare dal deficit in tempi più lunghi: gli Stati membri più problematici potranno redigere un piano di riduzione dei debiti in quattro anni (con rientro pari allo 0,40% annuo) prorogabili fino a sette (0,25%).Chi non rispetterà le nuove regole riceverà una sanzione pari allo 0,05% del Pil – più bassa, quindi, che in precedenza. Una multa che, in realtà, nei cento e rotti casi che si sono presentati in passato non è mai stata applicata. Il testo è soddisfacente? Non del tutto. Un lieve miglioramento c'è, ma si ritorna comunque a quell'austerity che ha fatto tanti danni in passato. In ogni caso, meglio un nuovo testo che la versione precedente, capace di procurare tanti problemi all'Europa. Più in là di così, vista la posizione dei Paesi del nord Europa, non si poteva proprio andare: per questo, il compromesso raggiunto è tutto sommato accettabile e il giudizio moderatamente positivo. Ci si chiede però per quale motivo, vista la situazione geopolitica internazionale, le istituzioni europee non abbiano deciso di prendersi qualche mese in più, rinviando di un anno il ritorno delle strette regole sul deficit.
Borse silenti
L'accordo sul patto di stabilità è una notizia pesante, ma le Borse europee non hanno evidenziato la benché minima reazione. Un po' perché l'intesa era vista come scontata – alla fine tutti, Germania (in crisi) compresa, avevano interesse ad ammorbidire le regole ferree della versione precedente. E un po' perché sotto Natale i mercati sono già in clima festivo, e gli scambi sono davvero limitati. Anche per questo, i listini non hanno reagito neppure alla bocciatura del Meccanismo Europeo di Stabilità da parte del parlamento italiano, che mette in scacco la misura già approvata da tutti gli altri Stati membri. Il progetto sarà ora definitivamente accantonato? Difficile che accada. Piuttosto, è realistico pensare che il Mes sia oggetto di negoziazione. Nella formulazione attuale, il fondo salva-Stati è un organismo autoreferenziale, senza controllo, e le sue regole prevedono che, se il debito di un singolo Paese venisse giudicato eccessivo e non negoziabile, scatterebbe un intervento della troika. Un'eventualità che non si può augurare a nessuno, considerati i danni che questo meccanismo ha portato alla Grecia.
Gas, prorogato il price cap
Il compromesso sul patto di stabilità non è l'unico accordo raggiunto in questi giorni dai ministri Ue. E' stato infatti prorogato di un anno il regolamento d'emergenza sull'energia, che ha come punto forte il price cap del gas. Una notizia positiva, anche se l'eventualità che il costo del metano sfondi il tetto fissato dalle istituzioni europee non preoccupa più di tanto: attualmente, la sua tariffa al Ttf di Amsterdam è di poco sopra ai 30 euro a megawattora, mentre il cap è fissato a 180. In Europa, i prezzi dell'elettricità sono ormai tornati a livelli accettabili, ma si è verificato un paradosso: l'inflazione che la crisi del gas ha generato non è arretrata.
Crisi del Mar Rosso: allarme petrolio?
Finora, a tenere a bada le impennate di prezzi ci ha pensato il petrolio, che per un tempo abbastanza lungo si è mantenuto sotto gli 80 dollari al barile. A scompaginare la situazione, però, potrebbe essere la crisi del Mar Rosso: a causa degli attacchi sferrati dagli huthi, già 100 navi portacontainer hanno scelto di evitare la rotta consueta e di circumnavigare il Capo di Buona Speranza. Finora, la situazione non è ancora totalmente destabilizzata, e il rialzo del Brent oltre quota 80 dollari mantiene comunque il prezzo del greggio sotto controllo. Tuttavia, se la crisi proseguisse, potrebbero presentarsi rischi piuttosto seri (non solo per l'oro nero, ma anche per il Gnl). Nel primo semestre del 2023, ogni giorno, dal Mar Rosso sono transitati 8,8 milioni di barili e 116 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. Dal Canale di Suez passa circa il 30% del commercio globale: facile temere un ritorno di rischi forti per l'economia (e dell'inflazione) qualora tutte le navi si vedessero costrette a ripiegare sulla rotta sudafricana. A tutto ciò si aggiunge la siccità che sta creando parecchi problemi al transito nel Canale di Panama, che – anche in questo caso – ha costretto molti armatori ad allungare le proprie rotte.
