Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.
Il “no” dei verdi tedeschi
Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.
Il riarmo è in atto da anni
A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.
Tira e molla sui dazi
A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.
Confusione? No, grazie
Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.
Effetto domino
Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.
Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.
A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.
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Le bigtech affossano Wall Street
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.
Le cause del crollo
Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.
Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo
A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.
Bitcoin tra l’incudine e il martello
Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.
Sturmtruppen in Borsa
Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.
Previsioni errate
Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.
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Elezioni tedesche, tutto come previsto
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Poche sorprese dalle elezioni tedesche. La consultazione ha infatti ricalcato le indicazioni dei sondaggi: a vincere sono stati i Cristiano-Democratici dell’alleanza Cdu-Csu con il 28% e 208 seggi. Seguono l’estrema destra dell’Afd (20,8%, 152 seggi), i socialdemocratici della Spd (16,4%, 120 seggi), i verdi (11,6%, 85 seggi), la Linke (8,8%, 64 seggi) e il partito dei danesi e dei frisoni dello Schleswig Holstein con un seggio, garantito dalla tutela delle minoranze linguistiche. E’ però dalla differenza con le elezioni precedenti che si comprende meglio chi ha vinto e chi ha perso: a crescere sono stati Afd (+10,4%) e Linke (+3,9%), che hanno aumentato i loro consensi più del previsto, mentre i democristiani hanno lasciato il 2% sul terreno, i verdi sono arretrati del 3,1%, i liberali (non entrati in parlamento) hanno perso il 7,1% e i socialdemocratici – i grandi sconfitti – addirittura il 9,3%. Nessun seggio per la Bsw, la formazione di sinistra radicale che per 14.000 voti non ha superato lo sbarramento del 5% (per la cronaca, la sua leader Sahra Wagenknecht ha chiesto un riconteggio dei suffragi, sperando in una rettifica del 4,97% ottenuto). L’unica vera sorpresa è stata l’affluenza, molto più alta del previsto, che contrariamente a quanto si dice potrebbe aver premiato gli elettori moderati, meno abituati alla mobilitazione di massa alle urne.
Spese militari
Il leader della Cdu, Friedrich Merz, ha annunciato che punterà sulla Große Koalition con la Spd, anche se i margini non sono molto alti. Ma l’impresa del nuovo governo sembra molto difficile, soprattutto per la crisi economica che attanaglia la Germania. L’impoverimento della classe media tedesca è sotto gli occhi di tutti, e un intervento incisivo su questo fronte è necessario per arginare un’eventuale, ulteriore crescita dell’Afd. Un partito forte soprattutto nell’ex Germania Est, i cui abitanti soffrono maggiormente il rapido declino dell’economia. Il voto di protesta non sembra però scalfire il piano già annunciato da Merz in campagna elettorale: introdurre un maxi-stanziamento per la difesa fino a 200 miliardi di euro, per sopperire a un eventuale disimpegno americano in Europa. Per approvare questa misura, il prossimo cancelliere potrebbe proporla al Bundestag nella composizione pre-elettorale, che per legge è attivo fino al 24 marzo; la mossa servirebbe a evitare le barricate da parte dei due partiti anti-militaristi – cioè i vincitori di fatto Afd e Linke. Sempre con il “vecchio” Bundestag, Merz pensa anche di allentare i limiti sul debito, che attualmente non permette deficit a livello federale oltre lo 0,35%. Una decisione che avrebbe del clamoroso, data la posizione storica della Cdu. Per queste riforme, il prossimo cancelliere potrebbe cercare i consensi di socialdemocratici, verdi e liberali, prima che questi ultimi abbandonino il parlamento.
La reazione delle Borse
Le Borse europee hanno reagito in ordine sparso ai risultati delle consultazioni in Germania. Francoforte ha apprezzato l’esito del voto, mentre Piazza Affari è salita in apertura di settimana, tornando però dopo poco tempo ai suoi ritmi ordinari. In realtà, non c’è alcun motivo che possa giustificare un rialzo borsistico post-elettorale: la crisi economica tedesca (ed europea) è conclamata e Merz è sembrato disinteressarsene: non per niente, nei suoi discorsi programmatici ha dato ben poco spazio all’economia, relegandola nel classico angolino. Mentre sarebbe necessario un intervento strutturale: le famiglie sono impoverite e il dilagare del voto di protesta mostra una situazione quasi da pre-Rivoluzione Francese. Con la possibilità concreta che, dall’ex Ddr, il boom di destra e sinistra radicali si amplifichi anche nel resto del Paese, che sta sperimentando sintomi sicuramente poco rassicuranti. Un esempio su tutti è il peggioramento della rete ferroviaria, con ritardi inediti per la ferrea organizzazione tedesca. Ritardi che hanno persino costretto le ferrovie svizzere a fermare nelle stazioni di confine i convogli provenienti dalla Germania, per evitare rallentamenti a catena anche sul territorio elvetico.
