Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.
Nuovo tonfo a Seul
Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.
Rotazione settoriale
Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.
“Nulla è più come prima”
Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.
Intelligenza artificiale energivora
A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.
‘”Effetto Maradona”
Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.
Italiani, sale il tesoretto familiare
Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.
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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
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Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.
Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.
Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.
Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.
Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.
Calo strutturale
Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.
II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.
A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.
Consolidamento dei rialzi
La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.
Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.
Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.
Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.
Federal Reserve, tassi fermi
Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.
Questo anche perché l‘inflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.
La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.
Le dimissioni di Starmer
Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.
Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.
Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.
Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.
Risiko: le grandi manovre
Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.
Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.
Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.
Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.
Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.
Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.
Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.
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I venti di Pace spingono le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.
L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.
La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.
Ai massimi
I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.
La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.
Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.
Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.
Valutazione record
Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.
L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.
Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.
Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.
La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.
Trump ferma Anthropic
Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.
La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.
Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.
Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.
Giappone, tassi all’1%
Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.
Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.
La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.
Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi
Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.
Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.
Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.
Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.
Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.
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L'improvviso ritorno del risiko
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I dati sui posti di lavoro americani, diffusi la scorsa settimana, hanno rinfocolato i timori di un rialzo dei tassi Fed, rallentando le Borse mondiali.
A soffrire più di tutti è stato il Nasdaq, in caduta libera – ciò a significare che i numeri sull’occupazione statunitense hanno fornito una scusa ai tecnologici per arretrare dopo 15 giorni di crescita decisa. Intelligenza artificiale e simili hanno trascinato con sé le criptovalute, con i bitcoin sotto i 60.000 dollari come non accadeva da ottobre 2024. Ciò fa temere un rischio esistenziale per le monete virtuali, che dopo l’elezione di Donald Trump sembravano inarrestabili.
Lo tsunami bancario
A Piazza Affari, il ribasso è stato rovesciato dalla nuova ondata di risiko partito nel fine settimana: alla riapertura, il monopoli bancario ha rilanciato Milano. Lunedì, la Borsa italiana ha dunque chiuso in positivo, contrariamente ad altri indici, vicini alla parità. A dimostrazione che sui titoli value e finanziari c’è ancora da guadagnare. Più nel dettaglio, domenica scorsa Banco Bpm ha inviato una proposta di fusione a Montepaschi. L’assalto ha provocato un contrattacco di Intesa Sanpaolo, che ha lanciato un’opas in collaborazione con Bper e Unipol. In pratica, il colosso guidato da Carlo Messina si prenderebbe Mediobanca, con il suo 13% di Generali, lasciando alla banca dell’Emilia-Romagna le oltre 600 filiali di Mps. Ora siamo ancora all’inizio dei giochi ed è difficile fare un pronostico. Tra le due contendenti sembra però favorito il polo guidato da Intesa Sanpaolo, perché per il tentativo di Banco Bpm sembrano mancare i numeri. Una cosa è certa: la vera preda non è Mps in sé, ma Generali – non solo come assicuratore, ma anche come polo di sistema, con i suoi circa 800 miliardi di euro in risparmio gestito e 40 di Btp. Nel caso in cui a spuntarla fosse Bpm, a goderne sarebbe il Crédit Agricole, in grado di salire nell’azionariato di Piazza Meda fino al limite del 30%, come da autorizzazione Bce. Questo darebbe ai francesi un peso ingombrante anche nella gestione del risparmio privato italiano. Per questo motivo, l’intervento di Intesa e Bper non è nient’altro che una mossa di sistema per tenere i francesi il più possibile fuori da poteri decisionali nel Leone: nel caso in cui la spuntasse questa proposta, si creerebbe però una convergenza fra il primo gruppo bancario e la prima assicurazione d’Italia, che in tutta probabilità dovrebbe passare da un ok da parte delle autorità di vigilanza.
Unicredit più vicino a Commerzbank
Intanto, Unicredit ha già superato il 30% di Commerzbank, obiettivo dell’offerta pubblica di scambio lanciata dal gruppo milanese su quello tedesco, in scadenza il 3 luglio; considerando anche l’apporto dei derivati, il controllo supererebbe il 50%. Percentuale che però può essere davvero utilizzata solo dopo il via libera delle authority. E proprio su questo fronte si è già aperta una partita. Almeno secondo Commerzbank, una parte rilevante dei derivati potrebbe provenire da player che sono anche banche controparti di piazza Gae Aulenti. Per questo motivo, la banca di Francoforte si è appellata alla Bafin, l’autorità di vigilanza tedesca. Se da una parte Commerzbank gioca le carte rimanenti per ostacolare l’operazione, dall’altra prova ad adattarsi alla possibile nuova situazione: Bettina Orlopp, amministratore delegato di Commerzbank, ha escluso un rilancio, aprendo alla trattativa. Naturalmente a certe condizioni. “Non siamo una banca da ristrutturare”, ha puntualizzato la top manager, che ha fissato due linee rosse, una su governance e modello di business, l’altra sull’assegnazione di un premio “significativo” per gli azionisti. La novità è, comunque, l’abbandono della strategia muro contro muro, favorita dall’esito dell’opas.