Islanda, i vulcani tornano a eruttare
Come se non bastasse, l'Islanda è stata colpita dall'eruzione del vulcano Fagradalsfjall, che si trova nel sud-ovest dell'isola, a circa 50 chilometri da Reykjavik. L'evento naturale estremo ha fatto tornare alla mente le difficoltà create, nel 2010, dall'eruzione del vulcano Eyjafjöll, sempre a sud dell'Islanda, che ebbe effetti clamorosi su gran parte del continente europeo. Dal 15 al 23 aprile 2010, a causa delle polveri presenti in aria, l'Europa settentrionale e quella centrale dovettero chiudere gli spazi aerei per la mancata idoneità al volo: molti ricordano le code di persone alla stazione di Milano Centrale, in cerca di un treno verso Roma per imbarcarsi a Fiumicino, a causa della chiusura degli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio. Pur non rappresentando un pericolo per la tenuta del sistema economico, l'eruzione del 2010 causò perdite pari a 200 milioni di dollari al giorno circa alle compagnie aeree. In teoria, secondo l'ufficio meteorologico islandese, il peggio dovrebbe essere alle spalle: l'eruzione del vulcano Fagradalsfjall è stata infatti declassata. Tuttavia, ha aggiunto l'autorità, la lava potrebbe ancora scorrere nel sottosuolo: non si può dire, quindi, che l'eruzione sia finita.Se così fosse, dovremmo tornare a rapportarci con l'imprevedibilità di avvenimenti simili, che non ci dà modo di prevedere se gli effetti di una eventuale, nuova eruzione metteranno ancora in difficoltà il traffico aereo europeo. Tuttavia, al giorno d'oggi, il rischio maggiore per mercati e Borse è, e resta, quello geopolitico.
Il pallone a pezzi
E' stata definita “storica” la sentenza C-333/21 della corte Ue che ha aperto all'organizzazione di tornei sportivi alternativi a quelli gestiti dalle federazioni internazionali. "Le norme Fifa e Uefa sull'approvazione preventiva delle competizioni calcistiche interclub”, si legge, “sono contrarie al diritto Ue". Il pronunciamento (che, non è stato ricordato abbastanza, vale solo per i Paesi Ue – escluse quindi l'Inghilterra, ma anche la Svizzera, dove hanno sede Fifa e Uefa) ha subito fatto pensare al progetto di Superlega privata, gestita dai club più ricchi, che punta ad affiancare o a sostituire i tornei internazionali Uefa. Per il momento rimarrà tutto come è. Poi vedremo gli interessi economici che ci sono dietro. Vedremo, cioè, se il potere dei soldi avrà il sopravvento sullo spirito originale del gioco, creando un torneo finanziato da capitali internazionali. Sicuramente, una spaccatura di questo genere andrebbe a creare danni al calcio. Fifa e Uefa, nel bene o nel male, sono istituzioni e fanno parte del sistema piramidale di controllo dello sport. Aprire a competizioni al di fuori di questo modello significherebbe, un giorno, rischiare di assistere alla duplicazione di eventi come mondiali di calcio e Giochi Olimpici. Questo trend, alla lunga, rischierebbe di causare una perdita di interesse nei confronti delle manifestazioni sportive. Soprattutto in Europa, dove l'approccio degli appassionati si basa su un'identità emozionale con una determinata squadra. La diffusione di un modello americano, basato meno sul tifo e più sul mero spettacolo, rischierebbe di allontanare gli spettatori, già colpiti dal crescente prezzo dei biglietti. E questo avrebbe una chiara ricaduta economica. Che cosa accadrà ora? Probabilmente si cercherà di evitare la spaccatura. Le istituzioni del calcio hanno un asso nella loro manica: la posizione della Premier League inglese, allineata al governo di Sua Maestà e ai tifosi nel contrasto all'organizzazione dei tornei paralleli. Downing Street ha già definito un quadro normativo per scoraggiare la partecipazione dei club alla Superlega, e un comunicato ha annunciato che proseguirà su questa strada. Senza le squadre della massima divisione inglese (e di colossi come il Bayern, l'Inter e il Psg) l'eventuale Superlega rischierebbe di partire zoppa. Per questo motivo, una trattativa in grado di portare a una redistribuzione degli introiti di Champions League, a condizione che non nascano tornei paralleli, sembra la soluzione più probabile. Perché alla fine, come spesso accade, è solo questione di soldi.