Maxifusione nel settore energetico
A far avanzare la Borsa di Milano è, ancora una volta, il settore bancario, in un periodo in cui le protagoniste del risiko stanno affilando le armi per prevalere nelle rispettive contese.
Poco impatto ha invece avuto l’annuncio del nuovo supergruppo di ingegneria energetica: l’accordo per la fusione tra l’italiana Saipem e la norvegese Sunsea7 non ha infatti inciso granché sul listino milanese – anzi, il titolo della società italiana ha leggermente ritracciato. Eppure, la logica industriale alla base dell’operazione è molto importante: l‘intesa darà vita a un colosso del settore, con 43 miliardi di portafoglio ordini aggregato e 20 di ricavi, oltre che una presenza complementare sul territorio e spese di ricerca e investimenti messe a fattor comune. Il nuovo gruppo, a quanto prevede l’accordo, si chiamerà Saipem7, verrà quotato a Milano e Oslo e sarà detenuto dagli azionisti delle due società con quote paritetiche. Saipem viene da aumenti di capitale e salvataggi e ha perso circa il 90% dai massimi storici del 2012; tuttavia, l’accordo di fusione dimostra quanto la società sia appetibile dal punto di vista industriale e infrastrutturale.
Juve, l’eliminazione incide sul titolo
Montagne russe per il titolo Juventus. I movimenti sono iniziati lo scorso 10 febbraio, quando la criptovaluta Tether ha acquistato il 5,01% della società bianconera, favorendo una crescita del 24% in Borsa in una settimana. Poi è arrivata l’eliminazione dalla Champions League, a opera del Psv Eindhoven. E le azioni bianconere hanno lasciato sul campo oltre il 12%, per poi recuperare, ma soltanto in parte. Il febbraio finanziario della Juve solleva due tematiche. La prima consiste nell’ingresso delle criptovalute nel calcio, che potrebbe espandersi ad altre società in breve tempo. La seconda riguarda l’importanza crescente dei risultati sportivi nella valutazione di un club quotato. Nel documento programmatico, la Juventus aveva previsto il raggiungimento degli ottavi di finale di Champions e l’eliminazione ha bruciato 15 milioni di euro sul fronte dei minori ricavi. Un vero problema, soprattutto per il fair play finanziario Uefa e i suoi impatti su eventuali aumenti di capitale.
Storno in vista?
Più in generale, le Borse sono attualmente poco mosse: anche Wall Street, in questi giorni, è un po’ nervosa, scontando forse i dazi e la possibilità di una “guerra commerciale” sui chip con la Cina. Bank of America ha lanciato un allarme, evidenziando il rischio di una bolla high tech in grado di portare il S&P 500 addirittura a un -40%. Forse la previsione è troppo catastrofica; tuttavia, una correzione per le sette grandi protagoniste del Nasdaq sarebbe più che giustificabile, dato che queste aziende corrono da due anni e mezzo. Certo è che stiamo attraversando un periodo all’insegna della cautela: al momento soltanto l’oro corre, e sembra non volersi fermare. Per il resto, la situazione sembra la classica quiete prima della tempesta. Ma, più che un crollo imminente delle Borse, sembra più probabile uno storno moderato, che faccia rifiatare i listini dopo una lunga stagione positiva.
Generali dietro la collina
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova stagione del risiko bancario, improvvisamente rivitalizzato dalle offerte pubbliche di scambio protagoniste di questa stagione invernale, sembra aperta a colpi di scena di ogni genere. A cominciare dal rialzo, da parte di Banco Bpm, dei valori relativi all’opa su Anima – strategia che molti hanno visto come intervento difensivo nei confronti dell’ops di Unicredit.Non per niente Andrea Orcel ha minacciato di far saltare l’offerta, paventando “rischi patrimoniali”. E scatenando sua volta una risposta da Bpm, che ha espresso “preoccupazione in relazione ai contenuti del comunicato stampa diffuso da Unicredit”.
Tra i due litiganti…
Mentre sale il livello dello scontro fra Piazza Gae Aulenti e Piazza Meda, rumours insistenti parlano di un possibile ingresso in campo di Intesa Sanpaolo, finora rimasta fuori dai giochi. In questo caso, la partita sarebbe (il condizionale è d’obbligo) l’offerta Mps su Mediobanca: il gruppo bancario guidato da Carlo Messina potrebbe affiancarsi ai senesi per trasformare il classico “topolino che cerca di mangiare un elefante” in un’operazione molto più proporzionata. La vera preda (sempre secondo le voci) sarebbe Generali. Un gruppo particolarmente appetibile: un po’ perché, nel caso di unione tra Intesa e il Leone (già naufragata qualche anno fa), verrebbe a formarsi il conglomerato bancassicurativo più grande d’Europa; un po’ perché un’operazione di questo tipo ha molte probabilità di essere benvista dalla politica; un po’ ancora perché, per un istituto di credito, l’acquisto di un gruppo assicurativo è teoricamente più semplice, grazie al Danish Compromise (norma europea relativa alla vigilanza che permette una disciplina più favorevole delle partecipazioni assicurative nei requisiti patrimoniali di un istituto bancario). Le voci, ovviamente, restano tali: per capirne di più si dovrà attendere aprile, mese in cui saranno rinnovate le cariche di Intesa Sanpaolo. In ogni caso, è facile osservare quanto fosse strano il disimpegno di Messina dalle grandi manovre in atto nel sistema finanziario italiano. D’altro canto, Generali potrebbe diventare appetibile anche per Unicredit, soprattutto nel caso in cui i dossier relativi a Banco Bpm e Commerzbank si rivelassero troppo ardui.