Arrivano le Ipo
Mentre la Borsa Italiana corre con il risiko, e – come gli altri listini – scommette sull’avvicinarsi di una pace fra Stati Uniti e Iran, Wall Street fa il conto alla rovescia per la mega-Ipo di SpaceX. I numeri sono enormi: la valutazione è di 1.780 miliardi di dollari, mentre si verificherà un aumento di capitale pari a 75 miliardi; il giro d’affari previsto per il 2026 è di oltre 15 miliardi (con una perdita netta di 4,9), e nel 2030 il fatturato atteso è intorno ai 450 miliardi. Vale la pena domandarsi come si sarebbe potuta valutare una società con potenziale enorme, ma con una perdita così forte, senza il maxi-aumento capitale previsto. A guadagnarci saranno certamente le banche collocatrici che si stima incasseranno almeno 500 milioni dall’operazione. Se la fase cruciale della corsa di SpaceX inizierà venerdì prossimo, ha appena preso il via l’iter di OpenAI, che ha da poco consegnato alla Sec il suo prospetto in via riservata. Per ora, però, la società di ChatGpt non ha ancora deciso i tempi per iniziare l’eventuale operazione. A breve vedremo dunque se il gioco delle Ipo darà nuovi slanci alle Borse americane e, di rimando, a quelle di tutto il mondo. La spinta del percorso verso le quotazioni punta a controbilanciare i problemi provenienti dal Golfo, dove lo Stretto di Hormuz funziona ancora a singhiozzo e, anche in caso di riapertura, non sarà in grado di restituire immediatamente all’economia reale le condizioni pre-belliche. Per tornare alla normalità ci vorranno, infatti, da otto mesi a un anno. E le Borse potrebbero risentirne.
Mondiali senza l’Italia, quanto perde l’economia?
Con l’incontro inaugurale fra Messico e Sudafrica si aprono domani i Campionati Mondiali di calcio, ospitati da tre differenti Paesi (Stati Uniti, Messico e Canada). Per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, nonostante il numero alto delle squadre che parteciperanno, passato da 32 a 48. Con l’eliminazione degli azzurri si è tornati a evidenziare la perdita economica prevista per molte attività commerciali, soprattutto bar, trattorie, pizzerie o ristoranti con maxi-schermi televisivi, oppure negozi di alimentari, che traggono beneficio dalle riunioni tra amici per assistere alle partite tra le mura di casa. Tutti ricordano gli Europei 2020 (giocati nel 2021), quando la vittoria dell’Italia spinse le persone ad aggregazioni spontanee – vero e proprio ossigeno per gli esercenti, appena usciti dalle forti restrizioni dovute al Covid. Rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali senza l’Italia, però, la perdita per le attività commerciali sembra, a occhio, potenzialmente minore, a causa degli orari non sempre comodi per gli spettatori. Se per il gruppo preliminare la Bosnia-Erzegovina (che ha eliminato l’Italia) giocherà sempre alle 21, non è dato di sapere a che ora (italiana) sarebbero scesi in campo gli azzurri in caso di qualificazione alle gare a eliminazione diretta. Già due partite in notturna avrebbero potuto diminuire, e di molto, gli incassi degli esercenti. Ai commercianti non resta che sperare nei Mondiali 2030, che si svolgeranno prevalentemente in Spagna, Portogallo e Marocco (con soltanto poche sfide inaugurali in Argentina, Uruguay e Paraguay). Per questa edizione, la Fifa sta studiando un’edizione titanica a 64 squadre, che – se non altro per il numero dei partecipanti – agevolerebbe un ritorno degli azzurri sui campi della Coppa del Mondo.
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Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.
Fase interlocutoria
A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.
Deglobalizzazione
La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.
Tassi, l’apertura di Panetta
C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?
Offerta per EasyJet
Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.
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I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.
Economia reale
In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.
L’allarme degli imprenditori
Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.
Tassi in rampa di lancio
Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.
Il nuovo Btp
Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.
Milan e Juventus senza Champions
Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.
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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.
Buone le trimestrali, Borse ok
L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.
Sell off obbligazionario
Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.
Tra inflazione e recessione
E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.
Il nuovo virus
Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.
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Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.
I settori trainanti
Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.
Vertice a Pechino
L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.
Piano B
La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.
Europa spettatrice
La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.
Acciaio, la via (obbligata) inglese
Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.
La Nba si espande in Europa
E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.
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