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Borse, si chiude un novembre molto positivo
I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini
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Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999. Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.
Il fallimento Signa
Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.
La posizione delle banche centrali
A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.
Petrolio e gas
Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.
Record oro, balzo bitcoin
A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.
La morte di Charles Munger
Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.
Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.
“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.
“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.
“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.
“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.
“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.
“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.
Poche sorprese sotto l'albero
Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.
Condizioni stazionarie
Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.
Previsioni contrastanti
Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.
Il punto sulle obbligazioni
Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.
Pnrr: siamo davvero in ritardo?
Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.
Più aziende vulnerabili
Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.
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Banche centrali, tornano i falchi
Jerome Powell ha affermato che la Federal Reserve potrebbe alzare ancora i tassi, se necessario. E Christine Lagarde ha dichiarato che la Bce non avvierà il ciclo di ribassi prima di sei mesi, e forse occorrerà ancora più tempo, non escludendo una nuova stretta “in caso di shock”. Tuttavia, almeno in Europa, nuovi rialzi sono impensabili. Ecco perché
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La Federal Reserve è pronta ad alzare ancora i tassi di interesse se dovesse intravederne l'esigenza. E' questo il tono della nuova esternazione del suo presidente, Jerome Powell. Una posizione da “falco” subito condivisa dalla Bce, che – con le parole di Christine Lagarde – non procederà ad avviare il ciclo di ribassi per sei mesi, e forse anche di più. In compenso, ha aggiunto, “con nuovi shock dovremo riconsiderare i tassi”. Naturalmente verso l'alto.
In Europa non si fa
Dobbiamo preoccuparci? Non più di tanto, almeno per quanto riguarda l'Eurozona, Perché a queste latitudini è impensabile che i tassi vengano alzati ancora. Shock o non shock. L'economia sta soffrendo molto per la stretta monetaria, i livelli dell'industria europea non sono per niente buoni e ben pochi paesi chiuderanno l'anno con il segno più (tra questi, occorre dirlo, c'è l'Italia). Le reazioni a eventuali nuovi inasprimenti potrebbero quindi rivelarsi drammatiche: ciò, lo ripetiamo, rende praticamente impossibili ulteriori rialzi. In compenso, anche i dati sull'inflazione - che ormai sta scendendo sotto il 3% - oppongono un no secco a una simile ipotesi: persino il petrolio, che aveva destato preoccupazioni nella prima parte dell'autunno, è ora rientrato nei ranghi, navigando nuovamente intorno agli 80 dollari al barile. Che non ci siano timori di inflazione lo dimostra la quotazione dell'oro, tornata sotto i 2.000 dollari l'oncia nonostante le numerose e deflagranti tensioni geopolitiche nel mondo. L'unica preoccupazione potrebbe arrivare dal gas, attualmente di poco sotto i 50 euro al megawattora. Un valore alto, certo, ma non altissimo: il livello non è neppure minimamente paragonabile alle valutazioni a tre cifre che abbiamo dovuto sperimentare nel recente passato.
Borse giù, ma non troppo
Le reazioni delle Borse alle dichiarazioni di Jerome Powell e Christine Lagarde sono state, tutto sommato, moderate. Si sono verificate flessioni, e la scorsa settimana si è chiusa all'insegna della cautela (uniche aree in controtendenza, almeno a Piazza Affari, il settore assicurativo, le telecomunicazioni e il comparto energetico, nonostante il calo del petrolio). Ma tutto è apparso sotto controllo. Anche perché il ritorno dei “falchi” non è l'unica causa di questo trend al ribasso: la settimana precedente le Borse avevano chiuso con buoni rialzi, e un calo che permettesse ai listini di rifiatare era ampiamente atteso. Nessun timore, quindi: i mercati non credono in ulteriori balzi verso l'alto della politica monetaria. Ne è ulteriore riprova il valore dei tassi a breve dei titoli di stato, che restano elevati. Le Borse, insomma, si sono dimostrate forti: in caso contrario, non avrebbero potuto mantenere un trend di oscillazione normale in un'epoca in cui le guerre provocano disastri all'economia di tutto il mondo. Ora, a meno di avvenimenti clamorosi, i listini dovrebbero chiudere l'anno senza particolari stravolgimenti. Si attende, infatti, un fine 2023 di poco sopra i livelli attuali o, mal che vada, in una situazione di stabilità, ma non in flessione. Ancora una volta, quindi, meglio mantenere. E, nell'obbligazionario, è consigliabile allungarsi di duration sui bond: per il settore, il 2023 è stato un anno molto difficile, ma l'anno prossimo si preannuncia migliore.