I rischi del “carta contro carta”
Le difficoltà del risiko 2025 sono comunque sotto gli occhi di tutti. Perché le “grandi manovre” vengono condotte in un periodo che non è proprio così favorevole a questi tipi di operazioni, dato che ultimamente il valore dei titoli finanziari si è alzato, e di molto. Fino a un anno e mezzo fa, le banche costavano relativamente poco: era quindi possibile acquistarle pronta cassa. Oggi il loro valore è aumentato di molto, obbligando i “cacciatori” a ricorrere a una formula – quella del “carta contro carta” – ben più difficile da far accettare agli azionisti della “preda”. Perché un conto è aderire a un’offerta e portare a casa denaro liquido e certo, un altro è cedere azioni per trovarsi in mano altre azioni, con tutti i rischi del caso.
Borse in grande spolvero
Detto questo, Piazza Affari è sembrata ringalluzzita dalle nuove pagine del romanzo-risiko, raggiungendo i massimi dal 2008 e vestendo la maglia rosa. In un quadro di crescita che ha investito l’intera Europa, dove le Borse sono state spinte dai titoli del settore difesa. In un periodo in cui il nostro continente è investito da una improvvisa febbre bellicista, la sola ipotesi di rialzo degli investimenti in armi ha spinto le azioni del comparto talmente in alto da trainare interi indici.
L’indotto degli armamenti
Come interpretare un’escalation dei titoli defence europei mentre la pace in Ucraina sembra improvvisamente possibile? Sicuramente, qualche esponente politico può essere genuinamente mosso da pruriti guerreschi, ma è possibile anche dare una lettura un po’ più maliziosa a questo improvviso entusiasmo.
E attribuire un ruolo importante, se non decisivo, all’esclusione delle spese militari (e del loro impatto sul debito) dal patto di stabilità: spendendo denaro pubblico per armi, droni e carri armati, i Paesi avrebbero la possibilità di creare un indotto in grado di mandare in ricircolo nuovo denaro, senza dover sottostare alle strette maglie dei controlli comunitari. Se, per esempio, le spese militari italiane passassero dall’1,6% al 3% del pil, libererebbero quasi 23.000 miliardi di stanziamenti aggiuntivi, andando a toccare a cascata vari altri settori. E’ difficile trovare altre spiegazioni logiche, dato che – come ha affermato pochi giorni fa Carlo Cottarelli – già oggi le spese militari europee sono superiori del 50% rispetto a quelle dichiarate dalla Russia.
Il tavolo che conta
Oltre a questo, è bene ricordare che un esercito europeo non esiste e la sua formazione incontra molte difficoltà: il potere che i singoli Paesi Ue hanno sulle proprie truppe e la mancanza di un coordinamento che non sia quello Nato; le strategie (e le posizioni politiche) diversificate; la neutralità di alcuni Paesi Ue; la presenza di molte lingue nell’Unione e una mobilità minore di quella esistente negli Stati Uniti. La “disunione” europea è emersa chiaramente al confronto convocato all’Eliseo da Emmanuel Macron sull’Ucraina – riunione a cui, tra l’altro, sono stati invitati solo alcuni Paesi dell’Unione (e la Gran Bretagna, non si capisce a che titolo) e Ursula von der Leyen in rappresentanza dell’Ue: al termine del dibattito, ognuno è tornato a casa con una posizione diversa, trasformando un vertice in poco più che un’inutile riunione conviviale.
Contemporaneamente, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov iniziavano a confrontarsi a Riad su eventuali negoziati di pace, aprendo il “tavolo che conta” ai fini delle trattative.
In attesa dei dazi
Sullo sfondo, si fa largo la consapevolezza che i soldi stanziati dagli Stati Uniti per l’Ucraina andranno restituiti: lo ha fatto capire chiaro e tondo Donald Trump, che ha suggerito a Kiev di pagare i debiti in terre rare, di cui il Paese è ricco. Volodymyr Zelensky ha respinto sdegnosamente la proposta al mittente; tuttavia, ci si chiede quale reale potere decisionale avranno le autorità ucraine quando si decideranno le sorti (e gli indirizzi economici) del Paese. Il presidente americano è particolarmente attivo anche sul fronte dei dazi, molti annunciati come arma di pressione su vari tipi di trattative, altri di più probabile applicazione, come quello sulle auto, che dovrebbe scattare ad aprile.