L'anno d'oro delle banche
Anno d'oro invece per le banche, capaci di raccogliere 43 miliardi di utili. Una scommessa già vinta, quella degli istituti di credito: fin da inizio anno era chiaro che il settore fosse favorito dalla stretta monetaria, anche se pochi si aspettavano risultati così brillanti. Occorre anche ricordare che, da 15 anni a questa parte, le aziende di credito hanno dovuto fare i conti con gravi difficoltà nel chiudere i bilanci. Il momento felice del settore bancario, come è facile prevedere, dovrebbe proseguire fino a quando i tassi rimarranno alti – cioè per molti mesi.
I più short
A proposito di banche, un'analisi GraniteShares su dati WhaleWisdom rivela che allo scorso 6 novembre Montepaschi era il terzo titolo italiano più shortato con il 2,62% delle azioni in posizioni corte nette. A precedere la banca senese solo Saipem e Industrie De Nora. La scelta dei fund manager che hanno venduto allo scoperto Mps si è dimostrata davvero erronea e poco lungimirante: il Monte dei Paschi ha ottenuto ottimi risultati ed è salito dell'8%. Più in generale, quest'anno chi ha shortato le banche è stato molto improvvido: al contrario, quello del credito era il vero settore su cui investire. Due parole su Saipem, che ha occupato il primo posto in questa speciale classifica. La società, dopo i momenti difficili trascorsi negli ultimi due anni, ha ora buone commesse e una discreta redditività, che le permette di recuperare, pur in parte, la distruzione del capitale condotta negli ultimi dieci anni. Certo: la società ha perso circa il 97% del suo valore rispetto al 2012, ed è costata ai cittadini molti soldi. Ma il suo ruolo era troppo centrale per non procedere a un salvataggio. Chi ha scommesso contro Saipem non ha dato peso a questa considerazione.
Cina, nubi e ostacoli sulla strada della ripresa
Recentemente, il Fmi ha invitato le banche a investire in Cina, riconoscendo però i problemi attualmente attraversati dall'economia del Paese. Tuttavia, almeno finora, gli investitori restano lontani da Pechino, anche per l'opacità di questo mercato. La tanto ventilata ripresa cinese è, dunque, un percorso con tante nubi e vari ostacoli, non ultima l'attuale fase deflattiva. Per competere con gli Stati Uniti e divenire la prima potenza mondiale, la Cina dovrebbe aprirsi maggiormente alla trasparenza e recuperare posizioni in vari ambiti, non ultimo quello tecnologico. Necessario anche rivedere alcune scelte demografiche davvero discutibili, come le regole ferree sul numero dei figli concessi alle famiglie. Le limitazioni, chiamate “politica del figlio unico”, permettevano fino al 2013 un solo bambino per nucleo familiare, e tuttora prevedono multe salate per i genitori che scelgono di avere più di due figli. La strategia, evidentemente introdotta per evitare la sovrappopolazione, può sortire l'effetto opposto, con rischi di dimezzamento dei residenti e conseguente insufficienza di lavoratori. Una situazione che metterebbe a rischio l'economia cinese, allontanando il paese dalla lotta per la leadership mondiale.
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Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch
L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.
Le proteste del Tesoro americano
Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.
Borse in calo
L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.
Banche, la tassa sugli extraprofitti
Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.
Trimestre anti-inflazione
Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.
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Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime
La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.
Banche, stress test ok
Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.
Tassi: sempre più malumori
Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui “la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Giappone batte Occidente
L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.
Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo
Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.
Petrolio su, gas giù
Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.
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Inflazione, verso il punto di svolta?