Problematiche potrebbero inoltre rivelarsi le tariffe doganali del 25% annunciate da Trump su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti – un vero e proprio gioco d’azzardo, che rischierebbe, alla fine, di causare un aumento dei costi e favorire la Cina. Particolarmente preoccupante è il caso del commercio dei rottami: nel caso fossero applicate nuove tariffe doganali, i produttori di alluminio secondario si troverebbero a vendere sul mercato a un prezzo maggiore. Se quindi gli Stati Uniti acquistassero rottami in Europa a una tariffa più alta del 15%-20% rispetto ai produttori del nostro continente, rischierebbero di creare un problema a tutta la filiera Ue del riciclo, mandando i nostri prodotti fuori mercato. Certo, l’Europa potrebbe sempre reagire con controdazi sull’esportazione del rottame, ma Bruxelles ha un processo decisionale troppo lento, che non induce a ottimismo su una reazione pronta ed efficace. A proposito di metalli, l’oro continua il suo trend in salita, favorito dalle incertezze geopolitiche.
Petrolio e dollaro, da parte loro, si trovano in una fase di trading range, mentre il gas è ancora oggetto di dinamiche speculative. Forse, soltanto un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina sarebbe in grado di spingere il valore del metano a prezzi più ragionevoli, anestetizzando le turbolenze di mercato causate prima dal Covid, poi dallo scoppio del conflitto.
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Fuochi artificiali dal risiko bancario
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una nuova ops riporta alla ribalta il “monopoli” bancario. Dopo le offerte di Unicredit su Banco Bpm e di Montepaschi su Mediobanca, è infatti la volta di Bper, che ha messo nel mirino Banca Popolare di Sondrio. Un istituto tra i meglio gestiti in Italia e, per questo, molto ambito. Si tratta, per la precisione, di un’offerta pubblica di scambio volontaria pari a 4,3 miliardi di euro sulla totalità delle azioni ordinarie dell’istituto valtellinese, con un premio del 6,6%, in nome – almeno secondo Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper – dei “modelli di business coerenti” e della condivisione degli “stessi valori” da parte delle due aziende.
Un “gioco dell’ops” molto lungo. E incerto
Come Banco Bpm (a sua volta impegnato in un’opa su Anima) e Mediobanca, anche Pop Sondrio non gradisce il tentativo di conquista. L’offerta “nel suo insieme è distruttrice di valore ed è ostile” all’istituto di credito, ha sottolineato senza mezzi termini una nota del Comitato per l’autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio, che riunisce piccoli azionisti valtellinesi.
Il comunicato ha evidenziato similitudini con altre ops “da poco lanciate e attualmente in corso”, che rischiano di fare del sistema bancario italiano uno “tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato”.
Pop Sondrio è l’istituto di credito che più a lungo ha resistito all’obbligo di trasformazione in società per azioni introdotto dal governo Renzi per le Popolari: solo a fine 2021, e dopo anni di ricorsi, la banca retica ha approvato obtorto collo la nuova forma sociale. Nonostante questo, l’80% circa delle partecipazioni è ancora in mano ad “azionisti vari”, che potrebbero anche decidere la non adesione all’ops in forza di un legame identitario mai sopito.
Tanto più che, come le operazioni Unicredit-Banco Bpm e Mps-Mediobanca, anche l’ops Bper-Pop Sondrio segue la formula “carta contro carta”, che rende un’eventuale adesione molto meno attrattiva.
Per i “cacciatori”, l’impresa è quindi piuttosto ardua (paradossalmente, il dossier meno difficile è proprio l’ops Bper-Pop Sondrio, a condizione che la banca ducale riesca a dare rassicurazioni concrete al territorio). Ne sentiremo comunque parlare per molti mesi: in Italia, le offerte di acquisto o di scambio innescano in iter molto lungo, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove le operazioni si concludono anche in un paio di settimane,
“Pronto? Chi compra?”
La nuova campagna acquisizioni non si limita al mondo bancario. Voci insistenti parlano di un interesse di Iliad verso Tim. La società francese, divenuta simbolo della telefonia a prezzi economici, proverebbe nuovamente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nostro Paese dopo il flop dell’acquisizione Vodafone Italia, poi entrata in Fastweb (gruppo Swisscom).
Il dossier Tim potrebbe sembrare meno difficile del previsto, grazie ai prezzi modici di una società scorporata dal vero asset dell’ex Telecom, e cioè la rete.
Nella marcia dell’azienda francese verso l’ex monopolista, però, ci sarebbero anche alcuni concorrenti, tra cui Poste Mobile, il cui possibile intervento è visto da qualcuno come un tentativo dello Stato di ostacolare l’arrivo di una proprietà straniera, rientrando parzialmente nell’azionariato di Tim.
La Borsa sale
In questa girandola di tentati M&A, le Borse europee hanno reagito bene, con Milano che ha chiuso la scorsa settimana a 1,6%. Hanno corso, in particolare, Popolare di Sondrio – con un picco positivo venerdì scorso e un parziale ritracciamento da lunedì – e Iveco, che ha chiuso la settimana di oltre il 19% e sta continuando a salire. Il forte incremento della casa torinese è avvenuto dopo l’annuncio di un possibile spin off delle due società del settore difesa (Idv e Astra), a margine della presentazione dei dati 2024, chiuso con risultati migliori del previsto.
Così, un titolo che lo scorso dicembre navigava sui 9 euro ora veleggia oltre i 14. Il business di Iveco nel defence è stato a lungo quasi ignorato dai mercati. Era infatti usuale vedere la società come un’azienda dell’automotive, sottovalutando l’attività del gruppo nella costruzione di veicoli militari e loro componentistica. La Borsa di Milano, in ogni caso, ha nuovamente raggiunto i massimi, sfondando quota 37.000. E le aspettative di taglio tassi ingenerano ottimismo su tutti i listini europei: ci troviamo ancora in un trend positivo, e potrebbe essere il caso di fare un po’ di fine tuning su titoli che saranno favoriti dalla diminuzione del costo del denaro, come utility e petroliferi.
L’oro brilla più che mai
Il taglio dei tassi, naturalmente, ha conseguenze chiare sulle obbligazioni, il cui rendimento è in calo. A non fermarsi è invece l’oro, che contro le previsioni corre verso la quotazione di 3.000 dollari l’oncia.
Il trend dipende dall’esigenza di beni rifugio ma anche dagli acquisti effettuati da Paesi come Cina e Russia, desiderosi di sganciarsi dai circuiti internazionali per sfuggire agli effetti di sanzioni presenti o future.
A dare un ulteriore impulso al “re dei metalli” potrebbe essere l’avvio di un programma pilota in Cina, che darà per la prima volta luce verde alle assicurazioni per l’acquisto di oro. Il progetto ha le potenzialità per liberare miliardi di dollari di investimenti auriferi, in grado di pompare ulteriormente la sua quotazione. Se, per ipotesi, le compagnie assicurative si dotassero di oro per il 5% dei loro investimenti, il metallo potrebbe schizzare persino a 4.000 dollari.
Preoccupa, invece, l’aumento del gas sulla Borsa di Amsterdam, mentre il petrolio resta tranquillo nella fascia bassa di oscillazione.
Porsche a picco
Un venerdì da incubo, invece, per il titolo Porsche, ai minimi dal suo ingresso alla Borsa di Francoforte (2022). E’ infatti bastato un annuncio pessimista, da parte della casa di Stoccarda, sui profitti 2025 per trascinare le azioni a -6,8% (con un valore che è la metà rispetto ai massimi storici). Nel mentre, è stata comunicato il ritorno ai motori a combustione interna, chiaro passo indietro rispetto all’agenda elettrica.
Il decremento delle azioni Porsche rende ulteriormente cristallina la già evidente crisi dell’automotive tedesco. Diversa, invece, la causa dell’arretramento di Tesla, che prosegue dai primi di febbraio: la società di Elon Musk era talmente salita dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana da rendere quasi fisiologico un ritracciamento.
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I dazi deprimono le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.
Bullismo o tattiche negoziali?
La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.
La Cina non è vicina
Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.
Europa debole
Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.
Euro debole
Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.
Bank of America: “investite in Europa”
In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.
La Bce ritocca i tassi, la Fed no
Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.
Commerzbank alza gli scudi
Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.
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Presidenziali Usa: le Borse sperano in risultati certi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nuovo passo dei Brics+ verso un sistema finanziario integrato di pagamenti in valuta diversa dal dollaro. Nel corso del vertice di Kazan, il gruppo allargato di Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ha infatti deciso di proseguire il piano che vede l’utilizzo delle monete nazionali per effettuare le transazioni fra gli Stati aderenti (ormai nove), dotandosi di una piattaforma sganciata da Swift. Obiettivo: conquistare l’indipendenza dal dollaro come moneta globale, evitando però una nuova egemonia (a essere utilizzate sarebbero le monete locali) e premendo verso un’organizzazione all’insegna del multilateralismo.
Troppi ostacoli
Nonostante gli sforzi dei Brics+, e sebbene questi Paesi rappresentino oltre la metà della popolazione mondiale, è inverosimile che un’iniziativa di questo tipo sia in grado di minare la centralità del dollaro, e tanto meno di mandare in pensione il sistema di Bretton Woods. Dal punto di vista economico, il mondo occidentale fa ancora da traino, e se si vuole commerciare con gli Stati Uniti, o l’Europa, occorre mettere da parte lo yuan o un’eventuale futura (e anch’essa inverosimile) moneta comune dei Brics+. La proposta del New York Stock Exchange di estendere l’orario di apertura a 22 ore al giorno durante i giorni feriali assolve proprio a una funzione deterrente nei confronti di eventuali “fughe” dal dollaro. Se un sistema finanziario integrato Brics+ nascerà, sarà utilizzato per gli scambi tra questi Paesi, che comunque non sono ancora dominanti sul mercato. E servirà per aggirare sanzioni già in atto o eventuali, con la stessa logica che ha visto Cina e Russia spostare i loro investimenti dagli asset occidentali al più sicuro oro. Permettendo al metallo giallo di stabilire record clamorosi. Il progetto potrebbe incontrare anche ulteriori ostacoli, causati dai rischi di guerra commerciale fra Cina e India: se si verificasse questa eventualità, non sarebbe a rischio solo il progetto di emarginazione del dollaro, ma la stessa esistenza dei Brics.