Il ciclo di rialzi dei tassi sembra giunto alla sua fase finale, anche se la Bce si fermerà probabilmente dopo la Fed. Intanto, sui mercati regna ancora la tranquillità, mentre le ricche cedole elargite dalle trimestrali rendono legittimo un certo ottimismo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Terza settimana di calma per le Borse. I mercati continuano a procedere sotto traccia, con la volatilità al lumicino e le antenne orientate verso le prime trimestrali. Che almeno finora, come da previsione, stanno offrendo cedole molto generose, rendendo legittimo un certo ottimismo. Nel clima di marcia tranquilla che contraddistingue questo mese di aprile, venerdì scorso i mercati europei hanno chiuso comunque in positivo, con l'eccezione di Milano: Piazza Affari ha infatti archiviato una lieve flessione (-0,50%), essenzialmente per le prestazioni negative di Tim e Stellantis. Le chiusure negative di martedì 25 aprile, legate soprattutto a rinnovati timori sulla tenuta di alcune aziende di credito (su tutte First Republic Bank), invitano comunque a essere cauti per capire se maggio si confermerà il mese del sell in May and go away. Di qui in avanti un po’ di cautela non guasta, visto che anche da un punto di vista di analisi tecnica i mercati sembrano essere vicini a livelli dai quali ci si può aspettare una correzione.
Due titoli sotto la lente
Ma torniamo all'Italia, e ai due titoli che abbiamo messo sotto la lente. A iniziare da Tim, che è ancora un'azienda indebitata: la società, negli anni recenti, si è contraddistinta per una redditività bassa. E i suoi problemi sono ancora aperti. L'opa sulla società era stata fissata a un valore di 42 centesimi, poi il valore è sceso. Tuttavia, occorre non dimenticarsi che la telefonia è un'infrastruttura strategica e che già in gennaio si parlava di un valore della rete unica maggiore del 40% rispetto a quello fissato per l'opa. Stellantis, da parte sua, ha deluso un po' rispetto alle previsioni, ma il suo valore attuale è ancora del 10% circa superiore rispetto a quello di inizio anno. È anche vero che ultimamente la società ha subito un calo, e ciò che ha impressionato è la velocità di discesa. La casa automobilistica sta scontando qualche problema sui dati di bilancio, ma la situazione si dovrebbe normalizzare, dato che ora il suo titolo è tornato a salire, anche per i recenti test effettuati sui carburanti sintetici.
Enel, il nuovo AD piace al mercato
A rimbalzare in modo deciso è il titolo di Enel, che quest'anno si sta riprendendo dai cali del 2022 ed è tornato a 6 euro circa. Non per niente, i fondi esteri stanno cercando posti in consiglio di amministrazione per pesare di più. Dopo la prima giornata post-nomine, il titolo ha recuperato redditività: il mercato è sembrato gradire la scelta, per il ruolo di amministratore delegato, di Flavio Cattaneo, un manager che ha fatto bene dovunque abbia lavorato. Secondo i rumours riportati da Il Sole24Ore, la sua strategia per Enel sarebbe in piena continuità con il piano del suo predecessore Francesco Starace e punterebbe da una parte alla riduzione del debito, dall'altra a cedole garantite.