Trump-Harris: pianeti diversi. Ma entrambi faranno deficit
Il progetto di Cina, Russia e partner ha un po’ distratto l’attenzione dalle imminenti elezioni americane che però, dopo la chiusura del vertice di Kazan, hanno riguadagnato i riflettori. I mercati sono in attesa del risultato, e non si può dire che parteggino per l’una o per l’altra parte: sperano, invece, che a urne chiuse si conosca subito il nome del presidente. Le Borse temono l’incertezza e amano la stabilità: Trump o Harris, sembra di capire, per i listini “pari sono”, e l’unico rischio da evitare è un risultato conteso. Per il resto, i programmi economici dei due candidati non sembrano opposti. Entrambi puntano alla crescita americana, ed entrambi continueranno a produrre debito: Donald Trump attraverso il calo della pressione fiscale e Kamala Harris mantenendo alta la spesa pubblica. Per il resto, le differenze sono altrove: sulla politica internazionale (soprattutto la guerra russo-ucraina), le teorie woke e il politically correct (abbracciati in maniera estremistica dall’attuale vicepresidente e respinte in modo altrettanto oltranzista dal tycoon) e l’immigrazione, che vede una posizione radicalmente contraria da parte di Trump e più favorevole da parte di Kamala Harris, che l’ha gestita durante la presidenza Biden. Con una posizione, però, molto ondivaga: da un lato è entrato in territorio americano qualche milione di clandestini, dall’altro le autorità hanno proseguito a costruire il muro al confine con il Messico e a cercare di bloccare gli arrivi alla fonte (a questo proposito, molti ricordano l’appello di Kamala Harris in Guatemala nel 2021: “non venite”).
Giro di valzer sui bitcoin
In quanto a mutevolezza, Trump non è da meno. Durante la sua presidenza, il miliardario newyorkese aveva criticato aspramente le criptovalute, in difesa della centralità del dollaro. Ora (forse per raccattare voti tra i circa 67 milioni di americani che hanno bitcoin in portafoglio) ha rilasciato dichiarazioni di tutt’altro tenore. “Il bitcoin”, ha detto, “è come l’industria dell’acciaio di cento anni fa. Penso che sia solo all’inizio. In soli 15 anni è passato da un’idea pubblicata anonimamente su un forum on line a diventare il nono asset più prezioso al mondo. E’ già più grande di Exxon Mobil e presto supererà l’intero mercato dell’argento. E un giorno, probabilmente, anche l’oro”. Ha anche aggiunto: “la blockchain ha il potenziale di costruire il futuro dell’economia globale”. Non è dato di sapere, almeno finora, la posizione di Kamala Harris sull’argomento.
Il caso McDonald’s
A scuotere gli americani in questa vigilia elettorale, l’intossicazione da escherichia coli che si è verificata in alcuni ristoranti McDonald’s negli Stati Uniti. Il batterio, secondo la Food and Drug Administration, era presente nelle cipolle di un fornitore e ha provocato la morte di un cliente e 75 ricoveri ospedalieri. La notizia ha acceso un allarme rosso negli Usa (molto meno altrove, dove non sempre l’informazione è arrivata) e si è riverberato anche sul titolo McDonald’s, che ha reagito con una perdita superiore al 5% in una settimana. Dopo il crollo, però, l’azione sembra assestata: il gruppo alimentare ha preso le sue contromisure, rimuovendo l’ingrediente incriminato dai suoi panini, e ora mira a recuperare la fiducia della clientela. Troppo presto per giudicare che cosa accadrà. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, McDonald’s offre pranzi a prezzi contenuti, e ciò influirà probabilmente su un ritorno alla normalità dei rapporti azienda-clienti. E, di conseguenza, sul titolo in Borsa.
Borse Usa: i dati storici sono incoraggianti
Per il resto, da inizio anno, i numeri di Wall Street sono in crescita: Standard&Poor’s è salito del 20% da gennaio a oggi. Il che potrebbe preannunciare nuovi exploit: nella storia sono avvenute 26 misurazioni di un indice così positivo, e solo in due occasioni la Borsa è scesa (oltretutto marginalmente: non oltre il 2%). Negli altri casi, il grafico è schizzato in alto in una forbice compresa tra l’1% e il 10%. Le statistiche sono incoraggianti, ma molto dipenderà dalle elezioni americane e dalle decisioni delle banche centrali sul costo del denaro.
Mercati in attesa
Anche i mercati europei sono in attesa di conoscere il nome dell’inquilino della Casa Bianca e di orientarsi di conseguenza. Nel frattempo, le Borse navigano in ordine sparso, ma senza particolari scossoni. Questo è già un risultato positivo, visto che cosa sta accadendo all’economia europea, che è il vero gigante malato. I casi di grandi gruppi in crisi si moltiplicano: Philips ha tagliato i target di crescita (sostanzialmente a causa della Cina) e ha visto il suo titolo crollare del 16%; gli utili Mercedes si sono dimezzati nel terzo trimestre; la Volkswagen ha deciso di chiudere tre fabbriche di auto e ha proposto una riduzione salariale del 10%, con l’obiettivo di tagliare 4 miliardi di costi. Solo i titoli finanziari hanno proseguito la loro corsa. Con questo scenario, anche una leggera crescita o persino un calo contenuto degli indici è da considerare un successo.
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Taglio dei tassi: la Bce accelera?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.
Quale ritmo per il 2025?
Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.
La reazione dei mercati
Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.
Economia e politica
Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.
Record dell’oro
A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.
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Crisi industriale europea, spada di Damocle sui mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Bce deciderà domani, 17 ottobre, se tagliare nuovamente i tassi: l’attesa sta generando cautela nelle Borse europee. I listini rimangono comunque sulla fascia alta del trading range con rotazione settoriale che domina da inizio aprile e che ha avuto un solo scossone con il calo di inizio agosto, peraltro recuperato entro fine mese. I mercati Ue, teoricamente, avrebbero le potenzialità per nuovi rimbalzi ma sono frenati dai dati industriali, vera e propria spada di Damocle sospesa sull’economia del nostro continente e in grado di minacciarne la stabilità. Le politiche di bilancio della Commissione Europea, che verosimilmente non cambieranno con l’insediamento della von der Leyen bis, si scontrano con la recessione tedesca e i problemi di bilancio evidenziati dalla Francia, che non può più drenare risorse. In un quadro precario per la stessa tenuta dell’euro.
Auto tedesche ai box
In particolare la crisi tedesca, innescata dalla marginalizzazione delle forniture di gas russo, è stata ulteriormente aggravata dalla politica comunitaria sull’auto, che sta minacciando il business e forse la stessa sopravvivenza di alcuni marchi storici. I dati continuano a essere drammatici e si sono rivelati ancora più preoccupanti dopo gli ultimi numeri del mercato cinese, dove stanno crollando le vendite delle auto occidentali. Specialmente le tedesche, che erano particolarmente forti, e le americane. A soffrire sono soprattutto Bmw e Mercedes: nel terzo trimestre le immatricolazioni della prima sono calate del 30% e la seconda è arretrata del 13%, mentre le case locali hanno conquistato la leadership degli acquisti, portandosi al 63%. La Cina (il più grande mercato motor al mondo) sembra l’unico Paese davvero interessato alle auto elettriche e – complice lo scarso entusiasmo delle case europee verso questa via, pur obbligata – sta sviluppando con convinzione (e vendendo) le e-cars e la loro componentistica, conquistando il mercato domestico e preparandosi a invadere i mercati occidentali mediante una sorta di… Autostrada della Seta.
Elettrico, il declino del “campione europeo”
L’elettrico di casa nostra, invece, arranca. Lo dimostra la crisi attraversata dal gruppo svedese Northvolt, ”campione europeo” di produzione batterie. L’azienda scandinava, che era vista come un argine allo strapotere cinese, sembra non reggere il disinteresse generale nei confronti di questo settore. Per questo si è trovata costretta prima ad annunciare il taglio del 20% dei posti di lavoro, poi a cercare disperatamente denaro per evitare un disastroso fallimento. Una sorte che ha già colpito la filiale Ett Expansion Ab, e che Northvolt sta cercando disperatamente di scongiurare. Alcuni rumours (smentiti dall’azienda svedese) suggeriscono che Northvolt stia cercando di vendere le sue scorte di materiali utili per produrre batterie, proprio con l’obiettivo di cercare fondi per proseguire la propria attività. Che l’indiscrezione sia vera o no, è comunque chiaro che il “campione europeo” dell’elettrico stia cercando di evitare lo stop ridimensionando il proprio business.