Ita-Lufthansa, si va ai tempi supplementari
Se Enel ride, Ita è ancora in attesa della definizione del contratto che la dovrebbe portare in Lufthansa: la trattativa fra il ministero del Tesoro e il gruppo tedesco si sta dilatando, ma non sembra a rischio. I 60 giorni lavorativi previsti dal memorandum di intesa per chiudere l'accordo sono scaduti il 24 aprile, ma alcuni dettagli economici sono ancora da stabilire, e si prevede che la firma del contratto slitti a maggio. Poco male, se davvero sarà così. Qualunque cifra sia stabilita, sembra abbastanza certo che, per entrare prima al 40% e poi acquistare il resto, il gruppo tedesco pagherà una cifra molto bassa, anche se Ita è un asset molto fragile. Se gestito bene, tuttavia, il business aereo italiano ha molte potenzialità, soprattutto in un'epoca in cui si assiste a una decisa ripresa dei voli a livello mondiale. Uno dei punti di forza della nostra compagnia di bandiera sono gli slot, quelli che mancavano a Lufthansa Italia. Un progetto, lanciato alcuni anni fa, che senza i migliori orari di viaggio dovette chiudere, anche a causa della concorrenza delle compagnie low cost. Interessante, nella compagnia italiana, anche la gestione delle classi business negli aeromobili, soprattutto per i voli verso l'America del Nord. L'organizzazione di una Ita in ambito Lufthansa ne farà una compagnia regionale simile a Swiss e Austrian Arlines, con un'organizzazione multihub imperniata su Francoforte, Monaco, Zurigo, Vienna e Milano Malpensa come new entry. Ciò che è più importante, però, non è tanto la “gerarchia” tra i veri carrier, ma il fatto che la compagnia porti traffico aereo in Italia. Se gestita in maniera manageriale, dunque, la nostra compagnia aerea potrà finalmente contribuire alla crescita dell'economia. Molto probabilmente sarà ridotto il personale tramite l'ultimo giro di prepensionamenti, così da tagliare una delle due maggiori voci di spesa (l'altra, e cioè il costo carburante, non dipende chiaramente dalle scelte delle compagnie aeree).
Tassi, ultimi rialzi in vista
Negli Stati Uniti l'inflazione sta rallentando: i segnali inducono alla calma e sicuramente influenzeranno le scelte della Federal Reserve. In altri termini sembra abbastanza probabile che, tra giugno e luglio, avverrà negli Usa un ultimo rialzo dei tassi pari a non più un quarto di punto. Poi, finalmente, si raggiungerà il livello massimo. La situazione è un po' differente in Europa, dove l'inflazione è – a detta della Bce – ancora troppo alta: Francoforte potrebbe dunque proseguire il ciclo di “rialzini” almeno fino alla fine dell'estate; secondo Pierre Wunsch, governatore della Banca centrale belga e consigliere Bce, “stiamo aspettando che la crescita dei salari e dell'inflazione core rallenti prima di essere in grado di arrivare al punto in cui possiamo fermare" i rialzi: "non sarei sorpreso”, ha aggiunto, “se a un certo punto dovessimo passare al 4%”. Dopo aver raggiunto il picco, i tassi dovrebbero rimanere stabili almeno fino al 2024, per poi iniziare a scendere. Una situazione ideale, questa, per puntare sulla stabilità del mercato obbligazionario, che rende particolarmente vantaggioso l'acquisto di bond “lunghi”.
Italia, il rating non cambia
Non cambiano le valutazioni di Standard&Poor's per l'Italia: il nostro paese ha ancora un rating BBB con outlook stabile. Nessun rischio, insomma, per lo status tranquillizzante di investment grade, la cui conferma era ampiamente attesa. Un rating al ribasso sarebbe stato infatti discutibile, se non scandaloso: l'Italia è il paese che ha registrato una maggior crescita del Pil, nonostante una chiara penalizzazione in chiave debito proveniente dal rialzo dei tassi. L'aumento del costo del denaro, per l'Italia, è una vera corsa a handicap, e ci obbliga a crescere più della media per evitare un aumento delle tasse o un taglio dei servizi. E per allontanare lo spettro del patto di stabilità, di cui si sta parlando in sede Ue in questi giorni: meglio sarebbe abbandonarlo del tutto.
Credit Suisse, partono le cause
Sul fronte Credit Suisse, le turbolenze sul fronte cocos (tra l'altro ampiamente previste) si sono puntualmente avverate: gli obbligazionisti senior hanno deciso di fare causa. Difficile prevederne la conclusione: a quanto pare, i contratti di sottoscrizione contenevano una postilla che lascerebbe (il condizionale è d'obbligo) mano libera alla Banca Nazionale Svizzera in caso di situazione straordinaria. Se così fosse, non sarebbe possibile attaccare il rovesciamento delle garanzie, che ha penalizzato i cocos salvando gli azionisti (anche se a fronte di perdite molto forti). Si prevede, però, che alla fine si arriverà un accordo, in grado di rivedere un po' le clausole e rimborsare almeno in parte i sottoscrittori di obbligazioni senior. Al momento c'è una sola certezza: l'unica parte in causa a fare un grande affare è stata Ubs, che si trova ora a operare come unico colosso bancario in Svizzera.
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