Tutti contro Tavares
L’Italia non sfugge al disinteresse generale per l’elettrico, che ha contribuito all’arretramento di Stellantis. L’amministratore delegato Carlos Tavares, invitato a un’audizione in Parlamento sulla situazione dell’azienda e del settore auto, ha affermato che non sono previste vendite (di Maserati e del sito di Termoli), né fughe dall’Italia. Ma ha anche chiesto, senza troppi giri di parole, il ritorno degli incentivi auto per risollevare il settore. In parole povere, il top manager ha invocato i “soliti” aiuti di Stato, oltretutto senza specificare come verrebbero spesi. L’intervento di Tavares ha avuto come effetto un inedito accordo fra maggioranza e opposizione, insolitamente uniti tra loro (e con i sindacati) per criticare le intenzioni del gruppo olandese. Nonostante i commenti negativi da parte delle forze politiche, Tavares è andato dritto per la sua strada: alcuni giorni dopo, a margine del Salone dell’Auto di Parigi, non ha escluso licenziamenti. Proprio mentre le aziende cinesi progettano l’apertura di fabbriche in Europa, anche per aggirare i dazi che potrebbero aprire una guerra commerciale con Pechino.
La Cina stampa denaro
Da parte sua, la Cina cerca di sostenere l’economia e continua a stampare soldi, intervenendo per dare fiato alle famiglie e rilanciare l’economia. L’operazione non è passata inosservata: il mercato cinese, dopo oltre cinque anni di scarso appeal, ha prodotto una fiammata importante, portando alcune azioni a performance clamorose. Uno su tutti, il titolo Alibaba, che nell’ultima decina di giorni è cresciuto di oltre il 30%. Dal prossimo 25 ottobre, inoltre, gli istituti di credito cinesi diminuiranno gli interessi sui mutui di almeno 30 punti base. L’operazione, richiesta dalla banca centrale di Pechino, si applicherà a gran parte di questi strumenti, anche se con alcune eccezioni. L’ottimo momento dell’economia cinese potrebbe rendere interessante una puntata su quel mercato e sui Paesi emergenti, anche in un quadro di diversificazione dagli investimenti in titoli europei.
Torino, causa sui derivati
Il Comune di Torino ha dato il via a una causa contro tre gruppi bancari con l’obiettivo di fermare il pagamento di debiti legati ai derivati, i cui contratti risalgono a quasi 20 anni fa. La capitale piemontese vuole evitare un esborso maxi di 200 milioni, pari a una media di 3.400 euro a cittadino. Il problema, che già aveva colpito Milano, evidenzia un errore risalente agli anni pre-Lehman: da una parte, spesso gli istituti hanno pensato a guadagnare senza spiegare adeguatamente i rischi di questi strumenti, mentre gli enti pubblici hanno dimostrato in molti casi una cultura finanziaria bassa. Oggi Torino è la città più indebitata d’Italia: in questi anni, i derivati sono già costati 150 milioni di euro, e ora l’amministrazione comunale sta cercando di fermare l’emorragia.
Red Bull alla conquista del calcio?
Dopo l’ingresso in Moncler, Bernard Arnault entra nel mondo del calcio: il fondatore, presidente e ceo di Lvhm ha acquisito, in partnership con Red Bull, il Paris Fc, seconda squadra della Ville Lumière attualmente al primo posto nella Ligue 2 (la serie B transalpina). Più in particolare l’operazione, che promette di regalare alla capitale francese il derby calcistico con il Psg, vede Arnault al 55% e il 15% alla società austriaca (l’attuale presidente della squadra, Pierre Ferracci, conserva il 30%, almeno per ora). L’operazione conferma anche una diversificazione nel modello di business Red Bull nel mondo dello sport: il gruppo guidato da Dietrich Mateschitz usava acquisire marchi rinominandoli con il suo brand (lo ha fatto a Salisburgo e Lipsia, per esempio, ma anche in Formula 1), mentre ora sembra anche disposta ad affiancare il suo marchio (o la sua quota di proprietà) ad altre realtà. Basti pensare al team ciclistico Red Bull-Bora-Hansgrohe, squadra in cui milita Primož Roglič: in questo caso, il gruppo austriaco ha aggiunto il suo nome a quello dello sponsor storico (Bora-Hansgrohe, appunto). Nello stesso tempo, il gruppo è diventato sponsor di maglia del Leeds e official energy drink partner del Torino e dell’Everton. La Red Bull sta cercando di espandersi ulteriormente nel mondo dello sport? Difficile dirlo. Certo è che alcune voci – mai verificate – hanno accostato il brand austriaco prima al Monza (che ora interessa all’imprenditore americano Mario Joseph Gardelli) e poi allo stesso Torino, dopo l’ingresso nel novero dei partner della società granata. Intendiamoci: oggi come oggi, investire sul calcio italiano è impresa molto difficile. Ma non impossibile. Sarebbe abbastanza seguire modelli di crescita come quello dell’Atalanta: la società di Bergamo, molto impegnata nello sviluppo del settore giovanile, ha raggiunto i vertici del calcio europeo in modo prudente ma costante lanciando ragazzi della Primavera, facendo acquisti mirati e (come oggi sembra inevitabile) vendendo pezzi pregiati per far quadrare i bilanci.
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Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.
Dazi, servono davvero?
Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.
Fronte anti-green deal
In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.
Fusioni sì, fusioni no…
La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.
Il punto sui Btp
Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.
Foto di John Matychuk su Unsplash







